Tenuta Il Ghizzano

Tenuta Il Ghizzano – Toscana

Quella del vino, in Italia, è una storia legata alle famiglie: una passione antica che si rinnova continuativamente, come quella che da generazioni scorre e pulsa nelle vene della famiglia Venerosi Pesciolini.

La storia della mia famiglia inizia nel Medioevo, in una terra di elezione nella campagna pisana: un territorio irradiato da una luce morbida, un luogo di vitigni pregiati e concentrati di bellezza.

Sono entrata in azienda nel 1995, alla guida della parte agronomica e commerciale della Tenuta di Ghizzano: il mio compito è proprio quello di rinnovare quotidianamente una tradizione che, dall’età carolingia in poi non ha conosciuto interruzioni.

La nostra filosofia si basa su un principio cardine: quando il frutto della terra proviene da un luogo in armonia con le forze della natura ha già in sé la potenzialità per essere eccellente. Tutte le nostre azioni, poi, sono mosse dal rispetto: per la natura che cresce rigogliosa e abbraccia i nostri vigneti, per il territorio che ci ospita e per le persone che vivono e lavorano qui. Sono certa che non esista successo senza un convinto lavoro di squadra, che tenga insieme le storie nascoste dietro ogni volto, per valorizzarle.

Dal punto di vista produttivo, scegliamo consapevolmente di produrre meno, all’insegna dell’altissima qualità, per restituire al massimo le espressioni che il vino, l’olio e i frutti ci elargiscono. Questo senza mai tradire l’eleganza innata e la ricchezza di queste colline. Dal 2003 siamo diventati pionieri di un percorso di Agricoltura Biologica “naturale”: abbiamo messo al bando concimi organici, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici. Lavoriamo il terreno sotto la fila, per controllare le infestanti e ossigenarlo, nutrendolo con sovescio e altri semi. Dal 2006 abbiamo iniziato a praticare l’Agricoltura Biodinamica (certificati come Azienda Biodinamica da Demeter nel 2018).

Vendemmiamo a mano, usando piccole cassette areate. Quando l’uva arriva in cantina, la trasferiamo sul tavolo di scelta per supervisionare sanità e integrità. La pressatura è fatta con i piedi e in fase di fermentazione non usiamo lieviti selezionati. La maturazione avviene nel legno: usiamo botticelle di rovere per un periodo dai 16 ai 18 mesi. Il legno, per noi, rappresenta uno strumento per far evolvere il vino nel tempo, portandolo alla maturazione senza l’aggiunta di tannini di legno, perché non vogliamo che prevalgano su quelli di frutto. Per i nostri vini di punta, il Veneroso e il Nambrot, l’obiettivo è quello di coniugare la longevità con la giusta armonia tra frutto e acidità.

Ginevra Venerosi Pesciolini

Cosimo Maria Masini – Toscana

Sono Maria Paoletti Masini della Tenuta di Poggio, e mi piace presentare così la nostra cantina “Cosimo Maria Masini Passione Biodinamica!” perché la Biodinamica è il filo conduttore della breve ma emozionante storia della cantina. Abbiamo acquistato la Tenuta di Poggio nel 2000 per condividere un sogno: fare vino buono nel rispetto della natura.  

Le nostre vigne sono adagiate sopra un colle, nel cuore della Toscana, in fronte al borgo antico di San Miniato, terra di vino e di tartufo bianco. Conoscere il territorio, acquisire la sensibilità necessaria per comprendere i ritmi biologici della natura, capire quali energie entrano in gioco tra la terra, le piante e l’uomo: in questo consiste il nostro lavoro. 

Abbiamo scelto di gestire la terra coniugando qualità, sostenibilità ed efficienza, applicando il metodo Biodinamico nelle nostre vigne. Continuando questa filosofia in cantina non facciamo uso di lieviti selezionati, né di additivi chimici. Dunque: lavorare a contatto con le nostre piante, osservare attentamente per interpretare i messaggi che la natura ci manda, sviluppare una nostra sensibilità, rispettare la natura, comportandoci nei suoi confronti con umiltà… questo è per noi fare vino, questo è ad oggi il punto dal quale partire per proseguire il cammino avviato.  Nel nostro percorso siamo stati accompagnati da enologi ed agronomi esperti e sensibili, conoscitori appassionati della Biodinamica.  Francesco de Filippis, in società con noi da quasi10 anni, ha dato un contributo fondamentale all’ottenimento di vini eccellenti, dei quali siamo molto orgogliosi, e ha seminato nei suoi collaboratori il seme della passione biodinamica.

Il mio socio Francesco che guarda con amorevole attenzione i grappoli dell’uva sulla pianta

Produciamo 9 etichette, delle quali sono presentate in questa selezione il Daphné e il Sincero.

Il Daphné è il risultato di un lungo lavoro di ricerca sulla macerazione delle uve, per trarre il meglio da Trebbiano e Malvasia Bianca (macera cinque giorni sulle bucce, in vasche aperte, a temperatura ambiente, con follature manuali più volte al giorno) e ottenere un vino complesso e persistente, indimenticabile in associazione al tartufo bianco.

