Cristina Mercuri sommelier

Wine Educator e Consultant. Quattro domande a Cristina Mercuri

Il mondo del vino è più in evoluzione di quanto si possa immaginare e la professione del sommelier diventa sempre più specializzata. E poi c’è l’universo degli appassionati, che al di là del lessico specifico degusta con passione e curiosità estreme.

Della sfida di essere professionisti del vino, oggi, parliamo con Cristina Mercuri, sommelier e wine educator.

1. Da avvocato a sommelier, a 33 anni. Si legge molto delle ragioni per cui hai lasciato la carriera forense. Quella più affascinante, e di ispirazione, è il desiderio di perseguire una vita piena, in continuo movimento, appagante senza compromessi. Al tempo stesso la carriera nel mondo del vino che hai impostato appare molto solida: è un’eredità della carriera legale?

È vero: quello che colpisce il lettore è il cambio radicale della mia vita. Da una professione prestigiosa e strutturata ho deciso di fare un salto nel vuoto solo per perseguire un concetto molto alto di felicità. Molti parlano di coraggio ma io non so se definirlo così, preferisco pensare di aver agito per necessità, e ne ho fatta una virtù (come recita un vecchio proverbio…).

Anche se ammetto che avere un certo mindset e una certa cultura legale mi hanno aiutato a costruire determinati rapporti e – in alcuni casi – selezionare meglio le persone, quello che tengo a sottolineare è che ho sempre fatto tutto con accanita curiosità e spietata ambizione, fin dalle elementari.

Non credo si tratti di un’eredità della professione forense, si tratta piuttosto di una dote innata, che è stata la chiave per costruire una professione solida e una carriera orientata al successo. Ho sempre avuto fame di sapere, fame di arrivare, fame di affermarmi, a prescindere dall’età o dal ruolo: poteva trattarsi di un voto all’università, della posizione all’interno di uno studio legale o del mio ruolo nel panorama della Wine Education nazionale.

Aver vissuto sempre tutto fino in fondo ha creato in me la capacità di immagazzinare molte informazioni e creare una stratificazione di competenze che posso sfruttare su vari fronti.

Questo continuo alimentare il mio cervello ha indubbiamente aiutato a creare la solidità di cui parli nella mia professione: il mio modo di insegnare è frutto di analisi, studi, approfondimenti e confronti coi più grandi.

Col tempo ho definito il mio approccio sistematico al lavoro e all’insegnamento, e mi impegno affinché i valori in cui credo siano condivisi anche dai miei collaboratori.

2. L’insegnamento è fra i tuoi più importanti campi di azione. Umberto Galimberti insiste sul fatto che serve educare più che istruire. Che caratteristiche ha il bravo educatore, nel mondo del vino?

Il bravo docente deve avere le seguenti skills:

COMPETENZA
Il vino è frutto di trasformazioni fisiche e chimiche che vanno sapute, ma è anche un business. Avere conoscenza tecnica specifica di fisiologia, chimica ed economia appare indispensabile, oltre che profonda conoscenza di agronomia e enologia. Il Diploma Level WSET offre un’ottima base per approfondire certi argomenti.

EMPATIA
Nei corsi di leadership ci insegnano che la comunicazione efficace è quella che utilizza il linguaggio di chi ascolta, non di chi parla. Essere prossimi agli studenti significa saper parlare un linguaggio accessibile, tecnico ma comprensibile. Ma non solo: significa anche sapere come interagire con lo studente per stimolare l’apprendimento e il pensiero critico. Significa porre le domande giuste con una terminologia che interessi invece di svilire, che avvicini ed entusiasmi invece di allontanare. Solo così il trasferimento della conoscenza è effettivo. Saper arrivare alle persone non è solo una questione di carisma (caratteristica che si riflette sul sé) ma è soprattutto una questione di empatia (caratteristica che si riflette nell’altro).

