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Come si legge l’etichetta di una bottiglia di vino? Facciamo chiarezza

Massimo elemento di attrazione per l’acquisto di un vino, rettangolo bianco pressoché indecifrabile, elemento puramente estetico? L’etichetta desta le più diverse percezioni. In realtà è uno strumento fondamentale per capire la bottiglia che si ha di fronte. Ma come si legge un’etichetta?

Pensiamoci. L’etichetta è il volto di una bottiglia. Non solo esercita grande attrattiva su chi acquista, ma è anche ciò che di quel vino si finisce per ricordare di più. Se non si conosce nello specifico la bottiglia che si ha di fronte, l’etichetta diventa l’elemento che determina o meno l’acquisto, perché la si sa leggere o perché si è attratti dalla sua grafica. Dà infatti informazioni importanti, che è bene conoscere per acquistare e degustare con consapevolezza.

Cosa si intende per etichettatura?

L’insieme dei termini, delle diciture, dei marchi e delle immagini apposti su qualunque tipo di imballaggio che accompagna un prodotto.

A cosa serve l’etichetta del vino?

L’etichetta è la carta di identità del vino perché ne certifica i requisiti – legali – per la sua commercializzazione. Tutela il consumatore, che capisce cosa sta per bere, e al tempo stesso consente al produttore di raccontare il suo vino. Almeno un po’.

Storia dell’etichetta del vino

Già Egizi e Fenici introducono delle prime forme di etichettatura, dal momento che le antiche anfore vinarie contengono, nella superficie esterna, informazioni sul contenuto. Nel Medioevo il vino è commercializzato in contenitori di terracotta, ai quali sono apposte piccole placche con inciso il nome del vino, appese con catenelle.

Le prime etichette di carta, del tutto simili a quelle moderne, si devono ai nostri cugini francesi. Introdotte nel corso del Settecento, prima sono scritte a mano, poi a stampa.

Un primato italiano è quello della controetichetta, che il Conte Giulio della Cremosina fa apporre nel suo Nebbiolo. Siamo all’inizio dell’Ottocento.

Nebbiolo controetichetta

A mano, scrive: Vino Vecchio Nebbiolo della vendemmia 1802 lasciato diventare amaro. (Uve dei vigneti di Val Maggiore e degli Ochetti presso la Vezza, cedute dai Signori Sola, in cambio di nostri Moscati e Brachetti: trasportate dal mezzadro Dionigi e pigiate nella cantina della Cremisina). Dalla Cremisina Nella Settimana Santa del 1806. Il Conte Giulio.

E sulla controetichetta: Chiuso nei litri sotto le feste di Pasqua del 1806 dal nostro cantiniere Michele dopo tre anni di permanenza nelle vascelle di rovere. Vuota adagio: è un vino vecchio e un poco di fondo può averlo. Alla salute!!

Quali informazioni deve contenere l’etichetta del vino?

Il vino deve riportare in etichetta alcune informazioni obbligatorie, mentre altre sono facoltative.

Attenzione: le prime devono essere scritte chiaramente ed essere leggibili senza dover girare la bottiglia.

In generale, le informazioni da riportare in etichetta diventano sempre più puntuali man mano che la qualità della tipologia di vino sale.

INFORMAZIONI OBBLIGATORIE DA METTERE IN ETICHETTA

Categoria di prodotto (vino, vino liquoroso, spumante, frizzante…). Omissibile se è presente la denominazione di origine, indicazione geografica o menzione tradizionale (Classico, Riserva, Superiore, Gran Selezione…)

Denominazione, cioè DOP, IGP, DOC, DOCG o IGT

Titolo alcolometrico (% vol), c’è una tolleranza dello 0,5% in eccesso o in difetto

Provenienza, cioè il territorio in cui le uve sono state vendemmiate e vinificate 

Annata, cioè anno di vendemmia delle uve, solo per DOC e DOCG se almeno l’85% è della stessa annata

Imbottigliatore, eventuale importatore

Tenore zuccherino, per gli spumanti

Presenza di allergeni e di solfiti (se superiori a 10 mg/l)

Lotto di confezionamento, ovvero il numero che identifica le bottiglie confezionate in un contenuto lasso di tempo.

Quantità

INFORMAZIONI FACOLTATIVE DA METTERE IN ETICHETTA

Produttore, eventuale distributore

Indicazione di abbazia, castello, rocca… per vini a Denominazione di Origine, riferiti all’azienda agricola a patto che tutte le operazioni si svolgano lì

Logo che identifica eventuali allergeni

Annata delle uve se almeno l’85% è della stessa annata (per DOC e DOCG l’annata in questo caso è obbligatoria, come visto sopra)

Varietà delle uve: si può nominare un solo vitigno se rappresenta almeno l’85% delle varietà usate; si possono nominare due o più vitigni se rappresentano la totalità delle varietà utilizzate, solo per i vini a Denominazione di Origine (cioè puoi nominare una sola varietà se questa è maggioritaria e se ne indichi più di una, devi indicarle tutte)

Tenore zuccherino, solo per i vini non spumanti

Metodo di elaborazione o invecchiamento, solo per vini a Denominazione di Origine (Superiore, Vino novello…)

Metodo di produzione degli spumanti DOP/IGP

Indicazione di unità geografiche più piccole di DOP/IGP, se almeno l’85% dell’uva viene da quelle zone (solo per vini a Denominazione di Origine)

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Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl?

Diamo per scontato che le bottiglie di vino siano da 75 cl, che in effetti è la capacità standard. Le ragioni ci sono e vanno cercate nella storia, della Francia e dell’Inghilterra. Vediamo perché.

Di tutti i possibili formati quello da 75 cl è senza dubbio quello utilizzato dalla stragrande maggioranza di tutti i produttori del mondo. Per capire il perché si deve fare un salto indietro, all’inizio della storia.