Il Sincero è il risultato di un’attenta selezione di uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc provenienti dai nostri vigneti esposti a sud-ovest: un vino rosso di ottima bevibilità, che esprime all’olfatto un delicato profumo di viola, rosa e ciliegia matura; pieno e tondo, con tannini ben presenti, ma non invasivi, si abbina perfettamente ai piatti della tradizione toscana, e in particolare a salumi e carni rosse.

Maria Paoletti Masini

Cristina Mercuri sommelier

Wine Educator e Consultant. Quattro domande a Cristina Mercuri

Il mondo del vino è più in evoluzione di quanto si possa immaginare e la professione del sommelier diventa sempre più specializzata. E poi c’è l’universo degli appassionati, che al di là del lessico specifico degusta con passione e curiosità estreme.

Della sfida di essere professionisti del vino, oggi, parliamo con Cristina Mercuri, sommelier e wine educator.

1. Da avvocato a sommelier, a 33 anni. Si legge molto delle ragioni per cui hai lasciato la carriera forense. Quella più affascinante, e di ispirazione, è il desiderio di perseguire una vita piena, in continuo movimento, appagante senza compromessi. Al tempo stesso la carriera nel mondo del vino che hai impostato appare molto solida: è un’eredità della carriera legale?

È vero: quello che colpisce il lettore è il cambio radicale della mia vita. Da una professione prestigiosa e strutturata ho deciso di fare un salto nel vuoto solo per perseguire un concetto molto alto di felicità. Molti parlano di coraggio ma io non so se definirlo così, preferisco pensare di aver agito per necessità, e ne ho fatta una virtù (come recita un vecchio proverbio…).

Anche se ammetto che avere un certo mindset e una certa cultura legale mi hanno aiutato a costruire determinati rapporti e – in alcuni casi – selezionare meglio le persone, quello che tengo a sottolineare è che ho sempre fatto tutto con accanita curiosità e spietata ambizione, fin dalle elementari.

Non credo si tratti di un’eredità della professione forense, si tratta piuttosto di una dote innata, che è stata la chiave per costruire una professione solida e una carriera orientata al successo. Ho sempre avuto fame di sapere, fame di arrivare, fame di affermarmi, a prescindere dall’età o dal ruolo: poteva trattarsi di un voto all’università, della posizione all’interno di uno studio legale o del mio ruolo nel panorama della Wine Education nazionale.

Aver vissuto sempre tutto fino in fondo ha creato in me la capacità di immagazzinare molte informazioni e creare una stratificazione di competenze che posso sfruttare su vari fronti.

Questo continuo alimentare il mio cervello ha indubbiamente aiutato a creare la solidità di cui parli nella mia professione: il mio modo di insegnare è frutto di analisi, studi, approfondimenti e confronti coi più grandi.

Col tempo ho definito il mio approccio sistematico al lavoro e all’insegnamento, e mi impegno affinché i valori in cui credo siano condivisi anche dai miei collaboratori.

2. L’insegnamento è fra i tuoi più importanti campi di azione. Umberto Galimberti insiste sul fatto che serve educare più che istruire. Che caratteristiche ha il bravo educatore, nel mondo del vino?

Il bravo docente deve avere le seguenti skills:

COMPETENZA
Il vino è frutto di trasformazioni fisiche e chimiche che vanno sapute, ma è anche un business. Avere conoscenza tecnica specifica di fisiologia, chimica ed economia appare indispensabile, oltre che profonda conoscenza di agronomia e enologia. Il Diploma Level WSET offre un’ottima base per approfondire certi argomenti.

EMPATIA
Nei corsi di leadership ci insegnano che la comunicazione efficace è quella che utilizza il linguaggio di chi ascolta, non di chi parla. Essere prossimi agli studenti significa saper parlare un linguaggio accessibile, tecnico ma comprensibile. Ma non solo: significa anche sapere come interagire con lo studente per stimolare l’apprendimento e il pensiero critico. Significa porre le domande giuste con una terminologia che interessi invece di svilire, che avvicini ed entusiasmi invece di allontanare. Solo così il trasferimento della conoscenza è effettivo. Saper arrivare alle persone non è solo una questione di carisma (caratteristica che si riflette sul sé) ma è soprattutto una questione di empatia (caratteristica che si riflette nell’altro).

INTELLIGENZA RAZIONALE
Mentre l’intelligenza emotiva si pone come elemento essenziale per una comunicazione efficiente, l’intelligenza razionale è elemento essenziale per trasferire ragionamento critico e disciplina. Apprendere non significa solo immagazzinare informazioni, ma capire il “come” e il “perché” di certi fenomeni. Un bravo wine educator sa fornire gli strumenti per sviluppare nell’individuo la propria capacità di analisi logica e pensiero critico. Fornisce disciplina, regole e metodi per migliorare l’attitudine dello studente e formare quelli che saranno i professionisti del futuro.

