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Come raffreddare il vino in fretta: tre trucchi

È estate, hai una cena o un aperitivo all’ultimo minuto e non hai raffreddato il vino in tempo? Niente paura, ci sono dei piccoli trucchi che vengono in aiuto! Te ne proponiamo tre di molto efficaci.

Il vino è una materia viva, molto sensibile agli sbalzi termini: non c’è dubbio che è sempre meglio far raffreddare con calma le bottiglie di vino. Ma può capitare di dimenticarsene, di avere fatto male i conti o anche di avere più ospiti. Ecco i nostri consigli per raffreddare il vino in fretta.

Come raffreddare il vino in fretta: lo straccio bagnato

Il primo trucco per raffreddare il vino in fretta è il metodo dello “straccio bagnato”. Basta avvolgere un panno umido attorno alla bottiglia e metterla nel freezer. Lo straccio bagnato, infatti, accelera il raffreddamento della bottiglia. Ma attenzione: l’efficacia del metodo dipende dalla tipologia di freezer. Funziona perfettamente in celle frigorifere e congelatori ventilati, quindi non nei freezer casalinghi. In quest’ultimo caso, meglio evitare e inserire la bottiglia da sola.

Come raffreddare il vino in fretta: il secchiello con acqua, ghiaccio e sale

Un altro metodo efficace è quello di immergere la bottiglia in un secchiello riempito con ghiaccio, acqua e sale: quest’ultimo abbassa la temperatura di congelamento dell’acqua, porta allo scioglimento del ghiaccio e accelera il raffreddamento della bottiglia. Una variante di questa tecnica consiste nell’avere sempre in freezer delle bottiglie di plastica con acqua e sale: non ghiacciano e saranno utilissime per necessità dell’ultimo minuto.

Come raffreddare il vino in fretta: eliminare il contenitore

Tutti i precedenti metodi portano al veloce raffrescamento della bottiglia. Non bisogna però illudersi che il vino contenuto all’interno diventi in fretta altrettanto freddo. Per chi ha davvero poco tempo esiste un terzo trucco che in termini di velocità è sicuramente il più efficace e prevede di raffreddare direttamente il vino, eliminando il contenitore. Eliminando la bottiglia, il vino si raffredda molto più rapidamente. Si può versare il vino in bicchieri da mettere in frigorifero, dopo averli coperti con la pellicola, o in sacchetti trasparenti chiusi ermeticamente da immergere in acqua freddissima.

Inutile dire in quest’ultimo caso si tratta di una soluzione estrema, da applicare a vini non pregiati, dal momento che il vino tolto dalla bottiglia – e quindi a contatto con l’aria – rilascia i suoi profumi e tende quindi a perdere le sue caratteristiche.

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abbinamento formaggio vino

Come abbinare formaggio e vino: le regole da sapere

L’abbinamento vino e formaggio è un grande classico. Di più: una storia d’amore. Ma a guardare bene ci sono talmente tanti tipi di formaggio – con metodi di produzione e caratteristiche così varie – che, a volersi mettere un poco alla prova, si possono trovare combinazioni e abbinamenti diversi, in grado di esaltare due prodotti fantastici come formaggio e vino. Vediamo come fare e le, poche, regole da sapere.

Entrambe queste storie, quella enologica e quella casearia, raccontano delle fatiche e delle conquiste di tante famiglie, che di generazione in generazione hanno messo a punto tradizioni e affinato le arti della produzione, per portare in tavola i sapori e l’essenza di interi territori. Due storie che nel tempo hanno seguito linee diverse, ma che si incontrano proprio nell’esplosione di sapori nel palato.

Vediamo alcune semplici regole da conoscere per abbinare al meglio cibo e vino. Per decidere se seguirle o trasgredire, ma soprattutto per proporre cene memorabili.

Partiamo dal formaggio: due cose da sapere

1. Si tratta di un prodotto ottenuto dal latte con eventuale aggiunta di crema. Viene prodotto attraverso le operazioni di caseificazione, salatura, maturazione.

2. Un piatto di formaggi è quanto di più versatile esista: può fare da accompagnamento a grandi aperitivi ma anche essere servito come portata a sé, magari in chiusura di pasto. Se si vuole stupire con un piatto di formaggi diversi è bene servirli – e degustarli – in sequenza, dal meno al più saporito (quindi: formaggi freschi, semistagionati, stagionati, stravecchi, erborinati).

abbinamento formaggio vino

Regole e consigli da tenere presente nell’abbinamento formaggio e vino

1. Abbinare rossi importanti con formaggi strutturati è un grande classico, soprattutto in Italia. Ma attenzione: questo abbinamento sottolinea soprattutto la bontà del vino. Mentre se si vuole mettere in rilievo il formaggio, magari perché particolarmente pregiato, meglio optare per bianchi importanti o per un Metodo Classico.

2. Tenere a mente la sequenza con cui si intende servirli: se il formaggio è pensato come aperitivo, il vino in abbinamento potrà essere leggero; se invece il formaggio arriva a fine pasto (e magari alla portata principale è stato abbinato un vino importante), sarà meglio abbinarci un vino che abbia una certa complessità.

3. Meglio evitare di abbinare formaggi salati con vini tannici: le rispettive durezze si esaltano a vicenda e il risultato rischia di non essere gradevole.

4. Il legame territoriale non tradisce praticamente mai: abbinare un vino a un formaggio proveniente dalla stessa terra dà una buona garanzia di successo.

Come abbinare le varie tipologie di formaggio

Quattro piccole regole da sapere.

1. Abbinare formaggio e vino: formaggi freschi e a pasta molle

Si tratta di formaggi freschi, a maturazione rapida (tra questi: Mozzarella, Stracchino, Robiola, Crescenza, Casatella trevigiana, Squacquerone…).

Siamo nell’ambito di formaggi abbinabili a vini bianchi freschi, leggeri e di non eccessiva intensità (Biancolella, Roero Arneis, Vermentino ligure, Valle d’Aosta Blanc de Morgex, Chardonnay affinato in acciaio, Vermentino di Sardegna); o anche a spumanti Metodo Charmat.

2. Abbinare formaggio e vino: formaggi a pasta dura mediamente stagionati

Si tratta di formaggi più sapidi, aromatici e persistenti. Esempi: Raschera, Monte veronese o Montasio, entrambi di media stagionatura.

