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Le professioniste del vino da tenere d’occhio

Sommelier, wine influencer, esperte di vino che cercano nuovi linguaggi per comunicare una materia tanto stratificata e complessa quanto affascinante, professioniste donne che si fanno strada in un mondo ancora attraversato da pregiudizi di genere… quali sono le professioniste italiane del vino da tenere d’occhio, oggi?

Abbiamo raccolto in una lista le professioniste del vino che per noi sono da tenere d’occhio: nelle specificità dei caratteri, delle aspirazioni, dei linguaggi e delle professioni di ciascuna, tutte stanno facendo un grande lavoro per raccontare e per far capire il vino. Cioè per avvicinarlo alle persone e farlo amare.

E in questo portare a tutti la magia del vino leggiamo il tratto più bello (e perché no? anche il più femminile) del lavoro svolto dalle tante professioniste del vino.

1. Laura Donadoni

Giornalista professionista, con un dottorato in Scienze della Comunicazione, sommelier e WSET 3, la carriera di Laura Donadoni inizia come editorialista e reporter enogastronomica per prestigiose riviste italiane come il Gambero Rosso. Conduttrice di notiziari radiofonici, ha anche tenuto un suo programma enogastronomico sulla rete televisiva Mediapason.

Dopo essersi trasferita negli Stati Uniti, ha iniziato a scrivere di vino nel suo blog The Italian Wine Girl, ma è attiva anche su Instagram, su Tik Tok, con podcast e su Youtube. La sua social community conta oltre di 60.000 follower.

Tra i pochi Vinitaly International Italian Wine Ambassador al mondo, è specializzata in vino italiano e spagnolo, oltre che giudice ufficiale del vino per il San Francisco Chronicle Wine Competition e per altri concorsi internazionali; tra le poche donne italiane nell’International Circle of Wine Writers di Londra e membro della Los Angeles Wine Writers Association. Dirige il Wine Education Program presso il Pacific National Food and Beverage Museum di Los Angeles. È collaboratrice ed editorialista per le riviste The Tasting Panel e The SommJournal e tra i revisori ufficiali della guida internazionale di Slow Wine. Il suo libro Come il vino ti cambia la vita è stato lanciato a giugno 2020 in Italia e la versione inglese sarà presto disponibile.

Ha fondato LA COM Wine Agency, società di importazione di vino e società di comunicazione strategica per l’industria enogastronomica.

2. Maria Elena Boggio

Laurea in Biotecnologie, ha un passato di ricerca universitaria in ambito oncologico. Dopo il dottorato, però, ha scelto il bancone dell’enoteca a quello del laboratorio. Nel suo blog Lasecondadolescenza parla di vini naturali, raccontando storie dimenticate di vini e di territori, con la lente sempre puntata sull’artigianalità.

Il suo è un linguaggio molto diretto, che si riflette in un account Instagram con foto e video senza filtri. Al naturale, come sono i vini da lei particolarmente amati. Molti gli IGTV su Instagram con interviste ai vignaioli, così come di interesse la sezione Q&A in evidenza, in cui risponde in maniera semplice sui più diversi temi, vini e territori.

3. Carlotta Salvini

Migliore Sommelier d’Italia FISAR dell’anno 2019, WSET 3, è laureata in Agraria e in Viticoltura ed Enologia presso l’Università di Firenze e lavora presso Felsina. Molto attiva su Instagram, specialmente nel racconto della degustazione, sa combinare la sua straordinaria competenza con una comunicazione di rara gradevolezza, che si avvale di un tono di voce inclusivo, diretto, mai banale. Due, le video interviste rilasciate da Carlotta Salvini a Marco Montemagno.

Lo scorso aprile ha disegnato per Sommelier Wine Box una selezione dedicata ai vini di Siena.

4. Cristina Mercuri

Volto molto noto del panorama enogastronomico. Avvocato di talento, Cristina Mercuri lascia la professione legale per dedicarsi al vino e alla sua speciale passione per l’insegnamento.

WSET, punta a diventare uno dei 400 Master of Wine al mondo, come ci ha raccontato quando ha curato una selezione per noi.

Molto attiva su Instagram, fa dirette settimanali, con approccio tecnico, all’interno della rubrica Wine Geek. Approdata anche su Clubhouse.

5. Chiara Giannotti

Cresciuta in una famiglia di produttori, Chiara Giannotti è esperta di marketing e pubbliche relazioni con lunga esperienza nel settore del vino e degli alcolici. Laureata in Lingue e Letterature presso l’Università degli Studi di Roma Tre, è fondatrice di Vino.TV e autrice presso DoctorWine, la notissima rivista online di Daniele Cernilli.

Molto attiva su YouTube, con diversi video e playlist che hanno l’obiettivo di educare alla cultura del vino e diffondere curiosità enologiche.

6. Adua Villa

Sommelier e scrittrice, enogastronoma e docente AIS, Adua Villa è Ambasciatrice del vino abruzzese. Ha lavorato a lungo in TV (per Uno Mattina, Prova del Cuoco, Uno Mattina Estate, Tg5 Gusto, Sky Alice e con il suo programma Le Stagioni). Per anni è stata la voce femminile di Decanter su Radio2, mentre oggi conduce Vinopop sulla web radio Radio Kaos Italy e su Tagadà, programma di LA7. Per 9 anni ha lavorato come degustatore per la guida Duemilavini.

Nell’editoria, ha mosso i primi passi per VanityFair.it e con una rubrica sul quotidiano Libero Gusto. Tra i libri scritti, si cita qui Vino rosso tacco 12, un romanzo enologico.

7. Eleonora Galimberti

Specialista di Marketing e Comunicazione e Food & Wine Consultant, con esperienza in aziende multinazionali di lusso, fashion e vino, Eleonora Galimberti è inoltre giornalista nel comparto food, wine, travel, hotel e alta ristorazione. Sommelier AIS, ha approfondito in particolare le tecniche dell’abbinamento cibo-vino e si occupa anche di collezionismo di vini pregiati, con attività consulenziali.

Suo è il blog Enozioni, dedicato ai “sensi che danno vita alle emozioni” e alle “emozioni che danno senso alla vita”.