DISCIPLINA
Fornire i giusti strumenti, saper comunicare in maniera proficua e avere conoscenze tecniche specifiche rischiano di essere qualità necessarie ma non sufficienti se non sono affiancate da rigore e disciplina. Un bravo wine educator deve saper rispettare i tempi, applicare un metro di giudizio oggettivo e mai influenzato da simpatie o umori; sa come trasferire un approccio sistematico allo studio, un metodo quotidiano fatto di deadline, richiesta di feedback e obiettivi personali sfidanti che spostano lo studente dalla prospettiva di alunno a quella di professionista. Essere professionisti oggi significa non solo sapere, non solo saper comunicare, ma anche conoscere i propri limiti, le proprie risorse e praticare un allenamento quotidiano e continuativo, fissando piccoli obiettivi sempre nuovi, sempre più in alto. Solo la disciplina ci porta all’ambizione, e solo l’ambizione ci porta a essere grandi.

3. Nel mondo del vino ti sei ricavata uno spazio importante. Tutta la tua comunicazione e la formazione che offri è mirata a rafforzare l’approccio critico al calice formando professionisti solidi e orientati da subito al panorama internazionale. Allo stesso tempo il tuo obiettivo è quello di portare la cultura del vino su un piano accessibile. Rispetto ai grandi del passato – penso a Luigi Veronelli e Mario Soldati – il mondo del vino parla oggi in modo sempre più specialistico, con il rischio di sembrare elitario e allontanare. Si allarga il divario con tutto quel mondo di appassionati che magari non padroneggia il lessico specifico ma che degusta con passione sconfinata. C’è speranza, per il mondo del vino, di ricucire questo divario e che consiglio dai agli appassionati per degustare con consapevolezza?

Quando si tocca il fondo non possiamo far altro che risalire, quindi sì, c’è molta speranza. A parte le battute, viviamo in un momento molto delicato e – sarò impopolare – la democrazia del social network non aiuta a migliorare le cose da un punto di vista della formazione accessibile, ma seria.

C’è un po’ troppa tuttologia, tutti che vogliono fare i professori e parlare di vino, quando hanno appena capito cosa sia la differenza tra un vino bianco e un rosso e non hanno nessuna formazione specifica. Un’arma davvero molto pericolosa, perché molti sedicenti esperti che parlano a vanvera di vino non lo fanno parlando ai peluches nelle loro camerette, ma lo fanno in aula o sui social, chiedono soldi alle persone per seguire un corso, creano un circolo vizioso di studenti “inseminati” da nozioni false e fuorvianti. Se porti questo meccanismo in potenza si proietta uno scenario drammatico: tante persone che non sanno ma pensano di sapere.

Il primo grande problema, quindi, è che le persone non sanno che per essere professori c’è bisogno di seguire un percorso apposito, e che si devono possedere le skills che ho descritto sopra.

Il mio consiglio per chi si avvicina a questo mondo: diffidate da quelli che offrono troppo, dai percorsi troppo facili in apparenza, dai personaggi che non hanno un curriculum riconosciuto. Fatevi una googolata per capire la biografia e i titoli di chi vi offre formazione, se si tratta di DipWSET (cioè chi possiede un Diploma WSET), Master of Wine, Master Sommelier o simili, comprate, altrimenti pensateci bene. In alternativa, affidatevi ai corsi più noti o al WSET.

Il secondo grande problema, oggi, è che non esiste un linguaggio comune. Le associazioni che formano sommelier adottano lessico e termini propri, e quindi creano una moltitudine di termini spesso diversi tra loro, complicati, elitari, che creano confusione e ampliano il divario col consumatore. Manca uniformità di comunicazione e manca un’identità di category.

La soluzione sarebbe quella di diffondere sempre di più il WSET (Wine & Spirit Education Trust, il leader mondiale nella formazione in ambito Wine & Spirits, con sede a Londra, e di cui io sono provider in Italia) per creare uniformità di comunicazione tra le varie realtà. Il WSET è l’istituto che forma i professionisti del futuro con nozioni solide, universalmente riconosciute e con standard al passo coi tempi. Il linguaggio è anglosassone e usa termini facili, tecnici, precisi e comprensibili, comuni a tutto il mondo. Il mio compito sarà proprio quello di renderlo noto al grande pubblico iniziando così un ciclo virtuoso per promuovere standard di formazione e di comunicazione del vino uniformi e al passo con le altre nazioni.

4. Un’ultima domanda, e poi ci salutiamo. Il tuo vino del cuore?

Sono tantissimi i vini e le aziende che adoro e stimo. Per fortuna negli ultimi anni moltissimi si sono accorti che rispettare l’ambiente, attraverso la riduzione dell’impatto della CO2, attraverso la garanzia della biodiversità in vigna e con l’eliminazione di interventi chimici, è l’unica chiave possibile per limitare i molti problemi in vigna che derivano dal climate change.