Per questo richiedono vini rossi morbidi, maturi e profumati (Pinot Nero, Teroldego Rotaliano, Valtellina Superiore). Ma interessante è anche l’abbinamento con Metodo Classico o con bianchi di grande corpo, magari arricchiti da un passaggio in legno.

3. Abbinare formaggio e vino: formaggi molto stagionati

Siamo di fronte a formaggi saporiti, che regalano nette sensazioni piccanti (Esempi? Parmigiano Reggiano, Bagoss, Piave stravecchio, Castelmagno d’alpeggio, alcuni pecorini molto stagionati, Storico Ribelle…). Richiedono vini rossi caldi, morbidi e maturi (Barbaresco invecchiato, Amarone della Valpolicella…). Ma sono di grande interesse anche gli abbinamenti con vini bianchi dolci, passiti, muffati o liquorosi (Albana di Romagna, Passito di Pantelleria, Marsala vergine); o ancora spumanti Metodo Classico con alle spalle lunghi affinamenti.

4. Abbinare formaggio e vino: formaggi erborinati

Sono formaggi che hanno profumi intensi e penetranti, grande aromaticità, sapidità e persistenza (per esempio: Gorgonzola piccante, Blu del Moncenisio, Strachitunt, Stilton, Roquefort, Camembert lungamente stagionato). Inoltre, a volte hanno anche una tendenza amarognola che trova un connubio ideale con vini passiti. Il suggerimento è di abbinarli a vini da vendemmie tardive o segnati dalla muffa nobile quali: Gewürztraminer, Picolit, Vino Santo trentino, Caluso passito, Sauternes.

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mixology cocktail a casa

Il ruolo del vino nella mixology e 5 cocktail facili da fare a casa

È capitato a tutti di sedersi davanti al bancone di un bar e di restare ipnotizzati dalla leggerezza e dalla competenza con cui i barman miscelano le componenti dei drink. Oggi vediamo qual è il ruolo del vino nella mixology e i consigli per 5 cocktail facili facili da fare a casa.

Perché al pari del vino e della cucina, anche il mondo dei cocktail è complesso e bellissimo da esplorare. Per chi è curioso.

Mixology: cosa significa?

La Mixology è l’arte della miscelazione: identifica una tipologia di barman che approfondisce la propria conoscenza proprio studiando l’interazione fra vari componenti per la creazione di cocktail perfetti.

Flair o Mixologist?

Il Flair bartending riguarda soprattutto la straordinaria spettacolarizzazione della composizione del drink, con competenze che si avvicinano a quelle di giocolieri esperti. L’esperienza diventa quindi un vero e proprio spettacolo, sempre all’insegna del gusto del bere bene.

Mentre in presenza di un Mixologist non c’è da aspettarsi il gioco acrobatico dietro il bancone: il bartender mixologist parte dallo studio approfondito della teoria per arricchire il proprio lavoro con nuove tecniche di miscelazione. La basa del mixologist è la profonda conoscenza delle materie prime per approdare al loro migliore assemblaggio nei cocktail. Il risultato? Drink innovativi e raffinati, dove l’aspetto creativo gioca un ruolo interessante.

Un bravo mixologist costruisce passo passo e in base alle preferenze di ciascuno il cocktail che – anche senza saperlo – si stava aspettando. Il tutto con eleganza nei movimenti e precisione nella misurazione degli ingredienti. Alla fine della preparazione, non scorderà mai di servire il suo cocktail con una spiegazione delle scelte, per rendere giustizia al drink creato!

Il ruolo del vino nella mixology: ieri

L’Italia ha un passato di antiche pratiche di miscelazione di vino e soft drink, sin dal tempo di Greci e Romani! Questi ultimi chiamavano “vini conciati” quei vini aromatizzati con erbe: una pratica che dava un tocco di gradevolezza in più alla bevanda e ne consentiva una più lunga conservazione. In generale: il vino veniva sempre diluito con l’acqua, un po’ come nella cultura contadina si è continuato a fare fino alla generazione dei nostri nonni.

Il ruolo del vino nella mixology: oggi

La tradizione è proseguita nei secoli e ancora oggi, passeggiando tra i paesini dell’Abruzzo, non sarà difficile sorprendere qualcuno a bere gassosa e vino rosso (bevanda chiamata Champagnino abruzzese, Mezz e mezz e in molti altri modi), mentre al Nord è più diffusa la ricetta a base di acqua frizzante e vino bianco: il classico spritz liscio o bianco.

Ancora, il cocktail noto come il Bellini si collega a una vecchia tradizione piemontese, che prevedeva l’aromatizzazione del vino con la frutta. È Giuseppe Cipriani, nel suo Harry’s Bar appena riaperto dopo la Seconda Guerra Mondiale, che ispirato dai colori dei dipinti di Giovanni Bellini, dà questo nome al suo drink, fatto con Prosecco e purea di pesca bianca.

Oggi il Prosecco detiene il primato nell’arte della mixology, ma sempre più si sta prendendo coscienza del fatto che qualsiasi vino può dare il tocco di classe in più al proprio cocktail. Anche nel mondo della sommelierie, tra chi ama scorgere nuove frontiere negli abbinamenti e nelle combinazioni, si fa strada la pratica della miscelazione, che del resto consente di dare un bel tocco di creatività.

Il ruolo del vino nella mixology: fuori dall’Italia

Spostandoci all’estero, citiamo qui il Bordij, drink ungherese preparato con Cognac, vino rosso e créme de Cassis, e il Kir, miscela francese composta ancora da sciroppo di Cassis e vino bianco, soprattutto Aligoté della Borgogna (con varianti: Chablis o Champagne per la versione Royal).

cocktail fatto in casa facile

Consigli per cocktail facili da fare a casa

Chiunque si può trasformare in mixologist per una sera, senza bisogno di tanti strumenti: per fare un cocktail a casa, tutto quello serve per la preparazione sta nella dispensa!

Avete presente il misurino professionale con cui i barman dosano gli spiriti (in gergo “jigger”)? Una tazzina da caffè, che contiene circa 6cl di volume, può sostituirlo benissimo.