INTELLIGENZA RAZIONALE
Mentre l’intelligenza emotiva si pone come elemento essenziale per una comunicazione efficiente, l’intelligenza razionale è elemento essenziale per trasferire ragionamento critico e disciplina. Apprendere non significa solo immagazzinare informazioni, ma capire il “come” e il “perché” di certi fenomeni. Un bravo wine educator sa fornire gli strumenti per sviluppare nell’individuo la propria capacità di analisi logica e pensiero critico. Fornisce disciplina, regole e metodi per migliorare l’attitudine dello studente e formare quelli che saranno i professionisti del futuro.

DISCIPLINA
Fornire i giusti strumenti, saper comunicare in maniera proficua e avere conoscenze tecniche specifiche rischiano di essere qualità necessarie ma non sufficienti se non sono affiancate da rigore e disciplina. Un bravo wine educator deve saper rispettare i tempi, applicare un metro di giudizio oggettivo e mai influenzato da simpatie o umori; sa come trasferire un approccio sistematico allo studio, un metodo quotidiano fatto di deadline, richiesta di feedback e obiettivi personali sfidanti che spostano lo studente dalla prospettiva di alunno a quella di professionista. Essere professionisti oggi significa non solo sapere, non solo saper comunicare, ma anche conoscere i propri limiti, le proprie risorse e praticare un allenamento quotidiano e continuativo, fissando piccoli obiettivi sempre nuovi, sempre più in alto. Solo la disciplina ci porta all’ambizione, e solo l’ambizione ci porta a essere grandi.

3. Nel mondo del vino ti sei ricavata uno spazio importante. Tutta la tua comunicazione e la formazione che offri è mirata a rafforzare l’approccio critico al calice formando professionisti solidi e orientati da subito al panorama internazionale. Allo stesso tempo il tuo obiettivo è quello di portare la cultura del vino su un piano accessibile. Rispetto ai grandi del passato – penso a Luigi Veronelli e Mario Soldati – il mondo del vino parla oggi in modo sempre più specialistico, con il rischio di sembrare elitario e allontanare. Si allarga il divario con tutto quel mondo di appassionati che magari non padroneggia il lessico specifico ma che degusta con passione sconfinata. C’è speranza, per il mondo del vino, di ricucire questo divario e che consiglio dai agli appassionati per degustare con consapevolezza?

Quando si tocca il fondo non possiamo far altro che risalire, quindi sì, c’è molta speranza. A parte le battute, viviamo in un momento molto delicato e – sarò impopolare – la democrazia del social network non aiuta a migliorare le cose da un punto di vista della formazione accessibile, ma seria.

C’è un po’ troppa tuttologia, tutti che vogliono fare i professori e parlare di vino, quando hanno appena capito cosa sia la differenza tra un vino bianco e un rosso e non hanno nessuna formazione specifica. Un’arma davvero molto pericolosa, perché molti sedicenti esperti che parlano a vanvera di vino non lo fanno parlando ai peluches nelle loro camerette, ma lo fanno in aula o sui social, chiedono soldi alle persone per seguire un corso, creano un circolo vizioso di studenti “inseminati” da nozioni false e fuorvianti. Se porti questo meccanismo in potenza si proietta uno scenario drammatico: tante persone che non sanno ma pensano di sapere.

Il primo grande problema, quindi, è che le persone non sanno che per essere professori c’è bisogno di seguire un percorso apposito, e che si devono possedere le skills che ho descritto sopra.

Il mio consiglio per chi si avvicina a questo mondo: diffidate da quelli che offrono troppo, dai percorsi troppo facili in apparenza, dai personaggi che non hanno un curriculum riconosciuto. Fatevi una googolata per capire la biografia e i titoli di chi vi offre formazione, se si tratta di DipWSET (cioè chi possiede un Diploma WSET), Master of Wine, Master Sommelier o simili, comprate, altrimenti pensateci bene. In alternativa, affidatevi ai corsi più noti o al WSET.

