Canus

Canus – Friuli Venezia Giulia

Canus è una piccola cantina a conduzione familiare, situata in Friuli Venezia Giulia. Le nostre vigne si trovano principalmente sul colle di Gramogliano (con una vista mozzafiato sui colli italo-sloveni e un’ideale esposizione a sud-est) e una piccola parte nella vicina Prepotto. 16 gli ettari vitati.

Un tempo ricoperto dal mare, il nostro terreno è particolarmente vocato per la coltivazione della vite: si tratta della ponca, con i suoi strati alternati di marne eoceniche e arenarie. E mentre ad est le Prealpi Giulie proteggono i vigneti dalle fredde correnti nordiche, la vicinanza al mare Adriatico garantisce alla vigna una benefica e costante ventilazione.

Qui da Canus celebriamo le qualità intrinseche del Friuli, favorendo soprattutto la coltivazione di vitigni autoctoni come Friulano, Ribolla Gialla e Pignolo, senza tuttavia tralasciare gli internazionali (Pinot Grigio, Chardonnay e Merlot).

Canus viene dal latino “canuto, senile”: la parola richiama esplicitamente il valore della saggezza. La nostra è infatti una piccola azienda che celebra la tradizione, il territorio, tutto innaffiato da una buona dose di know-how friulano.

Ma il nome rispecchia anche la mia personale esperienza: ho lasciato la campagna da giovane per inseguire i miei sogni, e ora che sono diventato canuto ci ho fatto ritorno, tornando alle origini, a questa terra così ricca e generosa.

Selezioniamo e raccogliamo le uve a mano, in cassetta. La pigiatura è soffice e delicata; la vinificazione attenta e personalizzata per ogni varietà; la fermentazione opportunamente termoregolata. La maturazione dei vini avviene in acciaio e in legno. I nostri rossi, data la particolare struttura, affinano a lungo in barrique e tonneaux.

Ciò che ci sta a cuore non sono i grandi numeri, non lo sarà mai. Perseguiamo la qualità dei nostri vini, che è al primo posto e lo sarà sempre.

Otto Casonato

Monticino Rosso

Monticino Rosso – Emilia Romagna

La nostra è un’azienda agricola a conduzione familiare, fondata da nostro padre nel 1965. Da allora, coltiviamo le nostre vigne e i frutteti sulle colline di Imola.

Da sempre produciamo vino in modo artigianale, nel rispetto della tradizione e con attenzione estrema per la qualità. Puntiamo soprattutto sui vitigni autoctoni (Albana, Pignoletto e Sangiovese di Romagna) perché crediamo nelle potenzialità del territorio.

Il paesaggio attorno al Monticino Rosso è dominato dai vigneti che si inerpicano sui pendii, disegnando un paesaggio dalle morbide forme, accarezzate da una brezza fresca che mantiene le uve sane.

Nel 2000 abbiamo trasferito la cantina di vinificazione nel podere “Monticino Rosso”, in una struttura nuova e più attrezzata, per perseguire ancora meglio i nostri obiettivi di qualità: la nuova cantina è il nostro orgoglio, la dichiarazione d’amore per la nostra terra. L’abbiamo concepita come “casa del vino”, per ottimizzare le fasi di trasformazione delle nostre uve e per accogliere i visitatori che vogliano scoprire come nasce il vino di questo territorio.

Luciano e Gianni Zeoli

cantine sociali

Perché le cantine sociali sono importanti? Tre spunti, per veri appassionati

Per i nostri nonni andare alla cantina sociale a prendere il vino era parte della vita quotidiana. In Italia sono circa 500, ma oggi le cantine sociali non sono praticamente argomento di conversazione tra gli appassionati. Peccato, perché tra loro ci sono alcune punte di eccellenza concreta.

Per quanto possa sembrare contro intuitivo, le cantine sociali hanno un ruolo tutt’altro che marginale nel mondo del vino e possono a volte rappresentare anche degli esperimenti di innovazione.

1️⃣ Perché di cantine sociali non parla nessuno?

Per almeno due ragioni:                                        

1. una è poetica: l’impossibilità di legarle al volto di una persona, alle storie e alle fatiche di un singolo;

2. l’altra è storica: per decenni, in media, le cantine sociali hanno prodotto il vino di tutti i giorni.

2️⃣ Quali sono le loro caratteristiche, e in cosa possono essere anche speciali le cantine sociali?