Un semplice barattolo con coperchio ermetico (per esempio quello della marmellata) farà da shaker, un colino da zucchero a velo è ottimo per filtrare le essenze, un bicchiere grande o una caraffa per fare da mixing glass e infine una posata è più che sufficiente per girare il tutto con il ghiaccio.

Prima di iniziare, bisogna preparare acqua e zucchero per lo sciroppo (20g di zucchero e 10g di acqua) e ghiaccio, che dovrà essere tanto!

Se è tutto pronto, allora si può iniziare con la preparazione dei cocktail!

1. Per gli amanti del whisky… New York Sour!

Shaker alla mano: 6cl di Whisky (Rye o Bourbon, a te la scelta), 2cl di sciroppo di zucchero, 2.5cl di succo di limone, 2cl di albume d’uovo, ghiaccio… e via a shakerare! Prepara poi un bicchiere basso pieno di ghiaccio, versa il cocktail e aggiungi 1.5cl di vino rosso – preferibilmente Syrah – sopra la schiuma che si sarà creata. I tuoi amici rimarranno stupiti! Cin cin!

2. Senza volare oltreoceano, il Tuscan Sour!

Una variante italiana del classico New York Sour. La preparazione è uguale a prima, ma questa volta con 5cl di vodka toscana, 2,5cl di succo di limone, 1,5cl di sciroppo di zucchero, gocce di albume, 2cl di Sangiovese toscano.

3. Per l’estate… Reciojito!

Il cugino del Mojito: un cocktail fresco, estivo, che negli ultimi anni sta facendo tendenza alle imperdibili feste in spiaggia. La preparazione è piuttosto semplice: servirà solo miscelare Rum bianco, succo di lime, qualche foglia di menta, zucchero e uno dei vini più tipici del Veneto: il Recioto.

4. Tequila? Red Splash!

Ci spostiamo in Messico: Tequila, succo di limone, succo di agave, succo di lime e un vino rosso poco strutturato. Ghiaccio nello shaker, 5cl di tequila e 5cl di vino rosso, un cucchiaino di limone, uno di agave e due di lime. Shakerare il tutto e servire fresco con una scorza di limone!

5. Oggi ti senti… Vino Fico?

Qui il protagonista è proprio il fico! Prepara del lime a pezzi, 3 foglie di menta e mezzo fico fresco. Quindi schiaccia il tutto e su questa base aggiungi delle scaglie di ghiaccio, insieme a 4cl di vino bianco e 2cl di soda water. Servi in un bicchiere basso.

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Come assaggiare il vino al ristorante. Guida in 6 punti

La smania della “bella figura” si insinua nelle nostre vite più di quanto dovrebbe. Come nel caso dell’assaggio del vino al ristorante, che rischia di diventare un momento stressante. Ecco di seguito i nostri consigli su come assaggiare il vino nel momento in cui ci viene portato al tavolo, in 6 semplici punti.

Di per sé, il vino è quanto di più approcciabile esista: viene dalla terra, è frutto di un sapere contadino e si può apprezzare sia che se ne colga ogni sfumatura e dettaglio sia che si ignori del tutto la teoria. Tanto del suo fascino risiede nel fatto di poter essere vissuto con approccio edonistico e leggero, così come professionale e addirittura competitivo.

Qualunque sia la tua scelta: è un grande piacere che non dovrebbe mai intimorire. E non dovrebbe accadere neanche nel caso del rituale dell’assaggio al ristorante, un momento che invece è in grado di creare grande tensione.

Vediamo assieme come assaggiare il vino al ristorante in questa piccola guida in 6 punti.

1. Controlla che la bottiglia sia quella ordinata

Dopo avere ordinato il vino, la bottiglia viene portata al tavolo per controllare che sia quella giusta. Il consiglio è di fare caso soprattutto all’annata e quindi confermarne l’apertura.

2. Chi assaggia il vino al ristorante

Se il ristorante non prevede che sia un sommelier ad assaggiare (è molto raro), l’assaggio è fatto da chi ha ordinato la bottiglia oppure questi può delegare un’altra persona, generalmente quella considerata più esperta.

3. Cosa fare nel momento dell’assaggio al ristorante

Se sei tu che assaggi, quel che devi fare è ripercorrere in pochi attimi i passi della degustazione: prendere il calice per il gambo, roteare il bicchiere con grazia (evita se è uno spumante), annusarlo e berne un sorso. Il tutto discretamente, senza lasciare i commensali con il fiato sospeso per lunghi minuti.

4. Sfatiamo un mito sull’assaggio del vino al ristorante

L’obiettivo dell’assaggio non è stabilire se il vino piace o meno (che lo si voglia o no, è già stato ordinato!) ma capire se la bottiglia va bene, cioè se è priva di difetti.

5. Come riconoscere i difetti del vino

Il principale difetto del vino è il sapore di tappo. Per chi vuole conoscere tutti i trucchi per scovarlo, ne abbiamo scritto una piccola guida a ogni modo, in sintesi, il vino che sa di tappo puzza distintamente di sughero. Altri difetti riscontrabili sono in agguato ma – tranquilli – sono davvero rari: in generale, si manifestano sotto forma di altri tipi di puzze. Se si percepisce un odore o un gusto sgradevole, va detto con garbo a chi ha portato la bottiglia: seguirà un assaggio da parte del cameriere e, se il difetto sarà confermato, la bottiglia verrà cambiata.

6. Cosa dire dopo l’assaggio del vino al ristorante

La maggior parte delle volte va tutto liscio e si giunge senza troppi intoppi al momento cruciale, quello in cui dare il sospirato responso al cameriere. La sobrietà qui non è mai troppa: è sufficiente un bel “va bene”: non è quello il momento più adatto in cui fare lunghe disquisizioni sul vino.

Tutti tireranno un sospiro di sollievo e potranno godere della preziosa bevanda.

consumo vino pandemia

Come la pandemia ha impattato sul consumo di vino degli italiani?

L’impatto della pandemia è stato imponente e ha impattato con forza su ambiti produttivi e sfera sociale. Ci siamo chiesti quale sia stato l’impatto nel mondo del vino dalla parte dei consumatori, e per rispondere abbiamo condotto una ricerca, di cui siamo felici di presentare gli esiti.

Vediamo cosa è cambiato nel consumo di vino da Marzo 2020 in qua.