Collabora come freelance a varie testate nazionali: Style Magazine (Corriere della Sera), Elle, Marie Claire (Hearst), James Magazine, Vision 3.0, Kyoss.

8. Simona Geri

Sommelier AIS, WSET 2 with merit, operatore enoturistico, guest taster, media partner, wine blogger con The Winesetter e wine consultant, anche Simona Geri ha curato per noi una selezione, dedicata alle donne del vino.

Wine influencer, è molto seguita su Instagram, dove si avvale di un linguaggiogiovane e semplice, con grande cura per l’estetica e per i colori di post e reels, oltre che per una comunicazione (e una degustazione) semplice e simpatica.

9. Laura Bertozzi

Commercialista e sommelier, Laura Bertozzi è amica di Sommelier Wine Box dalla prima ora e ha curato per noi due selezioni. Offre consulenze ad aziende vitivinicole, enoteche, ristoranti, bar per lo sviluppo strategico, la comunicazione e la formazione, combinando la solidità di una stimata professionista di economia e finanza con quella di sommelier appassionata.

Attiva come blogger da anni, con Divino Senza Glutine, recentemente sta molto sviluppando la produzione di video, soprattutto per valorizzare i piccoli artigiani del vino.

Parole chiave: valorizzazione dell’esperienza delle persone e rispetto per l’ambiente.

10. Elisa Fiore Gubellini

Blogger, YouTuber e Instagrammer, informer e influencer del settore cibo e vino, Elisa Fiore Gubellini organizza eventi correlati al mondo del vino e wine tour, in Italia e in Francia.

Sommelier AIS, ha una lunga esperienza come Fine Wine Merchant.

Dal 2018 gestisce una pagina Instagram costituita da un gruppo di sommelier tutto al femminile, le Wine Angels. Con le numerose attività di comunicazione, il suo obiettivo ultimo è “spiegare a tutti con parole semplici quella che è la mia passione più grande, tutti noi abbiamo olfatto e gusto e possiamo dire la nostra in una degustazione, io stessa so di non sapere, ma quello che conta è la voglia di imparare… e di degustare”.

11. Clizia Zuin

Dopo laurea in Lingue Orientali ottenuta presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e alcune importanti esperienze internazionali si trasferisce in Toscana, dove inizia a lavorare nel mondo del vino.

Sommelier dal 2011, diplomata WSET 3, relatore A.I.S., decide di intraprendere la carriera dei concorsi diventando migliore sommelier d’Italia donna nel 2019.

Redattrice della guida Vitae e di Intravino.

12. Camilla Rocca

Caporedattore presso So Wine So Food, scrive di food e di beauty come freelance per numerose testate, di settore e nazionali. Tra queste: Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Repubblica, Man in Town. Si occupa, inoltre, della redazione di libri come l’ultimo di ricette dello chef Carlo Sadler (I miei nuovi menu), edito da Giunti nel 2017.

Organizza numerosi eventi di settore, in particolare per l’Associazione Le Soste.

13. Marta Curtarello

Laureata in Lingue Straniere per le Relazioni Internazionali, è sommelier e ha il diploma WSET 2.

Blogger, è molto attiva su Instagram, con degustazioni, consigli e racconti di vino. Sales Partner di The Winesider.

14. Valentina Papandrea

Laureata in Giurisprudenza, con una passione per il vino che la porta a frequentare il Master in Food and Wine Business presso la LUISS Business School, si occupa di social media e di marketing per varie cantine italiane.

Attiva, oltre che su Instagram, su Tik Tok e Club House, dove parla soprattutto di vino, di cibo, di arte. Qui, è co-founder di Wine Room Club (che ha l’obiettivo di mettere in contatto i lavoratori nel mondo del vino, e quindi produttori, content creator, dirigenti, buongustai, organizzatori di eventi, esperti di turismo…).

Sogna un mondo più inclusivo.

15. Arianna Vianelli

Laureata in Conservazione dei Beni Culturali, il suo lavoro ruota attorno al Franciacorta.

Lasciato il Consorzio per la tutela dei Franciacorta, inizia a lavorare come libera professionista e consulente in comunicazione e social media manager. Arianna Vianelli ha inoltre una grande passione per l’organizzazione di eventi enogastronomici.

16. Giulia Sattin

Architetta urbanista e sommelier, Giulia Sattin è molto seguita su Instagram, dove adotta un tono di comunicazione molto semplice. Sul suo blog, Wine Girl Friend, parla di vino raccontando inoltre locali, cantine, abbinamenti gastronomici.

Donatella Cinelli Colombini

Qual è il futuro delle donne del vino? Ne parliamo con Donatella Cinelli Colombini

Dal tempo della nostra ultima intervista, del gennaio 2020, c’è stato un rivolgimento che nessuno avrebbe mai immaginato. Rivolgimento che colpisce tanto le vite dei singoli quanto le attività produttive. E il mondo del vino ne è investito in pieno. Da parte loro, i consumatori hanno familiarizzato con video degustazioni, aumentando le occasioni di consumo di vino in casa e di conseguenza potenziando i canali di acquisto online. Dal lato della produzione, invece, quali sono gli ambiti più colpiti e quale la posizione delle donne? Lo chiediamo a Donatella Cinelli Colombini.

Saper leggere il presente, infatti, è l’unica chiave che abbiamo per direzionare il futuro.

Si parla molto di resilienza. I produttori di vino italiani come hanno reagito al colpo della pandemia?

Le grandi cantine, con una rete commerciale strutturata su diversi canali e anche all’estero, bene. Hanno perso poco oppure addirittura hanno aumentato i fatturati. Le piccole cantine, invece, che vendevano soprattutto in Italia e nel canale HORECA, sono in grande difficoltà. Il lockdown e la crisi del turismo hanno avuto contraccolpi devastanti nella ristorazione e in chi riforniva i pubblici esercizi. A questo si aggiunge il ritardo delle cantine italiane nella digitalizzazione: pochi followers nei canali social, poca raccolta e profilazione dei contatti, poca interazione online con i consumatori… E, con l’arrivo del Covid, quando c’è stato bisogno spingere sull’e-commerce come canale alternativo, le nostre cantine non avevano un portafoglio clienti a cui rivolgersi.