1. Il modello è quello cooperativistico: tanti soci che conferiscono le loro uve, vinificate e imbottigliate in un unico luogo. Nasce nell’Ottocento per tutelare i piccolissimi produttori, evitando loro costi altrimenti ingenti.

2. Di solito controllano tanti ettari di vigneto in aree magari estremamente vocate e diversificate fra loro (per clima, suolo, esposizione…). Controllando porzioni ingenti di terreni, le cantine sociali sono anche responsabili e custodi di tanta parte dell’ecosistema naturale.

3. Hanno i piedi per terra. Vinificano le uve di tanti minuscoli produttori, tenendo in vita le radici più profondamente contadine del vino italiano.

4. Alcune cantine sociali sono degli alfieri della valorizzazione più vera del territorio, con azioni concrete, specialmente a favore dei vitigni autoctoni.

3️⃣ Qual è il futuro delle cantine sociali?

1. Le cantine sociali non sono solo custodi della tradizione ma guardano avanti. Oggi alcune iniziano a coltivare i vigneti in prima persona, per produrre i vini più importanti.

2. Oggi le cantine sociali tendono a mettere più al centro il consumatore puntando più sulla qualità.

3. Questa nuova sfida della qualità porta con sé: l’uso di tecnologie moderne e la vinificazione separata delle uve provenienti dalle particelle più vocate.

4. Il tempo ci dirà se saranno ancora i produttori del vino “da tutti i giorni”, per quanto sempre più di qualità, oppure se diventeranno più simili alle piccole aziende private. Di certo, le cantine sociali aiuteranno sempre a custodire la memoria contadina del vino, la radice più poetica del mondo enologico italiano.

Certo, bisogna saperle trovare! Sommelier Wine Box ne ha finora proposte due in selezione (la Cantina di Gradoli, in Lazio, e Maixei, in Liguria), e un’altra – importantissima –  è in arrivo!

piccole cantine italiane

Perché le piccole cantine sono la vera forza del vino italiano

L’Italia ha un numero davvero straordinario di piccole cantine. Non conta se siano produttori che in pochi ettari fanno vino da sempre o vignaioli di prima generazione che hanno deciso di avviare da poco la loro produzione: il modello della piccola (o piccolissima) azienda è un’eccellenza tutta nostrana. Qui, risiede tanta della forza del vino italiano.

Ci riferiamo alle realtà artigianali italiane (piccole o medio-piccole), quelle che producono le loro uve e imbottigliano il proprio vino, in quantità contenute, inferiori alle 150.000 bottiglie l’anno. Vignaioli che fanno innanzitutto per vocazione. In apparenza piccole cantine familiari, difficili anche solo da conoscere e trovare, nella realtà si tratta di straordinari traini di identità e di cultura. Persone che hanno saputo salvare uve altrimenti perse per sempre; vignaioli che amano la propria terra facendola esprimere con prodotti unici; professionisti che con le loro micro produzioni tengono alta la barra della qualità per l’intero comparto.

É la poesia del vino italiano, e per almeno 5 motivi si deve ai piccoli.

1️⃣ Come le piccole cantine valorizzano gli autoctoni

La prima ragione è legata agli autoctoni: è nel contesto delle piccole realtà enologiche che in Italia, soprattutto negli ultimi 40 anni, sono stati salvati tanti vitigni. Questo grazie a vignaioli che non si sono adeguati alle mode del mercato ma hanno conservato le specie del territorio, spesso remando coraggiosamente contro il gusto internazionale. Grazie a loro oggi beviamo Timorasso, Picolit e tantissimi altri vini che provengono da piccoli e unici terroir.

2️⃣ Qualità vs quantità: quando i piccoli influenzano i grandi

Non sempre la quantità implica un decadimento qualitativo. Ma spesso sì. Non è un caso che i grandi produttori che lavorano bene producono i loro vini di punta valorizzando i singoli e i migliori appezzamenti, con pratiche agronomiche rispettose e attente, di fatto applicando un modello dei piccoli produttori. Questi, dal canto loro, hanno praticamente un’unica possibilità per differenziarsi, non facendo grandi numeri: la qualità assoluta dei loro vini. Questo aspetto è di grande impulso per tutto il comparto del vino italiano.

3️⃣ Presenza femminile nelle piccole cantine italiane

Ne abbiamo parlato con Donatella Cinelli Colombini: da sempre le donne sono centrali nelle piccole cantine italiane. E rispetto al resto del mondo la presenza femminile è superiore nelle cantine italiane. Questo moltiplica idee, energie, creatività e un’attenzione tutta speciale a un tipo di sviluppo turistico nuovo, che punta dritto al futuro del settore.

