decanter vino

Perché e quando si usa il decanter?

Decanter sì o decanter no? Questo sembra essere uno dei problemi degli appassionati di vino, divisi tra chi ama usare vistose ampolle e chi ne nega del tutto l’utilità. Ma perché e quando è davvero indicato usare il decanter?

Di decanter abbiamo scritto in passato, parlando di vini rossi e di vini invecchiati. Ma il tema è di tale interesse, e anzi un vero terreno di discussione, che conviene fare chiarezza. Lo facciamo con 7 domande e altrettante semplici risposte, per capire quando usare il decanter e quando farne a meno.

1. Cosa significa decanter?

Decantare deriva da “de canto” e, nell’accezione che qui ci interessa, significa “mettere da parte” (l’altra accezione è quella delle lodi sperticate, da riservare ai vini che toccano le corde più profonde 😉).

2. Cos’è il decanter?

Il decanter è un contenitore in vetro (o in cristallo) con collo stretto e panciuto in basso.

3. A cosa serve il decanter?

Serve innanzitutto a separare il vino da eventuali sedimenti.

Grazie alla sua forma, favorisce anche l’ossigenazione del vino, consentendo di eliminare l’anidride carbonica in eccesso.

In questo modo il vino si illimpidisce e sprigiona più velocemente i suoi profumi. Il tempo, qui, è davvero un concetto chiave: il decanter funziona anche da “acceleratore” della degustazione.

4. Quando si usa il decanter?

L’uso è indicato quando un vino presenta il tipico “fondo”.

Ciascuno decide se usarlo anche per ossigenare il vino – rigorosamente rosso –, se questo ne ha bisogno per esprimersi al meglio. Quel che conta è provare, per capire se la degustazione dà più o meno soddisfazione avendo fatto decantare il vino.

Quello che gli esperti sconsigliano assolutamente è l’uso del decanter con i vini rossi molto invecchiati, perché dopo molti anni senza ossigeno l’esposizione troppo rapida all’ossigeno li può danneggiare irrimediabilmente.

5. Come si usa il decanter?

Il vino va versato lentamente nel decanter, per tenere sotto controllo i fondi e per non farlo ossigenare troppo bruscamente. Per intenderci: il vino non deve gorgogliare mentre si versa.

6. I decanter sono tutti uguali?

No, le forme sono diverse. Al netto delle forme più stravaganti, i decanter con il collo più ampio favoriscono molto l’ossigenazione e sono quindi indicati per i rossi più giovani, mentre i decanter con il collo stretto tendono a contenerla e sono quindi da preferire per vini più invecchiati.

7. Perché oggi il decanter sembra passato di moda?

Il mondo del vino vive anche di contrasti e di tendenze in continuo cambiamento. Oggi gli esperti tendono a guardare al decanter come uno strumento che fa molta scena e del quale si è quasi dimenticata l’utilità che, come abbiamo visto, è quella di separare il vino dai depositi.

Dopo una grande passione per l’uso del decanter, la tendenza fra gli addetti ai lavori oggi è di ritenere che i benefici dell’ossigenazione si possano ottenere semplicemente aprendo la bottiglia qualche ora prima. Chiaramente nel caso di un vino strutturato e importante, invecchiato o che comunque tende ad avere bisogno di tempo per esprimersi.

E poi non dimentichiamo che l’atto di roteare il bicchiere, specialmente se questo è molto panciuto, consente non solo di arieggiare il vino, ma anche di seguire il vino in tutta la sua parabola espressiva, seguendo la sua intera evoluzione degli aromi. Senza fretta, perché il piacere del vino si giova anche della lentezza.

taglio bordolese

Cos’è il taglio bordolese?

I nostri cugini francesi sono i maestri indiscussi del “taglio bordolese”, con bottiglie mitiche che hanno fatto la storia del vino nel mondo, sia per qualità sia per controparte economica. Sono vini rossi che hanno avuto una parte importante nel determinare il famoso “gusto internazionale”. Ma cos’è e cosa si intende per taglio bordolese?

Nove domande sul taglio bordolese e altrettante semplici risposte.

1. Cosa vuol dire taglio bordolese?

Per “taglio bordolese” si intende un vino fatto assemblando (cioè mettendo assieme vini di diverse uve vinificate separatamente) soprattutto Merlot e Cabernet Sauvignon, ma anche Cabernet Franc, Petit Verdot, Malbec o Carmenère.

2. Perché si chiama “taglio bordolese”?

Perché questo tipo di blend è tipico dei rossi di Bordeaux, l’importantissima zona vinicola del sud ovest della Francia, divisa in due dall’estuario della Gironda, che gode di un terroir unico. Pare che il nome sia stato dato dai mercanti inglesi, grandi importatori dei vini bordolesi sin dal Medioevo.

