cantine sociali

Cantina di Mogoro – Sardegna

La Cantina di Mogoro è situata in Sardegna in provincia di Oristano, nella regione dell’Alta Marmilla. La nostra è una cantina sociale che da sempre crede nella valorizzazione dei vitigni autoctoni della nostra terra, tra cui il Semidano e il Bovale.

Mogoro è un comune di 4 mila abitanti, nella provincia di Oristano. Siamo nella zona centro occidentale dell’isola sarda. La zona è rinomata anche per la produzione di altri vini legati fortemente al territorio, come la Monica, il Nuragus, il Vermentino, il Cannonau, la Malvasia e il Moscato.

Lavoriamo le nostre vigne nel rispetto della tradizione, vendemmiamo a mano e solo a piena maturazione. L’obiettivo è ottenere vini eccellenti che, negli anni, sono divenuti ambasciatori del vino di Sardegna. Dalla fondazione (nel 1956) a oggi, i nostri vini hanno ricevuto importanti riconoscimenti, ottenuti in tanti anni di lavoro e di proficua attività.

Mauro Ornù, con tutti i soci

vitigni autoctoni

Le selezioni di ottobre – vitigni autoctoni

WINE BOX DI ottobre: autoctoni secondi a nessuno!

vitigni autoctoni

Tappa #31

Guidata da Marco Barbetti (migliore sommelier d’Italia FISAR 2018)

 

IL NURAGHE – CANTINA DI MOGORO, Mogoro (OR)

Mogoro si trova a sud ovest della Sardegna in provincia di Oristano, in una zona che prende il nome di “Alta Marmilla”, proprio vicino al monte Arci, un antico massiccio di origine vulcanica.

Qui dove si tramandano ancora antiche tradizioni, non solo rurali, ma anche di artigianato tessile e legno, si trova l’azienda vinicola “Il Nuraghe – cantina di Mogoro”, fondata nel 1956 da un piccolo gruppo di viticoltori con l’intento di iniziare una produzione artigianale di qualità. L’areale è sempre stato vocato alla viticoltura (come testimoniano anche numerosi reperti storici), in particolare di vitigni autoctoni come bovale, semidano, monica e nuragus.

Oggi l’azienda dispone di circa 350 ettari di vigne lavorate da vari conferitori nel pieno rispetto delle tradizioni, per offrire un sorso di Sardegna ad ogni bicchiere.

Ho scelto il bovale perché è uno dei più antichi vitigni coltivati in Sardegna, ai più quasi sconosciuto. Alcuni studi dimostrano la sua discendenza dalla vite selvatica ancora presente in qualche zona boschiva.

Questo vitigno è caratterizzato da una carica polifenolica elevata, che si manifesta nel bicchiere con vini dal colore rosso intenso: donano una bella astringenza, lasciando la bocca asciutta.

LUIGI GIUSTI, Castelferretti (AN)

Artigianalità e territorialità è quanto descrivono al meglio e intimamente l’azienda “Luigi Giusti”. I 12 ettari di vigneti si trovano a Montignano di Senigallia, in provincia di Ancona, in una zona particolarmente favorevole data la vicinanza del mare. La loro storia è di quelle più belle: il desiderio di un padre (Luigino) e di un figlio (Piergiovanni) di lavorare per fare delle colline di Montignano un luogo speciale. Le uve – esclusivamente Lacrima di Morro d’Alba – sono lavorate con basse rese e metodi a impatto zero. La vendemmia, che avviene manualmente seguendo i ritmi della natura, dà luce a vini che rispecchiano fedelmente ogni annata.

Ho scelto la Lacrima di Morro d’Alba perché è un vitigno dalle proprietà organolettiche uniche, che lo rendono ben riconoscibile, soprattutto a livello olfattivo. Nonostante questa peculiarità, non sempre raggiunge la notorietà che merita.

LA MASERA, Piverone (TO)

“Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l’inizio di una nuova realtà” (Friedensreich Hundertwasser). Questo è proprio quello che è successo ai 5 amici proprietari de La Masera, azienda agricola di Settimo Mortaro (TO), a pochi chilometri dal lago di Viverone. Dopo una vita in cui ognuno ha intrapreso il proprio percorso si sono ritrovati, decidendo di realizzare il sogno che avevano da ragazzi: iniziare la produzione di erbaluce nello stesso luogo dove decenni prima lo facevano i loro nonni.

Qui, dove si dice che sia nato questo vitigno, l’azienda possiede 5 ettari dove produce, oltre all’erbaluce, anche altri vitigni autoctoni locali, esprimendo ulteriormente il profondo legame con il territorio.