La ricerca di Sommelier Wine Box

All’inizio del 2021 abbiamo condotto una ricerca su un campione di circa 700 persone. L’analisi delle evidenze raccolte tramite un questionario ci ha consentito di approfondire vari aspetti legati all’impatto della pandemia sul consumo di vino, per provare a capire non solo in che modo il consumo di vino fosse cambiato durante il lockdown, ma anche per provare a capire la portata di tali mutamenti.

Pandemia e consumo di vino: i trend

Questi sono alcuni dei trend emersi:

La frequenza di consumo di vino varia con l’arrivo del lockdown per il 59% del campione. Analizzando questo dato, emerge come chi era abituato a bere di meno ha risentito maggiormente del lockdown, avendo aumentato il proprio consumo di vino, mentre laddove i consumi erano frequenti e stabili sin dal pre-lockdown, la frequenza tende a restare stabile.

Una conferma viene dalle occasioni di consumo di vino: il 61% di chi prima del marzo 2020 consumava poco vino ha dichiarato che le proprie occasioni durante il confinamento sono cambiate, mentre nel gruppo di chi beveva poco, è il 92% ad averle cambiate.

Sui luoghi di consumo: chi pre-lockdown consumava vino soprattutto in bar e in ristoranti durante il lockdown ha iniziato a consumarne molto soprattutto a cena.

Il 50% dei rispondenti ha registrato modifiche nei comportamenti di acquisto o perché ha iniziato ad acquistare online o perché ha incrementato il volume di acquisto. C’è assoluta parità, in percentuale, fra chi ha iniziato ad acquistare online durante il lockdown: il 28% dei respondent donne e del 28% dei respondent uomini. E altro dato di genere: tra gli over 40 che hanno iniziato ad acquistare vino online durante il lockdown, più donne che uomini, in percentuale, continuano con questa abitudine anche dopo.

Sul canale di acquisto è evidente una preferenza per e-commerce e wine club online. Basso (14%) è l’utilizzo medio dell’acquisto tramite la spesa online, un dato che indica come il vino sia considerato un bene di consumo diverso dal normale alimento, e che molti preferiscano comprarlo separatamente, in siti specializzati, ben forniti e gestiti da esperti.

La qualità dell’esperienza di acquisto online è giudicata molto positivamente dagli italiani. Tra i vantaggi, la più importante è la possibilità di scoprire nuove cantine, seguito dall’ampio ventaglio di scelta. Interessante è che la possibilità di trovare offerte migliori riscuote un basso rating, un fatto che definisce un profilo degli acquirenti di vino online maturo e alla costante ricerca di esperienze di valore.

Gli appassionati di vino apprezzano il canale di acquisto online di più rispetto a chi beve di meno.

Per approfondire, scarica il report completo ⤵️

Etichetta bottiglia vino come leggerla

Come si legge l’etichetta di una bottiglia di vino? Facciamo chiarezza

Principale elemento di attrazione per l’acquisto di un vino, rettangolo bianco pressoché indecifrabile, elemento puramente estetico? L’etichetta desta le più diverse percezioni. In realtà è uno strumento fondamentale per capire la bottiglia che si ha di fronte. Ma come si legge un’etichetta?

Pensiamoci. L’etichetta è il volto di una bottiglia. Non solo esercita grande influenza sull’acquisto, ma è anche ciò che di quel vino si finisce per ricordare di più. Se non si conosce nello specifico la bottiglia che si ha di fronte, l’etichetta diventa l’elemento che determina o meno l’acquisto, perché la si sa leggere o perché si è attratti dalla sua grafica. Dà infatti informazioni importanti, che è bene conoscere per acquistare e degustare con consapevolezza.

Cosa si intende per etichettatura?

L’insieme dei termini, delle diciture, dei marchi e delle immagini apposti su qualunque tipo di imballaggio che accompagna un prodotto.

A cosa serve l’etichetta del vino?

L’etichetta è la carta di identità del vino perché ne certifica i requisiti – legali – per la sua commercializzazione. Tutela il consumatore, che capisce cosa sta per bere, e al tempo stesso consente al produttore di raccontare il suo vino. Almeno un po’.

Storia dell’etichetta del vino

Già Egizi e Fenici introducono delle prime forme di etichettatura, dal momento che le antiche anfore vinarie contengono, nella superficie esterna, informazioni sul contenuto. Nel Medioevo il vino è commercializzato in contenitori di terracotta, ai quali sono apposte piccole placche con inciso il nome del vino, appese con catenelle.

Le prime etichette di carta, del tutto simili a quelle moderne, si devono ai nostri cugini francesi. Introdotte nel corso del Settecento, prima sono scritte a mano, poi a stampa.

Un primato italiano è quello della controetichetta, che il Conte Giulio della Cremosina fa apporre nel suo Nebbiolo. Siamo all’inizio dell’Ottocento.

Nebbiolo controetichetta

A mano, scrive: Vino Vecchio Nebbiolo della vendemmia 1802 lasciato diventare amaro. (Uve dei vigneti di Val Maggiore e degli Ochetti presso la Vezza, cedute dai Signori Sola, in cambio di nostri Moscati e Brachetti: trasportate dal mezzadro Dionigi e pigiate nella cantina della Cremisina). Dalla Cremisina Nella Settimana Santa del 1806. Il Conte Giulio.

E sulla controetichetta: Chiuso nei litri sotto le feste di Pasqua del 1806 dal nostro cantiniere Michele dopo tre anni di permanenza nelle vascelle di rovere. Vuota adagio: è un vino vecchio e un poco di fondo può averlo. Alla salute!!

Quali informazioni deve contenere l’etichetta del vino?

Il vino deve riportare in etichetta alcune informazioni obbligatorie, mentre altre sono facoltative.

Attenzione: le prime devono essere scritte chiaramente ed essere leggibili senza dover girare la bottiglia.

In generale, le informazioni da riportare in etichetta diventano sempre più puntuali man mano che la qualità della tipologia di vino sale.