Inverni poco freddi non uccidono più i vettori di batteri o virus letali per le piante (e anche per l’uomo, vedi quello che sta accadendo oggi), ed estati torride e imprevedibilità della fenomenologia atmosferica indeboliscono quelle piante che sono allevate con approcci agronomici convenzionali, stanche dai medicinali e indebolite da erbicidi, pesticidi e fertilizzanti chimici. Non ci si dovrebbe stupire che la vita media di una vite in tali regimi a stento superi i 30 anni.

Per fortuna tanti viticoltori hanno detto basta e si sono convertiti al biologico, sostenibile o biodinamico. I miei vini del cuore sono questi: quelli che sono fatti con il principio che l’uomo è a servizio dell’uva, e non viceversa.

Uno tra tanti? Contrada R di Passopisciaro, del gruppo Vini Franchetti. Mi scalda il cuore per vari motivi.

L’azienda è gestita in regime non interventista e sostenibile, e ciò mi riempie d’orgoglio. Siamo in Sicilia, terra della mia adorata nonna, e già mi vengono le guance rosse. Il Nerello Mascalese è uno dei vitigni a bacca rossa che più adoro. Lo definisco come l’incontro amoroso tra il Pinot Noir e il Nebbiolo, perché ha un naso delicato e floreale con una lieve nota ematica, come il più elegante dei Pinot Noir, ma ha un corpo teso, tannico e alcolico come un Nebbiolo. Un mix perfetto tra eleganza, carattere, grazia e austerità.

Un vitigno che tra qualche anno sarà sul podio insieme ai big della scena internazionale.

Cristina Mercuri sommelier
zonazione

Cos’è la zonazione? Guida in 6 punti

Mappare, tracciare, analizzare gli indicatori, studiare le composizioni chimiche sono temi all’ordine del giorno, oggi con la speciale sfumatura tra il rosso, l’arancione e il giallo. Ma la divisione in zone è nota alla viticoltura da molto tempo tempo. Si chiama “zonazione” e vediamo di cosa si tratta, e perché vale la pena conoscerla, in 6 semplici punti.

1️⃣ Cos’è la zonazione?

Significa dividere i territori vitivinicoli in zone (chiamate “sottozone”): è l’esito di operazioni volte a mappare il territorio per individuare aree omogenee al loro interno. Omogenee per clima, composizione del suolo, capacità produttiva dei vitigni e conseguenti caratteristiche del vino.

2️⃣ Quando sono avvenuti i primi esperimenti di zonazione?

Le prime ricerche volte a iniziare a mappare il territorio, individuando zone omogenee sulla base di dati analitici su terreni e uve iniziano in Italia già alla fine dell’Ottocento, in Piemonte.

3️⃣ Quali sono i principi della zonazione?

La zonazione si basa sull’evidenza che anche a pochi metri di distanza la terra e le condizioni pedoclimatiche possono essere molto diverse anche all’interno della stessa denominazione, e che queste condizioni specifiche influenzano il carattere del vino.

4️⃣ C’entra anche il concetto di cru?

Sì, il concetto è simile, ma parlando di cru si intende non solo un determinato vigneto di una precisa zona geografica ma anche che da lì si ricava un vino particolarmente pregiato.

5️⃣ Che conseguenze ha, per il vino prodotto, la zonazione?

Il vino può quindi essere individuato come proveniente da uno specifico luogo. Identificare la provenienza è il valore aggiunto della zonazione. Il livello di dettaglio è molto preciso e arriva a definire aree omogenee anche a livello dei singoli vigneti o addirittura dei singoli filari.

6️⃣ In che modo la zonazione interessa i winelover?

Le attività di zonazione la dicono lunga su quanto i consumatori di vino oggi siano maturi e sofisticati. Il senso ultimo, per chi ama il vino, è ritrovare dentro la bottiglia l’essenza di un preciso territorio: il carattere di quel vitigno, le caratteristiche che quel suolo ha impresso nell’uva, il profumo di una passeggiata tra quei filari.

vigne napoletane
La Masera

La Masera – Piemonte

Noi siamo Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco: un gruppo di amici che nel 2005 ha costituito “La Masera”, a Settimo Rottaro. Il nostro più grande desiderio è di far rivivere la produzione dell’Erbaluce Passito, che si narra essere nato dalle mani sapienti dei contadini di queste terre.

“Masere” indica i grossi muri di pietra che demarcano i campi, proprio come quello che sostiene il nostro primo terreno acquistato per avviare la produzione di Erbaluce.

Coltiviamo 5 ettari vitati, tra le colline dell’Anfiteatro morenico di Ivrea, in provincia di Torino, nel Canavese: è la zona tipica del vitigno Erbaluce, che su queste colline trova la sua massima espressione qualitativa. I nostri impianti, a pergola e a filari, sono compresi nella DOCG dell’Erbaluce di Caluso; ci occupiamo in prima persona della vinificazione (i vitigni trattati sono: Erbaluce, Barbera, Freisa, Vespolina, Nebbiolo).