Dove si conservava anticamente in vino?

Per secoli il vino è stato conservato nei più diversi recipienti: anfore di terracotta, vasi di ceramica, otri di cuoio…

Quando nasce la bottiglia di vino?

La bottiglia simile a quella che conosciamo oggi nasce nel Cinquecento, alla corte francese di Caterina de’ Medici: il vino inizia a essere conservato in bottiglie di vetro ricoperte di vimini.

Quando si diffonde l’uso della bottiglia di vetro?

La produzione più su larga scala delle bottiglie di vetro soffiato prende piede, ancora in Francia, un paio di secoli dopo. Dal Settecento, il vino è quindi sempre più comunemente imbottigliato in bottiglie di vetro.

Quanto sono capienti le prime bottiglie di vino?

Le dimensioni delle bottiglie sono variabili: la loro capacità va da 70 cl a 1 litro circa.

Inizia a farsi quindi strada la bottiglia da 75 cl…

È proprio in questo momento, nel corso del Settecento, che prende forma la bottiglia con la capacità simile a quella che oggi abbiamo codificato in quella da 75 cl: pare che i maestri vetrai che soffiavano il vetro fossero in grado di raggiungere grosso modo questa come dimensione massima delle bottiglie. La capienza e la forma delle bottiglie allora erano chiaramente molto dipendenti dalle capacità di questi artigiani.

Cosa c’entrano gli inglesi in questa storia?

Alla codifica della bottiglia da 75 cl devono avere contribuito anche gli inglesi, che sono sempre stati grandissimi importatori di vino dalla Francia. Storicamente, una cassa inglese conteneva due galloni di vino: un gallone corrisponde a circa 4.5 litri. Per funzionalità, era comodo inserirvi 12 bottiglie, da 75 cl appunto. Quindi sì: gli inglesi hanno avuto un ruolo nel consolidare il formato da 75 cl.

È per questo che il vino si trasporta in casse da 6 o da 12?

Sì. È per lo storico ruolo inglese nel commercio di vino che ancora oggi, nella tradizione anglosassone, le casse per il trasporto del vino contengono 2 galloni di vino, cioè 12 bottiglie. Mentre in Italia le casse per il trasporto di vino ne contengono per lo più 6.

Tornando alla bottiglia da 75, la degustazione in sé ha influito nella codifica della capacità?

Alle ragioni che abbiamo visto se ne sono probabilmente intrecciate anche altre, molto pratiche, legate alla somministrazione del vino in osteria. La bottiglia da 75 cl consente infatti di ottenere 6 bicchieri. In questo modo l’oste avrebbe potuto calcolare (e tenere facilmente il conto) del numero delle bottiglie da aprire per i clienti.

Quando è codificata ufficialmente la bottiglia da 75 cl?

Fin qui abbiamo seguito una codificazione della bottiglia da 75 cl data dalla pratica, ma è solo con l’industrializzazione che si arriva a una produzione omogenea e precisa delle bottiglie di questa capacità. Si arriva quindi al 1975 e alla codifica della capienza dei recipienti con cui il vino può essere messo in commercio (direttiva europea sugli imballaggi). Tra queste, c’è la bottiglia da 75 cl. Questi interventi legislativi sono stati poi seguiti da altri simili negli altri continenti, rendendo universali le misure delle bottiglie da vino.

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Le etichette di alcune bottiglie proposte nella nostra tappa 14 (Molise), nella tappa 33 (Nebbiolo e Barbera), e nella tappa 3 (perlage eccellenti).

La bottiglia da 75 è la più diffusa, ma non è l’unica. Altri formati?

Per i Passiti, ad esempio, le bottiglie impiegate sono da 37.5 o da 50 cl (la “mezza”), dal momento che si tratta di produzioni limitate e preziose.

Le bottiglie di capacità superiore sono legate soprattutto alla storia dello Champagne. Non di uso comune, hanno nomi sono curiosi, spesso legati alla Bibbia:

🍾 Magnum

capacità: 1.5 litri, la doppia classica

il nome è preso da Cicerone, che lo usava per i grandi condottieri

🍾 Jérobam

3 litri

Il nome viene dalla Bibbia, dal figlio di Salomone che unifica le 10 tribù di Israele

🍾 Réhobam

4.5 litri

Ancora dalla Bibbia, un altro figlio di Salomone

🍾 Mathusalem

6 litri

Si tratta dell’uomo più vecchio della Bibbia, che ha vissuto fino a 969 anni

🍾 Salmanazar

9 litri

Il nome viene da un re assiro della Bibbia

🍾 Balthazar

12 litri

L’ultimo re di Babilonia

🍾 Nabuchodonosor

15 litri

Il re che conduce Babilonia al massimo splendore

🍾 Melchior o Salomon

18 litri

Rispettivamente: uno dei tre re magi e il re sapiente che unifica lo stato di Israele

🍾 Primat

27 litri

Il nome deriva dal volgare e significa “primo ordine”.

🍾 Melchizedek

30 litri

Il sacerdote che ha benedetto Abramo offrendo pane e vino.

Il formato della bottiglia influenza in vino?

La dimensione della bottiglia influisce sull’affinamento del vino. In quelle piccole il vino matura più velocemente, perché c’è molto ossigeno in rapporto al vino e questo accelera il processo di ossidazione. Diversamente, con l’aumentare della capacità della bottiglia il rapporto va a favore del vino nel caso di bottiglie più capienti. Ecco perché la Magnum è (giustamente) considerata di migliore qualità.

A margine, è bene ricordare che anche il colore della bottiglia è importante per prolungare la vita di un vino che si voglia fare affinare a lungo: bottiglie di vetro scuro offrono una buona protezione dalla luce.

suolo vite

Perché il suolo è importante per il vino? Una guida completa

Sembra che i diversi tipi di suolo, per la coltivazione della vite, siano solo un’ossessione di sommelier e addetti ai lavori. Invece è una componente chiave del terroir. Ma davvero il tema non fa breccia nel cuore degli appassionati di vino? Ci proviamo, con una guida semplice e completa.