Ho scelto l’erbaluce di Caluso perché è un’eccellente autoctono bianco piemontese, davvero molto versatile. Si possono ottenere bianchi fermi di buona freschezza e sapidità, spumanti metodo classico fini e floreali e passiti dalla forte personalità. Le tre tipologie sono accomunate da sentori floreali e da una piacevole nota ammandorlata che rimane dopo il sorso.

BOX ENTUSIASTA

“Tiernu” Sardegna Bovale – Il Nuraghe

100% Bovale proveniente dai vigneti soleggiati di Terralba. I suoli sono sabbioso-argillosi di buona profondità. Dopo la spremitura, la fermentazione avviene in circa 15 giorni con continui delestage per permettere una buona estrazione di sostanze profumate e coloranti. L’affinamento avviene in parte in botti grandi di castagno dove rimane per tre mesi, e in parte in acciaio per 11 mesi.

Nel bicchiere si veste di colore rosso rubino intenso con riflessi porpora, che ne dimostrano la giovane età. Al naso si aprono fragranze di mora di gelso e susina, con note di macchia mediterranea, ferrose e vinose. In bocca è leggero, con una buona alcolicità che regala delle piacevoli sensazioni di calore. Un vino morbido dalla bella sapidità e con un tannino carnoso ma leggermente spigoloso, che fa intuire la buona possibilità di evoluzione. Il finale persistente lascia la bocca pulita.

Può essere consumato entro 5 anni. Servire alla temperatura di 17-18° C, dopo averlo fatto respirare per almeno mezz’ora.

Un vino che può essere abbinato a primi a base di ragù, a salsicce alla brace, oppure a formaggi di media stagionatura, come un pecorino sardo.

“Bolla Rosa” Spumante metodo charmat lungo, Luigi Giusti

100% Lacrima di Morro d’Alba prodotta su una superficie di 2,5 ettari, dedicati esclusivamente alla produzione di questo charmat lungo. La vendemmia manuale, sempre dopo l’inizio di settembre, avviene in due momenti differenti, in base al grado di maturazione delle uve.

Dopo la pressatura, il mosto viene inviato alla fermentazione in acciaio senza macerazione sulle bucce. La presa di spuma avviene per circa 4 mesi, dopo la quale avviene l’imbottigliamento.

In degustazione lo spumante è di un bel rosa tenue con un perlage persistente. Nel bicchiere si liberano in continuazione tante catenelle di bollicine di media dimensione. Al naso il bouquet è intenso, con sentori di piccoli frutti rossi (mirtilli e ribes) accompagnati da delicate note di rosa. Il sorso è piacevole e invoglia al secondo bicchiere. Il perlage regala una sensazione piuttosto avvolgente, mentre la freschezza e la sapidità lo rendono ben equilibrato.

Bella pulizia sul finale.

Da consumare entro un anno, servire alla temperatura di 7/8° C.

Diverso dai soliti charmat che tendono verso sensazioni morbide, questo spumante si può abbinare con una fresca caprese, un’insalata fredda di polpo o – perché no? – con tempura mista.  

“Anima” Erbaluce di Caluso, La Masera

100% erbaluce di Caluso prodotta in vari vigneti di proprietà su un suolo sabbioso argilloso con una rilevante presenza di ciottoli. Dopo la diraspatura, il mosto viene ottenuto mediante pressatura soffice e successivamente illimpidito tramite decantazione spontanea a freddo. Esaurita la fermentazione il vino affina sulle fecce fini per 6 mesi in serbatoi di acciaio prima dell’imbottigliamento.

Il vino si mostra di un luminoso giallo paglierino intenso. Al naso il bouquet è delicato e piacevole, con fragranti note di frutta bianca (in particolare mela), accompagnate da altre erbacee, tra cui il timo.

Bevendolo, stupisce per leggerezza e morbidezza. Le note calde dovute ad una moderata alcolicità sono perfettamente bilanciate dalla freschezza e da una sapidità ben presente, che lo rendono molto piacevole e facile da bere. Il finale, persistente e piacevolmente sapido, invoglia al secondo bicchiere.

Da consumare entro 1-2 anni. Servire alla temperatura di 10° C.

La piacevolezza di beva è la sua maggiore caratteristica: un vino molto versatile che può essere abbinato facilmente a delle quiche lorraine di ricotta e spinaci, al risotto ai finferli, oppure a un piatto della tradizione canavese come farro decorticato al salampatata sfumato all’Erbaluce di Caluso.