Se mettiamo ancora più a fuoco l’obiettivo e guardiamo gli esiti della pandemia rispetto all’occupazione femminile, sappiamo che questi sono stati devastanti. Qual è la situazione nel mondo del vino? Quel trend di progressiva acquisizione di forza del ruolo femminile nel mondo enologico, di cui ci ha raccontato nel 2020, è stato rallentato dagli effetti della crisi sanitaria ed economica?

Nelle cantine, le donne sono molto presenti nelle attività commerciali, di comunicazione e di turismo. Non sappiamo ancora esattamente quanto sia stato il contraccolpo dell’epidemia sull’occupazione femminile, temo tuttavia che sia alto: molti degli addetti alla wine hospitality erano donne e questo comparto ha perso il 18% degli addetti. Anche chi lavorava nella ricettività e nella ristorazione collegata alle cantine erano soprattutto donne. Questo settore si è trovato di fronte a un drastico accorciamento della stagione turistica che da 9 mesi si è ora ridotta a tre. 

Nessuno di noi ha la palla di vetro, ma si sente di fare una previsione circa il ruolo nelle donne nel futuro del vino italiano, anche in relazione alla crisi pandemica che stiamo ancora attraversando?

Secondo me il ruolo delle donne sarà sempre maggiore. Le Donne del Vino, insieme all’Università di Siena, stanno facendo un rilevamento della situazione attuale in termini di parità salariale e differenze di genere nella progressione di carriera. Guardando al futuro stiamo collaborando con Unione Italiana Vini per definire il “decalogo” delle imprese del vino virtuose e forse nascerà anche un premio a Wine2Wine 2021. Sono piccoli passi che vanno verso una vera parità di opportunità professionali. Dar modo alle donne di esprimere a pieno il proprio talento serve a tutti anche agli uomini, non ce lo dimentichiamo.

Non potremmo essere più d’accordo. E infine, per chiudere con un dato di speranza. Dall’osservatorio speciale costituito dall’Associazione Le Donne del Vino, c’è un caso di successo, tutto al femminile, di cui ci vuole raccontare?

Si tratta della Delegata delle Donne del Vino della Sardegna Elisabetta Pala che all’età di 24 anni ha lasciato la cantina di famiglia per creare un progetto tutto suo nell’angolo sud-orientale della Sardegna Mora&Meno. 40 ettari con vigneti di 30 anni d’età sulle colline che si affacciano sul Golfo di Cagliari, circondata dalla macchia mediterranea e dai sette Fratelli, le montagne più alte della Sardegna. La giovane Elisabetta ha rivoluzionato il profilo del Cannonau rendendolo un vino del nuovo millennio. L’ho assaggiato due volte, a Malta durante una missione commerciale e a Vinitaly in occasione di un winetasting guidato da Ian D’Agata, entrambi organizzati dalle Donne del Vino. Vi assicuro che lascia a bocca aperta, non solo per la qualità ma soprattutto per lo stile fresco, armonioso e non più opulento e quasi sovrabbondante come eravamo abituati. Insomma Mora&Memo ha fatto il restyling del Cannonau – più vigna e meno cantina – al pari di come è avvenuto nel Brunello e nel Barolo.

vigna mora&memo
Etichetta bottiglia vino come leggerla

Come si legge l’etichetta di una bottiglia di vino? Facciamo chiarezza

Principale elemento di attrazione per l’acquisto di un vino, rettangolo bianco pressoché indecifrabile, elemento puramente estetico? L’etichetta desta le più diverse percezioni. In realtà è uno strumento fondamentale per capire la bottiglia che si ha di fronte. Ma come si legge un’etichetta?

Pensiamoci. L’etichetta è il volto di una bottiglia. Non solo esercita grande influenza sull’acquisto, ma è anche ciò che di quel vino si finisce per ricordare di più. Se non si conosce nello specifico la bottiglia che si ha di fronte, l’etichetta diventa l’elemento che determina o meno l’acquisto, perché la si sa leggere o perché si è attratti dalla sua grafica. Dà infatti informazioni importanti, che è bene conoscere per acquistare e degustare con consapevolezza.

Cosa si intende per etichettatura?

L’insieme dei termini, delle diciture, dei marchi e delle immagini apposti su qualunque tipo di imballaggio che accompagna un prodotto.

A cosa serve l’etichetta del vino?

L’etichetta è la carta di identità del vino perché ne certifica i requisiti – legali – per la sua commercializzazione. Tutela il consumatore, che capisce cosa sta per bere, e al tempo stesso consente al produttore di raccontare il suo vino. Almeno un po’.

Storia dell’etichetta del vino

Già Egizi e Fenici introducono delle prime forme di etichettatura, dal momento che le antiche anfore vinarie contengono, nella superficie esterna, informazioni sul contenuto. Nel Medioevo il vino è commercializzato in contenitori di terracotta, ai quali sono apposte piccole placche con inciso il nome del vino, appese con catenelle.

Le prime etichette di carta, del tutto simili a quelle moderne, si devono ai nostri cugini francesi. Introdotte nel corso del Settecento, prima sono scritte a mano, poi a stampa.

Un primato italiano è quello della controetichetta, che il Conte Giulio della Cremosina fa apporre nel suo Nebbiolo. Siamo all’inizio dell’Ottocento.

Nebbiolo controetichetta

A mano, scrive: Vino Vecchio Nebbiolo della vendemmia 1802 lasciato diventare amaro. (Uve dei vigneti di Val Maggiore e degli Ochetti presso la Vezza, cedute dai Signori Sola, in cambio di nostri Moscati e Brachetti: trasportate dal mezzadro Dionigi e pigiate nella cantina della Cremisina). Dalla Cremisina Nella Settimana Santa del 1806. Il Conte Giulio.

E sulla controetichetta: Chiuso nei litri sotto le feste di Pasqua del 1806 dal nostro cantiniere Michele dopo tre anni di permanenza nelle vascelle di rovere. Vuota adagio: è un vino vecchio e un poco di fondo può averlo. Alla salute!!

Quali informazioni deve contenere l’etichetta del vino?

Il vino deve riportare in etichetta alcune informazioni obbligatorie, mentre altre sono facoltative.

Attenzione: le prime devono essere scritte chiaramente ed essere leggibili senza dover girare la bottiglia.

In generale, le informazioni da riportare in etichetta diventano sempre più puntuali man mano che la qualità della tipologia di vino sale.

