Dario Il Mortellito

Il Mortellito – Sicilia

Mortellito è il nome del territorio delle mie radici: una campagna di due ettari in cui, nei primi del Novecento, vivevano i miei bisnonni. Un luogo di cui sono innamorato, che esalta le mie più grandi passioni: la Terra e il Mare.

Qui ho deciso di intraprendere il mio percorso di viticoltore, allontanandomi dalla città e dalle sue convenzioni per tornare a vivere la terra. Qui ho iniziato la mia ricerca di vini genuini, fatti senza forzature e provenienti da agricoltura biologica.

Oggi abbiamo circa 23 ettari, nella val di Noto, tra le contrade Bufalefi, Maccari e Cozzo Tronzo, un territorio bellissimo per ragioni ambientali e artistiche. Conduco l’azienda assieme a Valentina, Mario e Melina che vi si dedicano giornalmente, insieme a tanti amici che vengono ad aiutarci.

Coltiviamo le nostre uve con sistema ad alberello, senza l’uso di fitofarmaci e di concimi chimici di sintesi. Produciamo Nero d’Avola, Moscato di Noto, Frappato/Nero Capitano (un vitigno storico siciliano praticamente estinto, del quale abbiamo piantato qualche migliaia di piante) e Grillo. Raccogliamo le uve a mano, senza aiuto di macchinari che possano danneggiarle e ne ricaviamo tre vini.

Lavoriamo per ottenere uve perfettamente mature e sane: crediamo che il vino si faccia principalmente in vigna. Il nostro lavoro in cantina ha come scopo il rispetto del vino e delle sue qualità più intime. Quindi fermentazioni spontanee senza lieviti selezionati aggiunti e assenza di botti di legno per evitare di alterare i sapori. L’unico intervento è dato dall’aggiunta di un minimo quantitativo di anidride solforosa durante l’imbottigliamento, per garantire una migliore conservazione.

Puntiamo a creare vini che rispecchino i caratteri naturali del territorio, vini dalla spiccata personalità e lontani dalle mode del momento.

Dario

Marabino

Marabino – Sicilia

Il nostro lavoro nella coltivazione e nella vinificazione è l’espressione del territorio e della profonda cultura della Val di Noto.

La nostra azienda si trova nella Sicilia sud orientale, in contrada Buonivini, nel cuore della val di Noto (a una latitudine più a sud di Tunisi). Il microclima è dolcissimo dall’autunno alla primavera e in estate diventa caldo arido, con temperature medie tra le più alte dell’isola: questo è il territorio più assolato d’Europa, dove il cielo è sempre limpidissimo.

Coltiviamo 30 ettari di vigneti, in bassa collina. I terreni – prevalentemente calcarei argillosi – hanno particolari varianti pedologiche e colori che vanno dal bianco calcareo al nero argilloso, con un’ottima dotazione di elementi minerali.

Con l’aiuto di una squadra dinamica e totalmente “autoctona”, coltiviamo con agricoltura biologica e biodinamica vigne, frutteti e uliveti. Le uve ben mature sono selezionate e raccolte a mano, fermentano spontaneamente con lieviti indigeni, senza alcun utilizzo di prodotti o additivi. La nostra missione è assecondare in modo completo gli avvenimenti della natura, rispettando gli equilibri di questo habitat, per produrre vini senza sostanze chimiche di sintesi né in vigna, né in cantina. Così, creiamo vini che sono espressione del territorio dove nascono.

Il metodo biodinamico l’abbiamo scelto per avere ancora più cura della nostra terra e dell’uomo: ciò che vive ha bisogno di ciò che è vivo. Quando la vite è messa in perfetto equilibrio con il suo ecosistema è in grado di ricambiare con magnifici frutti, espressione di un territorio unico e antico.

Attraverso una selezione massale dalle vigne più vecchie del territorio di Pachino abbiamo individuato diversi biotipi di Nero d’Avola; inoltre sono stati reimpiantati varietà autoctone come il Moscato bianco da cui nasce un vino di antichissime origini, questo proposto in selezione.

Vigneti e cantina ricadono tutti in “contrada Buonivini”: le vigne si estendono attorno a una collina, con avvallamenti, pendenze, diverse esposizioni e cromaticità di terreno disomogenee. Per questo parcellizziamo ogni singolo vigneto. Da una sola contrada offriamo un’idea di “cru” e da ogni vigna il suo vino.