Il vino principale è l’Erbaluce D.O.C.G., che lavoriamo con cura nelle tre varianti di fermo, spumante e passito. Produciamo anche alcuni vini rossi D.O.C., di cui due in purezza, il Canavese Barbera e il Canavese Nebbiolo. Completa il quadro della produzione lo spumante metodo classico rosé.

La nostra filosofia è di produrre vino di qualità, autentico e leale, coniugando il buon senso ereditato dai nonni con le migliorie messe a disposizione dalla tecnica, dando vita a un prodotto che nasce dall’anima, figlio di un terroir unico, attraverso un’interpretazione semplice, ma ricca di passione e di rispetto del territorio.

Alessandro, Gian Carlo, Davide, Sergio e Marco

cantine sociali

Cantina di Mogoro – Sardegna

La Cantina di Mogoro è situata in Sardegna in provincia di Oristano, nella regione dell’Alta Marmilla. La nostra è una cantina sociale che da sempre crede nella valorizzazione dei vitigni autoctoni della nostra terra, tra cui il Semidano e il Bovale.

Mogoro è un comune di 4 mila abitanti, nella provincia di Oristano. Siamo nella zona centro occidentale dell’isola sarda. La zona è rinomata anche per la produzione di altri vini legati fortemente al territorio, come la Monica, il Nuragus, il Vermentino, il Cannonau, la Malvasia e il Moscato.

Lavoriamo le nostre vigne nel rispetto della tradizione, vendemmiamo a mano e solo a piena maturazione. L’obiettivo è ottenere vini eccellenti che, negli anni, sono divenuti ambasciatori del vino di Sardegna. Dalla fondazione (nel 1956) a oggi, i nostri vini hanno ricevuto importanti riconoscimenti, ottenuti in tanti anni di lavoro e di proficua attività.

Mauro Ornù, con tutti i soci

vitigni autoctoni

Le selezioni di ottobre – vitigni autoctoni

WINE BOX DI ottobre: autoctoni secondi a nessuno!

vitigni autoctoni

Tappa #31

Guidata da Marco Barbetti (migliore sommelier d’Italia FISAR 2018)

 

IL NURAGHE – CANTINA DI MOGORO, Mogoro (OR)

Mogoro si trova a sud ovest della Sardegna in provincia di Oristano, in una zona che prende il nome di “Alta Marmilla”, proprio vicino al monte Arci, un antico massiccio di origine vulcanica.

Qui dove si tramandano ancora antiche tradizioni, non solo rurali, ma anche di artigianato tessile e legno, si trova l’azienda vinicola “Il Nuraghe – cantina di Mogoro”, fondata nel 1956 da un piccolo gruppo di viticoltori con l’intento di iniziare una produzione artigianale di qualità. L’areale è sempre stato vocato alla viticoltura (come testimoniano anche numerosi reperti storici), in particolare di vitigni autoctoni come bovale, semidano, monica e nuragus.

Oggi l’azienda dispone di circa 350 ettari di vigne lavorate da vari conferitori nel pieno rispetto delle tradizioni, per offrire un sorso di Sardegna ad ogni bicchiere.

Ho scelto il bovale perché è uno dei più antichi vitigni coltivati in Sardegna, ai più quasi sconosciuto. Alcuni studi dimostrano la sua discendenza dalla vite selvatica ancora presente in qualche zona boschiva.

Questo vitigno è caratterizzato da una carica polifenolica elevata, che si manifesta nel bicchiere con vini dal colore rosso intenso: donano una bella astringenza, lasciando la bocca asciutta.

LUIGI GIUSTI, Castelferretti (AN)

Artigianalità e territorialità è quanto descrivono al meglio e intimamente l’azienda “Luigi Giusti”. I 12 ettari di vigneti si trovano a Montignano di Senigallia, in provincia di Ancona, in una zona particolarmente favorevole data la vicinanza del mare. La loro storia è di quelle più belle: il desiderio di un padre (Luigino) e di un figlio (Piergiovanni) di lavorare per fare delle colline di Montignano un luogo speciale. Le uve – esclusivamente Lacrima di Morro d’Alba – sono lavorate con basse rese e metodi a impatto zero. La vendemmia, che avviene manualmente seguendo i ritmi della natura, dà luce a vini che rispecchiano fedelmente ogni annata.

Ho scelto la Lacrima di Morro d’Alba perché è un vitigno dalle proprietà organolettiche uniche, che lo rendono ben riconoscibile, soprattutto a livello olfattivo. Nonostante questa peculiarità, non sempre raggiunge la notorietà che merita.

LA MASERA, Piverone (TO)

“Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l’inizio di una nuova realtà” (Friedensreich Hundertwasser). Questo è proprio quello che è successo ai 5 amici proprietari de La Masera, azienda agricola di Settimo Mortaro (TO), a pochi chilometri dal lago di Viverone. Dopo una vita in cui ognuno ha intrapreso il proprio percorso si sono ritrovati, decidendo di realizzare il sogno che avevano da ragazzi: iniziare la produzione di erbaluce nello stesso luogo dove decenni prima lo facevano i loro nonni.