Come si fa a raccontare il fascino dei diversi suoli, che giocano un ruolo di protagonisti e determinano le qualità del vino che ci troviamo nel bicchiere?

1. Partiamo da qui: come si comporta la vite?

La vite è molto esigente con il clima, ma ha un’adattabilità straordinaria ai diversi tipi di suoli. Detto questo, ha le sue preferenze anche per il terreno.

2. Quali sono i suoli meno indicati per la coltivazione della vite?

La vite non ama i suoli fertili, che danno vini poco fini e scarsamente inclini all’invecchiamento.

E poi dà risultati meno buoni nei suoli soffici, umidi e salati (e qui emergono ricordi liceali di Ulisse che cerca di farsi passare per pazzo gettando sale sul campo).

3. Quali sono i suoli migliori per la coltivazione della vite?

I suoli poveri e ben drenati sono i migliori per il vino. Il concetto è: meno acqua, più concentrazione di sapori nell’uva e nel bicchiere. Un esempio? I suoli chiamati “Grave”, che sono ciottolosi e determinano quindi una povertà di acqua per la vite permettono di contenere la crescita dell’uva e quindi di concentrare zuccheri e aromi.

E poi le zone collinari sono ottime per la viticoltura di qualità. Per varie ragioni, qui ci interessa l’ottimo drenaggio dovuto alla pendenza del terreno.

4. Lo stesso vitigno dà risultati diversi in base ai vari suoli?

Sì, in terreni diversi lo stesso vitigno dà vini diversi. Si pensi solo al Nebbiolo, al quale abbiamo dedicato una selezione disegnata dal sommelier Nicola Bonera. Abbiamo scoperto il Nebbiolo delle Langhe, mentre altri vini originano dalla stessa uva nel vercellese (Gattinara e Bramaterra), nel biellese (Lessona), nel novarese (Fara, Sizzano, Ghemme), nel torinese (Carema), in Valle d’Aosta (Donnaz e l’Arnad-Monjovet), fino al Valtellina Superiore con le sue vigne eroiche.

5. Le diverse uve hanno preferenze di suolo?

Alcuni vitigni si adattano moltissimo ai diversi suoli, ma la maggior parte in alcune specifiche condizioni dà il meglio di sé. Ecco alcuni esempi:

L’Albana predilige terreni collinari, argillosi, di medio-bassa fertilità.

L’Aleatico ama terreni collinari e sciolti.

L’Arneis predilige suoli leggeri (sabbiosi).

La Barbera si esprime bene in terreni argillosi, di media o scarsa fertilità.

Il Cabernet franc ama i suoli collinari argillosi, ciottolosi.

Il Cabernet sauvignon predilige terreni argillogi non molto fertili.

La Corvina predilige terreni alluvionali.

Il Carmenère ama i terreni sciolti, con poca argilla, ciottolosi.

La Durella ama suoli calcareo-argilloso, in collina.

L’Erbaluce cresce in terreni di sabbia argillosa e ciottoli.

La Freisa predilige terreni calcarei.

La Garganega predilige terreni fertili e sciolti.

Il Grechetto di Orvieto predilige terreni collinari, di media fertilità e argillosi.

Il Gewürztraminer si esprime al meglio in suoli basaltici.

Il Grignolino dà il meglio di sé su suoli asciutti e sabbiosi, con tessitura sottile, a non meno di 300 metri di altitudine.

Il Groppello ama terreni sciolti, in collina non oltre i 300 metri, ben esposti.

Il vitigno Marsanne predilige terreni non troppo ricchi e umidi.

La Malvasia nera predilige terreni di medio impasto, anche fertili, non eccessivamente calcarei.

La Malvasia di Sardegna cresce bene in terreni calcareo-silicei.

Il vitigno Monica sta bene su suoli calcareo-silicei o calcareo-argillosi, non umidi e fertili.

Il Montepulciano ama terreni di medio impasto, profondi, ben esposti.

Il Moscato bianco predilige il suolo di marna calcarea.

Il Moscato di Scanzo ama suoli magri e ricchi di scheletro.

Il Müller Thurgau predilige terreni collinari, non troppo siccitosi, fertili e non calcarei.

Il Negroamaro preferisce terreni calcareo-argillosi.

Il Pinot bianco predilige terreni con bassa quantità di calcare attivo.

Il Pinot nero predilige suoli di scarsa fertilità, calcarei o argilloso-calcarei.

Il Raboso del Piave predilige terreni alluvionali o sassoso-alluvionali.

Il Raboso veronese predilige suoli ciottolosi, alluvionali, sabbioso-limosi, in pianura.

La Ribolla gialla predilige zone collinari, scarsamente fertili.

Il Riesling ama l’ardesia (una roccia dura e scura che cattura il calore).

Il Sylvaner verde ama i terreni acidi, leggeri e ciottolosi.

Il Teroldego ama i terreni molto drenanti.

Il Torbato predilige terreni siliceo-argillosi.

Il Trebbiano di Abruzzo predilige terreni collinari, argillosi.

Il Trebbiano romagnolo predilige terreni freschi, fertili, di limitata siccità estiva.

I terreni preferiti del Traminer aromatico sono quelli con buona dotazione idrica e minerale.

Il Verdicchio si esprime bene in terreni calcareo-argillosi.

Il Verduzzo friulano predilige terreni collinari ben esposti, scarsamente fertili.

La Vernaccia di Oristano predilige terreni alluvionali, di buona fertilità.

