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vin brulé

Come si fa il vin brulé?

Che curi il raffreddore o semplicemente riscaldi in una fredda giornata, il vin brulé è un must dell’inverno. E chi ha detto che non si può fare e offrire anche a casa? Ecco una breve storia la ricetta del vin brulé.

L’immagine del vin brulé si accompagna a quella degli amici, dei mercatini, delle vacanze invernali, della neve. Anche per questo il vin brulé si associa a sensazioni che scaldano il cuore.

Ecco una breve storia e una ricetta, perché il vin brulé si può fare a casa, con tanti ingredienti quanti la fantasia lo consente.

Cos’è il vin brulé?

È una bevanda calda a base di vino, speziata e aromatizzata. Viene offerto in inverno per far fronte al freddo.

Da dove deriva il nome vin brulé?

Vin brulé deriva dal francese Ça brûle, che significa “Brucia”. Oggi, in Francia, il vin brulé si chiama vin chaud, in Germania Glühwein, in UK e Stati Uniti mulled o spiced wine.

Quando si è iniziato a bere il vin brulé?

Il vino aromatizzato si beve sin dall’antichità, sicuramente dai Greci e dai Romani che addolcivano il vino con zucchero e lo aromatizzavano con pepe, zafferano, datteri, timo, altre erbe e spezie. E lo bevevano freddo.

In epoca moderna la tradizione di bere il vino aromatizzato – questa volta caldo – è molto nordica, tipica di paesi freddi come Svezia, Germania, Gran Bretagna.

Ovviamente si beve tantissimo anche in Italia, soprattutto al Nord e soprattutto in Trentino Alto Adige.

Il vin brulé è alcolico?

Quanto è alcolico il vin brulé dipende dalla durata e dalla temperatura della cottura, durante la quale l’alcol tende a evaporare. Nella tradizione italiana il vin brulé perde la maggior parte della sua gradazione alcolica, mentre nella tradizione anglosassone (UK e US) il mulled wine viene corretto aggiungendo altro vino, brandy o altri alcolici.

Con quale vino si prepara il vin brulé?

La premessa è che la qualità del vino di partenza si riflette nel prodotto finale. La scelta della tipologia è chiaramente liberissima, e il territorio la fa da padrona. In Veneto il vin brulé si prepara con Cabernet Sauvignon ma molto anche con i bianchi Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Bianco. In Romagna viene molto usato il Sangiovese, il Lambrusco in Emilia. In Alto Adige sono molto adottati Schiava e Pinot Nero. In Piemonte: Nebbiolo o Barbera.

A cosa si abbina il vin brulé?

La regola aurea degli abbinamenti è sempre la stessa: il vino dolce si abbina ai dolci. Con il vin brulé abbinate pasticceria secca, dolci di qualunque tipo, anche a base di cioccolato, caldarroste…

Come si fa il vin brulé?

Normalmente si usa il vino rosso ma è sempre possibile anche usare il vino bianco, specialmente adottato nell’area alpina.

🍷Mettere il vino a scaldare.

🌰Aggiungere zucchero di canna e spezie a piacere (bastoncini di cannella, chiodi di garofano, anice stellato, noce moscata, anice, cardamomo…).

🍊A piacere aggiungere scorze di limone, qualche spicchio di mandarino o di arancia, fette di mela, alloro… Il tutto idealmente di produzione biologica.

⏰Togliere dal fuoco dopo 5-10 minuti.

🔥Avvicinare un fiammifero al vino caldo, così la superficie comincerà a fiammeggiare permettendo l’evaporazione dell’alcol. E farà scena.

Filtrare e servire caldo.

vin brulé
Piana Rotaliana Teroldego

10 cose da sapere sul Teroldego

Il Teroldego è un vino che piace a tutti. Viene da un’uva a bacca rossa coltivata praticamente solo in Trentino. Il legame con il territorio è fortissimo: stiamo parlando di un’area molto piccola, in cui si realizzano le condizioni perfette per il vitigno. Ecco le caratteristiche del Teroldego, in 10 cose-da-sapere su uva e vino.