3. Tornando ai vitigni, quale apporto dà ciascuna delle diverse uve?

L’obiettivo del taglio bordolese è fondere uve con caratteristiche complementari.

Il Merlot conferisce note eleganti e fruttate (frutti rossi), rotondità e morbidezza.

Il Cabernet Franc è un’uva che dà al vino tannicità, aromi erbacei e di legno, oltre a un profilo austero.

Anche il Cabernet Sauvignon contribuisce a conferire finezza di aromi (frutti neri su tutti), corpo, struttura e capacità di invecchiamento.

Il Petit Verdot è un’uva molto nobile, che regala colore, acidità, finezza, note speziate e longevità.

Il Malbec è utile per infondere al vino colore e tannini – è l’uva a bacca nera più coltivata in Argentina.

Il Carmenère ha tratti più scontrosi e vegetali. Oggi è poco usato a Bordeaux, mentre è molto coltivato in Cile.

4. Perché tradizionalmente predominano Merlot e Cabernet Sauvignon nel taglio bordolese?

La ragione va cercata in vigna. Il Merlot matura un mese prima del Cabernet Sauvignon, il che dà la possibilità ai viticoltori di portare in cantina prima l’uno e poi l’altro, vinificarli separatamente e poi assemblarli. La fermentazione malolattica è generalmente svolta in barrique.

5. Come sono, i vini ottenuti con taglio bordolese?

Si tratta di grandi vini rossi che sanno coniugare potenza, eleganza e ottima longevità (possono evolvere anche oltre 30 anni). Diversi da regione a regione, tendono a essere vini di colore rubino profondo se giovani, rosso granato se invecchiati. Hanno profumi eleganti e fini, tannino vellutato.

6. Il taglio bordolese nel mondo?

Oggi il “taglio bordolese” viene utilizzato in tutto il mondo, nelle sue diverse interpretazioni regionali, che non escludono la presenza anche di vitigni autoctoni, come accade in Italia. De resto, il taglio bordolese è fatto con alcune delle uve più diffuse al mondo.

Il rosso “Meritage” è l’equivalente del taglio bordolese per i vini californiani.

7. Il taglio bordolese in Italia?

In Italia, scrivi taglio bordolese e leggi Supertuscan (termine inventato dalla stampa anglosassone, probabilmente da James Suckling), cioè i rossi prodotti in Toscana, nel litorale maremmano, nella zona di Bolgheri, che si sono emancipati dal disciplinare utilizzando i vitigni citati in associazione all’autoctono Sangiovese. Su tutti: il Sassicaia.

Ma rossi prodotti con taglio bordolese oggi sono diffusi su tutta la penisola. In particolare li troviamo soprattutto in Trentino, dove in alcune cantine sa raggiungere risultati straordinari che proponiamo in selezione questo mese, in Alto Adige, nei Colli orientali del Friuli, in Veneto sia nell’alto vicentino (nell’area della DOC Breganze) sia nei Colli Euganei.

8. Come si abbinano i tagli bordolesi?

Sono i vini adatti ad accompagnare pietanze importanti, ma si possono anche interpretare come vini da meditazione. In cucina: provateli con carni rosse quali stracotti, brasati o arrosti.

9. Esiste il taglio bordolese in bianco?

Sì, nel senso nell’area di Bordeaux si fanno anche vini bianchi frutto di assemblaggi di uve diverse. Il taglio bordolese in bianco prevede l’utilizzo di Sémillon, Sauvignon Blanc e Muscadelle, a volte con Sauvignon Gris e Ugni Blanc (quello che per noi è il Trebbiano).

Piana Rotaliana Teroldego

10 cose da sapere sul Teroldego

Il Teroldego è un vino che piace a tutti. Viene da un’uva a bacca rossa coltivata praticamente solo in Trentino. Il legame con il territorio è fortissimo: stiamo parlando di un’area molto piccola, in cui si realizzano le condizioni perfette per il vitigno. Ecco le caratteristiche del Teroldego, in 10 cose-da-sapere su uva e vino.

Il Teroldego è citato dalle fonti sin dal Trecento e non poteva mancare nella nostra selezione di gennaio, dedicata ai rossi trentini. Ecco una sua breve storia, in 10 semplici punti.

1. Storia del Teroldego

Esistono varie teorie sull’origine del Teroldego (potrebbe essere arrivato in Trentino dalla Valpolicella o dal Tirolo) ma al momento la cosa certa è che da qualche millennio ha trovato il suo territorio di elezione nella Piana Rotaliana (o Campo Rotaliano).

piana rotaliana teroldego

2. Genetica del Teroldego

Il Teroldego ha legami di parentela con vari altri vitigni, dovuti sia a incroci spontanei sia all’azione dell’uomo.