Anche per questa ragione, i disciplinari (cioè le regole che definiscono come si debbano fare i vini DOC e DOCG) precisano la natura dei suoli necessaria per far rientrare il vino all’interno della denominazione. Alcuni esempi:

Per Asti e Moscato d’Asti il suolo deve essere calcareo o calcareo-argilloso.

Per Barolo e Barbaresco il suolo deve essere argilloso-calcareo.

Il Chianti richiede substrati arenacei, calcareo-marnosi, da scisti-argillosi e da sabbia.

Il Franciacorta richiede suoli sciolti, ciottolosi e ghiaiosi.

Il Valtellina Superiore richiede un suolo declive e breccioso.

6. Altre curiosità sui suoli

I suoli sabbiosi non sono attaccati dalla fillossera, così come quelli tufacei di origine vulcanica.

vini delle sabbie
Un suolo sabbioso, nella denominazione DOC Bosco Eliceo

La tipologia di suolo si interseca con l’esposizione delle vigne: l’esposizione più adatta è quella che consente buon soleggiamento e luminosità (sud o sud ovest).

Ma per andare più a fondo dei vari suoli, sono 3 gli aspetti chiave: chimica, fisica e storia geologica. Ancora ricordi liceali…

1️⃣CHIMICA

Qual è la componente più diffusa nei terreni vitati?

Il calcare (carbonato di calcio) è praticamente in tutti i suoli. Seguono marne, scisti e argille.

In che modo la tipologia di suolo influenza il vino?

🍇Un suolo calcareo-marnoso tende a offrire uve dai profumi intensi, buona struttura, ricchezza di alcol e grado zuccherino, poca acidità.

🍇Un suolo calcareo-argilloso è più propenso alla coltivazione uve a bacca nera, dà vini di colore intenso, ricchi di corpo, complessità, acidità e longevità. Danno vini di grande qualità e sono la maggior parte in Italia.

🍇Un suolo calcareo-sabbioso regala vini delicati e leggeri, con profumi fini, buona acidità, piacevoli ma non sempre predisposti all’invecchiamento (abbiamo dedicato una selezione a questo tema, creata dal sommelier Luisito Perrazzo).

🍇Ottimi sono anche i terreni marnoso-ferruginosi, cioè le terre rosse.

🍇Dai suoli acidi (pH basso) si ottengono vini sapidi e di buona freschezza, non di grande struttura. Quanto ai suoli basici (pH alto, superiore a 7), sono la maggioranza.

2️⃣FISICA

Cos’è la tessitura del suolo?

È un altro fattore importante, questa volta fisico, che indica la granulometria delle particelle di suolo.

Dalle più grandi alle più piccole abbiamo: sabbia, limo, argilla (che insieme formano la “terra fine”), insieme a particelle di diametro superiore a 2 millimetri, nel loro insieme chiamate scheletro.

Come fa, la tessitura del suolo, a influenzare la viticoltura?

🍇La prevalenza assoluta delle particelle più grosse (sabbia) può rendere il suolo troppo sciolto e quindi non consentire alla vite di trattenere i minerali. Ma se le percentuali sono bilanciate, attorno alla sabbia si dispongono le altre particelle.

🍇La prevalenza delle particelle più piccole (argilla) favorisce la compattezza del suolo e assorbe l’acqua, rendendo difficile il drenaggio. Anche qui dipende dalle percentuali: se l’argilla non è troppo abbondante, trattiene i nutrienti ma non impedisce l’ossigenazione delle radici.

🍇Il limo ha caratteristiche intermedie tra sabbia e argilla.

🍇Ciottoli e pietre non hanno funzioni agronomiche, ma rendono il terreno permeabile e la vita del vignaiolo difficile impedendo l’uso dei mezzi meccanici.

Qual è la migliore tessitura del suolo per la coltivazione della vite?

Il suolo in genere non ha una tessitura soltanto, ma diverse percentuali di particelle di sabbia, limo, argilla. Idealmente, i suoli migliori sono quelli di “medio impasto”.

3️⃣STORIA

La diversa origine del suolo, in termini di storia geologica, influenza il vino?

Certo che sì. Vini che crescono su terreni che hanno una particolare storia geologica, nel bicchiere regalano sfumature aromatiche diverse.

Quali sono i principali suoli quindi?

I suoli fluviali, alluvionali, di origine sedimentaria, glaciale. E i mitici terreni di origine vulcanica, che regalano al vino sfumature uniche, che abbiamo scoperto nella nostra selezione di febbraio.

vin brulé

Come si fa il vin brulé?

Che curi il raffreddore o semplicemente riscaldi in una fredda giornata, il vin brulé è un must dell’inverno. E chi ha detto che non si può fare e offrire anche a casa? Ecco una breve storia la ricetta del vin brulé.

L’immagine del vin brulé si accompagna a quella degli amici, dei mercatini, delle vacanze invernali, della neve. Anche per questo il vin brulé si associa a sensazioni che scaldano il cuore.

Ecco una breve storia e una ricetta, perché il vin brulé si può fare a casa, con tanti ingredienti quanti la fantasia lo consente.

Cos’è il vin brulé?

È una bevanda calda a base di vino, speziata e aromatizzata. Viene offerto in inverno per far fronte al freddo.

Da dove deriva il nome vin brulé?

Vin brulé deriva dal francese Ça brûle, che significa “Brucia”. Oggi, in Francia, il vin brulé si chiama vin chaud, in Germania Glühwein, in UK e Stati Uniti mulled o spiced wine.

Quando si è iniziato a bere il vin brulé?

Il vino aromatizzato si beve sin dall’antichità, sicuramente dai Greci e dai Romani che addolcivano il vino con zucchero e lo aromatizzavano con pepe, zafferano, datteri, timo, altre erbe e spezie. E lo bevevano freddo.

In epoca moderna la tradizione di bere il vino aromatizzato – questa volta caldo – è molto nordica, tipica di paesi freddi come Svezia, Germania, Gran Bretagna.