Qui, dove si dice che sia nato questo vitigno, l’azienda possiede 5 ettari dove produce, oltre all’erbaluce, anche altri vitigni autoctoni locali, esprimendo ulteriormente il profondo legame con il territorio.

Ho scelto l’erbaluce di Caluso perché è un’eccellente autoctono bianco piemontese, davvero molto versatile. Si possono ottenere bianchi fermi di buona freschezza e sapidità, spumanti metodo classico fini e floreali e passiti dalla forte personalità. Le tre tipologie sono accomunate da sentori floreali e da una piacevole nota ammandorlata che rimane dopo il sorso.

BOX ENTUSIASTA

“Tiernu” Sardegna Bovale – Il Nuraghe

100% Bovale proveniente dai vigneti soleggiati di Terralba. I suoli sono sabbioso-argillosi di buona profondità. Dopo la spremitura, la fermentazione avviene in circa 15 giorni con continui delestage per permettere una buona estrazione di sostanze profumate e coloranti. L’affinamento avviene in parte in botti grandi di castagno dove rimane per tre mesi, e in parte in acciaio per 11 mesi.

Nel bicchiere si veste di colore rosso rubino intenso con riflessi porpora, che ne dimostrano la giovane età. Al naso si aprono fragranze di mora di gelso e susina, con note di macchia mediterranea, ferrose e vinose. In bocca è leggero, con una buona alcolicità che regala delle piacevoli sensazioni di calore. Un vino morbido dalla bella sapidità e con un tannino carnoso ma leggermente spigoloso, che fa intuire la buona possibilità di evoluzione. Il finale persistente lascia la bocca pulita.

Può essere consumato entro 5 anni. Servire alla temperatura di 17-18° C, dopo averlo fatto respirare per almeno mezz’ora.

Un vino che può essere abbinato a primi a base di ragù, a salsicce alla brace, oppure a formaggi di media stagionatura, come un pecorino sardo.

“Bolla Rosa” Spumante metodo charmat lungo, Luigi Giusti

100% Lacrima di Morro d’Alba prodotta su una superficie di 2,5 ettari, dedicati esclusivamente alla produzione di questo charmat lungo. La vendemmia manuale, sempre dopo l’inizio di settembre, avviene in due momenti differenti, in base al grado di maturazione delle uve.

Dopo la pressatura, il mosto viene inviato alla fermentazione in acciaio senza macerazione sulle bucce. La presa di spuma avviene per circa 4 mesi, dopo la quale avviene l’imbottigliamento.

In degustazione lo spumante è di un bel rosa tenue con un perlage persistente. Nel bicchiere si liberano in continuazione tante catenelle di bollicine di media dimensione. Al naso il bouquet è intenso, con sentori di piccoli frutti rossi (mirtilli e ribes) accompagnati da delicate note di rosa. Il sorso è piacevole e invoglia al secondo bicchiere. Il perlage regala una sensazione piuttosto avvolgente, mentre la freschezza e la sapidità lo rendono ben equilibrato.

Bella pulizia sul finale.

Da consumare entro un anno, servire alla temperatura di 7/8° C.

Diverso dai soliti charmat che tendono verso sensazioni morbide, questo spumante si può abbinare con una fresca caprese, un’insalata fredda di polpo o – perché no? – con tempura mista.  

“Anima” Erbaluce di Caluso, La Masera

100% erbaluce di Caluso prodotta in vari vigneti di proprietà su un suolo sabbioso argilloso con una rilevante presenza di ciottoli. Dopo la diraspatura, il mosto viene ottenuto mediante pressatura soffice e successivamente illimpidito tramite decantazione spontanea a freddo. Esaurita la fermentazione il vino affina sulle fecce fini per 6 mesi in serbatoi di acciaio prima dell’imbottigliamento.

Il vino si mostra di un luminoso giallo paglierino intenso. Al naso il bouquet è delicato e piacevole, con fragranti note di frutta bianca (in particolare mela), accompagnate da altre erbacee, tra cui il timo.

Bevendolo, stupisce per leggerezza e morbidezza. Le note calde dovute ad una moderata alcolicità sono perfettamente bilanciate dalla freschezza e da una sapidità ben presente, che lo rendono molto piacevole e facile da bere. Il finale, persistente e piacevolmente sapido, invoglia al secondo bicchiere.

Da consumare entro 1-2 anni. Servire alla temperatura di 10° C.

La piacevolezza di beva è la sua maggiore caratteristica: un vino molto versatile che può essere abbinato facilmente a delle quiche lorraine di ricotta e spinaci, al risotto ai finferli, oppure a un piatto della tradizione canavese come farro decorticato al salampatata sfumato all’Erbaluce di Caluso.

BOX ESPERTO

“Cavaliere Sardo” Sardegna Bovale Riserva – Il Nuraghe

100% Bovale proveniente da terreni calcareo argillosi dei vigneti di proprietà nella pianura di Terralba. La fermentazione avviene con la macerazione su bucce per circa 15 giorni. Per assicurare l’estrazione di sostanze aromatiche e coloranti, vengono effettuati diversi rimontaggi e delestage. L’affinamento avviene per 12 mesi in barrique di rovere francese per poi proseguire in acciaio per ulteriori 8 mesi.