4️⃣ Solidità di visione delle piccole cantine italiane

Le piccole cantine italiane hanno dimostrato che il modello dell’azienda a conduzione familiare è solido e sostenibile. Ciò, crea valore in termini economici e consente alle realtà singole di fare scelte davvero lungimiranti.

5️⃣ Se i vini di nicchia diventano vini di tendenza

Grazie a tutta questa cultura che valorizza le tradizioni guardando coraggiosamente al futuro – mettendo al centro l’ambiente, il territorio e i suoi vini tipici -, i piccoli produttori hanno influenzato il mercato e i consumatori in modo determinante. Negli ultimi anni si registra infatti un trend interessante: gli appassionati sono sempre più alla ricerca di vini artigianali, tipici, naturali… preoccupandosi sempre meno dei grandi nomi e sempre più della qualità vera.

E Sommelier Wine Box è qui per questo, e questo mese propone una tematica incentrata proprio su cantine che in pochissimi ettari creano vini indimenticabili.

Tenuta Mosole

Cosa c’è da sapere sull’affinamento del vino

Affinamento lungo o corto, in legno, acciaio, anfora, cemento… Cosa dicono queste nozioni a un appassionato di vino? Come orientarsi fra tendenze e pratiche di cantina? Una piccola guida in tre domande, e un riassunto finale.

Agli appassionati la nomenclatura del vino può sembrare inutilmente complessa, e tra tutti i tipi di affinamenti ci si può sentire spaesati. Ma come viene creato il vino e dove si trova mentre matura quelle note che ce lo faranno amare tanto non solo è interessante da sapere, ma anche divertente.

TRE DOMANDE SECCHE E UN RIASSUNTINO

1. Maturazione, invecchiamento e affinamento del vino sono sinonimi?

Sì, e si fa riferimento al tempo in cui il vino è contenuto in vari recipienti prima dell’imbottigliamento.

2. A cosa serve l’affinamento?

Il mosto a quel punto è già diventato vino: l’affinamento consente di armonizzare fra loro tutte le componenti e quindi di migliorare in termini di colore, profumi e sapore.

3. Una volta imbottigliato, finisce tutto?

No. Il ciclo biologico continua in bottiglia, dove il vino continua a evolvere fino al momento in cui sarà stappato. Finalmente 🍾

AFFINAMENTI DEL VINO: UN RIASSUNTO PER ORIENTARSI

Affinamento in legno

Come funziona l’affinamento in legno

Il legno interagisce con il vino: consente il passaggio dell’ossigeno, determina l’evaporazione (quindi ➡️ perdita di alcol) e cede tannini.

Tendenze sull’affinamento in legno

Fino a un decennio fa la barrique francese (la botte piccola, quella che Veronelli chiamava “carato”), era di per sé il massimo. La sua prima introduzione in Italia, negli anni sessanta per il Sassicaia della Tenuta San Guido di Bolgheri, porta con sé una rivoluzione qualitativa, in cantina ma soprattutto in vigna, con l’asticella della qualità che si innalzava per sempre e faceva bene a tutto il vino italiano.

Oggi, l’affinamento in legno (in botte grande, piccola, con varie tostature e di diversi passaggi) non è più usato massivamente. Ovvio, si continuano a fare affinamenti in legno, anche lunghi, e restano un segno di qualità, ma si privilegiano per quei vini che ne sono naturalmente inclini, quelli che per le loro caratteristiche hanno grande struttura di partenza. Il bello del legno è quando esalta le proprietà del vino, non quando ne copre le caratteristiche o, peggio, gliele cede altre.

Affinamento in acciaio

Come funziona l’affinamento in acciaio

L’acciaio è un materiale neutro: non cede nulla al vino e non fa passare l’ossigeno. È sensibile agli sbalzi di temperatura e per questo i contenitori in acciaio hanno un’intercapedine dove circola un fluido (di raffreddamento o di riscaldamento), per tenere controllata la temperatura del vino. Permette una costante maturazione, senza cedere sapori o aromi.

Tendenze sull’affinamento in acciaio

È il contenitore più usato per i vini d’annata, destinati quindi a essere consumati giovani, e per quelli in cui si vogliono esaltare i profumi primari (fiori 🌸 e frutta 🍑).