Leggere etichetta vino

INFORMAZIONI OBBLIGATORIE DA METTERE IN ETICHETTA

Categoria di prodotto (vino, vino liquoroso, spumante, frizzante…). Omissibile se è presente la denominazione di origine, indicazione geografica o menzione tradizionale (Classico, Riserva, Superiore, Gran Selezione…)

Denominazione, cioè DOP, IGP, DOC, DOCG o IGT

Titolo alcolometrico (% vol), c’è una tolleranza dello 0,5% in eccesso o in difetto

Provenienza, cioè il territorio in cui le uve sono state vendemmiate e vinificate 

Annata, cioè anno di vendemmia delle uve, solo per DOC e DOCG se almeno l’85% è della stessa annata

Imbottigliatore, eventuale importatore

Tenore zuccherino, per gli spumanti

Presenza di allergeni e di solfiti (se superiori a 10 mg/l)

Lotto di confezionamento, ovvero il numero che identifica le bottiglie confezionate in un contenuto lasso di tempo.

Quantità

INFORMAZIONI FACOLTATIVE DA METTERE IN ETICHETTA

Produttore, eventuale distributore

Indicazione di abbazia, castello, rocca… per vini a Denominazione di Origine, riferiti all’azienda agricola a patto che tutte le operazioni si svolgano lì

Logo che identifica eventuali allergeni

Annata delle uve se almeno l’85% è della stessa annata (per DOC e DOCG l’annata in questo caso è obbligatoria, come visto sopra)

Varietà delle uve: si può nominare un solo vitigno se rappresenta almeno l’85% delle varietà usate; si possono nominare due o più vitigni se rappresentano la totalità delle varietà utilizzate, solo per i vini a Denominazione di Origine (cioè puoi nominare una sola varietà se questa è maggioritaria e se ne indichi più di una, devi indicarle tutte)

Tenore zuccherino, solo per i vini non spumanti

Metodo di elaborazione o invecchiamento, solo per vini a Denominazione di Origine (Superiore, Vino novello…)

Metodo di produzione degli spumanti DOP/IGP

Indicazione di unità geografiche più piccole di DOP/IGP, se almeno l’85% dell’uva viene da quelle zone (solo per vini a Denominazione di Origine)

Villa Corniole

Villa Corniole – Trentino Alto Adige

Siamo in Valle di Cembra: in questa valle bellissima, in un terroir unico, produciamo i nostri vini estremi. In Piana Rotaliana invece coltiviamo il Teroldego, vitigno autoctono, prima DOC e principe dei vini del Trentino, il Lagrein e il Pinot Grigio: tre varietà che qui esprimono al meglio le loro caratteristiche.

Nel nostro lavoro, ci guidano il costante desiderio di innovare, la passione per la viticoltura, la determinazione e la cura, oltre all’orgoglio per il nostro territorio, dai terrazzamenti vitati della Valle di Cembra alle campiture regolari della Piana Rotaliana.

Villa Corniole

Villa Corniole è il progetto familiare che parte in vigna e prosegue nella cantina di montagna, dove vinifichiamo le nostre uve raccolte nei vigneti in Val di Cembra e in Piana Rotaliana, per ottenere vini unici ed eleganti con un forte legame con il territorio.

I nostri sono vini di montagna che hanno dentro di sé il segno di un terroir unico esaltato dal clima estremo: necessitano di evolvere lentamente per esprimere e mantenere nel tempo il proprio potenziale e le caratteristiche organolettiche. Sono Müller Thurgau in primis, simbolo dei vini di montagna, Gewürztraminer, Chardonnay, Pinot Nero, Spumante Trentodoc e Teroldego.

Per noi la sostenibilità è trasferire alle nuove generazioni un’azienda e un territorio non impoveriti, ma ancora pieni di risorse naturali ed umane. Vendemmiamo le uve a mano, nel rispetto dell’ambiente e della tradizione vinicola. Uniamo un approccio sano e rispettoso dell’ambiente, nella migliore tradizione agricola, alla ricerca e alla tecnologia.

La cantina, in parte interrata, permette un notevole risparmio energetico grazie alla temperatura naturale e all’umidificazione della barricaia. I pannelli fotovoltaici di recente installazione producono la maggior parte dell’energia che serve in cantina durante l’anno.

La barricaia è un luogo magico, scavato nella roccia porfirica della Valle di Cembra. Qui i vini di Villa Corniole riposano con la giusta calma, a temperatura controllata e costante, senza forzature.

Famiglia Pellegrini

Barricaia
wine club vino italiano

Perché le bottiglie di vino sono da 75 cl?

Diamo per scontato che le bottiglie di vino siano da 75 cl, che in effetti è la capacità standard. Le ragioni ci sono e vanno cercate nella storia, della Francia e dell’Inghilterra. Vediamo perché.

Di tutti i possibili formati quello da 75 cl è senza dubbio quello utilizzato dalla stragrande maggioranza di tutti i produttori del mondo. Per capire il perché si deve fare un salto indietro, all’inizio della storia.

Dove si conservava anticamente in vino?

Per secoli il vino è stato conservato nei più diversi recipienti: anfore di terracotta, vasi di ceramica, otri di cuoio…

Quando nasce la bottiglia di vino?

La bottiglia simile a quella che conosciamo oggi nasce nel Cinquecento, alla corte francese di Caterina de’ Medici: il vino inizia a essere conservato in bottiglie di vetro ricoperte di vimini.

Quando si diffonde l’uso della bottiglia di vetro?

La produzione più su larga scala delle bottiglie di vetro soffiato prende piede, ancora in Francia, un paio di secoli dopo. Dal Settecento, il vino è quindi sempre più comunemente imbottigliato in bottiglie di vetro.

Quanto sono capienti le prime bottiglie di vino?

Le dimensioni delle bottiglie sono variabili: la loro capacità va da 70 cl a 1 litro circa.

Inizia a farsi quindi strada la bottiglia da 75 cl…

È proprio in questo momento, nel corso del Settecento, che prende forma la bottiglia con la capacità simile a quella che oggi abbiamo codificato in quella da 75 cl: pare che i maestri vetrai che soffiavano il vetro fossero in grado di raggiungere grosso modo questa come dimensione massima delle bottiglie. La capienza e la forma delle bottiglie allora erano chiaramente molto dipendenti dalle capacità di questi artigiani.