BOX ESPERTO

“Cavaliere Sardo” Sardegna Bovale Riserva – Il Nuraghe

100% Bovale proveniente da terreni calcareo argillosi dei vigneti di proprietà nella pianura di Terralba. La fermentazione avviene con la macerazione su bucce per circa 15 giorni. Per assicurare l’estrazione di sostanze aromatiche e coloranti, vengono effettuati diversi rimontaggi e delestage. L’affinamento avviene per 12 mesi in barrique di rovere francese per poi proseguire in acciaio per ulteriori 8 mesi.

Un vino dal colore rosso rubino intenso, che al naso regala un bouquet variegato. Netti sentori di ciliegie e more mature sono accompagnati da leggere note balsamiche e polverose. Il sorso è avvolgente e strutturato, a tratti carnoso, con un tannino vellutato molto presente. Qualche tempo in più in bottiglia lo renderà ancora più equilibrato. Il finale persistente lascia la bocca asciutta.

Può essere bevuto entro 4/5 anni. Servire alla temperatura di 17-18° C.

Un vino strutturato e tannico che va abbinato a piatti con degli intingoli. Vitello alla sarda o cinghiale in umido sono solo due delle svariate possibilità di accompagnamento. Da provare anche con un formaggio a media stagionatura.

“Luigino” Lacrima di Morro d’Alba Superiore, Luigi Giusti

100% Lacrima di Morro d’Alba proveniente da vari vigneti di proprietà, vinificati separatamente in acciaio. Dopo la fermentazione viene fatto un attento assemblaggio, trasferito poi in botti nuove dove effettua un affinamento sulle proprie fecce fini per 12-14 mesi. In questo periodo il vino subisce costanti batonnage e successivi travasi di chiarifica. Al termine, un’ulteriore selezione di botti, poi assemblamento e imbottigliamento, maturazione per ulteriori 6-8 mesi.

Nel bicchiere si presenta di un bel colore rosso rubino. Il bouquet è intenso e complesso, con evidenti note di frutta matura, specialmente prugne, more e mirtilli, accompagnate da sentori di macchia mediterranea, pepe e vaniglia. In finale chiude con un tenue profumo di violetta. Il sorso è morbido, denotando buona struttura e rotondità. Il tannino è presente, ancora da addomesticare pienamente, il che dimostra la potenziale longevità del vino. È persistente e lascia la bocca perfettamente pulita.

Da consumare entro 2 anni. Servire alla temperatura di 16-17° C.

Un vino dalla buona struttura e persistenza che può essere abbinato a formaggi di media stagionatura come il pecorino marchigiano, oppure a piatti di carne come l’arrosto alla Marchigiana. Oppure provatelo con il piccione in umido.

“Masilè” Erbaluce di Caluso Metodo Classico pas dosè, La Masera

100% Erbaluce di Caluso prodotto nel Canavese, un areale a nord del Piemonte, tra Torino e Ivrea. I terreni ciottolosi, ricchi di fosforo e potassio, sono di origine morenica. Dopo la vendemmia manuale, per selezionare solo i migliori grappoli sani, la fermentazione avviene in acciaio: poi il vino base affina per 6 mesi sui lieviti, in botti di legno e inox. L’affinamento sui lieviti dura oltre 18 mesi.

Il vino è di un colore giallo paglierino intenso, con un perlage fine e mediamente persistente. Il naso è molto tipico, con fragranti note di prodotti da forno, come sentori di lievito o di pane in cassetta, accompagnati da continui richiami a pesca e albicocca. Dopo l’assaggio si mostra leggero, con una piacevolissima freschezza e sapidità. Perlage elegante. Il finale è leggermente amaricante, tipico del vitigno.

Da consumarsi entro 1-2 anni. Servire alla temperatura di 10° C.

L’abbinamento ideale per questo spumante è un antipasto a base di gamberi in crosta di pasta sfoglia. Il gusto leggermente dolce del gambero viene riequilibrato dalla parte finale del vino, appena ammandorlata.

 
Canus

Canus – Friuli Venezia Giulia

Canus è una piccola cantina a conduzione familiare, situata in Friuli
Venezia Giulia. Le nostre vigne si trovano principalmente sul colle di Gramogliano (con una vista mozzafiato
sui colli italo-sloveni e un’ideale esposizione a
sud-est) e una piccola parte nella vicina Prepotto. 16 gli ettari vitati.

Un tempo ricoperto dal mare, il nostro terreno è particolarmente vocato
per la coltivazione della vite: si tratta della ponca, con i suoi strati
alternati di marne eoceniche e arenarie. E mentre ad est le Prealpi Giulie
proteggono i vigneti dalle fredde correnti nordiche, la vicinanza al mare
Adriatico garantisce alla vigna una benefica e costante ventilazione.