Un vino dal colore rosso rubino intenso, che al naso regala un bouquet variegato. Netti sentori di ciliegie e more mature sono accompagnati da leggere note balsamiche e polverose. Il sorso è avvolgente e strutturato, a tratti carnoso, con un tannino vellutato molto presente. Qualche tempo in più in bottiglia lo renderà ancora più equilibrato. Il finale persistente lascia la bocca asciutta.

Può essere bevuto entro 4/5 anni. Servire alla temperatura di 17-18° C.

Un vino strutturato e tannico che va abbinato a piatti con degli intingoli. Vitello alla sarda o cinghiale in umido sono solo due delle svariate possibilità di accompagnamento. Da provare anche con un formaggio a media stagionatura.

“Luigino” Lacrima di Morro d’Alba Superiore, Luigi Giusti

100% Lacrima di Morro d’Alba proveniente da vari vigneti di proprietà, vinificati separatamente in acciaio. Dopo la fermentazione viene fatto un attento assemblaggio, trasferito poi in botti nuove dove effettua un affinamento sulle proprie fecce fini per 12-14 mesi. In questo periodo il vino subisce costanti batonnage e successivi travasi di chiarifica. Al termine, un’ulteriore selezione di botti, poi assemblamento e imbottigliamento, maturazione per ulteriori 6-8 mesi.

Nel bicchiere si presenta di un bel colore rosso rubino. Il bouquet è intenso e complesso, con evidenti note di frutta matura, specialmente prugne, more e mirtilli, accompagnate da sentori di macchia mediterranea, pepe e vaniglia. In finale chiude con un tenue profumo di violetta. Il sorso è morbido, denotando buona struttura e rotondità. Il tannino è presente, ancora da addomesticare pienamente, il che dimostra la potenziale longevità del vino. È persistente e lascia la bocca perfettamente pulita.

Da consumare entro 2 anni. Servire alla temperatura di 16-17° C.

Un vino dalla buona struttura e persistenza che può essere abbinato a formaggi di media stagionatura come il pecorino marchigiano, oppure a piatti di carne come l’arrosto alla Marchigiana. Oppure provatelo con il piccione in umido.

“Masilè” Erbaluce di Caluso Metodo Classico pas dosè, La Masera

100% Erbaluce di Caluso prodotto nel Canavese, un areale a nord del Piemonte, tra Torino e Ivrea. I terreni ciottolosi, ricchi di fosforo e potassio, sono di origine morenica. Dopo la vendemmia manuale, per selezionare solo i migliori grappoli sani, la fermentazione avviene in acciaio: poi il vino base affina per 6 mesi sui lieviti, in botti di legno e inox. L’affinamento sui lieviti dura oltre 18 mesi.

Il vino è di un colore giallo paglierino intenso, con un perlage fine e mediamente persistente. Il naso è molto tipico, con fragranti note di prodotti da forno, come sentori di lievito o di pane in cassetta, accompagnati da continui richiami a pesca e albicocca. Dopo l’assaggio si mostra leggero, con una piacevolissima freschezza e sapidità. Perlage elegante. Il finale è leggermente amaricante, tipico del vitigno.

Da consumarsi entro 1-2 anni. Servire alla temperatura di 10° C.

L’abbinamento ideale per questo spumante è un antipasto a base di gamberi in crosta di pasta sfoglia. Il gusto leggermente dolce del gambero viene riequilibrato dalla parte finale del vino, appena ammandorlata.

 
Canus

Canus – Friuli Venezia Giulia

Canus è una piccola cantina a conduzione familiare, situata in Friuli
Venezia Giulia. Le nostre vigne si trovano principalmente sul colle di Gramogliano (con una vista mozzafiato
sui colli italo-sloveni e un’ideale esposizione a
sud-est) e una piccola parte nella vicina Prepotto. 16 gli ettari vitati.

Un tempo ricoperto dal mare, il nostro terreno è particolarmente vocato
per la coltivazione della vite: si tratta della ponca, con i suoi strati
alternati di marne eoceniche e arenarie. E mentre ad est le Prealpi Giulie
proteggono i vigneti dalle fredde correnti nordiche, la vicinanza al mare
Adriatico garantisce alla vigna una benefica e costante ventilazione.

Qui da Canus celebriamo le qualità intrinseche del Friuli, favorendo soprattutto
la coltivazione di vitigni autoctoni come Friulano, Ribolla Gialla e Pignolo,
senza tuttavia tralasciare gli internazionali (Pinot Grigio, Chardonnay e
Merlot).

Canus viene dal latino “canuto, senile”: la parola richiama
esplicitamente il valore della saggezza.
La nostra è infatti
una piccola azienda che celebra la tradizione, il territorio, tutto innaffiato
da una buona dose di know-how friulano.