Ovviamente si beve tantissimo anche in Italia, soprattutto al Nord e soprattutto in Trentino Alto Adige.

Il vin brulé è alcolico?

Quanto è alcolico il vin brulé dipende dalla durata e dalla temperatura della cottura, durante la quale l’alcol tende a evaporare. Nella tradizione italiana il vin brulé perde la maggior parte della sua gradazione alcolica, mentre nella tradizione anglosassone (UK e US) il mulled wine viene corretto aggiungendo altro vino, brandy o altri alcolici.

Con quale vino si prepara il vin brulé?

La premessa è che la qualità del vino di partenza si riflette nel prodotto finale. La scelta della tipologia è chiaramente liberissima, e il territorio la fa da padrona. In Veneto il vin brulé si prepara con Cabernet Sauvignon ma molto anche con i bianchi Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Bianco. In Romagna viene molto usato il Sangiovese, il Lambrusco in Emilia. In Alto Adige sono molto adottati Schiava e Pinot Nero. In Piemonte: Nebbiolo o Barbera.

A cosa si abbina il vin brulé?

La regola aurea degli abbinamenti è sempre la stessa: il vino dolce si abbina ai dolci. Con il vin brulé abbinate pasticceria secca, dolci di qualunque tipo, anche a base di cioccolato, caldarroste…

Come si fa il vin brulé?

Normalmente si usa il vino rosso ma è sempre possibile anche usare il vino bianco, specialmente adottato nell’area alpina.

🍷Mettere il vino a scaldare.

🌰Aggiungere zucchero di canna e spezie a piacere (bastoncini di cannella, chiodi di garofano, anice stellato, noce moscata, anice, cardamomo…).

🍊A piacere aggiungere scorze di limone, qualche spicchio di mandarino o di arancia, fette di mela, alloro… Il tutto idealmente di produzione biologica.

⏰Togliere dal fuoco dopo 5-10 minuti.

🔥Avvicinare un fiammifero al vino caldo, così la superficie comincerà a fiammeggiare permettendo l’evaporazione dell’alcol. E farà scena.

Filtrare e servire caldo.

vin brulé
calorie bicchiere vino

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

Da tempo immemorabile il vino fa parte dell’alimentazione quotidiana dell’uomo, così come della sua cultura e dei suoi riti. Oggi però il vino non è più considerato un alimento vero e proprio, come era per i nostri nonni. Ma ha comunque un apporto calorico. Ecco quindi una semplice guida per chi vuole avere consapevolezza di quante calorie ha un bicchiere della sua sacra bevanda.

In fondo, per sapere quante calorie ha un bicchiere di vino basta fare un semplice calcolo matematico. Per il quanto assumerne vale invece sempre il buon senso, mentre su come coniugare il piacere impareggiabile del vino con la linea e con la salute vi rimandiamo ai pezzi specifici.

Perché il vino apporta calorie?

Il vino è una sostanza che deriva dalla fermentazione degli zuccheri presenti nell’uva, che diventano alcol. L’alcol sviluppa circa 7 calorie per grammo. Le calorie realizzate vengono disperse sotto forma di calore.

Il vino dà un apporto di nutrienti?

No. Il vino non è in grado di soddisfare le funzioni dei nutrienti classici: apporta sali minerali ma vitamine e proteine sono presenti in scarsa quantità.

Come smaltire le calorie di un bicchiere di vino?

Se assunto in eccesso rispetto alle proprie esigenze energetiche, che variano tanto da persona a persona, l’effetto ingrassante del vino è inevitabile. La buona notizia è che basta mezz’ora di sport per smaltire un bicchiere di vino, 15 minuti nel caso del nuoto. Sport, non passeggiate.

Da cosa dipendono le calorie del vino?

Le calorie del vino dipendono dalla sua gradazione alcolica e, nel caso dei vini dolci anche dalla presenza dello zucchero.

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

PREMESSA:

La gradazione alcolica indicata in etichetta (% vol.) ci dice quanti millilitri di alcol ci sono in 100 millilitri di vino.

Facendo riferimento a un bicchiere da 150 ml:

🍷un bicchiere di vino rosso secco (di grado alcolico 14-15% vol.) ha in media dalle 110 alle 120 Kcal;

🥂un bicchiere di vino secco bianco (di grado alcolico 11-12% vol.) ha in media dalle 90 alle 100 Kcal;

🥂un bicchiere di spumante (di grado alcolico 10-12% vol.) ha in media dalle 120 alle 150 Kcal, un po’ di più dei vini secchi perché può esserci un residuo zuccherino.

Come calcolare le calorie di un bicchiere di vino?

Per calcolare il contenuto di calorie di un bicchiere di vino nello specifico di una bottiglia basta applicare la regola dell’unità alcolica:

1. prendi la gradazione indicata in etichetta (volume %);

2. moltiplicala per 0,8 (che è il peso specifico dell’alcol);

3. moltiplica il risultato per 7 (che sono le kcal per grammo).

Il risultato dà il numero di calorie per 100 ml di vino. Attenzione: è meno di un bicchiere standard.

È un calcolo preciso al millimetro, questo?

No, perché non viene considerato il fruttosio dell’eventuale residuo zuccherino – che è vera e propria componente zuccherina nel caso dei vini dolci – ma dà già indicazioni importanti.

Questi, i numeri. Il resto è magia.

sommelier wine club

Tutti i concetti da conoscere per parlare come un sommelier

Nel mondo del vino esistono i termini tecnici della degustazione: ogni associazione ha i suoi e se li tiene stretti. E poi esiste un linguaggio lirico, che mescola quegli stessi concetti con il desiderio di parlare in modo più libero e creativo. Se va attribuita a Luigi Veronelli l’adozione un lessico enologico emotivo, colto e poetico, non è sempre facile cogliere tutte le sfumature delle descrizioni del vino offerte dagli addetti ai lavori. Abbiamo messo assieme alcuni concetti da conoscere, per parlare come un sommelier esperto.