Pierpaolo Messina

Pierpaolo Messina
sommelier Alessia Taffarel

Alessia Taffarel

ALESSIA TAFFAREL

Alla guida di una tappa sui vini siciliani

Per guidare Tappa #28 di Sommelier Wine Box (luglio 2020) ci siamo rivolti alla sommelier Alessia Taffarel, che ci ha raccontato la sua storia:

“Cresco vicinissima al mondo dell’ospitalità e lontanissima da quello del vino.

La fretta di crescere e di avere responsabilità mi porta dalle stagioni in montagna alla scuola alberghiera, e lì i miei occhi hanno riconosciuto la strada che volevo affrontare. La permanenza in Francia, in un grande ristorante, mi ha poi aperto un mondo meraviglioso. 

Il vino mi ha portato non solo nozioni e conoscenza ma anche una migliore visione del mondo. 

Ora, da qualche anno sono assistente maitre e sommelier in un ristorante stellato a Milano, dove posso dedicarmi all’ospitalità e al vino: per me da sempre due strade con la stessa pendenza.”

Alessia

 
sommelier Alessia Taffarel
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vini solfiti

Cosa sono i solfiti nel vino: facciamo chiarezza

I solfiti sono probabilmente l’additivo più discusso in enologia, nonostante non si tratti delle uniche sostanze aggiunte al vino. Attorno ai solfiti serpeggia sempre un certo alone di mistero. Ma cosa sono davvero?

Perché sì, i solfiti sono davvero in grado di spaccare il mondo del vino.

Quanto c’è da sapere sui solfiti:

1. Sono sostanze chimiche usate nei processi di produzione alimentare, tra cui la vinificazione.

2. Facendo il vino, alcuni solfiti si formano anche in modo naturale. Per cui attenzione a dire zero solfiti.

3. Si aggiungono sin dal mosto, con l’obiettivo di conservare il vino: hanno un’azione antiossidante e antisettica. Ma non solo: aiutano anche l’estrazione del colore dalle bucce e preservano sapore e aromi.

4. Piccole quantità di solfiti bastano per proteggere il vino in modo adeguato e garantirgli la vita che merita.

5. Più le uve sono sane minori quantità di solfiti servono.

6. Circa la metà dell’anidride solforosa (solfiti nello stato gassoso) evapora quando è aggiunta al mosto, la rimanente continua comunque a diminuire durante l’invecchiamento. All’apertura della bottiglia, altra anidride solforosa esce dalla bottiglia (anche roteare il calice ne fa evaporare).

7. In grandi quantità i solfiti sono tossici per l’uomo, e su soggetti ipersensibili anche piccole dosi possono provocare emicrania.

8. Richiede più solfiti il vino bianco rispetto al rosso (perché il rosso ha più polifenoli, i quali garantiscono una maggiore conservazione), il dolce rispetto al secco e più in generale i vini a bassa acidità.

9. Al momento, non esistono additivi alternativi altrettanto efficaci.

10. I limiti massimi per i vini italiani al momento dell’immissione al consumo sono: 160 mg/l per i rossi; 200 mg/l per bianchi e rosati.

11. Vini che in etichetta indicano “senza solfiti aggiunti” sono quelli che ne contengono una quantità inferiore a 10 mg/l.

12. Se si superano i 10 mg/l chi ne usa pochissimi in etichetta è equiparato chi ne usa di più, perché in entrambi i casi va scritto “contiene solfiti”. Sarebbe invece importante poter indicare la quantità effettiva dei solfiti aggiunti.

La discussione sui solfiti, tra addetti ai lavori e consumatore finale:

Acceso è il dibattito attorno ai solfiti e questo è sacrosanto perché riguarda la salute dei consumatori e il senso stesso del produrre vino. Ovviamente questa riflessione si esplica nel contesto dei vini “non industriali”.

Alcuni criticano l’aggiunta di queste sostanze al vino perché sarebbero colpevoli di renderlo “meno naturale”.

Chiara e illuminante è la posizione di Josko Gravner, il mitico produttore friulano che crea il vino del futuro trovando ispirazione nel passato e che sui solfiti ha rivisto il proprio “purismo” iniziale. Gravner insiste su due punti: l’onestà dell’artigiano da una parte e il senso della misura dall’altra. “L’unica aggiunta che mi concedo è una piccolissima quantità di solforosa alla fine del processo, perché senza di quella il vino diventa aceto. I peggiori vini li ho prodotti molti anni fa senza aggiunta di solforosa, credendo che fosse il male assoluto.