Il Teroldego è citato dalle fonti sin dal Trecento e non poteva mancare nella nostra selezione di gennaio, dedicata ai rossi trentini. Ecco una sua breve storia, in 10 semplici punti.

1. Storia del Teroldego

Esistono varie teorie sull’origine del Teroldego (potrebbe essere arrivato in Trentino dalla Valpolicella o dal Tirolo) ma al momento la cosa certa è che da qualche millennio ha trovato il suo territorio di elezione nella Piana Rotaliana (o Campo Rotaliano).

piana rotaliana teroldego

2. Genetica del Teroldego

Il Teroldego ha legami di parentela con vari altri vitigni, dovuti sia a incroci spontanei sia all’azione dell’uomo.

La genealogia del Teroldego è complessa e ancora non del tutto chiarita. Dagli studi sul suo DNA comunque, sappiamo che è imparentato con Lagrein, Marzemino, Syrah e molto probabilmente anche con il Pinot nero.

Inoltre, è stato utilizzato da Rebo Rigotti nell’incrocio con il Merlot che ha dato origine al Rebo.

3. Il vitigno “bandiera” del Trentino

Il Teroldego è il vitigno a bacca nera più importante del Trentino. Matura tra la metà di settembre e gli inizi di ottobre e viene allevato con la classica pergola trentina.

pergola trentina

4. L’habitat del Teroldego

Il Teroldego dà risultati eccellenti solo nella Piana Rotaliana: un fazzoletto di pianura circondato dalle Dolomiti. Qui si realizzano delle condizioni perfette: le pareti rocciose delle montagne proteggono le viti dai venti freddi provenienti da Nord, mentre accumulano calore che rilasciano sui vigneti. Le brezze che scendono dalla Val di Non, invece, asciugano le piante, mantenendo sana la vegetazione.

piana rotaliana

5. I terreni amati dal Teroldego

Ama i suoli ben drenati e ricchi di minerali: nella Piana il terreno è costituito dai sassi calcarei, granitici e porfirici portati a valle dal fiume Noce.

6. Il territorio del Teroldego

Della Piana Rotaliana Mario Soldati scrive: “Qui sono tutti i vigneti del Teròldego. Qui, negli antichi centri abitati di Mezzocorona e Mezzolombardo, sono ancora le vecchie cantine dove si fa questo vino sublime”. Vino che ha “un sapore caratteristico, riconoscibile tra mille”.

E Luigi Veronelli, sempre a proposito della Piana Rotaliana dice: “Mi pareva impossibile che una piana potesse dare i vini assaggiati. Così composti. Coi loro sentori di mandorla, viola e lampone mi avevano inondato e fatto prigione. Quarant’anni. E del Teroldego sono ancor oggi prigioniero”.

7. Una micro storia sulla genetica del Teroldego

I vitigni autoctoni coltivati in aree piccole, come è il caso del Teroldego, tendono ad avere bassa variabilità fenotipica (cioè genetica). Grazie alla sua produttività, poi, le selezioni fatte sul Teroldego soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso avevano provocato una “semplificazione” genetica della varietà. Tutto questo aveva ridotto il Teroldego a pochi cloni, i più produttivi. Ma da qualche decennio i vignaioli si sono sempre più orientati sulla qualità, con nuove selezioni e ricerche, oltre che grazie alla riscoperta delle vigne più vecchie.

8. Teroldego Rotaliano, DOC dal 1971

Perché il vino possa rivendicare la DOC, l’uva Teroldego – in purezza – deve essere coltivata in una parte specifica della Piana Rotaliana: a Mezzolombardo, Mezzocorona o a Grumo (frazione di San Michele all’Adige). Stiamo parlando di circa un centinaio di ettari.

9. Rosso o Rosato?

Vitigno piuttosto produttivo, il Teroldego vinificato in rosso regala un vino dal profumo intenso fruttato, speziato; in bocca è di corpo, caldo, asciutto, con una piacevole e leggera nota amarognola.