La genealogia del Teroldego è complessa e ancora non del tutto chiarita. Dagli studi sul suo DNA comunque, sappiamo che è imparentato con Lagrein, Marzemino, Syrah e molto probabilmente anche con il Pinot nero.

Inoltre, è stato utilizzato da Rebo Rigotti nell’incrocio con il Merlot che ha dato origine al Rebo.

3. Il vitigno “bandiera” del Trentino

Il Teroldego è il vitigno a bacca nera più importante del Trentino. Matura tra la metà di settembre e gli inizi di ottobre e viene allevato con la classica pergola trentina.

pergola trentina

4. L’habitat del Teroldego

Il Teroldego dà risultati eccellenti solo nella Piana Rotaliana: un fazzoletto di pianura circondato dalle Dolomiti. Qui si realizzano delle condizioni perfette: le pareti rocciose delle montagne proteggono le viti dai venti freddi provenienti da Nord, mentre accumulano calore che rilasciano sui vigneti. Le brezze che scendono dalla Val di Non, invece, asciugano le piante, mantenendo sana la vegetazione.

piana rotaliana

5. I terreni amati dal Teroldego

Ama i suoli ben drenati e ricchi di minerali: nella Piana il terreno è costituito dai sassi calcarei, granitici e porfirici portati a valle dal fiume Noce.

6. Il territorio del Teroldego

Della Piana Rotaliana Mario Soldati scrive: “Qui sono tutti i vigneti del Teròldego. Qui, negli antichi centri abitati di Mezzocorona e Mezzolombardo, sono ancora le vecchie cantine dove si fa questo vino sublime”. Vino che ha “un sapore caratteristico, riconoscibile tra mille”.

E Luigi Veronelli, sempre a proposito della Piana Rotaliana dice: “Mi pareva impossibile che una piana potesse dare i vini assaggiati. Così composti. Coi loro sentori di mandorla, viola e lampone mi avevano inondato e fatto prigione. Quarant’anni. E del Teroldego sono ancor oggi prigioniero”.

7. Una micro storia sulla genetica del Teroldego

I vitigni autoctoni coltivati in aree piccole, come è il caso del Teroldego, tendono ad avere bassa variabilità fenotipica (cioè genetica). Grazie alla sua produttività, poi, le selezioni fatte sul Teroldego soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso avevano provocato una “semplificazione” genetica della varietà. Tutto questo aveva ridotto il Teroldego a pochi cloni, i più produttivi. Ma da qualche decennio i vignaioli si sono sempre più orientati sulla qualità, con nuove selezioni e ricerche, oltre che grazie alla riscoperta delle vigne più vecchie.

8. Teroldego Rotaliano, DOC dal 1971

Perché il vino possa rivendicare la DOC, l’uva Teroldego – in purezza – deve essere coltivata in una parte specifica della Piana Rotaliana: a Mezzolombardo, Mezzocorona o a Grumo (frazione di San Michele all’Adige). Stiamo parlando di circa un centinaio di ettari.

9. Rosso o Rosato?

Vitigno piuttosto produttivo, il Teroldego vinificato in rosso regala un vino dal profumo intenso fruttato, speziato; in bocca è di corpo, caldo, asciutto, con una piacevole e leggera nota amarognola.

Della versione rosata, Mario Soldati lascia una descrizione memorabile: “Ed esiste un’altra qualità Teròldego. Non migliore, ma, a mio giudizio, ancora più raffinato. Intendiamoci: sono le stesse uve, sempre di puro vitigno Teròldego: è differente la lavorazione. Sono vinificate “in bianco”. Immediatamente appena pigiato, il mosto è separato dalle bucce, e per sempre. Ne viene fuori quel delizioso Teròldego Rosato, che è uno dei pochi autentici rosé che conosco: e comprendo nella mia memoria tutti i rosé francesi che ho assaggiato. Ha, in fondo lo stesso sapore del Teròldego Granato: ma più vellutato, più leggero, più “irresistibile”: soprattutto, con più profumo”.

10. Come abbinare il Teroldego

Da giovane si sposa molto bene con primi piatti a base di carne, mentre se invecchiato è perfetto con zuppe o secondi di carne come selvaggina o arrosti. Merita una menzione anche l’abbinamento con il risotto al Teroldego.