Cosa c’entrano gli inglesi in questa storia?

Alla codifica della bottiglia da 75 cl devono avere contribuito anche gli inglesi, che sono sempre stati grandissimi importatori di vino dalla Francia. Storicamente, una cassa inglese conteneva due galloni di vino: un gallone corrisponde a circa 4.5 litri. Per funzionalità, era comodo inserirvi 12 bottiglie, da 75 cl appunto. Quindi sì: gli inglesi hanno avuto un ruolo nel consolidare il formato da 75 cl.

È per questo che il vino si trasporta in casse da 6 o da 12?

Sì. È per lo storico ruolo inglese nel commercio di vino che ancora oggi, nella tradizione anglosassone, le casse per il trasporto del vino contengono 2 galloni di vino, cioè 12 bottiglie. Mentre in Italia le casse per il trasporto di vino ne contengono per lo più 6.

Tornando alla bottiglia da 75, la degustazione in sé ha influito nella codifica della capacità?

Alle ragioni che abbiamo visto se ne sono probabilmente intrecciate anche altre, molto pratiche, legate alla somministrazione del vino in osteria. La bottiglia da 75 cl consente infatti di ottenere 6 bicchieri. In questo modo l’oste avrebbe potuto calcolare (e tenere facilmente il conto) del numero delle bottiglie da aprire per i clienti.

Quando è codificata ufficialmente la bottiglia da 75 cl?

Fin qui abbiamo seguito una codificazione della bottiglia da 75 cl data dalla pratica, ma è solo con l’industrializzazione che si arriva a una produzione omogenea e precisa delle bottiglie di questa capacità. Si arriva quindi al 1975 e alla codifica della capienza dei recipienti con cui il vino può essere messo in commercio (direttiva europea sugli imballaggi). Tra queste, c’è la bottiglia da 75 cl. Questi interventi legislativi sono stati poi seguiti da altri simili negli altri continenti, rendendo universali le misure delle bottiglie da vino.

abbonamento vino
Le etichette di alcune bottiglie proposte nella nostra tappa 14 (Molise), nella tappa 33 (Nebbiolo e Barbera), e nella tappa 3 (perlage eccellenti).

La bottiglia da 75 è la più diffusa, ma non è l’unica. Altri formati?

Per i Passiti, ad esempio, le bottiglie impiegate sono da 37.5 o da 50 cl (la “mezza”), dal momento che si tratta di produzioni limitate e preziose.

Le bottiglie di capacità superiore sono legate soprattutto alla storia dello Champagne. Non di uso comune, hanno nomi sono curiosi, spesso legati alla Bibbia:

🍾 Magnum

capacità: 1.5 litri, la doppia classica

il nome è preso da Cicerone, che lo usava per i grandi condottieri

🍾 Jérobam

3 litri

Il nome viene dalla Bibbia, dal figlio di Salomone che unifica le 10 tribù di Israele

🍾 Réhobam

4.5 litri

Ancora dalla Bibbia, un altro figlio di Salomone

🍾 Mathusalem

6 litri

Si tratta dell’uomo più vecchio della Bibbia, che ha vissuto fino a 969 anni

🍾 Salmanazar

9 litri

Il nome viene da un re assiro della Bibbia

🍾 Balthazar

12 litri

L’ultimo re di Babilonia

🍾 Nabuchodonosor

15 litri

Il re che conduce Babilonia al massimo splendore

🍾 Melchior o Salomon

18 litri

Rispettivamente: uno dei tre re magi e il re sapiente che unifica lo stato di Israele

🍾 Primat

27 litri

Il nome deriva dal volgare e significa “primo ordine”.

🍾 Melchizedek

30 litri

Il sacerdote che ha benedetto Abramo offrendo pane e vino.

Il formato della bottiglia influenza in vino?

La dimensione della bottiglia influisce sull’affinamento del vino. In quelle piccole il vino matura più velocemente, perché c’è molto ossigeno in rapporto al vino e questo accelera il processo di ossidazione. Diversamente, con l’aumentare della capacità della bottiglia il rapporto va a favore del vino nel caso di bottiglie più capienti. Ecco perché la Magnum è (giustamente) considerata di migliore qualità.

A margine, è bene ricordare che anche il colore della bottiglia è importante per prolungare la vita di un vino che si voglia fare affinare a lungo: bottiglie di vetro scuro offrono una buona protezione dalla luce.

Tenuta Il Ghizzano

Tenuta Il Ghizzano – Toscana

Quella del vino, in Italia, è una storia legata alle famiglie: una passione antica che si rinnova continuativamente, come quella che da generazioni scorre e pulsa nelle vene della famiglia Venerosi Pesciolini.

La storia della mia famiglia inizia nel Medioevo, in una terra di elezione nella campagna pisana: un territorio irradiato da una luce morbida, un luogo di vitigni pregiati e concentrati di bellezza.

Sono entrata in azienda nel 1995, alla guida della parte agronomica e commerciale della Tenuta di Ghizzano: il mio compito è proprio quello di rinnovare quotidianamente una tradizione che, dall’età carolingia in poi non ha conosciuto interruzioni.

La nostra filosofia si basa su un principio cardine: quando il frutto della terra proviene da un luogo in armonia con le forze della natura ha già in sé la potenzialità per essere eccellente. Tutte le nostre azioni, poi, sono mosse dal rispetto: per la natura che cresce rigogliosa e abbraccia i nostri vigneti, per il territorio che ci ospita e per le persone che vivono e lavorano qui. Sono certa che non esista successo senza un convinto lavoro di squadra, che tenga insieme le storie nascoste dietro ogni volto, per valorizzarle.

Dal punto di vista produttivo, scegliamo consapevolmente di produrre meno, all’insegna dell’altissima qualità, per restituire al massimo le espressioni che il vino, l’olio e i frutti ci elargiscono. Questo senza mai tradire l’eleganza innata e la ricchezza di queste colline. Dal 2003 siamo diventati pionieri di un percorso di Agricoltura Biologica “naturale”: abbiamo messo al bando concimi organici, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici. Lavoriamo il terreno sotto la fila, per controllare le infestanti e ossigenarlo, nutrendolo con sovescio e altri semi. Dal 2006 abbiamo iniziato a praticare l’Agricoltura Biodinamica (certificati come Azienda Biodinamica da Demeter nel 2018).