Qui da Canus celebriamo le qualità intrinseche del Friuli, favorendo soprattutto
la coltivazione di vitigni autoctoni come Friulano, Ribolla Gialla e Pignolo,
senza tuttavia tralasciare gli internazionali (Pinot Grigio, Chardonnay e
Merlot).

Canus viene dal latino “canuto, senile”: la parola richiama
esplicitamente il valore della saggezza.
La nostra è infatti
una piccola azienda che celebra la tradizione, il territorio, tutto innaffiato
da una buona dose di know-how friulano.

Ma il nome rispecchia anche la mia personale esperienza: ho lasciato la
campagna da giovane per inseguire i miei sogni, e ora che sono diventato canuto
ci ho fatto ritorno, tornando alle origini, a questa terra così ricca e
generosa.

Selezioniamo e raccogliamo le uve a mano, in cassetta. La pigiatura è soffice
e delicata; la vinificazione attenta e personalizzata per ogni varietà; la
fermentazione opportunamente termoregolata. La maturazione dei vini avviene in
acciaio e in legno. I nostri rossi, data la particolare struttura, affinano a
lungo in barrique e tonneaux.

Ciò che ci sta a cuore non sono i grandi numeri, non lo sarà mai. Perseguiamo la qualità dei nostri vini, che è al primo posto e lo sarà sempre.

Otto Casonato

Monticino Rosso

Monticino Rosso – Emilia Romagna

La nostra è un’azienda agricola a conduzione familiare, fondata da nostro padre nel 1965. Da allora, coltiviamo le nostre vigne e i frutteti sulle colline di Imola.

Da sempre produciamo vino in modo artigianale, nel rispetto della tradizione e con attenzione estrema per la qualità. Puntiamo soprattutto sui vitigni autoctoni (Albana, Pignoletto e Sangiovese di Romagna) perché crediamo nelle potenzialità del territorio.

Il paesaggio attorno al Monticino Rosso è dominato dai vigneti che si inerpicano sui pendii, disegnando un paesaggio dalle morbide forme, accarezzate da una brezza fresca che mantiene le uve sane.

Nel 2000 abbiamo trasferito la cantina di vinificazione nel podere “Monticino Rosso”, in una struttura nuova e più attrezzata, per perseguire ancora meglio i nostri obiettivi di qualità: la nuova cantina è il nostro orgoglio, la dichiarazione d’amore per la nostra terra. L’abbiamo concepita come “casa del vino”, per ottimizzare le fasi di trasformazione delle nostre uve e per accogliere i visitatori che vogliano scoprire come nasce il vino di questo territorio.

Luciano e Gianni Zeoli

cantine sociali

Perché le cantine sociali sono importanti? Tre spunti, per veri appassionati

Per i nostri nonni andare alla cantina sociale a prendere il vino era parte della vita quotidiana. In Italia sono circa 500, ma oggi le cantine sociali non sono praticamente argomento di conversazione tra gli appassionati. Peccato, perché tra loro ci sono alcune punte di eccellenza concreta.

Per quanto possa sembrare contro intuitivo, le cantine sociali hanno un ruolo tutt’altro che marginale nel mondo del vino e possono a volte rappresentare anche degli esperimenti di innovazione.

1️⃣ Perché di cantine sociali non parla nessuno?

Per almeno due ragioni:                                        

1. una è poetica: l’impossibilità di legarle al volto di una persona, alle storie e alle fatiche di un singolo;

2. l’altra è storica: per decenni, in media, le cantine sociali hanno prodotto il vino di tutti i giorni.

2️⃣ Quali sono le loro caratteristiche, e in cosa possono essere anche speciali le cantine sociali?

1. Il modello è quello cooperativistico: tanti soci che conferiscono le loro uve, vinificate e imbottigliate in un unico luogo. Nasce nell’Ottocento per tutelare i piccolissimi produttori, evitando loro costi altrimenti ingenti.

2. Di solito controllano tanti ettari di vigneto in aree magari estremamente vocate e diversificate fra loro (per clima, suolo, esposizione…). Controllando porzioni ingenti di terreni, le cantine sociali sono anche responsabili e custodi di tanta parte dell’ecosistema naturale.

3. Hanno i piedi per terra. Vinificano le uve di tanti minuscoli produttori, tenendo in vita le radici più profondamente contadine del vino italiano.

4. Alcune cantine sociali sono degli alfieri della valorizzazione più vera del territorio, con azioni concrete, specialmente a favore dei vitigni autoctoni.