Piana Rotaliana
sommelier wine club

Tutti i concetti da conoscere per parlare come un sommelier

Nel mondo del vino esistono i termini tecnici della degustazione: ogni associazione ha i suoi e se li tiene stretti. E poi esiste un linguaggio lirico, che mescola quegli stessi concetti con il desiderio di parlare in modo più libero e creativo. Se va attribuita a Luigi Veronelli l’adozione un lessico enologico emotivo, colto e poetico, non è sempre facile cogliere tutte le sfumature delle descrizioni del vino offerte dagli addetti ai lavori. Abbiamo messo assieme alcuni concetti da conoscere, per parlare come un sommelier esperto.

Questo è un piccolo glossario di 20 + 1 concetti da conoscere per capire i sommelier: lo aggiorneremo se ci farete avere altre parole curiose. Perché ben vengano termini non tecnici, e ben venga se questi aiutano anche i non esperti a esprimersi sul vino. Cosa che non è per niente facile!

1. Abboccato

Si dice di un vino leggermente dolce. Se la sensazione di dolcezza è marcata viene detto amabile.

2. Austero

Descrive un vino rosso importante, ricco di corpo e di tannino. Tende ad avere una sfumatura negativa, nel senso dell’eccesso di corpo e di tannino. Sinonimo di severo.

3. Beva

È l’atto stesso del degustare; “di pronta beva” si dice di un vino pronto a bersi, cioè maturo, con una sfumatura di un vino non impegnativo. Beverino, appunto.

4. Bocca

Piuttosto immediato: indica l’analisi gustativa di un vino, cioè tutte le sensazioni che si hanno al palato degustando.

5. Chiuso

Un vino che non riesce a esprimere al meglio il suo potenziale, perché ha bisogno di essere ossigenato o perché ancora troppo giovane e quindi non pronto.

6. Complesso o ampio

Indica un vino che esprime tante tipologie di profumi, in buon equilibrio fra loro: sia profumi primari (quelli tipici del vitigno, intrinsechi dell’uva), sia secondari (cioè i profumi che il vino acquisisce durante la lavorazione e che arricchiscono il vino di note floreali, fruttati e vegetali), sia terziari, ossia quelli acquisiti con l’affinamento (note speziate, di vaniglia, tostate, animali, eteree…).

7. Coriaceo

Vino dai tannini concentrati. È una caratteristica positiva solo se non è correlata a un sapore troppo amaro.

8. Croccante

Si dice di un vino “goloso”, come fosse un frutto sodo, non troppo maturo. Un vino che comunica sensazioni di freschezza, di fruttato e floreale.

9. Fresco o vino di “bella acidità”

L’acidità è una componente essenziale nel vino e quindi dell’analisi gustativa: si riconosce perché fa salivare. Il vino che ha spiccata acidità è detto “fresco”. “Bella acidità” indica un livello ottimale, con l’acidità in buon equilibrio con la morbidezza. Un vino di bella acidità regala una sensazione fresca e piacevole. Se invece è eccessiva il vino sarà aspro, crudo, puntuto.

10. Fruttato

Ricordare il frutto è la condizione di base per il vino di qualità. La parola indica le sensazioni olfattive e gustative che richiamano alla mente quelle dei frutti, integri e maturi.

11. Ingresso

La prima sensazione che apre la degustazione, nella fase olfattiva o in quella gustativa.

12. Lungo

Si dice di un vino i cui sapori e aromi permangono a lungo dopo essere stato deglutito. Il termine più tecnico è persistente (il suo contrario è corto).

13. Naso

Intuitivo: l’insieme delle sensazioni che un vino regala all’olfatto, respirandolo.

14. Piacione

Termine amatissimo dai sommelier. Indica un vino molto rotondo ma acquisisce una sfumatura leggermente negativa, a dire che si tratta di un vino realizzato per farsi amare, un vino che ha avuto lavorazioni o affinamenti che l’hanno reso presto disponibile.

15. Pulito

Indica un vino innanzitutto senza difetti, quindi fine ed elegante, ma anche fruttato e fresco.

16. Rotondo

La forma geometrica è inequivocabile: indica un vino senza spigoli, cioè pieno, morbido, non troppo tannico e con acidità non eccessivamente spiccata.

17. Seduto

Si riferisce a un vino carente di acidità, troppo evoluto e fiacco: andava stappato prima. A tutta evidenza è un difetto irreversibile.

18. Sottile

Indica un vino poco corposo, delicato, povero di alcol. Se il vino è equilibrato e l’obiettivo non era quello di farne un vino di corpo si tratta di una caratteristica positiva, e diventa quindi sinonimo di fine.

19. Uvaggio

Sinonimo di blend. Si tratta dell’insieme delle uve di diverse varietà che concorrono alla produzione di un certo vino.