Il secondo grande problema, oggi, è che non esiste un linguaggio comune. Le associazioni che formano sommelier adottano lessico e termini propri, e quindi creano una moltitudine di termini spesso diversi tra loro, complicati, elitari, che creano confusione e ampliano il divario col consumatore. Manca uniformità di comunicazione e manca un’identità di category.

La soluzione sarebbe quella di diffondere sempre di più il WSET (Wine & Spirit Education Trust, il leader mondiale nella formazione in ambito Wine & Spirits, con sede a Londra, e di cui io sono provider in Italia) per creare uniformità di comunicazione tra le varie realtà. Il WSET è l’istituto che forma i professionisti del futuro con nozioni solide, universalmente riconosciute e con standard al passo coi tempi. Il linguaggio è anglosassone e usa termini facili, tecnici, precisi e comprensibili, comuni a tutto il mondo. Il mio compito sarà proprio quello di renderlo noto al grande pubblico iniziando così un ciclo virtuoso per promuovere standard di formazione e di comunicazione del vino uniformi e al passo con le altre nazioni.

4. Un’ultima domanda, e poi ci salutiamo. Il tuo vino del cuore?

Sono tantissimi i vini e le aziende che adoro e stimo. Per fortuna negli ultimi anni moltissimi si sono accorti che rispettare l’ambiente, attraverso la riduzione dell’impatto della CO2, attraverso la garanzia della biodiversità in vigna e con l’eliminazione di interventi chimici, è l’unica chiave possibile per limitare i molti problemi in vigna che derivano dal climate change.

Inverni poco freddi non uccidono più i vettori di batteri o virus letali per le piante (e anche per l’uomo, vedi quello che sta accadendo oggi), ed estati torride e imprevedibilità della fenomenologia atmosferica indeboliscono quelle piante che sono allevate con approcci agronomici convenzionali, stanche dai medicinali e indebolite da erbicidi, pesticidi e fertilizzanti chimici. Non ci si dovrebbe stupire che la vita media di una vite in tali regimi a stento superi i 30 anni.

Per fortuna tanti viticoltori hanno detto basta e si sono convertiti al biologico, sostenibile o biodinamico. I miei vini del cuore sono questi: quelli che sono fatti con il principio che l’uomo è a servizio dell’uva, e non viceversa.

Uno tra tanti? Contrada R di Passopisciaro, del gruppo Vini Franchetti. Mi scalda il cuore per vari motivi.

L’azienda è gestita in regime non interventista e sostenibile, e ciò mi riempie d’orgoglio. Siamo in Sicilia, terra della mia adorata nonna, e già mi vengono le guance rosse. Il Nerello Mascalese è uno dei vitigni a bacca rossa che più adoro. Lo definisco come l’incontro amoroso tra il Pinot Noir e il Nebbiolo, perché ha un naso delicato e floreale con una lieve nota ematica, come il più elegante dei Pinot Noir, ma ha un corpo teso, tannico e alcolico come un Nebbiolo. Un mix perfetto tra eleganza, carattere, grazia e austerità.

Un vitigno che tra qualche anno sarà sul podio insieme ai big della scena internazionale.

Cristina Mercuri sommelier
abbinamento vino musica

Che musica abbinare al vino? Lo chiediamo al sommelier Marco Barbetti!

Il binomio vino e musica è antichissimo, perseguito dall’antichità in avanti, dalle società pre-cristiane fino a Capossela e Mannarino. Il vino e la musica stimolano aree diverse del nostro cervello, per cui la loro associazione moltiplica le connessioni e regala una diversa e più ricca percezione del vino. Ma che degustazione è, davvero, quella che si avvale anche della musica?

Lo chiediamo a Marco Barbetti, che è il migliore sommelier d’Italia FISAR 2018 nonché ottimo musicista (lui dice “a tempo perso”…).

🎶 Cosa succede al nostro cervello quando degustiamo un vino e ascoltiamo musica?