Della versione rosata, Mario Soldati lascia una descrizione memorabile: “Ed esiste un’altra qualità Teròldego. Non migliore, ma, a mio giudizio, ancora più raffinato. Intendiamoci: sono le stesse uve, sempre di puro vitigno Teròldego: è differente la lavorazione. Sono vinificate “in bianco”. Immediatamente appena pigiato, il mosto è separato dalle bucce, e per sempre. Ne viene fuori quel delizioso Teròldego Rosato, che è uno dei pochi autentici rosé che conosco: e comprendo nella mia memoria tutti i rosé francesi che ho assaggiato. Ha, in fondo lo stesso sapore del Teròldego Granato: ma più vellutato, più leggero, più “irresistibile”: soprattutto, con più profumo”.

10. Come abbinare il Teroldego

Da giovane si sposa molto bene con primi piatti a base di carne, mentre se invecchiato è perfetto con zuppe o secondi di carne come selvaggina o arrosti. Merita una menzione anche l’abbinamento con il risotto al Teroldego.

Piana Rotaliana
vini rossi invecchiati

Come trattare i vini rossi invecchiati. Mini guida in 7 punti

La capacità di un vino rosso di invecchiare è data da tanti aspetti (annata, affinamenti, tipologia di vitigno come il Nebbiolo, per fare un solo esempio…) ma anche dalla sufficiente presenza di tannini. Messo in bottiglia, il vino evolve progressivamente perdendo la carica tannica e facendosi più morbido.

Abbiamo scritto una mini guida ai vini invecchiati in 7 semplici punti.

1. Come conservare i vini rossi invecchiati

Non tutti i vini possono invecchiare. Quelli che ne hanno la capacità, per mantenersi negli anni ma soprattutto per evolvere e arricchirsi di profumi e sapori sono bottiglie che vanno conservate con cura estrema, tenendole in ambiente fresco e buio, stese in orizzontale e lontane dalle vibrazioni.

2. Come aprire un vino invecchiato

Un rosso invecchiato va aperto con grande cura e attenzione perché il tappo può essere danneggiato, secco o non perfettamente coeso al vetro della bottiglia.

3. Quando si dice che un vino è “chiuso”

Un vino invecchiato è rimasto tanti anni chiuso dentro la bottiglia e impiega del tempo a liberarsi degli odori sgradevoli formatesi negli anni in ambiente senza ossigeno.

In tal caso è indicato aprirlo con qualche ora in anticipo (anche 3 ore nel caso di vini invecchiati oltre i 10 anni) per iniziare a farlo “respirare”. Solo in questo modo potrà esprimere tutte le sue potenzialità, per profumi e sapori.

4. Quando usare il decanter

Il decanter è un contenitore di vetro o di cristallo con un collo stretto e lungo e una parte inferiore ampia dove il vino entra in contatto con l’ossigeno. Travasare (delicatamente!) un vino invecchiato nel decanter è indicato soprattutto nel caso in cui vi siano presenti sostanze disperse e depositi, che si individuano guardando la bottiglia in controluce.

5. In che bicchiere servire i rossi invecchiati

Il bicchiere giusto per un vino invecchiato è un calice panciuto con apertura stretta, anche il Ballon nel caso di vini invecchiati oltre i 10 anni. Lo stelo è di dimensione ridotta per consentire eventualmente di tenere per qualche tempo il calice per la coppa, nel caso in cui la temperatura di servizio fosse troppo bassa.

6. Cosa abbinare i vini rossi invecchiati

Questi vini importanti richiedono abbinamenti altrettanto importanti. Quindi: formaggi saporiti, cacciagione, arrosti saporiti e cotti a lungo.

7. Come sono i rossi invecchiati

Dai vini rossi da invecchiamento aspettiamoci profumi progressivi, e perdita di tannicità a favore della morbidezza. Anche l’acidità subisce un calo graduale con il tempo.

Sono vini che hanno una lunga storia alle spalle, fatti dai padri e goduti dai figli o dai nipoti: anche per questo hanno tanto da raccontare.

vino novello

Come si fa il vino novello e perché non piace più a nessuno?

Il vino novello è un prodotto “ispirato” dalla Francia, al tempo stesso entrato nell’immaginario italiano, soprattutto legato alle feste che celebrano la raccolta dei prodotti agricoli e a una certa attesa di poterlo acquistare. Oggi però ha perso lo smalto che aveva qualche decennio fa.

Vediamo perché e le caratteristiche del vino novello, in 8 semplici punti.