20. Verticale

Concetto non semplice. Indica un vino caratterizzato da purezza aromatica e precisione. Un vino che è quello che deve essere. Sono vini verticali quelli che non strizzano l’occhio al gusto internazionale, che ama invece sapori più pieni e rotondi.

21. Vinoso

Può sembrare esilarante dare del “vinoso” a un vino, ma tant’è. Il termine è uusato per esprimere due concetti: l’alta gradazione alcolica oppure, più spesso, un profumo che ricorda quello del mosto. In questo secondo caso, il riferimento è soprattutto ai rossi giovani.

tastevin

Cos’è il tastevin?

Il mondo dei sommelier è fatto di competenza estrema, passione dilagante, tanti assaggi e infiniti chilometri in auto, ma anche di tradizioni e storie di cui restano tracce nei gesti, più o meno ampollosi. E negli strumenti. Il tastevin è uno di questi: ma cos’è e a cosa serve?

A tutti sarà capitato di chiedersi cosa sia la collana che pende al collo dei sommelier nelle foto ufficiali… Anche molti sommelier della nostra squadra hanno scelto di mostrarsi con questo oggetto. Oggi rispondiamo alle domande sul tastevin, in 6 semplici punti.

1. Cosa significa tastevin?

Letteralmente: assaggia vino.

2. Qual è la sua storia?

In passato la degustazione tecnica del vino si svolgeva con il tastevin.

La sua origine si perde davvero nella notte dei tempi: gli scavi archeologici attestano l’uso di strumenti di questo tipo sin da oltre 3000 anni fa. Ne abbiamo un’antica rappresentazione: nella Casa dei Vettii, una delle più favolose e note di Pompei, vediamo degli amorini versarsi del vino in piccole coppe del tutto simili al tastevin moderno. Siamo nel I secolo dopo Cristo.

Pompei amorini con tastevin

3. Perché il tastevin ha questa forma?

La forma recupera quella dell’incavo della mano, cioè quel che si usa per abbeverarsi direttamente alla fonte.

4. Com’è fatto il tastevin?

In argento, o in metallo argentato, il tastevin moderno può avere due forme, bordolese o borgognone. Ha un piccolo manico ma la particolarità risiede all’interno, nella variazione della superficie fra sporgenze e incavi.

tastevin

5. Come si usa tastevin?

VERSARE: dopo averlo tolto dalla catena, si versa il vino nel tastevin fino al livello indicato dalla bolla centrale.

RESPIRARE: le piccole perle in rilievo permettono il rapido arieggiamento del vino, favorendo l’esame olfattivo.

OSSERVARE: le 8 grandi perle consentono di valutare i vini rossi, mentre le nervature (sempre incavate e di forma allungata) permettono l’osservazione dei bianchi.

GUSTARE: l’analisi gustativa non differisce da quella effettuata con il bicchiere.

6. Perché i sommelier in passato usavano il tastevin?

Perché l’analisi del vino è facilitata e resa veloce dal tastevin. Il gioco fra elementi concavi e convessi crea uno specchio che consente di illuminare il vino sotto ogni angolatura. L’esito è facilitato dal fatto che il vino si dispone su uno strato molto sottile. Chiaramente, il tastevin non consente di valutare il perlage degli spumanti.

Oggi il tastevin è sostituito dal classico bicchiere, ma resta un simbolo della professione del sommelier in tutto il mondo. È un piccolo pezzo di storia enologica di cui tenere traccia, mentre si guarda al futuro.

Lago di Cavedine Pisoni

10 cose da sapere sui vini del Trentino Alto Adige

Rossi croccanti, bianchi dalla rara finezza, bollicine indimenticabili, i vini del Trentino Alto Adige oggi sono davvero amati da esperti e appassionati. Giustamente. Sulle ragioni di tale successo ci siamo già interrogati, mentre qui abbiamo raccolto 10 curiosità che non si possono non sapere su una delle regioni enologiche italiane più sulla cresta dell’onda.

Semplice e breve decalogo di curiosità che vale davvero la pena di conoscere sulla viticoltura e sui vini del Trentino Alto Adige.

1. La viticoltura, nell’area dell’attuale Trentino Alto Adige, ha origine antichissima, già con gli Etruschi.

2. La regione è quasi interamente montuosa, a esclusione della Piana Rotaliana. La vite si coltiva nel fondovalle e nella parte inferiore dei versanti meglio esposti.

3. La regione esporta massicciamente i suoi vini sin dal Medioevo, soprattutto verso quelle che oggi sono Germania e Austria (nel Don Giovanni di Mozart si legge «versa vino, eccellente Marzemino!»).