Uno studio condotto dal prof. Adrian North dall’Università di Edimburgo ha dimostrato una relazione tra le aree del cervello stimolate dalla musica e quelle stimolate dalla degustazione.

Quando si beve un bicchiere di vino ascoltando un brano, le aree attive interagiscono, influenzando la percezione delle varie componenti del vino.

🎶 Oltre a vista, olfatto, tatto e gusto aggiungiamo quindi l’udito e diamo più profondità alla degustazione…

L’udito è il senso che associamo di meno all’idea che si può avere di una degustazione.

Benché questo sia vero nella maggior parte delle volte, un degustatore attento ed esperto può, per esempio, intuire la densità o la fluidità del vino ascoltando il suono che il liquido emette mentre viene versato nel calice. Ovviamente parliamo solo di un’intuizione, un’idea che dovrà necessariamente essere confermata o meno dall’esame visivo. Lo studio che ho citato poco fa apre però le porte a nuove possibilità di abbinamento che prendono in considerazione anche l’udito.

🎶 Ne esce una degustazione complessa e profonda. E se a questo quadro aggiungiamo anche il cibo?

Parlando di accostamenti cibo-vino, gli abbinamenti che possono essere proposti sono perfetti solo a livello teorico. Questo perché basta che il vino sia servito con una temperatura diversa, oppure che la pietanza abbia una quantità di sale o spezie appena maggiore oppure una cottura più lunga, e gli equilibri ne risultano alterati.

Dal momento che determinati generi musicali influenzano la percezione delle caratteristiche del vino, si può proporre una terza dimensione dell’abbinamento coinvolgendo anche l’udito, in modo da provare a riportare l’armonia tra le sensazioni. Ovviamente si parla di prove empiriche personali, con esiti diversi in base alla sensibilità di ciascuno.

🎶 Così arriviamo a un abbinamento cibo-vino-musica. In questo tu giochi di concordanza o di contrasto?

Nell’abbinamento la musica serve per aumentare la percezione di una sensazione gustativa. Per esempio se degustando ascoltiamo metal andiamo a percepire in maniera più intensa le sensazioni che si definiscono “dure”; diversamente, un pezzo jazz particolarmente morbido e profondo, va ad aumentare le sensazioni di “morbidezza” del vino.

🎶 Nell’abbinamento vino-musica è meglio preferire la concordanza, quindi. E per finire, hai un abbinamento del cuore cibo-vino-musica da consigliarci?

Provate il tortino al cioccolato fondente e peperoncino abbinato ad un Moscato di Scanzo d.o.c.g. mentre ascoltate “Funny (But I still love you)” di Ray Charles (blues).

Carlotta Salvini migliore sommelier FISAR

Intervista alla migliore sommelier FISAR 2019

È una persona umile, Carlotta Salvini: se vince ringrazia tutto il gruppo, se eccelle dice che qualcuno le ha trasmesso la voglia di farcela. In realtà è una sommelier preparatissima, con più di una laurea in tasca, che sogna di portare i piccoli vignaioli italiani all’eccellenza internazionale che meritano. È la migliore sommelier d’Italia FISAR del 2019, e abbiamo avuto l’onore di intervistarla.

Anni, se si può chiedere…

Vendemmia 1987… 32 anni!

Quando, la scintilla per il vino?

Frequentando il corso da sommelier… è stata la mia prima finestra aperta sul mondo del vino.

Vino del cuore?

Françoise Bedel Cuvée Robert Winer 1996.

La cosa più bella dell’essere sommelier…

Avere la possibilità di conoscere l’immenso panorama di eccellenze vitivinicole e sentire la responsabilità comunicarle e rappresentarle al meglio.

La più negativa

Fare un lavoro che piace e appassiona assorbe tantissimo del tuo tempo; spesso non me ne accorgo, ma può pesare sulla famiglia, sulle amicizie, sugli affetti.