Leggere etichetta vino

INFORMAZIONI OBBLIGATORIE DA METTERE IN ETICHETTA

Categoria di prodotto (vino, vino liquoroso, spumante, frizzante…). Omissibile se è presente la denominazione di origine, indicazione geografica o menzione tradizionale (Classico, Riserva, Superiore, Gran Selezione…)

Denominazione, cioè DOP, IGP, DOC, DOCG o IGT

Titolo alcolometrico (% vol), c’è una tolleranza dello 0,5% in eccesso o in difetto

Provenienza, cioè il territorio in cui le uve sono state vendemmiate e vinificate 

Annata, cioè anno di vendemmia delle uve, solo per DOC e DOCG se almeno l’85% è della stessa annata

Imbottigliatore, eventuale importatore

Tenore zuccherino, per gli spumanti

Presenza di allergeni e di solfiti (se superiori a 10 mg/l)

Lotto di confezionamento, ovvero il numero che identifica le bottiglie confezionate in un contenuto lasso di tempo.

Quantità

INFORMAZIONI FACOLTATIVE DA METTERE IN ETICHETTA

Produttore, eventuale distributore

Indicazione di abbazia, castello, rocca… per vini a Denominazione di Origine, riferiti all’azienda agricola a patto che tutte le operazioni si svolgano lì

Logo che identifica eventuali allergeni

Annata delle uve se almeno l’85% è della stessa annata (per DOC e DOCG l’annata in questo caso è obbligatoria, come visto sopra)

Varietà delle uve: si può nominare un solo vitigno se rappresenta almeno l’85% delle varietà usate; si possono nominare due o più vitigni se rappresentano la totalità delle varietà utilizzate, solo per i vini a Denominazione di Origine (cioè puoi nominare una sola varietà se questa è maggioritaria e se ne indichi più di una, devi indicarle tutte)

Tenore zuccherino, solo per i vini non spumanti

Metodo di elaborazione o invecchiamento, solo per vini a Denominazione di Origine (Superiore, Vino novello…)

Metodo di produzione degli spumanti DOP/IGP

Indicazione di unità geografiche più piccole di DOP/IGP, se almeno l’85% dell’uva viene da quelle zone (solo per vini a Denominazione di Origine)

wine club vino italiano

Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl?

Diamo per scontato che le bottiglie di vino siano da 75 cl, che in effetti è la capacità standard. Le ragioni ci sono e vanno cercate nella storia, della Francia e dell’Inghilterra. Vediamo perché.

Di tutti i possibili formati quello da 75 cl è senza dubbio quello utilizzato dalla stragrande maggioranza di tutti i produttori del mondo. Per capire il perché si deve fare un salto indietro, all’inizio della storia.

Dove si conservava anticamente in vino?

Per secoli il vino è stato conservato nei più diversi recipienti: anfore di terracotta, vasi di ceramica, otri di cuoio…

Quando nasce la bottiglia di vino?

La bottiglia simile a quella che conosciamo oggi nasce nel Cinquecento, alla corte francese di Caterina de’ Medici: il vino inizia a essere conservato in bottiglie di vetro ricoperte di vimini.

Quando si diffonde l’uso della bottiglia di vetro?

La produzione più su larga scala delle bottiglie di vetro soffiato prende piede, ancora in Francia, un paio di secoli dopo. Dal Settecento, il vino è quindi sempre più comunemente imbottigliato in bottiglie di vetro.

Quanto sono capienti le prime bottiglie di vino?

Le dimensioni delle bottiglie sono variabili: la loro capacità va da 70 cl a 1 litro circa.

Inizia a farsi quindi strada la bottiglia da 75 cl…

È proprio in questo momento, nel corso del Settecento, che prende forma la bottiglia con la capacità simile a quella che oggi abbiamo codificato in quella da 75 cl: pare che i maestri vetrai che soffiavano il vetro fossero in grado di raggiungere grosso modo questa come dimensione massima delle bottiglie. La capienza e la forma delle bottiglie allora erano chiaramente molto dipendenti dalle capacità di questi artigiani.

Cosa c’entrano gli inglesi in questa storia?

Alla codifica della bottiglia da 75 cl devono avere contribuito anche gli inglesi, che sono sempre stati grandissimi importatori di vino dalla Francia. Storicamente, una cassa inglese conteneva due galloni di vino: un gallone corrisponde a circa 4.5 litri. Per funzionalità, era comodo inserirvi 12 bottiglie, da 75 cl appunto. Quindi sì: gli inglesi hanno avuto un ruolo nel consolidare il formato da 75 cl.

È per questo che il vino si trasporta in casse da 6 o da 12?

Sì. È per lo storico ruolo inglese nel commercio di vino che ancora oggi, nella tradizione anglosassone, le casse per il trasporto del vino contengono 2 galloni di vino, cioè 12 bottiglie. Mentre in Italia le casse per il trasporto di vino ne contengono per lo più 6.

Tornando alla bottiglia da 75, la degustazione in sé ha influito nella codifica della capacità?

Alle ragioni che abbiamo visto se ne sono probabilmente intrecciate anche altre, molto pratiche, legate alla somministrazione del vino in osteria. La bottiglia da 75 cl consente infatti di ottenere 6 bicchieri. In questo modo l’oste avrebbe potuto calcolare (e tenere facilmente il conto) del numero delle bottiglie da aprire per i clienti.

Quando è codificata ufficialmente la bottiglia da 75 cl?

Fin qui abbiamo seguito una codificazione della bottiglia da 75 cl data dalla pratica, ma è solo con l’industrializzazione che si arriva a una produzione omogenea e precisa delle bottiglie di questa capacità. Si arriva quindi al 1975 e alla codifica della capienza dei recipienti con cui il vino può essere messo in commercio (direttiva europea sugli imballaggi). Tra queste, c’è la bottiglia da 75 cl. Questi interventi legislativi sono stati poi seguiti da altri simili negli altri continenti, rendendo universali le misure delle bottiglie da vino.

abbonamento vino
Le etichette di alcune bottiglie proposte nella nostra tappa 14 (Molise), nella tappa 33 (Nebbiolo e Barbera), e nella tappa 3 (perlage eccellenti).

La bottiglia da 75 è la più diffusa, ma non è l’unica. Altri formati?

Per i Passiti, ad esempio, le bottiglie impiegate sono da 37.5 o da 50 cl (la “mezza”), dal momento che si tratta di produzioni limitate e preziose.