Affinamento in cemento

Tendenze sull’affinamento in cemento

Molto utilizzato in precedenza, negli anni sessanta questo tipo di affinamento è entrato in disuso e tante cantine hanno smantellato le vasche di cemento. Oggi qualcuno le riacquista. È una conseguenza al minore utilizzo del legno e della volontà di mettere più in risalto le caratteristiche varietali intrinseche. 

Come funziona l’affinamento in cemento

È una via di mezzo tra il legno e l’acciaio. I vasi in cemento – vetrificato per ragioni igieniche – non interagiscono con il vino, hanno proprietà isolanti e non fanno passare l’ossigeno. L’affinamento in cemento permette una maturazione costante, senza cedere alcun sapore o aroma aggiuntivo.

Affinamento in anfora 🏺

Come funziona l’affinamento in anfora

La chiave è questa: la terracotta è un materiale poroso che consente il passaggio dell’ossigeno, per cui nell’affinamento del vino in anfora si attiva la micro-ossigenazione, i cui effetti non sono sempre semplici da prevedere.

Tendenze sull’affinamento in anfora

Oggi si torna a guardare con interesse a materiali antichi, fino a ieri considerati un retaggio dell’antichità: l’anfora è tra questi. Il padre della riscoperta dell’anfora è il mitico Josko Gravner che, nauseato dalla produzione industriale si appassiona di viticoltura georgiana ed è folgorato dall’antica forma di vinificazione qui ancora praticata. Decide quindi di percorrere questa strada fino in fondo. Per qualche decennio è stato considerato un eccentrico, o si è comunque creduto che quei risultati eccellenti fossero possibili solo a lui. Oggi non si può ancora dire che lo seguano in tanti, ma una squadra di vignaioli che affina in anfora c’è. Alcuni li abbiamo proposti nelle nostre selezioni.

Vendemmia

Cosa c’è da sapere sulla vendemmia, in 10 punti

Questi sono i giorni concitati della vendemmia, quando l’uva, coltivata lungo tutto l’anno, viene raccolta e portata in cantina per dare vita al miracolo del vino. La vendemmia è ancora oggi un momento rituale, con un significato sociale forte. In passato, durante la vendemmia si riunivano amici, parenti e vicini di casa, per lavorare nelle vigne e poi festeggiare tutti assieme. Nelle piccole cantine questo succede ancora oggi.

Chiunque abbia a che fare a vario titolo con una cantina sa che questo è tra i periodi più cruciali dell’anno. La raccolta dell’uva è insieme il punto di approdo delle fatiche di mesi e l’essenza stessa del vino che verrà. Ma cosa c’è da sapere sulla vendemmia? Lo vediamo in 10 semplici punti.

1. Cosa influenza l’inizio della vendemmia?

Tanti, gli elementi che influenzano la maturazione dell’uva: l’inizio della vendemmia varia di anno in anno. Dipende da altitudine e latitudine, dall’esposizione, dal tipo di uva e dal vino che si vuole ottenere, dalle condizioni climatiche della stagione. Basti pensare che anche nello stesso vigneto non ci sono condizioni di temperatura e umidità omogenee.

2. Quando è il momento giusto per vendemmiare?

L’uva acerba contiene tanti acidi e pochi zuccheri; con il tempo aumentano gli zuccheri e diminuiscono gli acidi. Quando l’uva appare matura si analizza, più volte, un campione di acini (in laboratorio o con strumenti più semplici) per capire se il livello di zuccheri e di acidità è quello desiderato.

3. Quando inizia la vendemmia?

Tra agosto e settembre si vendemmiano, nelle zone meridionali, le uve a maturazione precoce, quelle utilizzate per produrre spumanti, quelle destinate ad alcuni passiti (che appassiranno sui graticci).

Tra settembre e ottobre si vendemmia la maggior parte dell’uva.

Tra ottobre e novembre (e a volte addirittura a dicembre) si raccolgono le uve a maturazione tardiva.

In inverno si raccolgono le uve gelate, per ottenere i pregiati Eiswein (soprattutto in Germania, Austria, Canada e in Italia in Valle d’Aosta).

4. Cosa sappiamo sulla maturazione dell’uva?

L’uva matura prima nei vigneti esposti a sud, nei terreni poco fertili e con buono sgrondo delle acque, nelle vigne con viti vecchie e in quelle allevate con ceppo basso; e naturalmente dove il clima è meno piovoso e le temperature più alte.