È un buon momento, questo, per essere una sommelier donna. Donatella Cinelli Colombini ci ha raccontato che sebbene le disparità di genere siano ancora forti le donne, oggi, si fanno sempre più strada nel mondo del vino

Ritengo che sia sempre più importante sensibilizzare non solo sulla figura della donna sommelier, ma in generale sul ruolo delle donne che operano nel vasto mondo del vino, favorendo sempre più il coinvolgimento del mondo femminile nel settore viti-vinicolo e della ristorazione. Il comparto del vino ha bisogno delle competenze interdisciplinari così tipiche delle donne: dall’inglese, al marketing, dalla comunicazione digitale alla tecnica di incoming enoturistico, dall’enologia all’hospitality.

Nel 2019 sei diventata migliore sommelier d’Italia FISAR. Come ti sei preparata?

Studio teorico, e soprattutto molto, molto allenamento pratico!

Qual è il segreto per vincere il titolo di migliore sommelier dell’anno?

Devo ammettere che il risultato ottenuto è frutto di un grande lavoro di squadra: ho la fortuna di essere circondata da persone che mi hanno trasmesso la passione e la determinazione indispensabili per arrivare in alto.

In cosa sei brava?

Il vino insegna a fidarsi sempre di se stessi, delle proprie sensazioni. Non so se mai diventerò brava in questo ma è un esercizio di vita importante che perseguo fedelmente, tutte le volte che assaggio un vino.

Ci sono delle persone che hanno cambiato la tua vita, ispirandola?

La mia famiglia e i miei più cari amici sono fonte quotidiana di ispirazione: la stima – ricambiata – di queste persone e il confronto continuo con chi mi sta attorno mi aiutano a cercare sempre la versione migliore di me stessa.

Sfide future?

Mi piacerebbe riuscire a portare la figura del sommelier italiano anche oltre confine, e permettere soprattutto alle piccole realtà vitivinicole di grande eccellenza di trovare un loro spazio e il posizionamento nei mercati esteri.

E infine, un consiglio per gli appassionati del vino…

Consiglio di non fermarsi davanti ai nomi blasonati e alle etichette più conosciute, ma di cercare e sostenere anche e soprattutto le piccole realtà territoriali, dove non mancheranno le sorprese. Tra enoteche e siti di rivendita specializzati, le occasioni oggi non mancano. E perché non cogliere l’occasione per visitare le cantine? Oltre ad essere di sostegno per il turismo locale è una grandissima opportunità per scoprire le bellezze del nostro territorio.

Donatella Cinelli Colombini

Donne e vino? Intervista a Donatella Cinelli Colombini

Ci siamo chiesti quale sia il punto di vista femminile sul mondo del vino, che cosa si veda e cosa si sogni dalla prima linea di quella specifica prospettiva. Per farlo, abbiamo avuto l’onore di intervistare Donatella Cinelli Colombini, Presidente dell’Associazione Donne del vino e grande imprenditrice, nel senso più ampio e più inventivo del termine.

🍾 Da giovani che hanno basato Sommelier Wine Box sull’idea che ‘coltura’ sia ‘cultura’, siamo convinti che non sia un caso che lei sia una storica dell’arte. In cosa si è laureata?    

Studiavo le opere degli orafi medioevali, soprattutto quelle senesi. Allora gli artisti avevano pochi strumenti di trasmissione della cultura figurativa: internet del Medioevo erano miniature, avori, piccoli dipinti per devozione personale e smalti. Questi ultimi sono piccole superfici metalliche incise a cesello e sbalzate: venivano colorate con paste vitree e usate in calici, croci processionali o reliquiari. I senesi erano i più bravi di tutti: lavoravano per il papa e per i re. Quando ho creato il vino dei miei sogni, il Brunello IOsonoDonatella, ho messo sulla bottiglia il disegno di un anello con il mio logo al centro, come fosse un sigillo…