Le bottiglie di capacità superiore sono legate soprattutto alla storia dello Champagne. Non di uso comune, hanno nomi sono curiosi, spesso legati alla Bibbia:

? Magnum

capacità: 1.5 litri, la doppia classica

il nome è preso da Cicerone, che lo usava per i grandi condottieri

? Jérobam

3 litri

Il nome viene dalla Bibbia, dal figlio di Salomone che unifica le 10 tribù di Israele

? Réhobam

4.5 litri

Ancora dalla Bibbia, un altro figlio di Salomone

? Mathusalem

6 litri

Si tratta dell’uomo più vecchio della Bibbia, che ha vissuto fino a 969 anni

? Salmanazar

9 litri

Il nome viene da un re assiro della Bibbia

? Balthazar

12 litri

L’ultimo re di Babilonia

? Nabuchodonosor

15 litri

Il re che conduce Babilonia al massimo splendore

? Melchior o Salomon

18 litri

Rispettivamente: uno dei tre re magi e il re sapiente che unifica lo stato di Israele

? Primat

27 litri

Il nome deriva dal volgare e significa “primo ordine”.

? Melchizedek

30 litri

Il sacerdote che ha benedetto Abramo offrendo pane e vino.

Il formato della bottiglia influenza in vino?

La dimensione della bottiglia influisce sull’affinamento del vino. In quelle piccole il vino matura più velocemente, perché c’è molto ossigeno in rapporto al vino e questo accelera il processo di ossidazione. Diversamente, con l’aumentare della capacità della bottiglia il rapporto va a favore del vino nel caso di bottiglie più capienti. Ecco perché la Magnum è (giustamente) considerata di migliore qualità.

A margine, è bene ricordare che anche il colore della bottiglia è importante per prolungare la vita di un vino che si voglia fare affinare a lungo: bottiglie di vetro scuro offrono una buona protezione dalla luce.

suolo vite

Perché il suolo è importante per il vino? Una guida completa

Sembra che i diversi tipi di suolo, per la coltivazione della vite, siano solo un’ossessione di sommelier e addetti ai lavori. Invece è una componente chiave del terroir. Ma davvero il tema non fa breccia nel cuore degli appassionati di vino? Ci proviamo, con una guida semplice e completa.

Come si fa a raccontare il fascino dei diversi suoli, che giocano un ruolo di protagonisti e determinano le qualità del vino che ci troviamo nel bicchiere?

1. Partiamo da qui: come si comporta la vite?

La vite è molto esigente con il clima, ma ha un’adattabilità straordinaria ai diversi tipi di suoli. Detto questo, ha le sue preferenze anche per il terreno.

2. Quali sono i suoli meno indicati per la coltivazione della vite?

La vite non ama i suoli fertili, che danno vini poco fini e scarsamente inclini all’invecchiamento.

E poi dà risultati meno buoni nei suoli soffici, umidi e salati (e qui emergono ricordi liceali di Ulisse che cerca di farsi passare per pazzo gettando sale sul campo).

3. Quali sono i suoli migliori per la coltivazione della vite?

I suoli poveri e ben drenati sono i migliori per il vino. Il concetto è: meno acqua, più concentrazione di sapori nell’uva e nel bicchiere. Un esempio? I suoli chiamati “Grave”, che sono ciottolosi e determinano quindi una povertà di acqua per la vite permettono di contenere la crescita dell’uva e quindi di concentrare zuccheri e aromi.

E poi le zone collinari sono ottime per la viticoltura di qualità. Per varie ragioni, qui ci interessa l’ottimo drenaggio dovuto alla pendenza del terreno.

4. Lo stesso vitigno dà risultati diversi in base ai vari suoli?

Sì, in terreni diversi lo stesso vitigno dà vini diversi. Si pensi solo al Nebbiolo, al quale abbiamo dedicato una selezione disegnata dal sommelier Nicola Bonera. Abbiamo scoperto il Nebbiolo delle Langhe, mentre altri vini originano dalla stessa uva nel vercellese (Gattinara e Bramaterra), nel biellese (Lessona), nel novarese (Fara, Sizzano, Ghemme), nel torinese (Carema), in Valle d’Aosta (Donnaz e l’Arnad-Monjovet), fino al Valtellina Superiore con le sue vigne eroiche.

5. Le diverse uve hanno preferenze di suolo?

Alcuni vitigni si adattano moltissimo ai diversi suoli, ma la maggior parte in alcune specifiche condizioni dà il meglio di sé. Ecco alcuni esempi:

L’Albana predilige terreni collinari, argillosi, di medio-bassa fertilità.

L’Aleatico ama terreni collinari e sciolti.

L’Arneis predilige suoli leggeri (sabbiosi).

La Barbera si esprime bene in terreni argillosi, di media o scarsa fertilità.

Il Cabernet franc ama i suoli collinari argillosi, ciottolosi.

Il Cabernet sauvignon predilige terreni argillogi non molto fertili.

La Corvina predilige terreni alluvionali.

Il Carmenère ama i terreni sciolti, con poca argilla, ciottolosi.

La Durella ama suoli calcareo-argilloso, in collina.

L’Erbaluce cresce in terreni di sabbia argillosa e ciottoli.

La Freisa predilige terreni calcarei.

La Garganega predilige terreni fertili e sciolti.

Il Grechetto di Orvieto predilige terreni collinari, di media fertilità e argillosi.

Il Gewürztraminer si esprime al meglio in suoli basaltici.

Il Grignolino dà il meglio di sé su suoli asciutti e sabbiosi, con tessitura sottile, a non meno di 300 metri di altitudine.

Il Groppello ama terreni sciolti, in collina non oltre i 300 metri, ben esposti.

Il vitigno Marsanne predilige terreni non troppo ricchi e umidi.

La Malvasia nera predilige terreni di medio impasto, anche fertili, non eccessivamente calcarei.

La Malvasia di Sardegna cresce bene in terreni calcareo-silicei.

Il vitigno Monica sta bene su suoli calcareo-silicei o calcareo-argillosi, non umidi e fertili.

Il Montepulciano ama terreni di medio impasto, profondi, ben esposti.

Il Moscato bianco predilige il suolo di marna calcarea.

Il Moscato di Scanzo ama suoli magri e ricchi di scheletro.

Il Müller Thurgau predilige terreni collinari, non troppo siccitosi, fertili e non calcarei.