1️⃣ Come si fa il vino novello?

Il vino novello si produce con la tecnica della macerazione carbonica, messa a punto dai cugini francesi per il loro Beaujolais (vino atteso con ansia del tutto ingiustificata secondo Veronelli). Si mettono i grappoli interi in una vasca con anidride carbonica: l’uva comincia a fermentare, viene quindi pigiata e vinificata senza bucce. Una critica che si muove al vino novello italiano è che, a differenza di quello francese, si può fare anche solo con il 40% delle uve sottoposto a macerazione carbonica.

2️⃣ Quando si può bere il vino novello?

Il vino novello è consumabile a pochissime settimane dalla vendemmia: è questa la sua vera unicità. Va infatti imbottigliato nello stesso anno della vendemmia, mai oltre il 31 dicembre.

3️⃣ Che giorno si mette in commercio il vino novello?

Il vino novello va commercializzato immediatamente: dal 30 ottobre in poi (la fantomatica data di messa in commercio era il 6 novembre fino al 2012).

4️⃣ Quando si beve il vino novello, di tradizione?

In Italia l’apertura del vino novello si festeggia a San Martino, l’11 novembre.

5️⃣ Fino a quando si può consumare il vino novello?

Essere subito pronto da bere è anche la condanna del vino novello, che è privo di struttura e va consumato entro la primavera successiva. Un giovane che invecchia subito.

6️⃣ Quali sono le caratteristiche del vino novello?

Il novello è fatto sempre con uve a bacca rossa (merlot, sangiovese, cabernet, barbera, montepulciano, corvina, rondinella, dolcetto, marzemino, molinara, teroldego e nero d’avola le uve più usate).

È un vino semplice e leggero (11% vol.): di colore rosso porpora o violaceo, bouquet aromatico, floreale e fruttato (fragola e lampone su tutti), poco acido e morbido. Gli si rimprovera di non regalare grandi emozioni.

7️⃣ Cosa abbinare al vino novello?

Caldarroste e tanti amici!

8️⃣ Qual è il trend di consumo del vino novello?

In Italia si produce dalla fine degli anni Settanta e in passato ha goduto di una grande fortuna presso i consumatori. Il trend è però in calo e oggi se ne producono circa 2 milioni di bottiglie. Con le stesse uve, infatti, si tendono a fare vini da consumare ugualmente giovani ma senza i problemi di durata fulminante del Novello.

rimontaggi

Cosa sono i rimontaggi continui del vino

Capita di leggere o di sentire parlare, a proposito dei vini rossi, di “rimontaggi continui” eseguiti durante la vinificazione come di una pratica impegnativa e garanzia di qualità. Ma di cosa si tratta, esattamente?

L’esigenza di rimontaggi continui del vino nasce dal fatto che dopo pochi giorni dall’inizio della fermentazione le vinacce (cioé le parti solide quali bucce, vinaccioli ed eventualmente graspi) iniziano galleggiare sul mosto. Si crea così una parte solida chiamata “cappello”. A fermo contatto con l’aria il cappello inacidirebbe, diventando preda di batteri ossidanti. Il cappello va quindi “rotto” e la parte solida riportata in sospensione.

RIMONTAGGI

I rimontaggi sono delle azioni meccaniche per cui parte del mosto è prelevata con una pompa dalla parte bassa del tino e mediante un tubo esterno è fatta ricadere a pioggia dall’alto (esiste per la verità anche un altro modo: immettere nel tino gas inerte a intervalli regolari).

I rimontaggi sono in genere effettuati un paio di volte al giorno.

Oltre alla prevenzione dall’ossidazione, ci sono anche altri vantaggi derivati dai rimontaggi:

Si favorisce la cessione di sostanze coloranti dalle bucce

I lieviti si distribuiscono in modo omogeneo e ricevono ossigeno, rinvigorendosi

La temperatura ne risulta diminuita, seppure in modo contenuto

L’esito generale dei rimontaggi continui è l’attivazione della fermentazione.

FOLLATURE

Antenati dei rimontaggi sono le follature, un tempo manuali con tanto di turni, cioè il mescolamento, con bastoni ramificati, del mosto contenuto in piccoli tini aperti, in legno. Oggi la follatura è possibile nei fermentatori di acciaio dotati di agitatori automatici.