🍾 Affiora sin da subito la sua scelta del vino, che è un ritorno alle origini se vogliamo…

Sì, nasco in una famiglia di produttori con una tradizione di almeno 400 anni. Alla fine del Cinquecento i miei antenati pagavano già le tasse per le coltivazioni nel podere Casato, dove ora ho le mie vigne di Sangiovese per il Brunello. Avere un passato così lungo alle spalle è un onore e un onere: mi ha quasi costretto a impegnarmi per ridare l’antico splendore alle due proprietà che i miei genitori mi avevano affidato. Non è stato semplice (sarebbe stato più facile scegliere dove e come investire!), ma ne è valsa la pena. Forse dal cielo mi guardano sorridendo, e credo che mi aiutino anche.

🍾 Da sempre, la donna ha un ruolo importante nell’agricoltura, sin da quando questa era un’attività di sussistenza e familiare. Più tardi è grazie alle donne se tante aziende sopravvivono mentre gli uomini cercano un futuro migliore in città. E da lì, le prime attività imprenditoriali a direzione femminile. Quale, la situazione di oggi?    

Le donne sono il 42% di chi lavora in agricoltura e il 29% delle aziende agricole sono condotte da donne. Si tratta di imprese piccole, più piccole della media nazionale, e infatti solo il 21% della SAU (superficie agricola utilizzabile) è sotto la direzione femminile. Ma le donne sono molto brave e quindi queste piccole imprese funzionano meglio di quelle dei maschietti, al punto che producono il 28% del PIL agricolo. La performance media è molto buona.

🍾 L’Associazione Nazionale Le Donne del Vino nasce nel 1988: le prime 800 socie sono delle vere pioniere. Ma perché oggi, a distanza di 32 anni, si può ancora parlare di ‘genere’ in un settore produttivo?

Il gender gap esiste, non c’è da farsi illusioni. Nel settore pubblico la forbice della differenza salariale fra uomini è donne è del 4% ma nel privato sale al 20% e fra i liberi professionisti tocca il 38%. Le donne fanno meno carriera e accettano minori prospettive di successo professionale pur di avere più tempo per la famiglia. Proprio in questi giorni abbiamo completato un’analisi sull’accesso al credito realizzato dall’Università di Siena su un campione di socie Donne del Vino: per la prima volta si vede che il problema non è stato rilevato. È una piccola luce alla fine del tunnel perché studi analoghi su commercianti e artigiani donne hanno invece rivelato un serio problema di risorse bancarie per le imprese al femminile… ma cominciamo appunto a vedere la fine del tunnel, almeno tra le Donne del Vino.

🍾 Vede segnali positivi nelle nuove generazioni?

I segnali sono tanti e forti, in tutto il mondo. Crescono le donne fra le iscritte alle facoltà di agraria e enologia, crescono le donne nei corsi da sommelier e WSET, dove ormai sono il 40%. Ora si tratta di dare a queste ragazze maggiori prospettive di lavoro e carriera. Per questo le Donne del Vino hanno creato il progetto ‘FUTURE’, un portale dove le imprese del vino al femminile offrono opportunità formative alle giovani sotto i 30 anni. C’è persino una socia con base a Hong Kong che farà da tutor per un anno a 3 future export manager. Ci sono stage in vendemmia in Cile e Nuova Zelanda, la partecipazione come giurate alla Selection mondiale des vins Canada oltre ovviamente alle opportunità formative in Italia.

🍾 Ecco, la promozione del ruolo della donna come imprenditrice nel mondo del vino e l’accrescimento della cultura del vino sono, secondo noi, le finalità più belle della vostra Associazione. Che cosa la fa essere fiera di esserne la Presidente?