Vendemmiamo a mano, usando piccole cassette areate. Quando l’uva arriva in cantina, la trasferiamo sul tavolo di scelta per supervisionare sanità e integrità. La pressatura è fatta con i piedi e in fase di fermentazione non usiamo lieviti selezionati. La maturazione avviene nel legno: usiamo botticelle di rovere per un periodo dai 16 ai 18 mesi. Il legno, per noi, rappresenta uno strumento per far evolvere il vino nel tempo, portandolo alla maturazione senza l’aggiunta di tannini di legno, perché non vogliamo che prevalgano su quelli di frutto. Per i nostri vini di punta, il Veneroso e il Nambrot, l’obiettivo è quello di coniugare la longevità con la giusta armonia tra frutto e acidità.

Ginevra Venerosi Pesciolini

Cosimo Maria Masini – Toscana

Sono Maria Paoletti Masini della Tenuta di Poggio, e mi piace presentare così la nostra cantina “Cosimo Maria Masini Passione Biodinamica!” perché la Biodinamica è il filo conduttore della breve ma emozionante storia della cantina. Abbiamo acquistato la Tenuta di Poggio nel 2000 per condividere un sogno: fare vino buono nel rispetto della natura.  

Le nostre vigne sono adagiate sopra un colle, nel cuore della Toscana, in fronte al borgo antico di San Miniato, terra di vino e di tartufo bianco. Conoscere il territorio, acquisire la sensibilità necessaria per comprendere i ritmi biologici della natura, capire quali energie entrano in gioco tra la terra, le piante e l’uomo: in questo consiste il nostro lavoro. 

Abbiamo scelto di gestire la terra coniugando qualità, sostenibilità ed efficienza, applicando il metodo Biodinamico nelle nostre vigne. Continuando questa filosofia in cantina non facciamo uso di lieviti selezionati, né di additivi chimici. Dunque: lavorare a contatto con le nostre piante, osservare attentamente per interpretare i messaggi che la natura ci manda, sviluppare una nostra sensibilità, rispettare la natura, comportandoci nei suoi confronti con umiltà… questo è per noi fare vino, questo è ad oggi il punto dal quale partire per proseguire il cammino avviato.  Nel nostro percorso siamo stati accompagnati da enologi ed agronomi esperti e sensibili, conoscitori appassionati della Biodinamica.  Francesco de Filippis, in società con noi da quasi10 anni, ha dato un contributo fondamentale all’ottenimento di vini eccellenti, dei quali siamo molto orgogliosi, e ha seminato nei suoi collaboratori il seme della passione biodinamica.

Il mio socio Francesco che guarda con amorevole attenzione i grappoli dell’uva sulla pianta

Produciamo 9 etichette, delle quali sono presentate in questa selezione il Daphné e il Sincero.

Il Daphné è il risultato di un lungo lavoro di ricerca sulla macerazione delle uve, per trarre il meglio da Trebbiano e Malvasia Bianca (macera cinque giorni sulle bucce, in vasche aperte, a temperatura ambiente, con follature manuali più volte al giorno) e ottenere un vino complesso e persistente, indimenticabile in associazione al tartufo bianco.

Il Sincero è il risultato di un’attenta selezione di uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc provenienti dai nostri vigneti esposti a sud-ovest: un vino rosso di ottima bevibilità, che esprime all’olfatto un delicato profumo di viola, rosa e ciliegia matura; pieno e tondo, con tannini ben presenti, ma non invasivi, si abbina perfettamente ai piatti della tradizione toscana, e in particolare a salumi e carni rosse.

Maria Paoletti Masini

Cristina Mercuri sommelier

Wine Educator e Consultant. Quattro domande a Cristina Mercuri

Il mondo del vino è più in evoluzione di quanto si possa immaginare e la professione del sommelier diventa sempre più specializzata. E poi c’è l’universo degli appassionati, che al di là del lessico specifico degusta con passione e curiosità estreme.

Della sfida di essere professionisti del vino, oggi, parliamo con Cristina Mercuri, sommelier e wine educator.

1. Da avvocato a sommelier, a 33 anni. Si legge molto delle ragioni per cui hai lasciato la carriera forense. Quella più affascinante, e di ispirazione, è il desiderio di perseguire una vita piena, in continuo movimento, appagante senza compromessi. Al tempo stesso la carriera nel mondo del vino che hai impostato appare molto solida: è un’eredità della carriera legale?

È vero: quello che colpisce il lettore è il cambio radicale della mia vita. Da una professione prestigiosa e strutturata ho deciso di fare un salto nel vuoto solo per perseguire un concetto molto alto di felicità. Molti parlano di coraggio ma io non so se definirlo così, preferisco pensare di aver agito per necessità, e ne ho fatta una virtù (come recita un vecchio proverbio…).

Anche se ammetto che avere un certo mindset e una certa cultura legale mi hanno aiutato a costruire determinati rapporti e – in alcuni casi – selezionare meglio le persone, quello che tengo a sottolineare è che ho sempre fatto tutto con accanita curiosità e spietata ambizione, fin dalle elementari.

Non credo si tratti di un’eredità della professione forense, si tratta piuttosto di una dote innata, che è stata la chiave per costruire una professione solida e una carriera orientata al successo. Ho sempre avuto fame di sapere, fame di arrivare, fame di affermarmi, a prescindere dall’età o dal ruolo: poteva trattarsi di un voto all’università, della posizione all’interno di uno studio legale o del mio ruolo nel panorama della Wine Education nazionale.

Aver vissuto sempre tutto fino in fondo ha creato in me la capacità di immagazzinare molte informazioni e creare una stratificazione di competenze che posso sfruttare su vari fronti.

Questo continuo alimentare il mio cervello ha indubbiamente aiutato a creare la solidità di cui parli nella mia professione: il mio modo di insegnare è frutto di analisi, studi, approfondimenti e confronti coi più grandi.

Col tempo ho definito il mio approccio sistematico al lavoro e all’insegnamento, e mi impegno affinché i valori in cui credo siano condivisi anche dai miei collaboratori.