E ancora: Negli anni ’90, ho letto un libro di Emile Peynaud nel quale si diceva che è impossibile fare il vino senza solforosa. Chiusi il libro e dissi: ora ti faccio vedere io. E invece avevano ragione loro. Anche l’acqua minerale ha i solfiti, altrimenti dopo un mese va in putrefazione. Non si deve dare tutta la colpa ai solfiti. Ci sono altre sostanze aggiunte, come i lieviti selezionati che sono di origine sintetica, che sono molto peggiori. I solfiti vanno usati, sia pure in dosi molto minime. Perché combattono l’acidità volatile, che è il diavolo. Anche il vino, come l’uomo, invecchiando deve diventare più buono. E perché accada, servono un po’ di solfiti. Pochi, ma servono”.

spumante

Come orientarsi tra i vini spumanti, in 6 punti

Per tanti appassionati lo spumante è il vino della felicità più spensierata. Ma non tutti gli sparkling sono uguali e sapersi orientare non solo è importante ma soprattutto fonte di grande soddisfazione.

Ecco una breve guida in 6 punti per distinguere fra metodi di produzione e differenze qualitative. Con l’obiettivo di degustare i vini spumanti con maggiore consapevolezza.

1. Caratteristica dei vini spumanti è lo sviluppo di anidride carbonica che ne determina il tipico perlage: durante la fermentazione del vino, i lieviti trasformano gli zuccheri in alcol e anidride carbonica, appunto.

2. Negli spumanti la pressione in bottiglia non può essere inferiore a 3 bar (3,5 per lo spumante di qualità) a temperatura ambiente di 20° C.

3. Le uve destinate ai vini spumanti sono vendemmiate leggermente in anticipo, in modo che gli acini conservino una maggiore acidità. Come sempre, una delle chiavi qualitative è la selezione dei grappoli (cioè portare in cantina uve sane e integre, oltre che omogenee per grado di maturazione).

4. Oltre che per il metodo di produzione, il vino spumante si classifica anche in base al tenore zuccherino:

🍾 Dosaggio zero: meno di 3 gr di zucchero per litro e nessuna aggiunta di zucchero dopo la seconda fermentazione;

🍾 Extra brut: tenore zuccherino tra 0 e 6 grammi per litro;

🍾 Brut: tenore zuccherino inferiore a 12 gr/litro;

🍾 Extra dry: zucchero tra 12 e 17 gr/litro;

🍾 Dry: zucchero tra 17 e 32 gr/litro;

🍾 Demi-sec: zucchero tra 32 e 50 gr/litro;

🍾 Dolce: tenore zuccherino superiore a 50 gr/litro;

5. Se in etichetta è riportato l’anno di riferimento significa che almeno l’85% delle uve è di quell’annata: in tal caso lo spumante è chiamato “Millesimato”. Il famoso millesimato deriva dal francese “millésime”, che significa annata. Indicare il millesimo è segno di qualità e indica che l’annata è particolarmente buona.

6. Tre i metodi di produzione degli spumanti:

1. Metodo Classico (o Campenoise)

🥂 Tradizionalmente attribuito a Dom Perignon, è il metodo della Champagne francese e richiede tempi molto lunghi.

🥂 Due le fermentazioni del vino: la prima nella normale vasca di fermentazione, la seconda in bottiglia.

🥂 Assemblaggio (mettere assieme uve da vigne diverse) e taglio (mettere assieme vini di annate differenti o di diverso affinamento) avvengono tra la prima e la seconda fermentazione.

🥂 Messo in bottiglia con tappo a corona, è tenuto a temperatura di 10°C circa e pressione controllata.

🥂 Quando il vino è pronto, le bottiglie sono disposte a maturare su piani forati (pupitres) in posizione quasi orizzontale, dove sono ruotate (remuage) e inclinate ogni giorno di più perché il deposito di lieviti vada verso il tappo (maturazione sulle fecce). Il processo richiede 1-2 mesi.

🥂 Infine il deposito viene eliminato dalla bottiglia (sboccatura) congelando la punta della bottiglia: il tappo salta per la pressione e porta con sé i residui dei lieviti.

🥂 Il vino perso viene sostituito e può essere aggiunto il liqueur d’expedition (zucchero e distillato di vino).

🥂 La bottiglia è quindi chiusa con tappo di sughero a fungo e gabbietta metallica.