Il Negroamaro preferisce terreni calcareo-argillosi.

Il Pinot bianco predilige terreni con bassa quantità di calcare attivo.

Il Pinot nero predilige suoli di scarsa fertilità, calcarei o argilloso-calcarei.

Il Raboso del Piave predilige terreni alluvionali o sassoso-alluvionali.

Il Raboso veronese predilige suoli ciottolosi, alluvionali, sabbioso-limosi, in pianura.

La Ribolla gialla predilige zone collinari, scarsamente fertili.

Il Riesling ama l’ardesia (una roccia dura e scura che cattura il calore).

Il Sylvaner verde ama i terreni acidi, leggeri e ciottolosi.

Il Teroldego ama i terreni molto drenanti.

Il Torbato predilige terreni siliceo-argillosi.

Il Trebbiano di Abruzzo predilige terreni collinari, argillosi.

Il Trebbiano romagnolo predilige terreni freschi, fertili, di limitata siccità estiva.

I terreni preferiti del Traminer aromatico sono quelli con buona dotazione idrica e minerale.

Il Verdicchio si esprime bene in terreni calcareo-argillosi.

Il Verduzzo friulano predilige terreni collinari ben esposti, scarsamente fertili.

La Vernaccia di Oristano predilige terreni alluvionali, di buona fertilità.

Anche per questa ragione, i disciplinari (cioè le regole che definiscono come si debbano fare i vini DOC e DOCG) precisano la natura dei suoli necessaria per far rientrare il vino all’interno della denominazione. Alcuni esempi:

Per Asti e Moscato d’Asti il suolo deve essere calcareo o calcareo-argilloso.

Per Barolo e Barbaresco il suolo deve essere argilloso-calcareo.

Il Chianti richiede substrati arenacei, calcareo-marnosi, da scisti-argillosi e da sabbia.

Il Franciacorta richiede suoli sciolti, ciottolosi e ghiaiosi.

Il Valtellina Superiore richiede un suolo declive e breccioso.

6. Altre curiosità sui suoli

I suoli sabbiosi non sono attaccati dalla fillossera, così come quelli tufacei di origine vulcanica.

vini delle sabbie
Un suolo sabbioso, nella denominazione DOC Bosco Eliceo

La tipologia di suolo si interseca con l’esposizione delle vigne: l’esposizione più adatta è quella che consente buon soleggiamento e luminosità (sud o sud ovest).

Ma per andare più a fondo dei vari suoli, sono 3 gli aspetti chiave: chimica, fisica e storia geologica. Ancora ricordi liceali…

1️⃣CHIMICA

Qual è la componente più diffusa nei terreni vitati?

Il calcare (carbonato di calcio) è praticamente in tutti i suoli. Seguono marne, scisti e argille.

In che modo la tipologia di suolo influenza il vino?

?Un suolo calcareo-marnoso tende a offrire uve dai profumi intensi, buona struttura, ricchezza di alcol e grado zuccherino, poca acidità.

?Un suolo calcareo-argilloso è più propenso alla coltivazione uve a bacca nera, dà vini di colore intenso, ricchi di corpo, complessità, acidità e longevità. Danno vini di grande qualità e sono la maggior parte in Italia.

?Un suolo calcareo-sabbioso regala vini delicati e leggeri, con profumi fini, buona acidità, piacevoli ma non sempre predisposti all’invecchiamento (abbiamo dedicato una selezione a questo tema, creata dal sommelier Luisito Perrazzo).

?Ottimi sono anche i terreni marnoso-ferruginosi, cioè le terre rosse.

?Dai suoli acidi (pH basso) si ottengono vini sapidi e di buona freschezza, non di grande struttura. Quanto ai suoli basici (pH alto, superiore a 7), sono la maggioranza.

2️⃣FISICA

Cos’è la tessitura del suolo?

È un altro fattore importante, questa volta fisico, che indica la granulometria delle particelle di suolo.

Dalle più grandi alle più piccole abbiamo: sabbia, limo, argilla (che insieme formano la “terra fine”), insieme a particelle di diametro superiore a 2 millimetri, nel loro insieme chiamate scheletro.

Come fa, la tessitura del suolo, a influenzare la viticoltura?

?La prevalenza assoluta delle particelle più grosse (sabbia) può rendere il suolo troppo sciolto e quindi non consentire alla vite di trattenere i minerali. Ma se le percentuali sono bilanciate, attorno alla sabbia si dispongono le altre particelle.

?La prevalenza delle particelle più piccole (argilla) favorisce la compattezza del suolo e assorbe l’acqua, rendendo difficile il drenaggio. Anche qui dipende dalle percentuali: se l’argilla non è troppo abbondante, trattiene i nutrienti ma non impedisce l’ossigenazione delle radici.

?Il limo ha caratteristiche intermedie tra sabbia e argilla.

?Ciottoli e pietre non hanno funzioni agronomiche, ma rendono il terreno permeabile e la vita del vignaiolo difficile impedendo l’uso dei mezzi meccanici.

Qual è la migliore tessitura del suolo per la coltivazione della vite?

Il suolo in genere non ha una tessitura soltanto, ma diverse percentuali di particelle di sabbia, limo, argilla. Idealmente, i suoli migliori sono quelli di “medio impasto”.

3️⃣STORIA

La diversa origine del suolo, in termini di storia geologica, influenza il vino?

Certo che sì. Vini che crescono su terreni che hanno una particolare storia geologica, nel bicchiere regalano sfumature aromatiche diverse.

Quali sono i principali suoli quindi?

I suoli fluviali, alluvionali, di origine sedimentaria, glaciale. E i mitici terreni di origine vulcanica, che regalano al vino sfumature uniche, che abbiamo scoperto nella nostra selezione di febbraio.

fare il vin brulé

Come si fa il vin brulé?

Che curi il raffreddore o semplicemente riscaldi in una fredda giornata, il vin brulé è un must dell’inverno. E chi ha detto che non si può fare e offrire anche a casa? Ecco una breve storia la ricetta del vin brulé.

L’immagine del vin brulé si accompagna a quella degli amici, dei mercatini, delle vacanze invernali, della neve. Anche per questo il vin brulé si associa a sensazioni che scaldano il cuore.