DÉLESTAGE

Infine, nella produzione di vini importanti, si ricorre anche al délestage (svuotamento): si toglie tutta la parte liquida, lasciando dentro il serbatoio solo quella solida, per reimmetterla poi. In questo modo si è certi di avere rotto del tutto il cappello e di avere riattivato completamente la fermentazione.

vigneti di siena

Vigneti di Siena

Tappa #25

La tappa #25 di Sommelier Wine Box (aprile 2020, guidata da Carlotta Salvinimigliore sommelier d’Italia FISAR 2019) è stato un viaggio alla scoperta dei vigneti di Siena.

Il paesaggio di questa bellissima parte della Toscana è un continuo alternarsi di boschi, lecci e castagni, abeti nelle zone più elevate, vigneti e oliveti sui declivi più pianeggianti. Non mancano pievi, abbazie, castelli e piccoli borghi di lontana ascendenza etrusca. Il vino, qui, conserva ancora l’antica cultura contadina. Nei vigneti intorno Siena, tra San Gimignano, Montalcino e Montepulciano, si ritrova la Toscana più pura: quella dei grandi valori, delle vecchie case segnate dal tempo e da persone che vi abitano da sempre, da vini di grande personalità e dal sapore antico.

SAN GIMIGNANO

Tra gli assolati colli della val d’Elsa, ecco sorgere San Gimignano, cinto da mura duecentesche che abbracciano un ambiente medievale di intatto splendore. In questo contesto domina la rinomata Vernaccia di San Gimignano, un vitigno autoctono dalle origini antichissime. Nel 1966, fu il primo vino italiano ad ottenere la “Denominazione di Origine Controllata”, ulteriore stimolo per la produzione che cominciò a crescere progressivamente in termini di quantità e qualità, ottenendo la denominazione DOCG nel 1993. La terra in quest’area è ricca di fossili (da ricondurre al Pliocene): un’argilla ricca di conchiglie e di ciò che rimane dell’antico Mar Ligure che lambiva le coste toscane. Ne derivano vini di grande personalità, gradevoli da giovani, che sorprendono per le capacità di invecchiamento evolvendo note – olfattive e gustative – complesse e minerali. Non a caso, la Vernaccia di San Gimignano è uno dei pochissimi vini bianchi prodotti anche nella tipologia riserva.

MONTALCINO

A sud di Siena si trova un borgo medievale quasi fiabesco, circondato da una cinta muraria e dominato da un antico castello, autentica perfezione architettonica. Una volta raggiunta la cima su cui si erge Montalcino, un vero e proprio spettacolo si apre davanti agli occhi: un continuo susseguirsi di sinuose colline, antiche querce, pittoreschi alberi d’olivo che serpeggiano attraverso vigneti rinomati in tutto il mondo per la produzione del Brunello di Montalcino. Il Rosso di Montalcino è considerato il fratello più “giovane” del Brunello, ugualmente prodotto con uve 100% Sangiovese. Nonostante possa essere sottoposto a invecchiamento, è un vino da cui aspettarsi un sapore armonioso, fruttato, fresco e vigoroso.

MONTEPULCIANO

Montepulciano è una cittadina medievale di rara bellezza, un antico borgo con palazzi rinascimentali, antiche chiese, piazze e angoli nascosti. Dalle vie di Montepulciano si scopre non solo la città ma anche l’incredibile vista della campagna circostante, tutta ricoperta da quei favolosi vigneti che producono il famoso Nobile. Tra paesaggi bellissimi e terreni perfetti per la produzione di eccellenti vini come il Vino Nobile di Montepulciano DOCG, quest’area unisce il tradizionale fascino toscano a un carattere più locale. La base del vino di Montepulciano è la stessa del Chianti Classico, Orcia DOC e Brunello di Montalcino: il Sangiovese, detto “Prugnolo Gentile”. Perché questo nome? Perché è il vino perfetto, il vino dei nobili e di tutti i vini, il re.

Abbiamo proposto queste cantine: Tenuta di Sesta, Il Palagione, Barbicaia.