Cosa aspettarsi da un Metodo Classico:

Un vino di struttura, complesso e longevo

Profumi di lieviti e pasticceria

Bollicine fini e persistenti

2. Metodo Charmat (o Martinotti)

🥂 Due le fermentazioni del vino: la prima avviene nella normale vasca di fermentazione, la seconda in autoclave (serbatoio in acciaio inox) a temperatura e pressione controllate.

🥂 Il processo di spumantizzazione può durare da 1 a 3 mesi (Charmat corto) o anche 6 mesi (Charmat lungo).

🥂 Completata la spumantizzazione si procede con l’imbottigliamento.

🥂 Il Metodo Charmet si usa molto con le uve aromatiche.

Cosa aspettarsi da un Metodo Charmat:

Un vino leggero e fresco

Aromi fruttati, tipici dell’uva di partenza – l’essenza del rapporto vitigno-territorio

3. Metodo Ancestrale (sur lie o colfondo)

🥂 Metodo antico ancora in uso e anzi tornato di gran moda, secondo il quale si imbottiglia direttamente il mosto parzialmente fermentato.

🥂 Imbottigliamento (tappatura con tappo a corona) e rifermentazione in bottiglia tra la primavera e l’estate: i residui di lieviti non vengono eliminati (niente sboccatura, quindi) ma si ritrovano nel bicchiere. Il vino non è limpido, per intenderci.

🥂 Breve maturazione in bottiglia.

Cosa aspettarsi da un Metodo Ancestrale:

Un vino fresco

Sentori marcati di crosta di pane (per via dei lieviti che restano all’interno)

Sapore (particolarmente) autentico

André Senoner sommelier

André Senoner
grande promessa del vino italiano

andré senoner

Grande promessa del vino italiano

Ha guidato la tappa: “dalla tradizione dei padri all’innovazione dei figli”

Per guidare la Tappa #26 di Sommelier Wine Box (maggio 2020) ci siamo rivolti ad André Senoner, che ci ha raccontato la sua storia.

“Per guidare Tappa #26 di Sommelier Wine Box (maggio 2020) ci siamo rivolti ad André Senoner, grande promessa del vino, classe 1992, che ci ha racontato la sua storia:

“Nasco a Bolzano nel 1992, annata difficile per molti vini in Italia: tutte le forze della natura si concentrano su di me – diciamo – e non vengo poi male… Sono della Val Gardena, nel cuore delle calme Dolomiti, terra più di sciatori che di uomini di vino. Ma io mi appassiono a questo mondo e nel 2014 mi diplomo sommelier professionista, da qui inizio altri percorsi formativi: degustatore, direttore della squadra servizi dell’AIS Alto-Adige e partecipo alla stesura della Guida Vitae, i migliori vini d’Italia. Inoltre ottengo il diploma WSET Wine & Spirits Award.

Nel frattempo tra il lavoro in grandi stellati (tra cui il tre stelle Michelin Rosa Alpina-St. Hubertus di San Cassiano nel ruolo di Capo Sommelier), mi metto in gioco con le competizioni! Arrivano importanti traguardi come 1° classificato al Trofeo del Soave 2019, Miglior comunicatore del Master Chianti Classico 2020.

Sogni per il futuro? Voglio di più e aspiro a vincere altri concorsi AIS e a salire sul palco dei contendenti al titolo di miglior sommelier d’Italia, oltre a trovare una realtà ristorativa che sia in grado di lasciare libero sfogo alla mia fantasia.”

André

 
André Senoner sommelier
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Christian Bellei – Emilia Romagna

Cantina della
Volta nasce grazie al sostegno di un gruppo di amici – molto appassionati – che
mi hanno incoraggiato a ristrutturare la cantina di famiglia, che da quattro
generazioni produce vino a Bomporto, Modena.

La passione per
il vino l’ho respirata fin da bambino, assieme all’educazione al gusto
trasmessami da mio padre Giuseppe. Con il tempo ho aggiunto una straordinaria esperienza
nella spumantizzazione e un ottimo palato.

Ho scelto di produrre Lambrusco di Sorbara con il metodo classico, per ottenere un prodotto di qualità elevata e grandissima finezza. Nel vigneto di Riccò di Serramazzoni, sulle colline modenesi, coltiviamo Pinot Nero e Chardonnay: da quelle uve elaboriamo vini spumanti di qualità della gamma “IL MATTAGLIO”: due vini fermi e due riserve millesimate in purezza, due spumanti brut e uno spumante dosaggio zero.