Questo è un piccolo glossario di 20 + 1 concetti da conoscere per capire i sommelier: lo aggiorneremo se ci farete avere altre parole curiose. Perché ben vengano termini non tecnici, e ben venga se questi aiutano anche i non esperti a esprimersi sul vino. Cosa che non è per niente facile!

1. Abboccato

Si dice di un vino leggermente dolce. Se la sensazione di dolcezza è marcata viene detto amabile.

2. Austero

Descrive un vino rosso importante, ricco di corpo e di tannino. Tende ad avere una sfumatura negativa, nel senso dell’eccesso di corpo e di tannino. Sinonimo di severo.

3. Beva

È l’atto stesso del degustare; “di pronta beva” si dice di un vino pronto a bersi, cioè maturo, con una sfumatura di un vino non impegnativo. Beverino, appunto.

4. Bocca

Piuttosto immediato: indica l’analisi gustativa di un vino, cioè tutte le sensazioni che si hanno al palato degustando.

5. Chiuso

Un vino che non riesce a esprimere al meglio il suo potenziale, perché ha bisogno di essere ossigenato o perché ancora troppo giovane e quindi non pronto.

6. Complesso o ampio

Indica un vino che esprime tante tipologie di profumi, in buon equilibrio fra loro: sia profumi primari (quelli tipici del vitigno, intrinsechi dell’uva), sia secondari (cioè i profumi che il vino acquisisce durante la lavorazione e che arricchiscono il vino di note floreali, fruttati e vegetali), sia terziari, ossia quelli acquisiti con l’affinamento (note speziate, di vaniglia, tostate, animali, eteree…).

7. Coriaceo

Vino dai tannini concentrati. È una caratteristica positiva solo se non è correlata a un sapore troppo amaro.

8. Croccante

Si dice di un vino “goloso”, come fosse un frutto sodo, non troppo maturo. Un vino che comunica sensazioni di freschezza, di fruttato e floreale.

9. Fresco o vino di “bella acidità”

L’acidità è una componente essenziale nel vino e quindi dell’analisi gustativa: si riconosce perché fa salivare. Il vino che ha spiccata acidità è detto “fresco”. “Bella acidità” indica un livello ottimale, con l’acidità in buon equilibrio con la morbidezza. Un vino di bella acidità regala una sensazione fresca e piacevole. Se invece è eccessiva il vino sarà aspro, crudo, puntuto.

10. Fruttato

Ricordare il frutto è la condizione di base per il vino di qualità. La parola indica le sensazioni olfattive e gustative che richiamano alla mente quelle dei frutti, integri e maturi.

11. Ingresso

La prima sensazione che apre la degustazione, nella fase olfattiva o in quella gustativa.

12. Lungo

Si dice di un vino i cui sapori e aromi permangono a lungo dopo essere stato deglutito. Il termine più tecnico è persistente (il suo contrario è corto).

13. Naso

Intuitivo: l’insieme delle sensazioni che un vino regala all’olfatto, respirandolo.

14. Piacione

Termine amatissimo dai sommelier. Indica un vino molto rotondo ma acquisisce una sfumatura leggermente negativa, a dire che si tratta di un vino realizzato per farsi amare, un vino che ha avuto lavorazioni o affinamenti che l’hanno reso presto disponibile.

15. Pulito

Indica un vino innanzitutto senza difetti, quindi fine ed elegante, ma anche fruttato e fresco.

16. Rotondo

La forma geometrica è inequivocabile: indica un vino senza spigoli, cioè pieno, morbido, non troppo tannico e con acidità non eccessivamente spiccata.

17. Seduto

Si riferisce a un vino carente di acidità, troppo evoluto e fiacco: andava stappato prima. A tutta evidenza è un difetto irreversibile.

18. Sottile

Indica un vino poco corposo, delicato, povero di alcol. Se il vino è equilibrato e l’obiettivo non era quello di farne un vino di corpo si tratta di una caratteristica positiva, e diventa quindi sinonimo di fine.

19. Uvaggio

Sinonimo di blend. Si tratta dell’insieme delle uve di diverse varietà che concorrono alla produzione di un certo vino.

20. Verticale

Concetto non semplice. Indica un vino caratterizzato da purezza aromatica e precisione. Un vino che è quello che deve essere. Sono vini verticali quelli che non strizzano l’occhio al gusto internazionale, che ama invece sapori più pieni e rotondi.

21. Vinoso

Può sembrare esilarante dare del “vinoso” a un vino, ma tant’è. Il termine è uusato per esprimere due concetti: l’alta gradazione alcolica oppure, più spesso, un profumo che ricorda quello del mosto. In questo secondo caso, il riferimento è soprattutto ai rossi giovani.

botrytis cinerea

Cosa sono i vini muffati, spiegati in 7 punti

Nel vino le muffe sono negative. Tutte, a esclusione della mitica Botrytis cinerea, la muffa grigia che in speciali condizioni si trasforma in “nobile” e regala vini pregiati e inconfondibili. Ecco cosa c’è da sapere sui vini muffati, in 7 punti, per non scandalizzarsi alla prossima occasione.

I vini muffati, infatti, sono molto pregiati ma non tutti hanno ben chiaro come si ottengano davvero.

1. Cos’è la Botrytis cinerea?

È un fungo parassita che attacca gli acini dell’uva durante la maturazione.

2. Come agisce questa muffa nobile?

Crea un feltro colorato sopra gli acini, che virano verso il bruno e appassiscono per evaporazione, con la conseguente maggiore concentrazione delle sostanze: zuccheri e aromi su tutti. Inoltre, la Botrytis produce glicerina, responsabile della morbidezza del vino.