È l’aver costruito uno spirito di squadra talmente forte da andare oltre i confini nazionali. Non solo abbiamo socie attivissime ovunque, che si aiutano e si alleano per creare progetti impossibili da realizzare singolarmente, ma ora abbiamo costituito anche un network con 7 associazioni estere, dall’Australia all’Argentina, alla Germania…

🍾 Gli studi dicono che le aziende guidate dalle donne sono in media più aperte al pubblico. “Cantine aperte” è una sua invenzione…

Sì: è la cosa di cui vado più orgogliosa. Aver creato ‘Cantine aperte’ senza soldi, con la sola forza delle idee e della persuasione è stato fantastico. Quando ho iniziato, nel 1993, in Italia c’erano 25 cantine aperte al pubblico oggi sono 25.000 di cui circa 8.000 ben attrezzate per l’incoming. La consapevolezza di avere contribuito a cambiare un intero comparto economico e aver dato prospettive di sviluppo a imprese e interi territori mi scalda il cuore.

🍾 Quale, la donna del vino più incredibile mai conosciuta?

Incredibile no, quelle che ho incontrato sono tutte molto normali, anche quelle straordinariamente brave. Se dovessi fare un elenco sarebbe lunghissimo.

🍾 Da grande imprenditrice, due fattori di successo che accomunano le imprese ‘in rosa’ e due debolezze, che immagino ci siano…

I fattori di successo sono il carattere multitasking e la predisposizione a creare relazioni. Il Professor Vincenzo Russo, esperto di Neuromarketing, ci ha insegnato che l’uomo lavora per obiettivi e la donna per relazioni: l’uomo fa la vendita, la donna crea il mercato. Per le cantine italiane è determinante.

I fattori di debolezza sono la propensione a evitare ambienti conflittuali e lo scarsissimo interesse al potere. Il risultato è che le donne guidano un terzo delle cantine italiane ma nei CDA dei consorzi dei vini sono meno del 10%. Proprio non ci vogliono andare. Devono invece imparare che per avere parità opportunità professionali e di retribuzione con gli uomini bisogna contare di più. Scappare dalla lotta per il potere o addirittura dal voto e dall’impegno politico è sbagliato.

🍾 È vero che i giovani oggi tornano alla terra?

Sì, anche se la vedono in un modo romantico, la realtà è più difficile.

🍾 Rispetto della tradizione e occhi puntati al futuro, produzione di qualità e urgenza assoluta di agire nel rispetto dell’ambiente… Quale, la sfida più grande che il mondo del vino affronta oggi?

Bisogna che la ricerca ci fornisca prodotti assolutamente ecocompatibili, come derivati da alghe, arance e simili, per combattere le malattie della vite a basso costo e in assoluto rispetto dell’ambiente. Altrimenti la coltivazione biologica o biodinamica rimarrà limitata ai sognatori o ai vini di alto costo. È necessario ridurre le emissioni, quindi puntare su motori elettrici e produrre energia con pannelli, con l’eolico o simili. Infine c’è il problema dell’acqua, che è poca e viene sprecata troppo. Questa è la sfida più grande e più difficile.

🍾 E per finire ci faccia sognare: il suo vino preferito?

Dovrei dire il Brunello Prime Donne che è la bandiera dell’azienda e la rappresentazione liquida del progetto sulle pari opportunità nell’enologia. In realtà quello che mi fa battere il cuore è Cenerentola DOC Orcia, una denominazione quasi sconosciuta, nata nel 2000 fra i territori di due sorellastre più famose e ricche: il Brunello e il vino Nobile. Un vitigno autoctono abbandonato da un secolo – la Foglia tonda – e la sfida alle due sorellastre, appunto; e poi un lavoro fatto di prove, errori, coraggio e talento. Tutto questo ci ha portato a ottenere punteggi di 93/100 e il successo internazionale. Ora sull’etichetta di Cenerentola c’è una corona perché ha letteralmente accalappiato il suo principe… ma che avventura! Lo scorso anno ho organizzato il primo meeting fra i produttori di Foglia tonda di tutta la Toscana e ora si può dire che è un vitigno di tendenza. Anche questo è un successo!