5. Quanti modi di vendemmiare esistono?

Due sono gli approcci alla vendemmia: a mano o meccanizzato, cioè con una macchina vendemmiatrice (che aspira gli acini o scuote i rami).

6. Cos’è la vendemmia scalare?

È chiamata anche vendemmia in più passaggi, ovvero quando le uve della stessa vigna o sulla stessa pianta sono raccolte in momenti successivi per ricercare la perfetta maturazione dei singoli grappoli.

7. A che ora si vendemmia?

Quanto più la zona è calda, si vendemmia molto presto alla mattina oppure alla sera: il momento ideale per evitare fermentazioni indesiderate. In Australia si vendemmia addirittura di notte per evitare il caldo del giorno e per sfruttare la rugiada perché questa diluisca in parte l’eccesso zuccherino.

8. La vendemmia è influenzata dai cambiamenti climatici?

Eccome. L’aumento della temperatura media porta, oggi, a vendemmiare circa un mese prima rispetto a 30 anni fa.

9. Si può partecipare alla vendemmia?

Sì, dal Trentino alla Sicilia si moltiplicano le cantine che aprono le porte durante la vendemmia. E l’attività è scelta anche da famiglie con bambini e aziende.

10. Qual è il segreto per una buona vendemmia?

Portare uve sane in cantina è cruciale per ottenere grandi vini. Per questo, la vendemmia deve essere accurata (grappoli sani, non schiacciati né bagnati) ma anche tempestiva: l’uva deve essere portata in cantina prima che inizi il processo di fermentazione. Qui, viene pulita e selezionata per dare avvio al magico processo che porta al vino.

MARCO SFERLAZZO

Porta del vento – Sicilia

Dopo aver fatto il farmacista per 25 anni ho capito che dovevo cambiare vita. Arrivai per caso a Camporeale, dove in collina c’erano vecchie vigne e un casale abbandonato. L’eredità di mio nonno contadino e le vendemmie di quando ero bambino avevano lasciato in me un’appartenenza profonda. Acquistai 10 ettari e il magazzino dismesso. Non c’erano acqua né luce, solo il vento. Capii che lì potevo fare vini inusuali per la Sicilia.

La nostra proprietà si estende per diciotto ettari sulle colline del territorio di Camporeale, in provincia di Palermo, a circa seicento metri di altitudine, nella zona dell’Alcamo doc e del Monreale doc. Quattordici sono impiantati a vigneto, con terreni sabbiosi su crosta di roccia arenaria che zappiamo a mano.

I vigneti sono allevati principalmente ad alberello e hanno quasi cinquanta anni anni di età, esposti a nord seguendo le forti pendenze del terreno scosceso. Il luogo è molto ventoso con forti escursioni termiche. Il vento si infila attraverso quella che io immagino essere una porta e si incanala verso il vigneto: mantiene asciutta la vigna e accarezza i filari allontanando l’umidità.

La conduzione è biodinamica e biologica, entrambe certificate: il suolo viene coltivato senza alcun uso di prodotti di sintesi, e cerchiamo di comprendere e mantenere l’equilibrio delle erbe spontanee, accrescendo la biodiversità.

Vendemmiamo a mano: l’uva appena raccolta in cassette giunge nella cantina dell’azienda, dove avviene la fermentazione. Lasciamo che la natura faccia il suo corso e che l’armonia e l’energia delle piante siano trasmesse dai grappoli al vino, esprimendo completamente il territorio a cui appartengono.

Marco Sferlazzo

porta del vento
Dario Il Mortellito

Il Mortellito – Sicilia

Mortellito è il nome del territorio delle mie radici: una campagna di due ettari in cui, nei primi del Novecento, vivevano i miei bisnonni. Un luogo di cui sono innamorato, che esalta le mie più grandi passioni: la Terra e il Mare.

Qui ho deciso di intraprendere il mio percorso di viticoltore, allontanandomi dalla città e dalle sue convenzioni per tornare a vivere la terra. Qui ho iniziato la mia ricerca di vini genuini, fatti senza forzature e provenienti da agricoltura biologica.

Oggi abbiamo circa 23 ettari, nella val di Noto, tra le contrade Bufalefi, Maccari e Cozzo Tronzo, un territorio bellissimo per ragioni ambientali e artistiche. Conduco l’azienda assieme a Valentina, Mario e Melina che vi si dedicano giornalmente, insieme a tanti amici che vengono ad aiutarci.