2. L’insegnamento è fra i tuoi più importanti campi di azione. Umberto Galimberti insiste sul fatto che serve educare più che istruire. Che caratteristiche ha il bravo educatore, nel mondo del vino?

Il bravo docente deve avere le seguenti skills:

COMPETENZA
Il vino è frutto di trasformazioni fisiche e chimiche che vanno sapute, ma è anche un business. Avere conoscenza tecnica specifica di fisiologia, chimica ed economia appare indispensabile, oltre che profonda conoscenza di agronomia e enologia. Il Diploma Level WSET offre un’ottima base per approfondire certi argomenti.

EMPATIA
Nei corsi di leadership ci insegnano che la comunicazione efficace è quella che utilizza il linguaggio di chi ascolta, non di chi parla. Essere prossimi agli studenti significa saper parlare un linguaggio accessibile, tecnico ma comprensibile. Ma non solo: significa anche sapere come interagire con lo studente per stimolare l’apprendimento e il pensiero critico. Significa porre le domande giuste con una terminologia che interessi invece di svilire, che avvicini ed entusiasmi invece di allontanare. Solo così il trasferimento della conoscenza è effettivo. Saper arrivare alle persone non è solo una questione di carisma (caratteristica che si riflette sul sé) ma è soprattutto una questione di empatia (caratteristica che si riflette nell’altro).

INTELLIGENZA RAZIONALE
Mentre l’intelligenza emotiva si pone come elemento essenziale per una comunicazione efficiente, l’intelligenza razionale è elemento essenziale per trasferire ragionamento critico e disciplina. Apprendere non significa solo immagazzinare informazioni, ma capire il “come” e il “perché” di certi fenomeni. Un bravo wine educator sa fornire gli strumenti per sviluppare nell’individuo la propria capacità di analisi logica e pensiero critico. Fornisce disciplina, regole e metodi per migliorare l’attitudine dello studente e formare quelli che saranno i professionisti del futuro.

DISCIPLINA
Fornire i giusti strumenti, saper comunicare in maniera proficua e avere conoscenze tecniche specifiche rischiano di essere qualità necessarie ma non sufficienti se non sono affiancate da rigore e disciplina. Un bravo wine educator deve saper rispettare i tempi, applicare un metro di giudizio oggettivo e mai influenzato da simpatie o umori; sa come trasferire un approccio sistematico allo studio, un metodo quotidiano fatto di deadline, richiesta di feedback e obiettivi personali sfidanti che spostano lo studente dalla prospettiva di alunno a quella di professionista. Essere professionisti oggi significa non solo sapere, non solo saper comunicare, ma anche conoscere i propri limiti, le proprie risorse e praticare un allenamento quotidiano e continuativo, fissando piccoli obiettivi sempre nuovi, sempre più in alto. Solo la disciplina ci porta all’ambizione, e solo l’ambizione ci porta a essere grandi.

3. Nel mondo del vino ti sei ricavata uno spazio importante. Tutta la tua comunicazione e la formazione che offri è mirata a rafforzare l’approccio critico al calice formando professionisti solidi e orientati da subito al panorama internazionale. Allo stesso tempo il tuo obiettivo è quello di portare la cultura del vino su un piano accessibile. Rispetto ai grandi del passato – penso a Luigi Veronelli e Mario Soldati – il mondo del vino parla oggi in modo sempre più specialistico, con il rischio di sembrare elitario e allontanare. Si allarga il divario con tutto quel mondo di appassionati che magari non padroneggia il lessico specifico ma che degusta con passione sconfinata. C’è speranza, per il mondo del vino, di ricucire questo divario e che consiglio dai agli appassionati per degustare con consapevolezza?

Quando si tocca il fondo non possiamo far altro che risalire, quindi sì, c’è molta speranza. A parte le battute, viviamo in un momento molto delicato e – sarò impopolare – la democrazia del social network non aiuta a migliorare le cose da un punto di vista della formazione accessibile, ma seria.

C’è un po’ troppa tuttologia, tutti che vogliono fare i professori e parlare di vino, quando hanno appena capito cosa sia la differenza tra un vino bianco e un rosso e non hanno nessuna formazione specifica. Un’arma davvero molto pericolosa, perché molti sedicenti esperti che parlano a vanvera di vino non lo fanno parlando ai peluches nelle loro camerette, ma lo fanno in aula o sui social, chiedono soldi alle persone per seguire un corso, creano un circolo vizioso di studenti “inseminati” da nozioni false e fuorvianti. Se porti questo meccanismo in potenza si proietta uno scenario drammatico: tante persone che non sanno ma pensano di sapere.

Il primo grande problema, quindi, è che le persone non sanno che per essere professori c’è bisogno di seguire un percorso apposito, e che si devono possedere le skills che ho descritto sopra.

Il mio consiglio per chi si avvicina a questo mondo: diffidate da quelli che offrono troppo, dai percorsi troppo facili in apparenza, dai personaggi che non hanno un curriculum riconosciuto. Fatevi una googolata per capire la biografia e i titoli di chi vi offre formazione, se si tratta di DipWSET (cioè chi possiede un Diploma WSET), Master of Wine, Master Sommelier o simili, comprate, altrimenti pensateci bene. In alternativa, affidatevi ai corsi più noti o al WSET.

Il secondo grande problema, oggi, è che non esiste un linguaggio comune. Le associazioni che formano sommelier adottano lessico e termini propri, e quindi creano una moltitudine di termini spesso diversi tra loro, complicati, elitari, che creano confusione e ampliano il divario col consumatore. Manca uniformità di comunicazione e manca un’identità di category.

La soluzione sarebbe quella di diffondere sempre di più il WSET (Wine & Spirit Education Trust, il leader mondiale nella formazione in ambito Wine & Spirits, con sede a Londra, e di cui io sono provider in Italia) per creare uniformità di comunicazione tra le varie realtà. Il WSET è l’istituto che forma i professionisti del futuro con nozioni solide, universalmente riconosciute e con standard al passo coi tempi. Il linguaggio è anglosassone e usa termini facili, tecnici, precisi e comprensibili, comuni a tutto il mondo. Il mio compito sarà proprio quello di renderlo noto al grande pubblico iniziando così un ciclo virtuoso per promuovere standard di formazione e di comunicazione del vino uniformi e al passo con le altre nazioni.