Questi vini sono l’esito di ricerca estrema e della cura di ogni singolo dettaglio: il frutto di una passione davvero sconfinata.

Christian Bellei

degustazione vino

Cosa si intende per persistenza del vino, in quattro punti

Degustare un vino è un rito: un insieme di azioni e di gesti ben definiti ma non per questo poco emozionanti. La degustazione parte con la vista – “come in amore” secondo Veronelli – poi richiede di attivare olfatto, tatto e gusto. L’ultimo capitolo inizia dopo avere deglutito e riguarda il ricordo immediato che il vino ci lascia: la persistenza del vino.

Ecco cosa c’è da sapere sulla persistenza del vino, schematizzato in 4 domande e altrettante risposte.

1. Cosa si intende per persistenza di un vino?

Si tratta di tutte le sensazioni che si percepiscono dopo averlo deglutito, percepite a livello gustativo e olfattivo, espirando. Nella pratica, è l’esito dell’interazione della saliva con le componenti aromatiche del vino, che si liberano perché la nostra temperatura corporea è superiore a quella del vino.

2. Come si valuta la persistenza di un vino, praticamente?

Si contano i secondi in cui tali sensazioni perdurano, masticando a vuoto l’aria al ritmo di una masticazione al secondo. La valutazione della persistenza riguarda tutto lo spettro aromatico e gustativo.

Ma attenzione: eventuali note acidule o amare che dovessero perdurare a lungo non contribuiscono a definire la persistenza del vino.

3. Altri aspetti importanti per capire la persistenza di un vino?

Oltre alla durata, si valuta anche la qualità e ci si aspetta una corrispondenza di sentori e sapori tra quanto percepito prima, al gusto, e le sensazioni retrogustative.

4. Come si classificano i vini in base alla persistenza?

Ci sono varie nomenclature, tuttavia tutti convergono nel non considerare accettabile un vino troppo corto, la cui persistenza cioè sia inferiore ai 3 secondi. Dopo di che le sfumature variano da poco fino a molto persistente. Inutile dire che da un grande vino ci si aspetta una lunga persistenza: più un vino è persistente, maggiore è la sua qualità.

Detto questo, è evidente che la valutazione della persistenza va fatta tenendo bene a mente che tipologia di vino si sta degustando.

colori del vino

Cosa rivela il colore del vino?

Il colore del vino è il punto di partenza dell’analisi dei sommelier e spesso è il primo aspetto che conquista il degustatore. Allo stesso tempo, è quello che viene più volentieri trascurato dagli appassionati. Invece rivela molto della storia del vino.

Nel libro sui colori del vino che il mitico Veronelli non è mai riuscito a pubblicare, le tinte sarebbero andate dal “bianco acqua” fino al “rosso cardinalizio”. E tra questi estremi, infiniti colori moltiplicati per infinite nuance e ombre. Infatti, tutte unicamente diverse sono le storie che i diversi vini hanno da raccontare.

La disciplina conviene, per praticità, su alcune categorie di colori, che schematizziamo qui per punti, assieme alle informazioni che quei colori danno. La parte bella dell’analisi visiva.

I colori del vino e cosa ci indicano

VINI BIANCHI

🥂Giallo verdolino (cioè un giallo tenue con sfumature verdi): indica bianchi molto giovani, leggeri e freschi. I riflessi verdognoli sono dovuti a residui di clorofilla e indicano una raccolta dell’uva leggermente in anticipo.

🥂Giallo paglierino (un colore che richiama quello della paglia): indica vini giovani, in genere equilibrati nel rapporto morbidezze/durezze; è il colore più diffuso fra i bianchi.

🥂Giallo dorato (cioè un giallo intenso che ricorda l’oro): indica un bianco evoluto, generalmente più sbilanciato sulle morbidezze rispetto alle durezze; l’uva è stata probabilmente raccolta matura o sovramatura. Attenzione, perché se un vino di colore giallo dorato è privo di vivacità, cioè è spento, potrebbe essere in uno stadio evolutivo troppo avanzato.

🥂Giallo arancio (cioè un arancione dorato): è tipico dei vini ottenuti da uve a bacca bianca vinificate in rosso (con macerazione sulle bucce); per via del colore, sono chiamati orange wines.

🥂Giallo ambrato (un colore simile a quello della pietra, appunto, o se vogliamo di una pelle abbronzata): suggerisce che il vino sarà molto più sbilanciato sulle morbidezze che sulle durezze; è il colore caratteristico della maggior parte dei vini passiti e del vin santo. Se cupo e spento, tendente al bruno, può indicare un vino “passato”.