Negroamaro

Identikit del negroamaro

Il negroamaro, vitigno autoctono della Puglia che nel Salento ha la sua zona di elezione, ha una storia antica.

Ecco un breve identikit del negroamaro e dei vini che da quest’uva sono creati.

A bacca nera, il negroamaro deve il nome al colore scuro (con riflessi violacei) dei suoi vini e al gusto forte che vi imprime.

Portato in Italia dai Greci, il negroamaro è tra i vitigni più vecchi d’Italia, oggi è coltivato lungo circa 32 mila ettari; è particolarmente diffuso fra Taranto, Brindisi e Lecce.

Il negroamaro ama i climi caldi, poco piovosi, e si vendemmia piuttosto tardi, tra la fine settembre e l’inizio di ottobre.

L’uva si presenta con grappoli di media grandezza, a forma di cono. Le bacche di negroamaro hanno dimensioni medio-grandi e ovali.

Uva asciutta e di carattere, il negroamaro regala ai suoi vini profumi e sapori intriganti, tutti giocati attorno alla frutta rossa, con sentori di spezie e di liquirizia.

Il negroamaro è stato storicamente usato come vino da taglio, per dare colore e grado alcolico ad altri vini (soprattutto quelli del nord Italia, ma anche vini francesi e del nord Europa). Oggi si sono finalmente riscoperte le potenzialità del negroamaro, in blend con altre uve ma anche in purezza.

Vinificato in rosso, il negroamaro è versatile ma si accompagna in modo perfetto soprattutto a secondi piatti a base di carne.

Ma è la versione rosata da negroamaro a riscuotere oggi il maggiore successo. Vinificato in rosa (con una parte di malvasia), quest’uva ha dato vita al primo Rosato italiano, prodotto nel Salento nel 1943 (Five Roses di Leone de Castris). In versione rosa, è un vino ottimo con il pesce ma perfetto anche in solitaria, come aperitivo.

La temperatura di servizio è di 16-17° C per il rosso, mentre almeno 3 gradi in meno per il rosato.

Presta il nome a una famosa rock band salentina e nel mese di giugno 2018 è stato il protagonista assoluto della nostra selezione, dedicata ai Rosati del Salento.

vino rosso

Come si beve il vino rosso: sette piccoli passaggi

Per tante persone il rosso è il vino per eccellenza, ma come si approccia e come si degusta correttamente?

Sette piccoli passaggi per degustare correttamente il vino rosso.

1. In cantina: come conservare il vino rosso

In un ambiente a temperatura costante (idealmente tra 11-16°C), le bottiglie di rosso, stese in orizzontale sugli scaffali, si conservano disposte più in alto di tutte le altre.

L’ordine da seguire, dal basso verso l’alto (per seguire l’innalzarsi della temperatura), è questo: spumanti, bianchi, rosati, rossi giovani e infine rossi evoluti.

2. Temperatura di servizio del vino rosso

I vini rossi delicati si servono tra i 12 e i 14° C, quelli di media struttura tra i 14 e i 16° C.

I vini rossi molto strutturati dai 16 ai 18° C, o anche un po’ oltre se necessario.

2. Il calice giusto per il vino rosso

Per servire i vini rossi serve un calice ampio, per permettere l’ossigenazione e la perfetta liberazione dei profumi. Più il vino ha personalità più serve un calice grande, fino ad arrivare al ballon, bicchiere molto panciuto che consente ai profumi di sprigionarsi dentro alla coppa e di salire piano piano al naso.

4. Attenzione ai residui!

Un vino rosso rimasto a lungo ad affinare in bottiglia può presentare residui: è per questo che non va scosso e per separare i sedimenti si usa possibilmente un decanter (con un collo stretto).

5. Il decanter

Ma il decanter (questa volta con collo largo) si usa anche per fare arieggiare i rossi giovani, vini che hanno bisogno di respirare per dare il meglio di sé. O in alternativa si può semplicemente aprire la bottiglia qualche ora prima di berla.

La diversa larghezza del collo del decanter determina la maggiore o minore ossigenazione del vino: è molto importante limitarla, nel caso di vini invecchiati, per non far volare via i profumi.