Ma il nome rispecchia anche la mia personale esperienza: ho lasciato la
campagna da giovane per inseguire i miei sogni, e ora che sono diventato canuto
ci ho fatto ritorno, tornando alle origini, a questa terra così ricca e
generosa.

Selezioniamo e raccogliamo le uve a mano, in cassetta. La pigiatura è soffice
e delicata; la vinificazione attenta e personalizzata per ogni varietà; la
fermentazione opportunamente termoregolata. La maturazione dei vini avviene in
acciaio e in legno. I nostri rossi, data la particolare struttura, affinano a
lungo in barrique e tonneaux.

Ciò che ci sta a cuore non sono i grandi numeri, non lo sarà mai. Perseguiamo la qualità dei nostri vini, che è al primo posto e lo sarà sempre.

Otto Casonato

Monticino Rosso

Monticino Rosso – Emilia Romagna

La nostra è un’azienda agricola a conduzione familiare, fondata da nostro padre nel 1965. Da allora, coltiviamo le nostre vigne e i frutteti sulle colline di Imola.

Da sempre produciamo vino in modo artigianale, nel rispetto della tradizione e con attenzione estrema per la qualità. Puntiamo soprattutto sui vitigni autoctoni (Albana, Pignoletto e Sangiovese di Romagna) perché crediamo nelle potenzialità del territorio.

Il paesaggio attorno al Monticino Rosso è dominato dai vigneti che si inerpicano sui pendii, disegnando un paesaggio dalle morbide forme, accarezzate da una brezza fresca che mantiene le uve sane.

Nel 2000 abbiamo trasferito la cantina di vinificazione nel podere “Monticino Rosso”, in una struttura nuova e più attrezzata, per perseguire ancora meglio i nostri obiettivi di qualità: la nuova cantina è il nostro orgoglio, la dichiarazione d’amore per la nostra terra. L’abbiamo concepita come “casa del vino”, per ottimizzare le fasi di trasformazione delle nostre uve e per accogliere i visitatori che vogliano scoprire come nasce il vino di questo territorio.

Luciano e Gianni Zeoli

cantine sociali

Perché le cantine sociali sono importanti? Tre spunti, per veri appassionati

Per i nostri nonni andare alla cantina sociale a prendere il vino era parte della vita quotidiana. In Italia sono circa 500, ma oggi le cantine sociali non sono praticamente argomento di conversazione tra gli appassionati. Peccato, perché tra loro ci sono alcune punte di eccellenza concreta.

Per quanto possa sembrare contro intuitivo, le cantine sociali hanno un ruolo tutt’altro che marginale nel mondo del vino e possono a volte rappresentare anche degli esperimenti di innovazione.

1️⃣ Perché di cantine sociali non parla nessuno?

Per almeno due ragioni:                                        

1. una è poetica: l’impossibilità di legarle al volto di una persona, alle storie e alle fatiche di un singolo;

2. l’altra è storica: per decenni, in media, le cantine sociali hanno prodotto il vino di tutti i giorni.

2️⃣ Quali sono le loro caratteristiche, e in cosa possono essere anche speciali le cantine sociali?

1. Il modello è quello cooperativistico: tanti soci che conferiscono le loro uve, vinificate e imbottigliate in un unico luogo. Nasce nell’Ottocento per tutelare i piccolissimi produttori, evitando loro costi altrimenti ingenti.

2. Di solito controllano tanti ettari di vigneto in aree magari estremamente vocate e diversificate fra loro (per clima, suolo, esposizione…). Controllando porzioni ingenti di terreni, le cantine sociali sono anche responsabili e custodi di tanta parte dell’ecosistema naturale.

3. Hanno i piedi per terra. Vinificano le uve di tanti minuscoli produttori, tenendo in vita le radici più profondamente contadine del vino italiano.

4. Alcune cantine sociali sono degli alfieri della valorizzazione più vera del territorio, con azioni concrete, specialmente a favore dei vitigni autoctoni.

3️⃣ Qual è il futuro delle cantine sociali?

1. Le cantine sociali non sono solo custodi della tradizione ma guardano avanti. Oggi alcune iniziano a coltivare i vigneti in prima persona, per produrre i vini più importanti.

2. Oggi le cantine sociali tendono a mettere più al centro il consumatore puntando più sulla qualità.

3. Questa nuova sfida della qualità porta con sé: l’uso di tecnologie moderne e la vinificazione separata delle uve provenienti dalle particelle più vocate.

4. Il tempo ci dirà se saranno ancora i produttori del vino “da tutti i giorni”, per quanto sempre più di qualità, oppure se diventeranno più simili alle piccole aziende private. Di certo, le cantine sociali aiuteranno sempre a custodire la memoria contadina del vino, la radice più poetica del mondo enologico italiano.

Certo, bisogna saperle trovare! Sommelier Wine Box ne ha proposte varie in selezione (la Cantina di Gradoli in Lazio, Maixeiin Liguria, San Zenone in Molise, Cantina di Mogoro – Il Nuraghe in Sardegna).