VINI ROSATI

🍸Rosa tenue (immagina i petali dei fiori di pesco o della rosa dell’omonimo colore): di solito sono vini ottenuti con uve a bacca nera sottoposte a breve macerazione con le bucce. Se ci sono sfumature violacee il vino è giovane.

🍸Rosa cerasuolo (un rosa più intenso del tenue, immagina una ciliegia appena matura): indica di solito che il vino è fatto con macerazione sulle bucce un po’ più lunga.

🍸Buccia di cipolla (cioè rosa con riflessi ramati): è spia di vini ottenuti con vinificazione di uve con materia colorante delicata, come il pinot grigio.

🍸Rosa chiaretto (il nome può ingannare ma indica un colore che si avvicina al rosso): si tratta di vini fatti con macerazione sulle bucce molto spinta.

VINI ROSSI

🍷Rosso porpora (rosso che tende al viola e al rosa fucsia): si riscontra nei vini molto giovani, che all’assaggio saranno tendenti alle durezze.

🍷Rosso rubino (rosso scuro che richiama l’omonima pietra): il colore rosso più diffuso, indica un vino in ottimo stato di conservazione e salute, equilibrato fra durezze e morbidezze.

🍷Rosso granato (tra il rosso sangue e il melograno): si trova nei rossi più evoluti, generalmente appena più tendenti alle morbidezze rispetto alle durezze.

🍷Rosso aranciato (cioè un rosso mattone): indica vini che hanno fatto lunghi affinamenti; se il colore è spento o si riscontra in vini giovani è segno negativo perché indica una evoluzione troppo precoce o ossidazione.

A che temperatura servire il vino? Guida in 4+4 punti

La temperatura è fondamentale in degustazione: quella dell’ambiente e naturalmente quella di servizio del vino. Qui raccogliamo le poche semplici regole da conoscere e gli errori da evitare per servire ogni vino alla sua corretta temperatura. L’obiettivo è sempre lo stesso: goderne al massimo.

Se anche non si è maniaci della precisione e si rinuncia volentieri al termometro da sommelier, resta importante non sciupare il vino servendolo alla temperatura sbagliata. È quindi bene conoscere le ragioni delle varie temperature di servizio (che variano dai 4° C ai 18° C).

PRINCIPI GENERALI

1. Le temperature basse esaltano le durezze del vino, e quindi ne mettono in risalto sapidità, tannicità e freschezza.

2. Le temperature alte aumentano la percezione dei sapori dolci, esaltano la morbidezza attenuando la tannicità.

3. Al di là delle singole temperature consigliate, riportate in chiusura e sempre passibili di qualche variazione, il principio è che i vini bianchi giovani e gli spumanti necessitano di essere serviti freddi, e la temperatura deve salire via via per bianchi più evoluti, rosati, rossi giovani e infine rossi evoluti.

4. Per quanto riguarda il Passito il consiglio è di servirlo fresco (attorno ai 10-11° C) se non si vuole esaltarne ulteriormente la dolcezza; altrimenti è possibile spingersi fino a 14-16° C.

TRUCCHI & ERRORI DA EVITARE

1. Per tenere sotto controllo la temperatura, ricorda che il vino si innalza di due gradi in pochi minuti da quando è versato nel bicchiere, mentre nella bottiglia tende a restare a temperatura più stabile più a lungo.

2. D’estate, è sempre meglio servire il vino a un paio di gradi in meno.

3. L’errore più comune è servire il bianco troppo freddo e il rosso troppo caldo.

4. Attenzione a non travisare il concetto (per la verità oramai datato!) di “temperatura ambiente”: se è estate la temperatura dell’ambiente può essere decisamente troppo elevata anche per un rosso importante, che andrà naturalmente raffrescato.

VINI & TEMPERATURA DI SERVIZIO

Spumanti secchi e dolci: 4-6° C

Spumanti dolci e frizzanti, aromatizzati: 6-8° C

Bianchi e rosati giovani: 8-10 °C

Bianchi strutturati, passiti e liquorosi bianchi: 10-12° C

Rosati strutturati, rossi leggeri: 12-14 °C

Rossi di media struttura e tannicità, passiti e liquorosi rossi: 14-16° C

Rossi evoluti, di grande corpo e tannicità: 16-18° C