3️⃣ Qual è il futuro delle cantine sociali?

1. Le cantine sociali non sono solo custodi della tradizione ma guardano avanti. Oggi alcune iniziano a coltivare i vigneti in prima persona, per produrre i vini più importanti.

2. Oggi le cantine sociali tendono a mettere più al centro il consumatore puntando più sulla qualità.

3. Questa nuova sfida della qualità porta con sé: l’uso di tecnologie moderne e la vinificazione separata delle uve provenienti dalle particelle più vocate.

4. Il tempo ci dirà se saranno ancora i produttori del vino “da tutti i giorni”, per quanto sempre più di qualità, oppure se diventeranno più simili alle piccole aziende private. Di certo, le cantine sociali aiuteranno sempre a custodire la memoria contadina del vino, la radice più poetica del mondo enologico italiano.

Certo, bisogna saperle trovare! Sommelier Wine Box ne ha proposte varie in selezione (la Cantina di Gradoli in Lazio, Maixeiin Liguria, San Zenone in Molise, Cantina di Mogoro – Il Nuraghe in Sardegna).

piccole cantine italiane

Perché le piccole cantine sono la vera forza del vino italiano

L’Italia ha un numero davvero straordinario di piccole cantine. Non conta se siano produttori che in pochi ettari fanno vino da sempre o vignaioli di prima generazione che hanno deciso di avviare da poco la loro produzione: il modello della piccola (o piccolissima) azienda è un’eccellenza tutta nostrana. Qui, risiede tanta della forza del vino italiano.

Ci riferiamo alle realtà artigianali italiane (piccole o medio-piccole), quelle che producono le loro uve e imbottigliano il proprio vino, in quantità contenute, inferiori alle 150.000 bottiglie l’anno. Vignaioli che fanno innanzitutto per vocazione. In apparenza piccole cantine familiari, difficili anche solo da conoscere e trovare, nella realtà si tratta di straordinari traini di identità e di cultura. Persone che hanno saputo salvare uve altrimenti perse per sempre; vignaioli che amano la propria terra facendola esprimere con prodotti unici; professionisti che con le loro micro produzioni tengono alta la barra della qualità per l’intero comparto.

É la poesia del vino italiano, e per almeno 5 motivi si deve ai piccoli.

1️⃣ Come le piccole cantine valorizzano gli autoctoni

La prima ragione è legata agli autoctoni: è nel contesto delle piccole realtà enologiche che in Italia, soprattutto negli ultimi 40 anni, sono stati salvati tanti vitigni. Questo grazie a vignaioli che non si sono adeguati alle mode del mercato ma hanno conservato le specie del territorio, spesso remando coraggiosamente contro il gusto internazionale. Grazie a loro oggi beviamo Timorasso, Picolit e tantissimi altri vini che provengono da piccoli e unici terroir.

2️⃣ Qualità vs quantità: quando i piccoli influenzano i grandi

Non sempre la quantità implica un decadimento qualitativo. Ma spesso sì. Non è un caso che i grandi produttori che lavorano bene producono i loro vini di punta valorizzando i singoli e i migliori appezzamenti, con pratiche agronomiche rispettose e attente, di fatto applicando un modello dei piccoli produttori. Questi, dal canto loro, hanno praticamente un’unica possibilità per differenziarsi, non facendo grandi numeri: la qualità assoluta dei loro vini. Questo aspetto è di grande impulso per tutto il comparto del vino italiano.

3️⃣ Presenza femminile nelle piccole cantine italiane

Ne abbiamo parlato con Donatella Cinelli Colombini: da sempre le donne sono centrali nelle piccole cantine italiane. E rispetto al resto del mondo la presenza femminile è superiore nelle cantine italiane. Questo moltiplica idee, energie, creatività e un’attenzione tutta speciale a un tipo di sviluppo turistico nuovo, che punta dritto al futuro del settore.

4️⃣ Solidità di visione delle piccole cantine italiane

Le piccole cantine italiane hanno dimostrato che il modello dell’azienda a conduzione familiare è solido e sostenibile. Ciò, crea valore in termini economici e consente alle realtà singole di fare scelte davvero lungimiranti.

5️⃣ Se i vini di nicchia diventano vini di tendenza

Grazie a tutta questa cultura che valorizza le tradizioni guardando coraggiosamente al futuro – mettendo al centro l’ambiente, il territorio e i suoi vini tipici -, i piccoli produttori hanno influenzato il mercato e i consumatori in modo determinante. Negli ultimi anni si registra infatti un trend interessante: gli appassionati sono sempre più alla ricerca di vini artigianali, tipici, naturali… preoccupandosi sempre meno dei grandi nomi e sempre più della qualità vera.