Coltiviamo le nostre uve con sistema ad alberello, senza l’uso di fitofarmaci e di concimi chimici di sintesi. Produciamo Nero d’Avola, Moscato di Noto, Frappato/Nero Capitano (un vitigno storico siciliano praticamente estinto, del quale abbiamo piantato qualche migliaia di piante) e Grillo. Raccogliamo le uve a mano, senza aiuto di macchinari che possano danneggiarle e ne ricaviamo tre vini.

Lavoriamo per ottenere uve perfettamente mature e sane: crediamo che il vino si faccia principalmente in vigna. Il nostro lavoro in cantina ha come scopo il rispetto del vino e delle sue qualità più intime. Quindi fermentazioni spontanee senza lieviti selezionati aggiunti e assenza di botti di legno per evitare di alterare i sapori. L’unico intervento è dato dall’aggiunta di un minimo quantitativo di anidride solforosa durante l’imbottigliamento, per garantire una migliore conservazione.

Puntiamo a creare vini che rispecchino i caratteri naturali del territorio, vini dalla spiccata personalità e lontani dalle mode del momento.

Dario

Marabino

Marabino – Sicilia

Il nostro lavoro nella coltivazione e nella vinificazione è l’espressione del territorio e della profonda cultura della Val di Noto.

La nostra azienda si trova nella Sicilia sud orientale, in contrada Buonivini, nel cuore della val di Noto (a una latitudine più a sud di Tunisi). Il microclima è dolcissimo dall’autunno alla primavera e in estate diventa caldo arido, con temperature medie tra le più alte dell’isola: questo è il territorio più assolato d’Europa, dove il cielo è sempre limpidissimo.

Coltiviamo 30 ettari di vigneti, in bassa collina. I terreni – prevalentemente calcarei argillosi – hanno particolari varianti pedologiche e colori che vanno dal bianco calcareo al nero argilloso, con un’ottima dotazione di elementi minerali.

Con l’aiuto di una squadra dinamica e totalmente “autoctona”, coltiviamo con agricoltura biologica e biodinamica vigne, frutteti e uliveti. Le uve ben mature sono selezionate e raccolte a mano, fermentano spontaneamente con lieviti indigeni, senza alcun utilizzo di prodotti o additivi. La nostra missione è assecondare in modo completo gli avvenimenti della natura, rispettando gli equilibri di questo habitat, per produrre vini senza sostanze chimiche di sintesi né in vigna, né in cantina. Così, creiamo vini che sono espressione del territorio dove nascono.

Il metodo biodinamico l’abbiamo scelto per avere ancora più cura della nostra terra e dell’uomo: ciò che vive ha bisogno di ciò che è vivo. Quando la vite è messa in perfetto equilibrio con il suo ecosistema è in grado di ricambiare con magnifici frutti, espressione di un territorio unico e antico.

Attraverso una selezione massale dalle vigne più vecchie del territorio di Pachino abbiamo individuato diversi biotipi di Nero d’Avola; inoltre sono stati reimpiantati varietà autoctone come il Moscato bianco da cui nasce un vino di antichissime origini, questo proposto in selezione.

Vigneti e cantina ricadono tutti in “contrada Buonivini”: le vigne si estendono attorno a una collina, con avvallamenti, pendenze, diverse esposizioni e cromaticità di terreno disomogenee. Per questo parcellizziamo ogni singolo vigneto. Da una sola contrada offriamo un’idea di “cru” e da ogni vigna il suo vino.

Pierpaolo Messina

Pierpaolo Messina
sommelier Alessia Taffarel

Alessia Taffarel

ALESSIA TAFFAREL

Alla guida di una tappa sui vini siciliani

Per guidare Tappa #28 di Sommelier Wine Box (luglio 2020) ci siamo rivolti alla sommelier Alessia Taffarel, che ci ha raccontato la sua storia:

“Cresco vicinissima al mondo dell’ospitalità e lontanissima da quello del vino.

La fretta di crescere e di avere responsabilità mi porta dalle stagioni in montagna alla scuola alberghiera, e lì i miei occhi hanno riconosciuto la strada che volevo affrontare. La permanenza in Francia, in un grande ristorante, mi ha poi aperto un mondo meraviglioso. 

Il vino mi ha portato non solo nozioni e conoscenza ma anche una migliore visione del mondo. 

Ora, da qualche anno sono assistente maitre e sommelier in un ristorante stellato a Milano, dove posso dedicarmi all’ospitalità e al vino: per me da sempre due strade con la stessa pendenza.”

Alessia

 
sommelier Alessia Taffarel
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