3. Quando si sviluppa la Botrytis cinerea?

Molto raramente. Solo in alcune condizioni di umidità e ventilazione: quando si alternano sole e calore a umidità. Per esempio nel caso di rugiada o nebbia mattutina.

4. Il vignaiolo, come gestisce la muffa nobile?

Durante la vendemmia si devono selezionare i grappoli colpiti dalla Botrytis, con un dettaglio che arriva fino al singolo acino (la muffa, infatti, attacca gli acini in modo irregolare). Il risultato dipende soprattutto dalla percentuale dei grappoli colpiti dalla muffa nobile che si riesce a portare in cantina. È un lavoro estenuante che prosegue poi con lunghi affinamenti.

5. Come si riconoscono i vini muffati?

Si tratta di vini dolci, vere perle di bontà. Nonostante le ovvie differenze da caso a caso, il colore tende a essere dorato, ambrato per quelli molto evoluti. I vini muffati sono inconfondibili soprattutto per ampiezza e intensità dei profumi: frutta disidratata, mango, pesca gialla, miele, caramello, zafferano… Il sorso è morbido, ben bilanciato dalla freschezza.

6. A quali vini dà vita la muffa nobile?

I più famosi vini muffati (o botritizzati) sono il Tokaij ungherese, il Sauternes francese, l’impronunciabile Trockenbeerenauslese fatto in Austria e Germania. In Italia, i più noti sono quelli orvietani, ma vini fatti a partire da uve attaccate da muffa nobile sono diffusi anche altrove, soprattutto grazie alla ricerca dei singoli vignaioli. Su tutti citiamo Fattoria Zerbina.

7. A cosa si abbinano i vini muffati?

Soprattutto a pasticceria secca e a formaggi erborinati.

difetti del vino

Cosa e come sono i difetti del vino: le cause e come riconoscerli

Non è semplice orientarsi tra i difetti del vino, distinguendo tra le caratteristiche intrinseche e invece eventuali problemi. La sommelierie identifica tante tipologie di difetti del vino, secondo un lessico molto specifico, che a volte rischia di sembrare per pochi iniziati. Ma non è così e il piacere del buon vino deve essere per tutti.

I difetti del vino sono generalmente dovuti a problemi di vinificazione e purtroppo rendono vani i tanti sforzi fatti dal vignaiolo in vigna. Non sono così diffusi ma è bene conoscerli per essere pronti a individuarli. Ecco come riconoscerli.

I difetti olfattivi del vino, in 12 punti

1. L’odore sgradevole più diffuso è quello di tappo (dovuto a un fungo), di cui abbiamo parlato in un articolo dedicato. Il trucco per indentificarlo è fidarsi della primissima impressione.

2. L’odore, sgradevolissimo, di muffa (o di fradicio) è provocato da batteri che possono svilupparsi nelle botti di legno o è dovuto a uve non del tutto sane.

3. Quello di feccia deriva dal contatto prolungato del vino con le fecce appunto (cioè i residui solidi che si depositano dopo la fermentazione), mentre l’odore di vinaccia si manifesta quando il vino rimane troppo a lungo a contatto con le parti solide dell’uva (bucce, vinaccioli, eventualmente raspi). Si riconoscono perché assomigliano all’odore di piedi e di marcio.

4. Se si avverte un odore di legno secco, polveroso e non gradevole, le botti in cui ha affinato potrebbero essere state lasciate troppo a lungo vuote.

5. Ancora dalle botti, questa volta non correttamente igienizzate, può venire l’odore di cavallo (o Brett-flavour), acre e profondo. In tal caso vi ha trovato casa un lievito denominato Brettanomyces.

6. Si definisce odore di svanito la quasi totale assenza di profumi: è un difetto dovuto alla prolungata esposizione all’aria.

7. Si arriva all’ossidato (comunemente chiamato “marsalato”) se il vino ha avuto eccessiva ossidazione, appunto. Si riconosce per via dell’odore eccessivamente dolciastro.

8. Mitico è l’odore di ridotto, specie nei vini invecchiati a lungo in bottiglia (in ambiente senza ossigeno): è una sensazione sostanzialmente “di chiuso”, che può però svanire dopo l’aereazione se il vino ha buona struttura. Tecnicamente, è un difetto contrario a quello dell’ossidazione.

9. L’odore di aglio si deve a dei composti chiamati mercaptani, mentre quello di terra all’aggressione delle uve da parte di botrite, muffe e altre specie di batteri, contemporaneamente.

10. L’odore di zolfo si deve alla troppa anidride solforosa. Anche qui, se il problema non è grave l’odore di anidride solforosa può sparire facendolo decantare.

11. L’odore di uova marce, più pungente, è invece irrecuperabile.

Per gli amanti del genere, ci si può spingere oltre, dato che l’orizzonte dei difetti del vino è più ampio e ne esistono altri ancora: l’odore di gomma, di sapone, di cipolla, di cavolfiore, di cotto (oramai rarissimo perché dovuto alle pastorizzazioni non più praticate). E infine esiste anche un difetto chiamato “di luce”, provocato dall’esposizione eccessiva alle fonti luminose dopo l’imbottigliamento. Comporta la perdita di colore e di aroma e la comparsa di odori sgradevoli di tipo sulfureo, simili a quelli di cipolla e aglio.

vigna Oltrepo

Cos’è la viticoltura di precisione: 5 domande e altrettante risposte

Si parla molto di viticoltura di precisione, intesa come una pratica agronomica collegata alla qualità del vino e anche alla riduzione dell’impatto ambientale della coltivazione della vite.

La viticoltura di precisione è una strategia agricola che ha l’obiettivo di migliorare la resa e la qualità di un vigneto.