E Sommelier Wine Box è qui per questo, e questo mese propone una tematica incentrata proprio su cantine che in pochissimi ettari creano vini indimenticabili.

Tenuta Mosole

Cosa c’è da sapere sull’affinamento del vino

Affinamento lungo o corto, in legno, acciaio, anfora, cemento… Cosa dicono queste nozioni a un appassionato di vino? Come orientarsi fra tendenze e pratiche di cantina? Una piccola guida in tre domande, e un riassunto finale.

Agli appassionati la nomenclatura del vino può sembrare inutilmente complessa, e tra tutti i tipi di affinamenti ci si può sentire spaesati. Ma come viene creato il vino e dove si trova mentre matura quelle note che ce lo faranno amare tanto non solo è interessante da sapere, ma anche divertente.

TRE DOMANDE SECCHE E UN RIASSUNTINO

1. Maturazione, invecchiamento e affinamento del vino sono sinonimi?

Sì, e si fa riferimento al tempo in cui il vino è contenuto in vari recipienti prima dell’imbottigliamento.

2. A cosa serve l’affinamento?

Il mosto a quel punto è già diventato vino: l’affinamento consente di armonizzare fra loro tutte le componenti e quindi di migliorare in termini di colore, profumi e sapore.

3. Una volta imbottigliato, finisce tutto?

No. Il ciclo biologico continua in bottiglia, dove il vino continua a evolvere fino al momento in cui sarà stappato. Finalmente 🍾

AFFINAMENTI DEL VINO: UN RIASSUNTO PER ORIENTARSI

Affinamento in legno

Come funziona l’affinamento in legno

Il legno interagisce con il vino: consente il passaggio dell’ossigeno, determina l’evaporazione (quindi ➡️ perdita di alcol) e cede tannini.

Tendenze sull’affinamento in legno

Fino a un decennio fa la barrique francese (la botte piccola, quella che Veronelli chiamava “carato”), era di per sé il massimo. La sua prima introduzione in Italia, negli anni sessanta per il Sassicaia della Tenuta San Guido di Bolgheri, porta con sé una rivoluzione qualitativa, in cantina ma soprattutto in vigna, con l’asticella della qualità che si innalzava per sempre e faceva bene a tutto il vino italiano.

Oggi, l’affinamento in legno (in botte grande, piccola, con varie tostature e di diversi passaggi) non è più usato massivamente. Ovvio, si continuano a fare affinamenti in legno, anche lunghi, e restano un segno di qualità, ma si privilegiano per quei vini che ne sono naturalmente inclini, quelli che per le loro caratteristiche hanno grande struttura di partenza. Il bello del legno è quando esalta le proprietà del vino, non quando ne copre le caratteristiche o, peggio, gliele cede altre.

Affinamento in acciaio

Come funziona l’affinamento in acciaio

L’acciaio è un materiale neutro: non cede nulla al vino e non fa passare l’ossigeno. È sensibile agli sbalzi di temperatura e per questo i contenitori in acciaio hanno un’intercapedine dove circola un fluido (di raffreddamento o di riscaldamento), per tenere controllata la temperatura del vino. Permette una costante maturazione, senza cedere sapori o aromi.

Tendenze sull’affinamento in acciaio

È il contenitore più usato per i vini d’annata, destinati quindi a essere consumati giovani, e per quelli in cui si vogliono esaltare i profumi primari (fiori 🌸 e frutta 🍑).

Affinamento in cemento

Tendenze sull’affinamento in cemento

Molto utilizzato in precedenza, negli anni sessanta questo tipo di affinamento è entrato in disuso e tante cantine hanno smantellato le vasche di cemento. Oggi qualcuno le riacquista. È una conseguenza al minore utilizzo del legno e della volontà di mettere più in risalto le caratteristiche varietali intrinseche. 

Come funziona l’affinamento in cemento

È una via di mezzo tra il legno e l’acciaio. I vasi in cemento – vetrificato per ragioni igieniche – non interagiscono con il vino, hanno proprietà isolanti e non fanno passare l’ossigeno. L’affinamento in cemento permette una maturazione costante, senza cedere alcun sapore o aroma aggiuntivo.

Affinamento in anfora 🏺

Come funziona l’affinamento in anfora

La chiave è questa: la terracotta è un materiale poroso che consente il passaggio dell’ossigeno, per cui nell’affinamento del vino in anfora si attiva la micro-ossigenazione, i cui effetti non sono sempre semplici da prevedere.