4. La regione è la più ricca di istituti scientifici applicati al vino. Illustri sono l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (peraltro meta di una tappa di Soldati nel suo primo viaggio “alla ricerca dei vini genuini” confluito in Vino al vino) e il Centro di sperimentazione agraria e forestale di Laimburg.

5. La vera svolta della qualità avviene tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, con la scoperta della potenzialità di autoctoni quali ad esempio il Lagrein.

6. Le DOC della regione sono: Alto Adige, Lago di Caldaro, Casteller, Teroldego Rotaliano, Trentino, Trentino Superiore, Trento, Valdadige, Valdadige Terradeiforti, Delle Venezie. E i principali vitigni autoctoni: Lagrein, Teroldego, Schiava, Marzemino, Moscato giallo, Moscato rosa, Müller-Thurgau, Nosiola, Rebo e Traminer aromatico.

7. Trentino e Alto Adige sono considerati, dal punto di vista enologico, come due entità distinte. Nonostante nella regione ci siano solo due province, il territorio è molto variegato.

8. Il Trentino Alto Adige ha una tradizionale e importante vocazione per la produzione di vini rossi (che a gennaio proponiamo in selezione). Oggi la regione è giustamente nota anche per i suoi eccellenti bianchi, che beneficiano moltissimo del clima fresco.

9. Una menzione a parte la merita il mitico Metodo Classico Trento DOC, da anni al vertice della spumantistica italiana, capace di coniugare complessità e fragranza, eleganza e longevità. Una bollicina tutta giocata sulla finezza.

10. Chiudiamo con un vino raro della regione, il Trentino Vino Santo, un Passito fatto a partire dalle uve Nosiola, che richiede un lunghissimo appassimento naturale (circa 6 mesi), tra i più lunghi al mondo, e una successiva maturazione di tre anni. Un vino che punta dritto al futuro e sa invecchiare per decenni.

bellaveder vigneto san lorenz
Cesconi

Che cosa sono gli Eiswein? Guida in 10 punti

Sono vini caldi, dolci, avvolgenti e pregiati. E tutto questo grazie al gelo dell’inverno, a pratiche meticolose in vigna e in cantina, a condizioni climatiche speciali, alla raccolta che si svolge alla luce della luna. Gli Eiswein sono il segno che dai contrasti possono nascere meraviglie. Ma di che cosa si tratta?

Dieci domande e dieci semplici risposte sugli Eiswein.

1. Cosa sono gli Eiswein?

Gli Eiswein (o Icewine o vin de glace o vini di ghiaccio) sono prodotti da uve ghiacciate, letteralmente.

eiswein icewine

2. Che vini sono, gli Eiswein?

Si tratta di vini passiti, dolci, basati quindi sul principio dell’appassimento dell’uva che comporta la forte riduzione dell’acqua nell’acino. L’obiettivo è concentrare al massimo zuccheri, acidi organici, sali minerali e aromi.

3. La caratteristica base degli Eiswein?

L’appassimento delle uve che portano agli Eiswein si svolge sulla pianta. La vendemmia è svolta molto tardivamente, a mano, tra dicembre e febbraio, con una temperatura atmosferica di circa 8° C sotto zero, quando i grappoli sono gelati. Di solito si raccoglie di notte o alle prime luci dell’alba. Dopo la raccolta – svolta il più velocemente possibile – l’uva è subito pigiata con pressatura soffice; la fermentazione lenta (può richiedere anche mesi), la vinificazione in acciaio o in legno.

4. Altre caratteristiche degli Eiswein?

La preparazione delle viti è meticolosa e faticosa, le rese bassissime, le produzioni altrettanto limitate e non garantite ogni anno. E poi, lasciare l’uva sulle piante così a lungo espone il raccolto a tanti rischi. Gli Eiswein sono vini estremi, ed è chiaro perché si tratti di prodotti così pregiati.

5. Dove sono prodotti gli Eiswein?

Nelle regioni fredde, spesso in quota, in aree in cui si verificano condizioni climatiche peculiari. Con disciplinari diversi, gli Eiswein sono prodotti soprattutto in Germania, in Austria e in Canada (il principale produttore di Icewine al mondo).

6. Germania e Eiswein?

La Germania è considerata la patria dell’Eiswein perché a fine Settecento, a Würzburg, pare che una gelata inaspettata abbia fatto scoprire alla modernità la piacevolezza di tali vini. Si devono, poi, al tedesco Hans Georg Ambrosi le prime vere sperimentazioni novecentesche. Oggi produce Eiswein eccezionali, soprattutto in queste regioni: Mosel, Rheinhessen, Pfalz e Rheingau. Tutto ciò, detto per inciso, nonostante “vini di ghiaccio” fossero prodotti già dagli antichi Romani.