4. Un’ultima domanda, e poi ci salutiamo. Il tuo vino del cuore?

Sono tantissimi i vini e le aziende che adoro e stimo. Per fortuna negli ultimi anni moltissimi si sono accorti che rispettare l’ambiente, attraverso la riduzione dell’impatto della CO2, attraverso la garanzia della biodiversità in vigna e con l’eliminazione di interventi chimici, è l’unica chiave possibile per limitare i molti problemi in vigna che derivano dal climate change.

Inverni poco freddi non uccidono più i vettori di batteri o virus letali per le piante (e anche per l’uomo, vedi quello che sta accadendo oggi), ed estati torride e imprevedibilità della fenomenologia atmosferica indeboliscono quelle piante che sono allevate con approcci agronomici convenzionali, stanche dai medicinali e indebolite da erbicidi, pesticidi e fertilizzanti chimici. Non ci si dovrebbe stupire che la vita media di una vite in tali regimi a stento superi i 30 anni.

Per fortuna tanti viticoltori hanno detto basta e si sono convertiti al biologico, sostenibile o biodinamico. I miei vini del cuore sono questi: quelli che sono fatti con il principio che l’uomo è a servizio dell’uva, e non viceversa.

Uno tra tanti? Contrada R di Passopisciaro, del gruppo Vini Franchetti. Mi scalda il cuore per vari motivi.

L’azienda è gestita in regime non interventista e sostenibile, e ciò mi riempie d’orgoglio. Siamo in Sicilia, terra della mia adorata nonna, e già mi vengono le guance rosse. Il Nerello Mascalese è uno dei vitigni a bacca rossa che più adoro. Lo definisco come l’incontro amoroso tra il Pinot Noir e il Nebbiolo, perché ha un naso delicato e floreale con una lieve nota ematica, come il più elegante dei Pinot Noir, ma ha un corpo teso, tannico e alcolico come un Nebbiolo. Un mix perfetto tra eleganza, carattere, grazia e austerità.

Un vitigno che tra qualche anno sarà sul podio insieme ai big della scena internazionale.

Cristina Mercuri sommelier
zonazione

Cos’è la zonazione? Guida in 6 punti

Mappare, tracciare, analizzare gli indicatori, studiare le composizioni chimiche sono temi all’ordine del giorno, oggi con la speciale sfumatura tra il rosso, l’arancione e il giallo. Ma la divisione in zone è nota alla viticoltura da molto tempo tempo. Si chiama “zonazione” e vediamo di cosa si tratta, e perché vale la pena conoscerla, in 6 semplici punti.

1️⃣ Cos’è la zonazione?

Significa dividere i territori vitivinicoli in zone (chiamate “sottozone”): è l’esito di operazioni volte a mappare il territorio per individuare aree omogenee al loro interno. Omogenee per clima, composizione del suolo, capacità produttiva dei vitigni e conseguenti caratteristiche del vino.

2️⃣ Quando sono avvenuti i primi esperimenti di zonazione?

Le prime ricerche volte a iniziare a mappare il territorio, individuando zone omogenee sulla base di dati analitici su terreni e uve iniziano in Italia già alla fine dell’Ottocento, in Piemonte.

3️⃣ Quali sono i principi della zonazione?

La zonazione si basa sull’evidenza che anche a pochi metri di distanza la terra e le condizioni pedoclimatiche possono essere molto diverse anche all’interno della stessa denominazione, e che queste condizioni specifiche influenzano il carattere del vino.

4️⃣ C’entra anche il concetto di cru?

Sì, il concetto è simile, ma parlando di cru si intende non solo un determinato vigneto di una precisa zona geografica ma anche che da lì si ricava un vino particolarmente pregiato.

5️⃣ Che conseguenze ha, per il vino prodotto, la zonazione?

Il vino può quindi essere individuato come proveniente da uno specifico luogo. Identificare la provenienza è il valore aggiunto della zonazione. Il livello di dettaglio è molto preciso e arriva a definire aree omogenee anche a livello dei singoli vigneti o addirittura dei singoli filari.

6️⃣ In che modo la zonazione interessa i winelover?

Le attività di zonazione la dicono lunga su quanto i consumatori di vino oggi siano maturi e sofisticati. Il senso ultimo, per chi ama il vino, è ritrovare dentro la bottiglia l’essenza di un preciso territorio: il carattere di quel vitigno, le caratteristiche che quel suolo ha impresso nell’uva, il profumo di una passeggiata tra quei filari.

vigne napoletane
La Masera

La Masera – Piemonte

Noi siamo Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco: un gruppo di amici che nel 2005 ha costituito “La Masera”, a Settimo Rottaro. Il nostro più grande desiderio è di far rivivere la produzione dell’Erbaluce Passito, che si narra essere nato dalle mani sapienti dei contadini di queste terre.

“Masere” indica i grossi muri di pietra che demarcano i campi, proprio come quello che sostiene il nostro primo terreno acquistato per avviare la produzione di Erbaluce.

Coltiviamo 5 ettari vitati, tra le colline dell’Anfiteatro morenico di Ivrea, in provincia di Torino, nel Canavese: è la zona tipica del vitigno Erbaluce, che su queste colline trova la sua massima espressione qualitativa. I nostri impianti, a pergola e a filari, sono compresi nella DOCG dell’Erbaluce di Caluso; ci occupiamo in prima persona della vinificazione (i vitigni trattati sono: Erbaluce, Barbera, Freisa, Vespolina, Nebbiolo).

Il vino principale è l’Erbaluce D.O.C.G., che lavoriamo con cura nelle tre varianti di fermo, spumante e passito. Produciamo anche alcuni vini rossi D.O.C., di cui due in purezza, il Canavese Barbera e il Canavese Nebbiolo. Completa il quadro della produzione lo spumante metodo classico rosé.

La nostra filosofia è di produrre vino di qualità, autentico e leale, coniugando il buon senso ereditato dai nonni con le migliorie messe a disposizione dalla tecnica, dando vita a un prodotto che nasce dall’anima, figlio di un terroir unico, attraverso un’interpretazione semplice, ma ricca di passione e di rispetto del territorio.

Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco