Nebbiolo

Nebbiolo e Barbera

Tappa #33

La tappa #33 di Sommelier Wine Box (dicembre 2020, guidata dal sommelier Nicola Bonera) è stata all’insegna del grande Piemonte, con Nebbiolo e Barbera, due facce della stessa – meravigliosa – medaglia.

Parlare di Piemonte risulta sempre riduttivo: ogni angolo di questa regione riserva delle sorprese, il panorama vitivinicolo è talmente ampio da far girar la testa, le uve autoctone sono innumerevoli, così come gli straordinari risultati legati ai vitigni internazionali.

Tra tutti spuntano, però, due uve, un re e una regina, un re filosofo e una regina contadina: il Nebbiolo e la Barbera.

Il Nebbiolo, per il suo fascino misterioso, per la sua storia, per le caratteristiche uniche, e la Barbera, l’uno maschio e l’altra femmina, così sono sempre stati coniugati…

Il Nebbiolo è austero, tannico, dal colore crepuscolare, decisamente complesso e ostico da coltivare, assolutamente selettivo sull’areale di produzione. Solo in tre zone si esalta: le Langhe, il Roero e l’Alto Piemonte; nomi mitici, territori talvolta difficili ma ricchissimi di fascino. Più dolci le colline delle Langhe, con i bellissimi borghi a sovrastare i vigneti, villaggi magnifici come Neive, Barbaresco, La Morra, Barolo e molti altri, dove il Nebbiolo, grazie alle argille profonde e alle marne fossili, diventa compagno di generazioni (nel senso che spesso invecchia quanto la generazione che l’ha prodotto). Più selvaggio e rurale il Roero, con alcune magnifiche fortificazioni a proteggere il territorio, dove il Nebbiolo nasce sulle sabbie, ha maggior freschezza ed evolve più rapidamente. Difficile, con pendenze marcate e situazioni climatiche difficoltose è l’alto Piemonte, dove il Nebbiolo si fa più ferroso e minerale, per via dei porfidi, del quarzo e dei lasciti del supervulcano della Valsesia.

Di norma al Nebbiolo servono anni di affinamento per esprimersi al meglio, donandoci i grandi Barolo, Barbaresco, Ghemme, Gattinara, Roero Riserva; talvolta anche le versioni giovanili sono già apprezzabili, cosa che accade con Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo.

La Barbera, in tutto questo magnifico palcoscenico, ha spesso un ruolo di contorno, ovvero occupa le posizioni lasciate libere dal Nebbiolo, ma dalle stesse terre acquisisce pari ricchezza; l’acidità è la sua principale chiave di lettura, quasi sfacciata, a voler calamitare il sorso del degustatore. È un vitigno che ha permesso, grazie alla sua generosità produttiva, la sopravvivenza di generazioni di famiglie contadine.

Negli anni recenti la Barbera si è tolta qualche sfizio, arrivando a calcare palcoscenici che prima le erano proibiti: il sapiente uso del legno, le selezioni in vigna e il saper fare di illuminati produttori le hanno permesso di dimostrare tutto il suo valore, con etichette in grado di stupire anche a livello internazionale.

Le cantine proposte nella selezione di dicembre 2020 sono: Michele Taliano, Bruna Grimaldi, Adriano vini.

Nebbiolo

Le selezioni di dicembre – nebbiolo e barbera

WINE BOX DI dicembre: nebbiolo e barbera

Nebbiolo

Tappa #33

Guidata dal sommelier Nicola Bonera

migliore sommelier d’Italia 2010

Michele Taliano, Montà (CN)

L’azienda Michele Taliano nasce nel 1930 con Domenico Taliano, anche se affonda le radici molto più lontano nel tempo, fin dall’epoca in cui la famiglia, conosciuta con il soprannome “Re Cit”, ovvero “piccoli re”, era dedita al lavoro nei campi e in vigna.
Oggi l’azienda è condotta dalla terza generazione, Alberto ed Ezio, figli di Michele, che gestiscono vigne storiche nel Roero, in località Bossola, Rolandi, Benna, nel comune di Montà, dove sorge la cantina e parcelle nel cru Montersino, a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba, all’interno della DOCG Barbaresco, quest’ultime acquisite negli anni ’70 ad opera di Michele.

15 ettari vitati complessivi e poco più di 70000 bottiglie annue: un’azienda a conduzione familiare con una produzione di taglio sartoriale. Grande attenzione al lavoro in vigna, qualche buon ausilio tecnico in cantina e il tempo sono gli ingredienti per una dozzina di etichette molto interessanti.

Si spazia dai classici vitigni del Roero e dell’albese, cioè Arneis, Barbera, Dolcetto e Nebbiolo, spaziando poi su Favorita (ovvero il Vermentino come viene chiamato nelle Langhe), Moscato e Brachetto.

Le vigne si trovano in parte a San Rocco Seno d’Elvio, in una zona dedicata principalmente al Nebbiolo da Barbaresco (3 ettari circa) e alla Barbera (1,5); i restanti 4 ettari si trovano nel Roero, in località Bòssora, uno splendido anfiteatro naturale circondato da boschi e gole cui si accede con difficoltà percorrendo un sentiero sabbioso. Altre parcelle nella stessa zona sono state piantate tra il 1999 e il 2005.

Marco e Vittorio Adriano, San Rocco Seno d’Elvio (CN)

Nel cuore della Langa, ad Alba nella frazione di San Rocco Seno d’Elvio, l’azienda agricola Adriano Marco e Vittorio, coltiva e vinifica solo uve di proprietà, con l’obiettivo di produrre vini che interpretino al meglio il “terroir”. La famiglia Adriano è un classico esempio di azienda agricola a conduzione familiare, una vera tradizione in Piemonte.
La tradizione vitivinicola della famiglia risale agli inizi del Novecento, quando il nonno Giuseppe, mezzadro, iniziò la coltivazione della vite. Continuò con il figlio Aldo, col quale acquistarono una piccola azienda e insieme misero a dimora le nuove viti a San Rocco Seno d’Elvio, all’epoca facente parte del comune di Barbaresco e ora frazione di Alba. Negli anni ‘90 arrivano in azienda Marco e Vittorio che, con le mogli Luciana e Grazia, migliorano la produzione e la commercializzazione dei vini con una forte espansione sui mercati internazionali. Con la vendemmia 1994 decidono di vinificare la propria uva producendo le prime bottiglie a marchio proprio.

Attualmente l’azienda ha una superficie totale di 50 ettari, suddivisa tra 10 ettari di nocciole, 10 ettari di boschi e terreni a riposo e 30 ettari vitati coltivati a Nebbiolo da Barbaresco, Barbera, Dolcetto, Freisa, Sauvignon Blanc e Moscato Bianco.
Sono quasi 10 anni che in vigneto non viene più utilizzato il diserbo chimico, lavorando con il rispetto assoluto la terra per ottenere un prodotto sano e di qualità.

Nonostante ciò hanno deciso di investire con la certificazione “the green experience”. Si è inoltre investito nella produzione di energia ecosostenibile con un impianto fotovoltaico che produce l’energia elettrica necessaria per il ciclo produttivo e un innovativo impianto di fitodepurazione che pulisce le acque di scarico della cantina.

Bruna Grimaldi, Grinzane Cavour (CN)

Nel 1957 Giacomo Grimaldi inizia a vendere l’uva e Giovanni Grimaldi, negli anni ’60, passa a produrre vino e a venderlo sfuso. E proprio Giovanni ha costruito i capisaldi della famiglia e dell’azienda: era molto attento alla vitivinicoltura, nel rispetto della vigna e del vino; imbottigliava già le migliori annate creando così uno “storico” importante, e valorizzava la vigna e l’uva.

Nel 1990 inizia una nuova fase: Bruna Grimaldi e il marito Franco Fiorino portano in azienda entusiasmo e nuove conoscenze. Vengono acquistati vigneti in zone mirate per poter produrre vini solo da uve di proprietà. Viene costruita la nuova cantina, il lavoro viene perfezionato e i vini Bruna Grimaldi iniziano ad essere proposti su nuovi mercati.
Per tutti i vini rossi la vinificazione è tradizionale: il tempo è il fattore determinante che permette di estrarre i preziosi composti contenuti nelle bucce in maniera lenta e gentile, senza forzature. Si vinifica in acciaio inox e poi in cemento, controllando le temperature durante le diverse fasi e degustando il mosto/vino quotidianamente.

Le uve Nebbiolo destinate a produrre i diversi Barolo sono sottoposte a lunghe macerazioni con le bucce, e spesso “a cappello sommerso”, tecnica antica, molto importante per definire la complessità e la struttura di un vino destinato a lungo affinamento. I vini rimangono nel locale di vinificazione fino a quando i processi di fermentazione alcolica e malolattica non sono ultimati.

L’azienda si identifica con “un approccio etico” alla vigna, nel pieno rispetto della natura, con una viticoltura sostenibile, metodi ragionati per portare sul mercato vini buoni, equilibrati e rispettosi dell’ambiente e del consumatore.

BOX ENTUSIASTA

Langhe Nebbiolo Blagheur, Michele Taliano

La tradizione vuole che le qualità organolettiche di questo vitigno si possano esprimere anche dopo un solo anno di affinamento. In questo caso le vigne più giovani delle tenute aziendali sono destinate a esprimere una versione “giovane” di Nebbiolo.
Il nome deriva da un’espressione dialettale che sottintende la nobiltà storica del vitigno, “blaguma na vota”, come a dire “una volta tanto atteggiamoci”, oppure “pavoneggiamoci godendo di un vino prezioso”.

Verso la metà di ottobre l’uva giunta in cantina viene fatta fermentare in vasche di acciaio inox; ad una macerazione abbastanza breve con le bucce segue l’affinamento di circa 12 mesi in legno. A dicembre dell’anno successivo alla vendemmia il vino è pronto per essere imbottigliato e commercializzato.

Vino dal caratteristico colore trasparente, rubino con lievi riflessi granati; al naso esprime grande florealità, tipica del vitigno, con piacevoli note speziate e fruttate; al palato il tannino è vivo ma ben integrato, prevalgono la freschezza e la fruttosità.


Vino che a tavola dimostra versatilità, capace di sposare antipasti elaborati a base di salumi e formaggi, oppure primi piatti con sughi di carne, risotti con prodotti autunnali, come funghi e tartufi; tra i secondi piatti provatelo con carni bianche con sughi di media struttura.

Da consumare in un calice abbastanza slanciato di media ampiezza, a 15-16° C, per valorizzarne la scorrevolezza.

Piacevole in gioventù, è vino capace di evolvere positivamente per 3-4 anni, conservato in locali freschi e umidi.

Barbera d’Alba, Marco e Vittorio Adriano

Barbera proveniente da vigneti esposti ad est e ovest, ad un’altitudine di circa 300 metri, su marne tufacee.

L’uva raccolta con grande attenzione nei primi giorni di ottobre, dopo un’accurata selezione, viene pigiata e messa a fermentare in vasche d’acciaio ad una temperatura controllata di 25-26° C, nelle stesse vasche svolge la fermentazione malolattica.
L’affinamento si divide tra vasche d’acciaio e botti di rovere di Slavonia di capacità tra 30 e 50 hl.

Vino dal colore rubino impenetrabile, con ricordi violacei; il profumo è legato alla freschezza tipica del vitigno, con sentori di frutta rossa matura, come mora e prugna; con l’evoluzione evidenzia maggiormente i caratteri speziati; al palato domina la freschezza, con una ricca presenza alcolica.

È vino rosso che per natura accompagna un pasto, spaziando dagli antipasti ai secondi, predilige i salumi, gli affettati, le carni con buona componente grassa, il maiale in tutte le sue declinazioni.

Da servire a 15-16° C non possiede molto tannino ed è preferibile godere della sua freschezza.

Fresco e sbarazzino da giovane, con 4-5 anni di affinamento cambia veste, si fa più ricco e sfaccettato.

Nebbiolo d’Alba Bonurei, Bruna Grimaldi

Nebbiolo è sinonimo di eleganza, quella che si ricerca in questo vino che vuole essere l’espressione giovane e fresca di questo vitigno. È 100% Nebbiolo, proveniente da vigneti sui confini della zona del Barolo, dai comuni di Roddi, Diano d’Alba e Sinio – Bricco del Gallo, a un’altezza compresa tra i 250 e i 450 metri.

Fermentazione a temperatura controllata e macerazione di 15-20 giorni, dopo la malolattica spontanea il vino viene posto in botti di rovere francese da 500 e 700 litri di capacità, dove sosta tra i 12 e 15 mesi.

Colore granato lucente; esprime profumi floreali, con accenni alla frutta matura e alle spezie, seguite da delicati sentori tostati; i tannini sono eleganti e si fondono con la struttura di media importanza, trovando un armonioso equilibrio con l’affinamento.

Si abbina con i piatti della tradizione, gli antipasti elaborati della cucina piemontese, i sughi e le salse, le paste all’uovo con i sughi d’arrosto, i bolliti e il pollame in casseruola.

Temperatura di servizio 16-17° C.

Da consumare con tranquillità, piacevole appena immesso sul mercato e fino ai 6-7 anni dalla produzione.

BOX ESPERTO

Roero Riserva Roche Dra Bossora, Michele Taliano

Le colline del Roero si riconoscono da lontano per la tipica forma dei pendii interrotte da enormi spaccati e burroni che raggiungono anche i 200 metri di profondità: le “Ròche”. In località La Bòssořa l’esposizione dei vigneti è verso sud per consentire una perfetta maturazione del Nebbiolo; da qui il nome del vino.

L’uva viene raccolta nella seconda metà di ottobre; la macerazione e la fermentazione si protraggono a lungo per garantire l’estrazione di tutte quelle componenti che doneranno struttura e garantiranno l’evoluzione nel tempo. Segue un affinamento in barriques per circa 24 mesi.

Al colore classico segue un olfatto articolato, elegante e sfaccettato, con molte note speziate e balsamiche, il legno piccolo incide sui frutti concentrati e sulle spezie dolci; al palato il tannino è potente, sorretto da una struttura salda, alcol avvolgente e notevole persistenza.

Ideale compagno di piatti centrali della cucina, la cacciagione nobile, da piuma e da pelo; ottimo anche con formaggi stagionati e saporiti quando ha qualche anno sulle spalle. Tra i primi piatti, da abbinare con le paste ripiene o con sughi speziati e aromatici.

Va servito a 17-18° C in calici ampi, per agevolare la complessità olfattiva; potrebbe essere utile scaraffare al momento del servizio per permettere alla complessità di aprirsi e rendersi disponibile.

Vino che comincia a esprimere il suo valore tra il quarto e il quinto anno dalla vendemmia, ma è capace di sfidare il tempo crescendo per 10 anni o più. Se la bottiglia è ben conservata anche tempi superiori potrebbero rendere lustro al vino.

Barbaresco Sanadaive, Marco e Vittorio Adriano

Deve il suo nome a una forma dialettale, che ruota attorno alla traduzione del villaggio di San Rocco Seno d’Elvio. Vigneti ben assolati esposti a sud ovest, a circa 280 metri di quota, su marne tufacee, con età media superiore ai 30 anni.

L’accurata selezione che segue la vendemmia, rigorosamente manuale, porta in cantina uve sane che fermentano in acciaio a temperatura leggermente più alta, intorno ai 28-29° C, per estrarre tutto il potenziale delle uve Nebbiolo. In primavera il vino viene posto in botti di rovere di Slavonia di capacità di 35 hl, dove rimante poco più di un anno.

Vino dal colore granato con lievi sfumature aranciate, che si fanno più accentuate con l’evoluzione; all’olfatto esprime piacevoli ed eleganti note floreali, di fiori essiccati, di composta di frutti, di scorze d’agrumi, di spezie dolci; al palato ha ottima struttura, è avvolgente, pieno, con tannini ben presenti ma non invadenti, finale lungo ed equilibrato.

Vino molto versatile, incarna la classe del Nebbiolo, la sua potenza, ma al contempo la grazia e la leggerezza, accompagna risotti ricchi e saporiti, paste ripiene con sughi sostanziosi, arrosti, porchetta e formaggi di media stagionatura.

Vino che va apprezzato in un ampio calice a 17-18°C, aprendo con un po’ di anticipo la bottiglia.

Se ben conservato può garantire piacere per oltre 10 anni, cominciando a manifestarsi ottimale tra il quinto e l’ottavo anno.

Barolo Camilla, Bruna Grimaldi

Camilla è un nome di tradizione per l’azienda, da sempre l’uva è nata da più appezzamenti presenti a Grinzane Cavour, in particolare da un vigneto sul crinale più alto della collina sempre nominato, dai contadini del tempo, “la Camila”. La Camilla è infatti una delle quattro cascine che al tempo di Camillo Benso Conte di Cavour (metà dell’Ottocento), erano annesse alla proprietà terriera del Castello di Grinzane Cavour.
Il Barolo Camilla è prodotto dalle uve Nebbiolo coltivate in diversi comuni; nel Comune di Grinzane Cavour, MGA Raviole e Borzone; nel Comune di La Morra, MGA Roere di Santa Maria.

Il grande pregio del Barolo Camilla è la biodiversità dei terroir che compongono le diverse colline da cui ha origine: alcuni appezzamenti si trovano su un terreno composto dalle Marne di Sant’Agata Fossili, in cui si trova una ricca presenza di argilla, poca sabbia, media quantità di calcare; altri dalle Formazioni di Lequio, terreni di antica formazione dalla ricca presenza di calcare, speciali argille e strati di arenaria (sabbia cementata a calcare). A terreni di media pendenza si susseguono terreni molto ripidi. Le esposizioni sono tutte a pieno sud. Uva raccolta a mano da fine settembre a metà ottobre.

Fermentazione a temperatura controllata e lunghe macerazioni, dai 20 ai 30 giorni, talvolta a cappello sommerso; affinamento di 24-30 mesi in botti grandi di rovere di Slavonia e tonneaux di rovere francese. Segue lungo affinamento in bottiglia.

Granato trasparente, con complessi sentori di cuoio, tabacco, confetture di frutta e spezie dolci; al palato ha grande struttura, trama tannica importante e lunga scia, con ricordi salini e speziati.

Da accompagnare a piatti strutturati e ricchi, quali secondi di carne, selvaggina, stufati, brasati, stracotti e formaggi stagionati.

Temperatura di servizio 17-18 °C, ampi calici per esaltarne la complessità.
Vino che dà il meglio di sé intorno agli 8-10 anni, ma può evolvere oltre i 15.

biodinamici

Le selezioni di novembre – vini biodinamici

WINE BOX DI novembre: grandi bini biodinamici!

biodinamici

Tappa #32

Guidata dalla sommelier Laura Bertozzi

 

1701 FRANCIACORTA, Cazzago San Martino (BS)

È la prima cantina biodinamica della Franciacorta. Altra caratteristica che mi piace molto è il brolo, la vigna giardino recintata che viene curata con meticolosità. Oltre a produrre Franciacorta DOCG, la cantina si dedica anche ad altri vini, fra cui Sullerba, nel quale è sempre lo Chardonnay a essere protagonista. Un vitigno che si trova benissimo nelle colline moreniche della Franciacorta, dove il terreno sciolto e ricco di fossili consente di non soffrire di stress idrico, oltre a conferire gli indispensabili sali minerali alla vigna.

Il nome della cantina deriva dal fatto che gran parte della proprietà dei terreni di Silvia e Federico, i due fratelli che ne sono i titolari, risale proprio al 1701, mentre le mura del brolo sono ancora più antiche: dell’XI secolo!

 

COSIMO MARIA MASINI, San Miniato (PI)

Qui c’è davvero tanta passione: i proprietari, dediti ad altre occupazioni, avrebbero potuto godere della villa bonapartiana e dei relativi possedimenti, invece hanno voluto fare vino e per di più biodinamico! L’attenzione all’ambiente è il loro manifesto, così come la collaborazione con il territorio, con l’obiettivo di sensibilizzarlo alla sostenibilità.

Siamo a San Miniato, dove già i Fenici coltivavano la vite: qui, Cosimo Ridolfi, fondatore della facoltà di Agraria dell’Università di Pisa già proprietario della tenuta decise di produrre il suo vino. I benefici effetti del mare, poco lontano, si fanno sentire nel clima sempre ventilato, che asciuga le vigne e rinfresca le estati più torride. Le dolci pendenze rendono più agevoli le lavorazioni e la raccolta – fatte sempre rigorosamente a mano – e consentono un buon drenaggio.

Il rispetto per la Natura è anche valorizzazione del territorio: l’azienda crede nei vitigni autoctoni, anche quelli poco conosciuti come Buonamico e Sanforte, con l’intento di preservarli e valorizzarli.

 

TENUTA DI GHIZZANO, Ghizzano di Peccioli (PI)

La famiglia Venerosi Pesciolini non può dirsi una new entry nel mondo del vino, visto che se ne occupa dal 1370; per questo motivo le loro scelte recenti sono ancora più coraggiose e apprezzabili. Avrebbero potuto continuare a produrre in maniera tradizionale e invece dal 2003 si sono convertiti al biologico, hanno messo al bando diserbanti, insetticidi e anticrittogamici e, non contenti, dal 2006 si sono convertiti alla biodinamica.

Ghizzano si trova a un’altitudine di 200 metri sul livello del mare, affacciato di fronte al mare dal quale arrivano brezze rinfrescanti (ve ne accorgerete in torretta che vento tira!), che asciuga e mitiga il clima di questo borgo situato a 40 km da Pisa e altrettanti da Livorno.

Le operazioni della raccolta e in cantina proseguono nel rispetto dei frutti della natura: la vendemmia è manuale, così come la cernita dei grappoli, la pigiatura avviene coi piedi, non vengono aggiunti lieviti e non vengono utilizzate pompe per travasi e rotture del cappello. Per l’affinamento usano acciaio, cemento, botti di legno, tonneaux e, solo per il Nambrot, delle barriques. Poiché l’utilizzo è strettamente legato all’evoluzione del vino e non alla cessione dei tannini del legno, si cercano di evitare recipienti nuovi, prediligendo botti di secondo e terzo passaggio.

 

FATTORIA SARDI, Lucca

Siamo in Lucchesia, in un podere che appartiene alla stessa famiglia da più di due secoli e che produce vino dall’inizio dello scorso. L’amore per la biodinamica scatta con l’ultima generazione: marito e moglie, che con grande attenzione verso gli elementi che ci ospitano e ci circondano, hanno deciso di assecondare il terreno. Dove la composizione è limo-sabbiosa crescono le uve per la produzione dei rosati, nella fascia di terreno sciolto sono coltivati i vitigni a bacca bianca, mentre la zona con maggiore argilla è destinata ai vini rossi di maggiore struttura.

Si sente da come parlano, Mina e Matteo, che la biodinamica è per loro una filosofia di vita, che non interessa solo la vigna: come Steiner vorrebbe, hanno preso anche due asini, che pascolano nelle vigne, smuovendo il terreno e concimandolo, e delle galline, allevate in maniera biodinamica.

L’azienda si contraddistingue soprattutto per il Pet-Nat, un metodo ancestrale, un incredibile Vermentino e per i vini rosati, snobbati dai consumatori e dalle cantine italiane fino a pochi anni or sono, ma amati tanto dai francesi, come Mina, e dal marito Matteo, che in Francia ha lavorato e ha fatto tesoro del bagaglio culturale sperimentato.

 

BOX ENTUSIASTA

 

SINCERO, Cosimo Maria Masini

Nomina sunt consequentia rerum (i nomi sono conseguenti alle cose), come diceva Dante, e questo è proprio un vino “sincero”. Rispecchia il Chianti delle Colline Pisane e non è addomesticato da affinamenti che tolgano o diano qualcosa in più rispetto a quel che già regala la vigna. È un buon vino quotidiano, che fa esprimere al meglio Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Franc, grazie alla fermentazione in cemento: materiale inerte, che consente una buona micro-ossigenazione, senza cedere nulla.

I profumi sono quelli della frutta nera (prugna, mora), ma anche della fragola, della macchia mediterranea e della pietra focaia, ma ecco che arriva la violetta. Ha un corpo snello, come si addice a un vino quotidiano, caldo, fresco e con tannino aggraziato.

È un vino da tutto pasto: da godere con un tagliere di salami e formaggi di media stagionatura come antipasto, con gli spaghetti al sugo e anche con un pollo arrosto con le patate o la carne alla pizzaiola.

Sia per le sue caratteristiche che per l’affinamento, è un vino che non lascerei troppo in cantina, ma che si beve volentieri entro l’anno.

Servire a 16-18° C.

 

GHIZZANO, Tenuta Di Ghizzano

È il “vino da frutto” come lo definisce Ginevra Venerosi Pesciolini: viene dalle vigne più giovani e l’affinamento (in acciaio e cemento) non vuole conferire maggiore personalità ma fa parlare il vitigno – il Sangiovese – che nelle Colline Pisane ha tratti gentili. In questo vino la fa da padrone, concedendo solo il 5% al Merlot.

I profumi sono complessi ed eleganti: balsamicità, frutta rossa come la ciliegia, il mirtillo, la mora. In bocca è beverino, giustamente tannico sia come quantità che qualità, e chiude con la stessa eleganza del naso.

Ottimo come aperitivo con un tagliere di salumi e formaggi e anche su piatti non troppo strutturati, per una serata in compagnia.

Possiamo degustarlo anche dopo un paio d’anni, ma quello della longevità non è il suo obiettivo.

Servire a 18-20° C.

 

VERMENTINO, Fattoria Sardi

Si tratta di un Vermentino in purezza, da vigne di età diverse: le più giovani danno maggiore freschezza, le più vecchie conferiscono uve più complesse. Fermenta e affina in acciaio e cemento, e rimane qualche mese sulle fecce fini. Rimango un po’ perplessa quando mi propongono un Vermentino che non venga dall’Alto Tirreno perché questo vitigno ha bisogno della vicinanza al mare e di un clima non troppo caldo. Ma in questo caso si esprime alla grande.

Il naso è solleticato da freschi ed eleganti profumi di pompelmo, ananas, pera di San Giovanni, una nota balsamica di menta ed erbe mediterranee, fiori bianchi. In bocca ha corpo, freschezza viva, sapidità, un finale pulito ma non ammandorlato, come accade di solito, e ritornano eleganti i profumi appena sentiti, sotto forma di aromi.

Per il fatto di non avere una beva leggera, può accompagnare tutto il pasto: alle temperature più basse si abbina perfettamente a un antipasto a base di pesce o di verdure, non grasso, e man mano che rimane in tavola e si scalda provatelo con trofie al pesto, con uno spaghetto allo scoglio o con fettuccine col ragù di carne bianca; fra i secondi, ottimo l’abbinamento con orata all’isolana e al coniglio in bianco.

Non lasciatelo troppo in cantina, un paio d’anni al massimo.

Servire a 10-12° C.

 

BOX ESPERTO

 

SULLERBA, 1701 Franciacorta

Il nome ci suggerisce già il momento migliore in cui berlo, vale a dire una situazione da “Grande Jatte” di Seurat: un pic nic o un aperitivo sull’erba. Accompagnato da qualche stuzzichino, fra le chiacchiere degli amici.

Affina prima in anfora e poi in acciaio e quindi, una volta ultimato il vino base (100% Chardonnay) è imbottigliato con l’aggiunta di mosto fiore ghiacciato, della stessa vendemmia, per una successiva fermentazione e li rimane per 12 mesi, col suo tappo a ghiera, fino all’apertura per la degustazione. Una morbida e abbondante schiuma riempie il bicchiere, lasciando intravedere un giallo paglierino tendente al verde non completamente limpido, per via della non filtrazione. Solletica il naso la pimpantezza degli agrumi – mandarino e cedro – che rimangono protagonisti ma lasciano spazio anche al burro, al gesso, alla mela e alla pera williams, oltre a un delicato biancospino. Ed è ora il burro che si fa più spazio e ci introduce una bella nota balsamica. Il sorso ha corpo, freschezza viva e sapidità. Chiude con sufficiente persistenza in un armonioso amalgamarsi dei profumi sentiti al naso sotto forma di aromi.

Va bevuto entro l’anno, ma è talmente facile finire una bottiglia, che farlo non sarà un problema!

Servire a 6-8° C.

 

Daphné, Cosimo Maria Masini

Il Trebbiano è il vitigno principe di questo vino, al quale è aggiunto un 20% di Malvasia. Macera sulle bucce per una settimana e questo conferisce al vino il colore intenso tipico degli orange wine. È una tipologia di vino difficile da produrre, perché basta un niente per avere vini ossidati o con odori sgradevoli, scomposti in bocca. Non è il caso di Daphné, che dalla lunga macerazione acquisisce invece complessità di profumi che spaziano dalle erbe officinali ai fiori bianchi alla caramella d’orzo alla frutta a pasta gialla. E anche la beva è interessante, perché il sorso rotondo viene rinvigorito non solo dalla freschezza viva e dalla sapidità, ma anche da un composto tannino. Chiude con la retrolfattiva (cioè i profumi che si avvertono dopo avere deglutito) elegante e con discreta persistenza.

La complessità di questo vino e le sue caratteristiche lo rendono adatto all’affinamento e anzi vi stupirà dopo anni, lo dico per esperienza: ho degustato da poco un 2015 e ha ancora tutta la pimpantezza di un ragazzino e un’evoluzione dei profumi davvero interessante.

Pur essendo prodotto da uve bianche, la permanenza sulle bucce regala polifenoli e tannini degni di un vino rosso e la leggera ossidazione lo rende ancora più versatile. Non abbiamo paura quindi a degustarlo con un risotto alla milanese, con zafferano e ossobuco e neppure assieme a un uovo all’occhio di bue col tartufo, magari di San Miniato per rimanere in loco, o ancora con formaggi stagionati e piatti a base di carne senza troppa riduzione né lunghe cotture. Per esempio, un’anatra all’arancia si sposa perfettamente.

Servirlo a 13-15° C, aprendolo 15 minuti prima.

 

Veneroso, Tenuta Di Ghizzano

Questo è un “vino di concetto”, perché le vigne sono delle sagge signore un po’ âgée e si sente anche l’intervento, delicato, della vignaiola, che ha deciso un affinamento in botti di rovere francese da 50 hl.

È il mio vino preferito della Tenuta di Ghizzano e sono contenta che anche voi ne possiate godere. Viene prodotto per il 70% con Sangiovese e per il 30% con Cabernet Sauvignon.

I profumi sono decisamente marcati, nettamente eleganti, di frutta nera (mora, marasca), eucalipto, salvia, caffè, cioccolato, tabacco dolce, leggero boisé. In bocca il sorso ha corpo, è ampio ma al contempo snello, caldo e fresco. Il tannino è già composto, pur essendo ben presente. Il finale ha buona persistenza.

Dimenticatene una bottiglia in cantina e recuperatela dopo 7/8 anni: vi stupirà!

Abbinate primi e secondi di struttura, vista la complessità del vino. Alcuni suggerimenti: pasta al forno, fettuccine alla cacciatora, peposo…

Servire a 16-18° C.

biodinamici

Grandi vini biodinamici

Tappa #32

La tappa #32 di Sommelier Wine Box (novembre 2020, guidata dalla sommelier Laura Bertozzi) è stata all’insegna di grandi vini biodinamici.

Ciò che ci affascina nel vino, consapevolmente o meno, è la virtuosa correlazione che lega vignaiolo, vitigno e condizioni pedoclimatiche. Se il rapporto è rispettoso non può che nascere qualcosa di bello, e il rispetto deve venire dal vignaiolo, visto che la Natura è già prodiga di doni nei nostri confronti.

La biodinamica è nata ad opera di Rudolf Steinerproprio per recuperare questo rapporto.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale,
tutta la chimica bellica fu riversata in copiose quantità nei campi e alcuni
lungimiranti contadini, consci del fatto che in quel modo si stava avvelenando
la Terra, si rivolsero a Steiner perché li aiutasse a bonificarla ed a renderla
fertile.

La biodinamica, utilizzando quello che la Natura offre, cerca di
dare ancor maggiore vitalità al terreno,
con concimi e preparati del tutto naturali, consentendo così al terreno di
esprimersi al meglio.

Abbiamo scelto alcuni vini che sono prodotti con modalità biodinamiche: il filo conduttore di tutti è la grande personalità e la capacità di lasciar esprimere i territori nei quali sono coltivati.

Le cantine proposte nella selezione di novembre 2020 sono: Il Ghizzano, 1701 Franciacorta, Fattoria Sardi, Cosimo Maria Masini.

Tenuta Il Ghizzano

Tenuta Il Ghizzano – Toscana

Quella del vino, in Italia, è una storia legata alle famiglie: una passione antica che si rinnova continuativamente, come quella che da generazioni scorre e pulsa nelle vene della famiglia Venerosi Pesciolini.

La storia della mia famiglia inizia nel Medioevo, in una terra di elezione nella campagna pisana: un territorio irradiato da una luce morbida, un luogo di vitigni pregiati e concentrati di bellezza.

Sono entrata in azienda nel 1995, alla guida della parte agronomica e commerciale della Tenuta di Ghizzano: il mio compito è proprio quello di rinnovare quotidianamente una tradizione che, dall’età carolingia in poi non ha conosciuto interruzioni.

La nostra filosofia si basa su un principio cardine: quando il frutto della terra proviene da un luogo in armonia con le forze della natura ha già in sé la potenzialità per essere eccellente. Tutte le nostre azioni, poi, sono mosse dal rispetto: per la natura che cresce rigogliosa e abbraccia i nostri vigneti, per il territorio che ci ospita e per le persone che vivono e lavorano qui. Sono certa che non esista successo senza un convinto lavoro di squadra, che tenga insieme le storie nascoste dietro ogni volto, per valorizzarle.

Dal punto di vista produttivo, scegliamo consapevolmente di produrre meno, all’insegna dell’altissima qualità, per restituire al massimo le espressioni che il vino, l’olio e i frutti ci elargiscono. Questo senza mai tradire l’eleganza innata e la ricchezza di queste colline. Dal 2003 siamo diventati pionieri di un percorso di Agricoltura Biologica “naturale”: abbiamo messo al bando concimi organici, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici. Lavoriamo il terreno sotto la fila, per controllare le infestanti e ossigenarlo, nutrendolo con sovescio e altri semi. Dal 2006 abbiamo iniziato a praticare l’Agricoltura Biodinamica (certificati come Azienda Biodinamica da Demeter nel 2018).

Vendemmiamo a mano, usando piccole cassette areate. Quando l’uva arriva in cantina, la trasferiamo sul tavolo di scelta per supervisionare sanità e integrità. La pressatura è fatta con i piedi e in fase di fermentazione non usiamo lieviti selezionati. La maturazione avviene nel legno: usiamo botticelle di rovere per un periodo dai 16 ai 18 mesi. Il legno, per noi, rappresenta uno strumento per far evolvere il vino nel tempo, portandolo alla maturazione senza l’aggiunta di tannini di legno, perché non vogliamo che prevalgano su quelli di frutto. Per i nostri vini di punta, il Veneroso e il Nambrot, l’obiettivo è quello di coniugare la longevità con la giusta armonia tra frutto e acidità.

Ginevra Venerosi Pesciolini

Laura Bertozzi sommelier

Laura Bertozzi

LAURA BERTOZZI

La sommelier commercialista

Ci ha portato alla scoperta di GRANDI VINI BIODINAMICI

Per guidare Tappa #32 di Sommelier Wine Box (novembre 2020) ci siamo rivolti a Laura Bertozzi, da sempre amica di Sommelier Wine Box 💚

Ecco la sua storia:

«Ho due grandi passioni: il mare ed il vino. Per questo ho scelto di vivere a 200 metri dal mare e di diventare sommelier.

Più imparavo, più la mia passione diventava sempre più profonda e mi ha portata ad aprire il mio blog e poi il mio canale Youtube DIVINO TV, disponibile anche sul mio IGTV.

Pian piano, e in modo del tutto naturale, l’hobby si è trasformato in lavoro ed oggi, senza mai smettere di studiare e degustare, mi occupo di valorizzazione e sviluppo strategico per vignaioli, enoteche e ristoranti, partendo dalla formazione e dall’informazione. Un’enorme fortuna aver trasformato in hobby il core business delle mie consulenze!

I miei mantra sono “Terroir” e “Rispetto della Natura: anche noi siamo suoi ospiti!”»

Laura Bertozzi, la “sommelier commercialista”

Laura Bertozzi sommelier
sommelier Marco Barbetti

Marco Barbetti

MARCO BARBETTI

Migliore sommelier d’Italia 2018

Ci porta alla scoperta di autoctoni che non sono secondi a nessuno!

Per guidare Tappa #31 di Sommelier Wine Box (ottobre 2020) ci siamo rivolti a Marco Barbetti, migliore sommelier d’Italia FISAR 2018 che ci ha raccontato la sua storia:

“Il primo approccio serio che ho avuto con il vino è stato nel 2007, folgorato – come succede a molti – dalla magia e dallo stupore che si provano percependo i profumi regalati dalla degustazione di un bicchiere.

Dopo quella “prima volta”, ho iniziato il mio percorso di formazione con i corsi sommelier F.I.S.A.R., grazie ai quali mi sono appassionato per sempre a ogni sfumatura di questo mondo così pieno di passione. Il legame era ormai creato: più imparavo e più scoprivo nuove cose da imparare, per cui ho proseguito diventando relatore e direttore di corso. E poi mi divertivano tantissimo gli aspetti pratici, tra cui l’elegante mondo dei servizi, che ho approfondito seguendo un master dell’associazione, diventando poi responsabile dei servizi per la mia delegazione, Bareggio.

Nel 2017 ho deciso di mettermi in gioco iscrivendomi al concorso “Miglior Sommelier dell’anno 2018” indetto da F.I.S.A.R. I dodici mesi successivi di studio quotidiano, con il fondamentale supporto di amici e colleghi, si sono infine conclusi con la mia vittoria.

Oggi, oltre alle attività di delegazione mi dedico alla scoperta di nuove realtà produttive, convinto che le emozioni nel vino non le regali il nome, ma la passione e la tecnica con le quali lo si realizza. Inoltre partecipo al podcast Il vino lo porto io, con il quale sviluppo la parte più ludica, sugli abbinamenti cibo-vino.”

Marco Barbetti – migliore sommelier d’Italia 2018

 
sommelier Marco Barbetti
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Cosimo Murace

Cosimo Murace – Calabria

Vendetti la mia prima bottiglia di vino a 20
anni. Non avevo ancora la patente e viaggiavo con il treno per tutta la provincia,
stracarico di bottiglie di vino di mia produzione da far assaggiare ai
ristoratori. Conoscevo bene la zona perché mi ero diplomato di recente
all’istituto agrario di Reggio Calabria con indirizzo chimico.

Sono nato e cresciuto a Bivongi, un paesino
minuscolo all’estremità nord della provincia di Reggio Calabria, sulla costa
ionica. Il paese è da sempre conosciuto, in tutta la regione, per essere una
terra di vignaioli ed il vino che si produce per essere un prodotto allegro,
conviviale, festaiolo.

Scoprii presto che fare questo mestiere mi
appassionava più di ogni altra cosa e decisi di approfondire le mie conoscenze
lavorando per una grossa cantina che produceva vino locale maturando un’esperienza
ventennale in campo enologico che mi è valsa anche il titolo di Enologo.  