7. E in Italia?

Da qualche anno si producono piccole quantità di Eiswein anche nelle vigne di alta quota in Valle d’Aosta (vin de glace) e Trentino Alto Adige, Piemonte e anche Emilia Romagna.

8. Quali, i vitigni più indicati a produrre Eiswein?

Dipende dalle zone. Soprattutto Riesling (specialmente in Germania), vero principe degli Eiswein, e poi Vidal (in Canada), Gewürztraminer, Scheurebe e Pinot bianco (in Austria), ma anche Chardonnay, Chenin Blanc, Ehrenfelser, Kerner, Seyval Blanc… Fra le uve a bacca rossa la più utilizzata è il Cabernet Sauvignon ma sono usati anche Merlot, Pinot Nero, Syrah e Blaufränkisch.

9. Come sono, gli Eiswein?

Se prodotti da uve a bacca bianca hanno colori gialli caldi (dall’oro, all’ambra, al topazio), rosati nel caso di uve a bacca nera. Sono profumatissimi, con aromi che ricordano la frutta esotica matura, le spezie dolci, il miele, il caramello… Sono vini molto dolci, ma la dolcezza è bilanciata dall’acidità e dalla mineralità, il che rende la degustazione deliziosa e non stucchevole.

10. Come si abbinano?

Gli Eiswein possono essere dei fantastici vini da meditazione, da bere da soli, da dessert o per accompagnare formaggi erborinati o stagionati – in ogni caso molto saporiti, in grado di tenere testa a questi vini fantastici e di carattere.

Formaggio erborinato per Eiswein
Nebbiolo

Perché il Nebbiolo è così speciale?

Un’uva austera, difficile, che vinificata in purezza regala alcuni dei vini più stimati al mondo. Simbolo del Piemonte, uva identitaria, terreno di scontro fra tradizione e innovazione. Al Nebbiolo non interessa essere facile. Forse anche per questo è un vitigno così speciale.

25 curiosità sul Nebbiolo.

1. È il vitigno autoctono del Piemonte per eccellenza.

2. Si scrive Nebbiolo e si legge Langhe. In queste meravigliose colline, con i versanti principalmente rivolti a sud, sud-est, sud-ovest, i migliori sono riservati al Nebbiolo.

3. È citato per la prima volta nel 1295 (come vino “de nebiolo” lasciato in eredità alla moglie da un certo Tomaso Asinai).

4. Deve il nome alla nebbia, non si sa se sia per via la pruina – il sottile strato di sostanza cerosa che ne ricopre gli acini – oppure in senso più letterale perché è vendemmiato tardi, in ottobre inoltrato, quando compaiono già le prime nebbie

5. Ne esistono tre sotto varietà: Lampia, Michet e Rosé.

6. Nel novarese è chiamato Spanna.

7. È uno dei vitigni più difficili in assoluto: acini fitti, ciclo vitale molto lungo – precoce nel germogliamento, tardivo nella maturazione, è esposto a tutti i rischi climatici possibili.

Nebbiolo uva

8. È un’uva esigente, difficile da coltivare, che per maturare ha bisogno di esposizioni perfettamente favorevoli.

9. Necessita di lunghi affinamenti.

10. Con il Nebbiolo in purezza si producono due dei più noti vini italiani: Barolo e Barbaresco.

BAROLO

11. Per come lo conosciamo oggi, il Barolo nasce nella prima metà dell’Ottocento per volere dei marchesi Falletti che assumono l’enologo francese Louis Oudart, poi al servizio anche di Camillo Benso. Prima era un vino dolce.

12. Figura chiave della storia del Barolo è Giulia Colbert Falletti, grande donna del vino: la “Marchesa di Barolo”. È lei a diffonderlo presso la corte Savoia.

13. Arriviamo quindi al perché il Barolo è considerato il vino dei re: Vittorio Emanuele II acquista i tenimenti di Fontanafredda a Serralunga d’Alba. È infatti dalle vicende nate in seno alla corte sabauda che deriva il motto che vede il Barolo essere un “vino da re” nonché “il re dei vini”.

14. Possono essere chiamati Barolo i vini prodotti in 11 comuni dei quali solo tre integralmente (Barolo, Castiglione Falletto e Serralunga d’Alba).

15. Non c’è denominazione, in Italia, che preveda dentro la sua area una varietà pari a quella del Barolo, anche per microclima e suolo. Questo si riflette nella varietà dei Barolo prodotti, un universo ricchissimo, che va approcciato con tanti assaggi e altrettanta umiltà.

