Paolo Carlo Ghislandi, I Carpini

Paolo Carlo Ghislandi, I Carpini

Per me fare vino è stata una scelta di vita: la mia non è una famiglia di agricoltori. Vent’anni anni fa, quando ho deciso di fare il vignaiolo, la prima mossa è stata quella di acquistare delle colline con prati. Cercavo un ambiente incontaminato, con un’alta biodiversità e l’ho trovato nella frazione di San Lorenzo a Pozzol Groppo, un posto veramente sperduto, dove sono i boschi stessi a difendere le vigne.

Credo nell’agricoltura olistica, per creare un vino forte e di carattere, che sia protetto dalla natura stessa.

Sono stato intransigente nella scelta delle varietà e non ho mai accettato compromessi. Coltivo solo vitigni autoctoni del territorio, rinunciando a una parte dell’uva per avere piante più forti e un’uva sana, ricca di parte microbiologica, fondamentale per il vino, che ottengo con fermentazioni spontanee.

Negli ultimi 30 anni il vino ha smesso di essere alimento per diventare emozione. Io, ai miei vini, do tutto il tempo necessario: sono organismi viventi e il tempo è il primo ingrediente del successo.

Un vino sano diventa quasi eterno se gliene si dà il tempo. Dopo essere stato imbottigliato inizia per lui una nuova vita: cresce come ogni cosa vivente, regalando emozioni.

Paolo Carlo Ghislandi

Paolo Carlo Ghislandi, responsabile ed enologo dell’azienda I Carpini, è l’uomo che ha dato vita alla Cascina di Pozzol Groppo così come è oggi. Acquistata alla fine degli anni novanta, ha dedicato mesi di studio, di vero e proprio ascolto, prima di progettare vigne e cantina. Le caratteristiche pedoclimatiche in cascina sono eccellenti, ma per la produzione vinicola ciò non bastava: occorreva concepire un sistema di produzione quanto più aderente possibile alle condizioni ideali per la maturazione delle uve e per la trasformazione in vino. E così è stato.

Siamo nel sud est del Piemonte, a sud della regione del Gavi, nei Colli Tortonesi. Questi rilievi sono la culla di uno dei più affascinanti vitigni autoctoni d’Italia: il timorasso. È un’uva che possiede il dono, come solo poche altre, di sviluppare tipologie di profumi e sapori di incredibile complessità con il trascorrere degli anni di maturazione. Il timorasso, simile a diverse altre specie bianche della regione, divenne raro dopo la piaga della fillossera alla fine del XIX secolo, quando nuovi vigneti furono reimpiantati, spesso a uva cortese perché più facile da coltivare e di maggiore resa.

Paolo Carlo vede la vinificazione come una combinazione di arte e natura e si parla dei suoi prodotti come di Vini d’Arte. Non c’è da stupirsi che lavori secondo i dettami della viticoltura biologica, spesso seguendo pratiche ancora più naturali affiancate dall’utilizzo di lieviti indigeni, basse rese per ettaro, pochi solfiti aggiunti, fermentazioni attentamente controllate.

I vini de I Carpini prendono vita nel calice, sono poliedrici, mai banali, prodotti con uve universalmente conosciute come la barbera o semisconosciute come l’albarossa. E naturalmente il timorasso, il perno attorno al quale ruota la rinascita di tutto il territorio, grazie alle intuizioni di vignaioli come Paolo Carlo Ghislandi. Una “spremuta di territorio” dove è solo la peculiarità dell’annata a conferire il timbro e l’unicità di ciascuna bottiglia.

I vini de I Carpini prendono per mano e bisogna abbandonarsi al loro profumo e al loro sapore. Paolo Carlo dice spesso: “è il vino che decide quando è pronto, lasciamolo fare e aspettiamolo senza fretta”. Un approccio naturale, quali olistico, nei confronti dell’elemento vino, nella sua accezione più ampia e territoriale possibile.

Dell’azienda I Carpini abbiamo selezionato i seguenti vini, e abbiamo chiesto a Paolo Carlo di raccontarceli:

Timorasso

Il Timorasso è un jolly, una carta vincente ma complessa. Viene da un vitigno più che autoctono, originario di una micro-area della provincia di Alessandria. È un’uva che ha una storia antica e nuova insieme, e vive oggi il suo rinascimento. Vitigno antichissimo, era quasi estinto in passato. Per me recuperalo è stata una scommessa, vinta per il notevole coraggio e con una bella dose di fortuna, e così ci ritroviamo oggi un vino bianco di razza, uno dei più importanti in Italia. Appartiene alla categoria dei vini minerali, è potente, e per questo non è un vino semplice. Ai sentori di fiori (pesco e gelso), infatti, si mescolano profumi di sabbia e salmastro per una bella complessità. Serve un palato evoluto per capirlo fino in fondo. Ma dà soddisfazioni inedite.

Terre d’Ombra

Terre d’Ombra è un vino con una storia simpaticissima alle spalle. Autoctono, è frutto dell’esperimento del prof. Dalmasso, che nel 1938 impollina la barbera con il nebbiolo di Dronero (detto anche chatus). Il risultato è sorprendente perché riesce a tirare fuori il meglio dei due vitigni: la barbera ha la sua massima esaltazione (acidità, freschezza, frutto), il tutto entro la struttura tannica del nebbiolo. L’albarossa è come un boero: marasca dentro e tutto intorno cacao. È per questa ragione che il Terre d’Ombra è un vino di grande successo: è un vino intimamente appagante e di qualità, che in più si mette l’abito buono e sa quindi arrivare ai grandi intenditori, agli appassionati, ai neofiti.