6. C’è tannino e tannino…

Distinguere tra un rosso giovane e uno più evoluto può dare grande soddisfazione a chi si sta avvicinando alla degustazione. Il tannino è l’elemento che dà sensazioni di astringenza in bocca: se questo si manifesta in modo duro (quasi irruento!) il vino è ancora giovane mentre se, pur presente, ha un sapore morbido siamo di fronte a un vino evoluto.

7. Ultimo consiglio per degustare il vino rosso?

Il suggerimento più spassionato per imparare a degustare, apprezzare le qualità del vino rosso (e del vino in generale) e affinare così il proprio palato è sperimentare, assaggiandone tanti, e dando alla degustazione l’attenzione che merita.

“Assaggia il vino e ascolta il suo racconto”, diceva Luigi Veronelli e Sommelier Wine Box ne proprone e racconta sei diversi ogni mese.

Vini rossi

I vini rossi

Tappa #7

La tappa #7 di Sommelier Wine Box (ottobre 2018) è stata guidata da Lorena Lancia – migliore sommelier d’Italia FISAR 2016, che ci ha condotto in un viaggio alla scoperta di tre grandi rossi.

L’immagine dell’autunno che si avvicina materializza davanti ai nostri occhi pendii coperti di betulle, castagni e faggi che si tingono di tutte le sfumature dal giallo all’oro, dallo scarlatto al porpora, fino all’amaranto e al bordeaux.

Il paesaggio cambia, l’aria fresca ricorda che l’inverno non è lontano e si fa strada il desiderio di qualcosa che ci accompagni attraverso il volgere della stagione.

Poche cose sono più appaganti di osservare il corso della natura, magari avvolti in una coperta, sorseggiando un calice di vino rosso, dentro al quale si condensano suggestioni che hanno origine in quello stesso miracolo naturale. E dell’uomo.

Le 3 cantine proposte nelle Wine Box di ottobre sono: Vivera, Fattoria Piccaratico, Marco Donati.

vino rosso

Perché il vino rosso ha tanto fascino?

Rosso, magenta, scarlatto, vermiglio, corallo, cremisi, porpora, amaranto, bordeaux. Tante sfumature che parlano tutte di creatività dirompente, emozioni forti, energia vitale. È il colore della vita, del cuore, delle ciliegie, del vino.

Eppure, il rosso è uno dei colori che indossiamo meno, perché è impegnativo, richiama attenzione, risveglia i sensi, riporta all’improvviso la mente al presente. Ci vuole coraggio, a indossare il rosso, e personalità.

Se il colore rosso rende loquaci, passionali e felici il vino rosso eleva tutto questo alla potenza.

Del resto, nell’immagine collettiva il vino è rosso per antonomasia e rossi italiani sono tra i più amati al mondo.

Se è stato caricato nel tempo di moltissime proprietà (compreso di combattere l’invecchiamento e le malattie cardiovascolari) c’è chi si spinge a collegare la preferenza del vino rosso ad aspetti psicologici, legati alla personalità più profonda di ciascuno. Chi ama il rosso, quindi, sarebbe portato all’introspezione – pur sempre razionale – all’autoanalisi, alla meditazione. E ci si può anche sbizzarrire all’interno della tipologia: chi predilige i rossi più multiformi, come possono essere Barbera o Barolo, avrebbe, ad esempio, una naturale predisposizione per la complessità…

Per gli amanti del vino rosso, ne proponiamo in selezione ogni mese e ad ottobre 2018 abbiamo dedicato ai vini rossi tutta la selezione, creata da Lorena Lancia (migliore sommelier FISAR 2016) scegliendo piccole e speciali cantine della Sicilia, della Toscana e del Trentino Alto Adige. Sono vini diversi fra loro ma tutti pensati per essere condivisi a tavola, per riscaldare le serate, per dare il benvenuto all’autunno, per meditare sulla natura che cambia i suoi colori…

Vini rossi

E se vuoi leggere una piccola guida alla degustazione del vino rosso, clicca qui sotto

Amo le bevande di un colore rosso vivo. Hanno un sapore due volte più buono di qualsiasi altro colore.

Lucy Maud Montgomer