1. Ma cosa si intende, veramente, quando si parla di viticoltura di precisione?

La viticoltura di precisione integra tecnologia e pratiche agronomiche mediante l’acquisizione di un grande numero di dati. In questo modo si arriva a una conoscenza approfondita non solo del vigneto ma delle sue singole porzioni. Nella sostanza, si ricavano informazioni sul ritmo di accrescimento della coltivazione, elemento direttamente collegato alla quantità e alla qualità delle uve che se ne ricaveranno.

2. Di quali strumenti si avvale la viticoltura di precisione?

Del telerilevamento con sistemi satellitari, e ultimamente moltissimo dei droni (con sensori multispettrali), sempre collegando la localizzazione GPS.

3. Scopo della viticoltura di precisione?

L’obiettivo finale della viticoltura di precisione è la gestione della vigna attraverso interventi efficienti e mirati, addirittura sulla singola pianta. La viticoltura di precisione è quindi collegata al concetto di zonazione, che significa individuare delle aree del vigneto omogenee fra loro, le cui uve porteranno a ottenere vini con precise caratteristiche organolettiche.

4. Quando si fanno i rilevamenti?

Varie volte nel ciclo di vita della pianta, da appena dopo il germogliamento sino alla maturazione dei grappoli.

5. Che tipo di informazioni si ricavano dai rilevamenti?

Si ottengono delle mappe previsionali, georeferenziate, le quali restituiscono lo stato di salute delle singole zone del vigneto (dando dei parametri enochimici). Questo consente di individuare le aree che presentano una diversa potenzialità produttiva, da trattare quindi in modo differenziato. Stimando il vigore vegetativo delle piante si possono individuare eventuali problemi e differenziare le azioni successive (tra cui concimazione e somministrazione di acqua), riducendo anche gli sprechi.

Il che, oggi, non è un tema per niente marginale.

vini solfiti

Cosa sono i solfiti nel vino: facciamo chiarezza

I solfiti sono probabilmente l’additivo più discusso in enologia, nonostante non si tratti delle uniche sostanze aggiunte al vino. Attorno ai solfiti serpeggia sempre un certo alone di mistero. Ma cosa sono davvero?

Perché sì, i solfiti sono davvero in grado di spaccare il mondo del vino.

Quanto c’è da sapere sui solfiti:

1. Sono sostanze chimiche usate nei processi di produzione alimentare, tra cui la vinificazione.

2. Facendo il vino, alcuni solfiti si formano anche in modo naturale. Per cui attenzione a dire zero solfiti.

3. Si aggiungono sin dal mosto, con l’obiettivo di conservare il vino: hanno un’azione antiossidante e antisettica. Ma non solo: aiutano anche l’estrazione del colore dalle bucce e preservano sapore e aromi.

4. Piccole quantità di solfiti bastano per proteggere il vino in modo adeguato e garantirgli la vita che merita.

5. Più le uve sono sane minori quantità di solfiti servono.

6. Circa la metà dell’anidride solforosa (solfiti nello stato gassoso) evapora quando è aggiunta al mosto, la rimanente continua comunque a diminuire durante l’invecchiamento. All’apertura della bottiglia, altra anidride solforosa esce dalla bottiglia (anche roteare il calice ne fa evaporare).

7. In grandi quantità i solfiti sono tossici per l’uomo, e su soggetti ipersensibili anche piccole dosi possono provocare emicrania.

8. Richiede più solfiti il vino bianco rispetto al rosso (perché il rosso ha più polifenoli, i quali garantiscono una maggiore conservazione), il dolce rispetto al secco e più in generale i vini a bassa acidità.

9. Al momento, non esistono additivi alternativi altrettanto efficaci.

10. I limiti massimi per i vini italiani al momento dell’immissione al consumo sono: 160 mg/l per i rossi; 200 mg/l per bianchi e rosati.

11. Vini che in etichetta indicano “senza solfiti aggiunti” sono quelli che ne contengono una quantità inferiore a 10 mg/l.

12. Se si superano i 10 mg/l chi ne usa pochissimi in etichetta è equiparato chi ne usa di più, perché in entrambi i casi va scritto “contiene solfiti”. Sarebbe invece importante poter indicare la quantità effettiva dei solfiti aggiunti.

La discussione sui solfiti, tra addetti ai lavori e consumatore finale:

Acceso è il dibattito attorno ai solfiti e questo è sacrosanto perché riguarda la salute dei consumatori e il senso stesso del produrre vino. Ovviamente questa riflessione si esplica nel contesto dei vini “non industriali”.

Alcuni criticano l’aggiunta di queste sostanze al vino perché sarebbero colpevoli di renderlo “meno naturale”.

Chiara e illuminante è la posizione di Josko Gravner, il mitico produttore friulano che crea il vino del futuro trovando ispirazione nel passato e che sui solfiti ha rivisto il proprio “purismo” iniziale. Gravner insiste su due punti: l’onestà dell’artigiano da una parte e il senso della misura dall’altra. “L’unica aggiunta che mi concedo è una piccolissima quantità di solforosa alla fine del processo, perché senza di quella il vino diventa aceto. I peggiori vini li ho prodotti molti anni fa senza aggiunta di solforosa, credendo che fosse il male assoluto.

E ancora: Negli anni ’90, ho letto un libro di Emile Peynaud nel quale si diceva che è impossibile fare il vino senza solforosa. Chiusi il libro e dissi: ora ti faccio vedere io. E invece avevano ragione loro. Anche l’acqua minerale ha i solfiti, altrimenti dopo un mese va in putrefazione. Non si deve dare tutta la colpa ai solfiti. Ci sono altre sostanze aggiunte, come i lieviti selezionati che sono di origine sintetica, che sono molto peggiori. I solfiti vanno usati, sia pure in dosi molto minime. Perché combattono l’acidità volatile, che è il diavolo. Anche il vino, come l’uomo, invecchiando deve diventare più buono. E perché accada, servono un po’ di solfiti. Pochi, ma servono”.