Tendenze sull’affinamento in anfora

Oggi si torna a guardare con interesse a materiali antichi, fino a ieri considerati un retaggio dell’antichità: l’anfora è tra questi. Il padre della riscoperta dell’anfora è il mitico Josko Gravner che, nauseato dalla produzione industriale si appassiona di viticoltura georgiana ed è folgorato dall’antica forma di vinificazione qui ancora praticata. Decide quindi di percorrere questa strada fino in fondo. Per qualche decennio è stato considerato un eccentrico, o si è comunque creduto che quei risultati eccellenti fossero possibili solo a lui. Oggi non si può ancora dire che lo seguano in tanti, ma una squadra di vignaioli che affina in anfora c’è. Alcuni li abbiamo proposti nelle nostre selezioni.

Azienda Marta Valpiani

Marta Valpiani – Emilia Romagna

Io sono Elisa, una vignaiola artigiana e indipendente nella terra del Romagna Sangiovese. Produco vino assieme a mia madre Marta, e a mio fratello Massimo, a Castrocaro Terme. L’azienda agricola nasce sulla collina di Bagnolo a Castrocaro Terme, su 34 ettari di proprietà, tutti a conduzione biologica oltre che biodinamica. I terreni sono dislocati tra i 250 e i 300 metri s.l.m.

Ci piace dire di noi che siamo prima di tutto agricoltori e poi vignaioli e che coltiviamo la biodiversità; in misura paritaria abbiamo vigna e prati coltivati a foraggi e a cereali, poi boschi e olivi centenari.

Produrre vino, qui alla Marta Valpiani, significa soprattutto perseverare: vi è, infatti, una costante volontà di raggiungere la miglior qualità possibile, senza espedienti, lavorando sodo.

La raccolta in vendemmia è esclusivamente manuale, così facendo la selezione viene fatta direttamente in vigneto dai vendemmiatori; i grappoli vengono poi posti in piccoli bins da 5 quintali riempiti per metà che velocemente arrivano in cantina. 

La nostra cantina è stata costruita nel 2004. È piccola, semplice e funzionale. Ricavata nel rispetto della collina, due terzi dell’edificio sono sotterranei e questo garantisce basse temperature e umidità costanti tutto l’anno.

Per nostra scelta, la tecnologia di cantina è limitatissima. Le fermentazioni avvengono in piccoli tini da sei quintali, in vasche di cemento o in tini tronco conici di legno, senza il controllo delle temperature, per far sì che l’andamento delle fermentazioni sia tanto spontaneo quanto naturale.

Marta Valpiani è questo: semplicità e tradizione, rispetto dell’annata e del vitigno. Per noi fare vino non è una semplice questione di tecniche o di metodo, per noi fare vino è vivere in intima associazione con le nostre vigne, è ascolto e comprensione, una dualità individuo/natura, in cui cerchiamo di accompagnare il vino in maniera responsabile, senza forzature, restando discreti ma sempre presenti.

La nostra idea di vino parla di spensieratezza e di eleganza: vogliamo che i nostri vini raccontino di terra, di aria e di vita in piena libertà.

Elisa Mazzavillani

Vendemmia

Cosa c’è da sapere sulla vendemmia, in 10 punti

Questi sono i giorni concitati della vendemmia, quando l’uva, coltivata lungo tutto l’anno, viene raccolta e portata in cantina per dare vita al miracolo del vino. La vendemmia è ancora oggi un momento rituale, con un significato sociale forte. In passato, durante la vendemmia si riunivano amici, parenti e vicini di casa, per lavorare nelle vigne e poi festeggiare tutti assieme. Nelle piccole cantine questo succede ancora oggi.

Chiunque abbia a che fare a vario titolo con una cantina sa che questo è tra i periodi più cruciali dell’anno. La raccolta dell’uva è insieme il punto di approdo delle fatiche di mesi e l’essenza stessa del vino che verrà. Ma cosa c’è da sapere sulla vendemmia? Lo vediamo in 10 semplici punti.

1. Cosa influenza l’inizio della vendemmia?

Tanti, gli elementi che influenzano la maturazione dell’uva: l’inizio della vendemmia varia di anno in anno. Dipende da altitudine e latitudine, dall’esposizione, dal tipo di uva e dal vino che si vuole ottenere, dalle condizioni climatiche della stagione. Basti pensare che anche nello stesso vigneto non ci sono condizioni di temperatura e umidità omogenee.

2. Quando è il momento giusto per vendemmiare?

L’uva acerba contiene tanti acidi e pochi zuccheri; con il tempo aumentano gli zuccheri e diminuiscono gli acidi. Quando l’uva appare matura si analizza, più volte, un campione di acini (in laboratorio o con strumenti più semplici) per capire se il livello di zuccheri e di acidità è quello desiderato.