Nel 1998 decisi di avviare la mia azienda e di
cominciare a diversificare la produzione, che va dal vino bianco fermo da
aperitivo, passando per un rosso, per finire con un vino passito da dessert,
scelto per far parte di questa selezione. Nel frattempo, inoltre, l’area di
Bivongi (circa 30 ettari di vigneti) veniva proclamata denominazione di origine
controllata: un titolo prestigioso per una realtà così piccola.

La mia proprietà si estende nell’area della
DOC Bivongi, su 3 vigneti di famiglia preesistenti dei quali ho curato il nuovo
impianto, per un totale di circa 3 ettari dove vengono coltivati solo ed
esclusivamente vitigni autoctoni: Gaglioppo, Greco Nero, Calabrese Nero,
Ansonica e Malvasia bianca. I terreni, scoscesi e di natura alluvionale o
argillosa, ed esposti al sole per quasi tutta la giornata, contribuiscono a
rendere corposo e deciso il carattere dei nostri vini.

Sin da subito, e per vocazione, ho scelto di
adottare il metodo dell’agricoltura biologica ottenendo la certificazione per
tutti i prodotti dell’azienda. Assieme alle viti crescono alberi di frutta,
erbe spontanee e spesso ospitiamo anche uccellini che decidono di nidificare
tra le foglie delle viti, accrescendo la biodiversità ambientale.

Credo da sempre nelle potenzialità del
territorio che mi ospita e ai frutti che questa terra mi regala ed io, da
ospite, ogni giorno provo a ringraziarlo come posso.    

Cosimo Murace

autoctono

Cos’è un vitigno autoctono? Guida in 5 punti

La viticoltura italiana in un passato ormai lontano era ancora più ricca di oggi di vitigni autoctoni, un patrimonio che si è in parte perso a causa dei cambiamenti del gusto della metà del secolo scorso. Recuperarli è stata, ed è tuttora, una delle sfide più affascinanti del vino contemporaneo. Ma cosa si intende davvero per vitigno autoctono?

Ecco una piccola guida al concetto di vitigno autoctono, in 5 punti 🥂

1. Cos’è un vitigno autoctono?

Un vitigno autoctono è un’uva originaria di un certo territorio, dove vi cresce da sempre. Per questo, con quella terra intrattiene una relazione speciale: la rispecchia e la racconta al tempo stesso. E lì dà il meglio di sé.

2. Il contrario di vitigno autoctono?

Vitigno internazionale: un’uva che è diffusa praticamente in tutte le aree vinicole del mondo.

3. Quanti vitigni autoctoni ci sono in Italia?

L’Italia ha il più ricco patrimonio di uve autoctone del pianeta, con circa 1500 varietà note, oltre 360 delle quali iscritte nel Registro delle Varietà utilizzate nella produzione di vino.

4. Autoctoni: una questione puramente enologica?

Non solo. Fare vino con uve autoctone significa proporre al mercato prodotti unici, spesso rari, che raccontano il territorio: la sua bellezza, la sua cultura, la sua gente.

Come spesso accade nel mondo del vino, la questione diventa culturale. Secondo il giornalista enologico Matt Kramer il più importante concetto per il vino è proprio questo. I vini da vitigni autoctoni “hanno un’integrità che viene dal tempo e dalla tradizione locale che precede il potere pervasivo e la penetrazione sul mercato dei brand globalizzati. Nulla è più prezioso dei vini autoctoni perché, alla fine, non li puoi riprodurre”.

5. Come inizia la riscoperta italiana degli autoctoni?

È curioso ma è stata la grappa ad avviare una nuova cultura degli autoctoni! Siamo negli anni settanta, da Nonino, che pur di non perdere le varietà friulane istituisce studi, offre premi e denaro al vignaiolo che avrebbe messo a dimora il migliore impianto di Schioppettno, Pignolo e Tazzelenghe. Da lì, inizia una vera e propria battaglia con le autorità, dal momento che quelle uve non erano registrate. Una battaglia di quattro anni, vinta nel 1979 con la prima grappa Schioppettino. Da allora, ha preso avvio un vero e proprio movimento per la salvaguardia e il recupero produttivo delle tante varietà autoctone italiane. Se siamo qui a parlarne, è grazie a quella stagione e a quelle persone illuminate.

🍇 Sugli autoctoni, in sintesi 🍇

Acquistare e degustare un vino fatto a partire da uve di un vitigno autoctono significa “bere” un intero territorio.

Non solo: è sinonimo di autenticità e di artigianalità. La poesia del vino.

Simone Celeghin sommelier

Simone Celeghin

SIMONE CELEGHIN

Alla scoperta di cantine che in fazzoletti di terra creano vini eccellenti!

Per guidare Tappa #30 di Sommelier Wine Box (settembre 2020) ci siamo rivolti al sommelier Simone Celeghin, che ci ha raccontato la sua storia:

“Un dovere nei confronti di mio nonno paterno Virgilio, orgoglioso contadino e intenditore di vino, che coltivava il sogno di avere almeno un nipote che studiasse agraria per continuare la tradizione di famiglia, grazie alla quale si erano superate le due grandi guerre mondiali.

Così ho cominciato, a 14 anni, le scuole Superiori con indirizzo “Industrie Agrarie – Enologia” appassionandomi ogni giorno di più della materia, con il desiderio costante e ancora attuale di scoprire ogni piccola realtà che il nostro bel paese ci offre, dal punto di vista enologico e gastronomico.

Mi sono diplomato Enologo per poi approcciare l’AIS-Venezia a 19 anni, iniziando così a girare il mondo come ambasciatore del buon bere e del buon mangiare italiano, lavorando con realtà importanti quali le crociere di lusso e diversi ristoranti stellati.

Oggi sono Beverage Manager & Head Sommelier al JW Marriott Hotel Venezia.”

Simone Celeghin – sommelier del mese

 
Simone Celeghin sommelier