Ecco una breve storia e una ricetta, perché il vin brulé si può fare a casa, con tanti ingredienti quanti la fantasia lo consente.

Cos’è il vin brulé?

È una bevanda calda a base di vino, speziata e aromatizzata. Viene offerto in inverno per far fronte al freddo.

Da dove deriva il nome vin brulé?

Vin brulé deriva dal francese Ça brûle, che significa “Brucia”. Oggi, in Francia, il vin brulé si chiama vin chaud, in Germania Glühwein, in UK e Stati Uniti mulled o spiced wine.

Quando si è iniziato a bere il vin brulé?

Il vino aromatizzato si beve sin dall’antichità, sicuramente dai Greci e dai Romani che addolcivano il vino con zucchero e lo aromatizzavano con pepe, zafferano, datteri, timo, altre erbe e spezie. E lo bevevano freddo.

In epoca moderna la tradizione di bere il vino aromatizzato – questa volta caldo – è molto nordica, tipica di paesi freddi come Svezia, Germania, Gran Bretagna.

Ovviamente si beve tantissimo anche in Italia, soprattutto al Nord e soprattutto in Trentino Alto Adige.

Il vin brulé è alcolico?

Quanto è alcolico il vin brulé dipende dalla durata e dalla temperatura della cottura, durante la quale l’alcol tende a evaporare. Nella tradizione italiana il vin brulé perde la maggior parte della sua gradazione alcolica, mentre nella tradizione anglosassone (UK e US) il mulled wine viene corretto aggiungendo altro vino, brandy o altri alcolici.

Con quale vino si prepara il vin brulé?

La premessa è che la qualità del vino di partenza si riflette nel prodotto finale. La scelta della tipologia è chiaramente liberissima, e il territorio la fa da padrona. In Veneto il vin brulé si prepara con Cabernet Sauvignon ma molto anche con i bianchi Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Bianco. In Romagna viene molto usato il Sangiovese, il Lambrusco in Emilia. In Alto Adige sono molto adottati Schiava e Pinot Nero. In Piemonte: Nebbiolo o Barbera.

A cosa si abbina il vin brulé?

La regola aurea degli abbinamenti è sempre la stessa: il vino dolce si abbina ai dolci. Con il vin brulé abbinate pasticceria secca, dolci di qualunque tipo, anche a base di cioccolato, caldarroste…

Come si fa il vin brulé?

Normalmente si usa il vino rosso ma è sempre possibile anche usare il vino bianco, specialmente adottato nell’area alpina.

?Mettere il vino a scaldare.

?Aggiungere zucchero di canna e spezie a piacere (bastoncini di cannella, chiodi di garofano, anice stellato, noce moscata, anice, cardamomo…).

?A piacere aggiungere scorze di limone, qualche spicchio di mandarino o di arancia, fette di mela, alloro… Il tutto idealmente di produzione biologica.

⏰Togliere dal fuoco dopo 5-10 minuti.

?Avvicinare un fiammifero al vino caldo, così la superficie comincerà a fiammeggiare permettendo l’evaporazione dell’alcol. E farà scena.

Filtrare e servire caldo.

vin brulé
calorie bicchiere vino

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

Da tempo immemorabile il vino fa parte dell’alimentazione quotidiana dell’uomo, così come della sua cultura e dei suoi riti. Oggi però il vino non è più considerato un alimento vero e proprio, come era per i nostri nonni. Ma ha comunque un apporto calorico. Ecco quindi una semplice guida per chi vuole avere consapevolezza di quante calorie ha un bicchiere della sua sacra bevanda.

In fondo, per sapere quante calorie ha un bicchiere di vino basta fare un semplice calcolo matematico. Per il quanto assumerne vale invece sempre il buon senso, mentre su come coniugare il piacere impareggiabile del vino con la linea e con la salute vi rimandiamo ai pezzi specifici.

Perché il vino apporta calorie?

Il vino è una sostanza che deriva dalla fermentazione degli zuccheri presenti nell’uva, che diventano alcol. L’alcol sviluppa circa 7 calorie per grammo. Le calorie realizzate vengono disperse sotto forma di calore.

Il vino dà un apporto di nutrienti?

No. Il vino non è in grado di soddisfare le funzioni dei nutrienti classici: apporta sali minerali ma vitamine e proteine sono presenti in scarsa quantità.

Come smaltire le calorie di un bicchiere di vino?

Se assunto in eccesso rispetto alle proprie esigenze energetiche, che variano tanto da persona a persona, l’effetto ingrassante del vino è inevitabile. La buona notizia è che basta mezz’ora di sport per smaltire un bicchiere di vino, 15 minuti nel caso del nuoto. Sport, non passeggiate.

Da cosa dipendono le calorie del vino?

Le calorie del vino dipendono dalla sua gradazione alcolica e, nel caso dei vini dolci anche dalla presenza dello zucchero.

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

PREMESSA:

La gradazione alcolica indicata in etichetta (% vol.) ci dice quanti millilitri di alcol ci sono in 100 millilitri di vino.

Facendo riferimento a un bicchiere da 150 ml:

?un bicchiere di vino rosso secco (di grado alcolico 14-15% vol.) ha in media dalle 110 alle 120 Kcal;

?un bicchiere di vino secco bianco (di grado alcolico 11-12% vol.) ha in media dalle 90 alle 100 Kcal;

?un bicchiere di spumante (di grado alcolico 10-12% vol.) ha in media dalle 120 alle 150 Kcal, un po’ di più dei vini secchi perché può esserci un residuo zuccherino.

Come calcolare le calorie di un bicchiere di vino?

Per calcolare il contenuto di calorie di un bicchiere di vino nello specifico di una bottiglia basta applicare la regola dell’unità alcolica:

1. prendi la gradazione indicata in etichetta (volume %);

2. moltiplicala per 0,8 (che è il peso specifico dell’alcol);

3. moltiplica il risultato per 7 (che sono le kcal per grammo).

Il risultato dà il numero di calorie per 100 ml di vino. Attenzione: è meno di un bicchiere standard.

È un calcolo preciso al millimetro, questo?

No, perché non viene considerato il fruttosio dell’eventuale residuo zuccherino – che è vera e propria componente zuccherina nel caso dei vini dolci – ma dà già indicazioni importanti.

Questi, i numeri. Il resto è magia.