3. Quando inizia la vendemmia?

Tra agosto e settembre si vendemmiano, nelle zone meridionali, le uve a maturazione precoce, quelle utilizzate per produrre spumanti, quelle destinate ad alcuni passiti (che appassiranno sui graticci).

Tra settembre e ottobre si vendemmia la maggior parte dell’uva.

Tra ottobre e novembre (e a volte addirittura a dicembre) si raccolgono le uve a maturazione tardiva.

In inverno si raccolgono le uve gelate, per ottenere i pregiati Eiswein (soprattutto in Germania, Austria, Canada e in Italia in Valle d’Aosta).

4. Cosa sappiamo sulla maturazione dell’uva?

L’uva matura prima nei vigneti esposti a sud, nei terreni poco fertili e con buono sgrondo delle acque, nelle vigne con viti vecchie e in quelle allevate con ceppo basso; e naturalmente dove il clima è meno piovoso e le temperature più alte.

5. Quanti modi di vendemmiare esistono?

Due sono gli approcci alla vendemmia: a mano o meccanizzato, cioè con una macchina vendemmiatrice (che aspira gli acini o scuote i rami).

6. Cos’è la vendemmia scalare?

È chiamata anche vendemmia in più passaggi, ovvero quando le uve della stessa vigna o sulla stessa pianta sono raccolte in momenti successivi per ricercare la perfetta maturazione dei singoli grappoli.

7. A che ora si vendemmia?

Quanto più la zona è calda, si vendemmia molto presto alla mattina oppure alla sera: il momento ideale per evitare fermentazioni indesiderate. In Australia si vendemmia addirittura di notte per evitare il caldo del giorno e per sfruttare la rugiada perché questa diluisca in parte l’eccesso zuccherino.

8. La vendemmia è influenzata dai cambiamenti climatici?

Eccome. L’aumento della temperatura media porta, oggi, a vendemmiare circa un mese prima rispetto a 30 anni fa.

9. Si può partecipare alla vendemmia?

Sì, dal Trentino alla Sicilia si moltiplicano le cantine che aprono le porte durante la vendemmia. E l’attività è scelta anche da famiglie con bambini e aziende.

10. Qual è il segreto per una buona vendemmia?

Portare uve sane in cantina è cruciale per ottenere grandi vini. Per questo, la vendemmia deve essere accurata (grappoli sani, non schiacciati né bagnati) ma anche tempestiva: l’uva deve essere portata in cantina prima che inizi il processo di fermentazione. Qui, viene pulita e selezionata per dare avvio al magico processo che porta al vino.

MARCO SFERLAZZO

Porta del vento – Sicilia

Dopo aver fatto il farmacista per 25 anni ho capito che dovevo cambiare vita. Arrivai per caso a Camporeale, dove in collina c’erano vecchie vigne e un casale abbandonato. L’eredità di mio nonno contadino e le vendemmie di quando ero bambino avevano lasciato in me un’appartenenza profonda. Acquistai 10 ettari e il magazzino dismesso. Non c’erano acqua né luce, solo il vento. Capii che lì potevo fare vini inusuali per la Sicilia.

La nostra proprietà si estende per diciotto ettari sulle colline del territorio di Camporeale, in provincia di Palermo, a circa seicento metri di altitudine, nella zona dell’Alcamo doc e del Monreale doc. Quattordici sono impiantati a vigneto, con terreni sabbiosi su crosta di roccia arenaria che zappiamo a mano.

I vigneti sono allevati principalmente ad alberello e hanno quasi cinquanta anni anni di età, esposti a nord seguendo le forti pendenze del terreno scosceso. Il luogo è molto ventoso con forti escursioni termiche. Il vento si infila attraverso quella che io immagino essere una porta e si incanala verso il vigneto: mantiene asciutta la vigna e accarezza i filari allontanando l’umidità.

La conduzione è biodinamica e biologica, entrambe certificate: il suolo viene coltivato senza alcun uso di prodotti di sintesi, e cerchiamo di comprendere e mantenere l’equilibrio delle erbe spontanee, accrescendo la biodiversità.

Vendemmiamo a mano: l’uva appena raccolta in cassette giunge nella cantina dell’azienda, dove avviene la fermentazione. Lasciamo che la natura faccia il suo corso e che l’armonia e l’energia delle piante siano trasmesse dai grappoli al vino, esprimendo completamente il territorio a cui appartengono.

Marco Sferlazzo

porta del vento