16. Il Barolo necessita di lunghi affinamenti: evolve lentamente e continuamente. Si tratta di un vino unico che diventa eccezionale con il tempo, ma è anche di difficile lettura:mette alla prova i neofiti e richiede un palato allenato.

17. Di colore scarico, ha un bouquet complesso e unico, in continua evoluzione; è maestoso per la trama tannica  agguerrita da giovane – che si fa elegante e setosa con il passare del tempo, per raggiungere vette di eleganza estrema.

18. Negli abbinamenti bisogna osare: il Barolo non tollera incontri timidi. Quindi via libera a piatti di carne importanti come stufati, brasati, o a formaggi di stagionatura molto lunga. Va servito a 18-20° C, in ampio calice, da vino rosso strutturato.

BARBARESCO

19. Il nome deriva da un borgo delle Langhe, Castrum Barbarisci, anticamente ricoperto da “barbarica silva”.

20. Come per il Barolo, è ottocentesca la prima vinificazione di Barbaresco in versione secca, che all’inizio è comunque chiamato Barolo o Nebbiolo.

21. La differenziazione risale al 1894, quando è fondata la Cantina Sociale di Barbaresco: inizia così l’indipendenza del Barbaresco dal Barolo.

22. E la scalata della qualità con le note vette di squisita eleganza, che si devono soprattutto a Giovanni Gaja e a suo figlio Angelo.

23. Possono essere chiamati Barbaresco i vini prodotti in un piccolissimo territorio: in tre paesi (Barbaresco, Neive e Treiso) e in parte della frazione di San Rocco Seno d’Elvio.

24. Differisce dal Barolo per i profumi, soprattutto di violetta, e perché matura prima, raggiungendo la perfezione dal terzo anno di affinamento in poi; inoltre, ha una trama tannica più sottile e si caratterizza ancora di più per la freschezza.

25. Ideale in abbinamento a selvaggina, pappardelle al cinghiale, formaggi molto stagionati e saporiti. Va servito a 18-20° C, in ampio calice, da vino rosso strutturato.

Nebbiolo
Julien Miquel

Come capire i vini francesi: i consigli di Julien Miquel

I vini francesi sono senza dubbio tra i più famosi e apprezzati al mondo, e in generale la cultura enologica francese può addirittura intimidire per la sua ricchezza. Oggi abbiamo il grande piacere di parlarne con Julien Miquel: produttore, enologo, consulente, blogger, fondatore di Social Vignerons e uno dei più importanti wine influencer al mondo.

Quattro domande a Julien Miquel, per capire il vino francese.

1. Julien, tu sei davvero un influencer della prima ora. Ma non dimentichiamo che, per te, tutto è iniziato con l’enologia e con la produzione di vino. Come è iniziata questa storia? Sappiamo che sei cresciuto nel sud ovest della Francia, letteralmente immerso nella cultura enologica, ma ci deve essere di più per una passione e una carriera di questa portata…

Ho incontrato il vino quasi per caso, e la passione che ne è scaturita è stata davvero inaspettata, al che mi sono letteralmente buttato nel settore!

In realtà è una storia semplice. Da ragazzo ero molto interessato allo studio della biologia: amavo studiare la natura, le piante, i microrganismi, gli animali e così via… facevo lezione di biologia molecolare e microbiologia quando ho capito per la prima volta che quella del vino sarebbe potuta essere la mia carriera. Naturalmente in Francia, come in Italia, il vino è un settore importante, con molte opportunità. Quindi durante la pausa estiva dall’università ho fatto uno stage nella regione enologica vicino a Tolosa, nel Sud della Francia.

E mi sono innamorato di questo mestiere. Nel fare vino ho trovato tutto quello che cercavo nella vita: stare a contatto con la natura, all’aria aperta, la complessità della scienza unita alla cultura profonda, al sentimento, al gusto.

E poi sono stato sbalordito da quanto colte e allo stesso tempo semplici fossero le persone del settore. Lì ho pensato: il vino e il fare vino saranno la mia vita. Stavo per compiere 20 anni.

Quanto più andavo a fondo, imparando, tanto più la passione cresceva. Da allora non mi ha più lasciato: è una storia che continua da 21 anni e posso dire che metà della mia vita è stata dedicata al vino!

2. In Italia siamo profondamente consapevoli che i nostri “cugini francesi”, come ci piace dire, sono bravissimi a promuovere i loro vini e a farlo nel modo migliore possibile. Ma c’è per te qualche territorio che potrebbe essere ancora più noto e apprezzato?

Penso che i nostri “cugini transalpini” come diciamo in Francia siano molto bravi anche loro a promuovere i loro vini, probabilmente in modo molto diverso dal nostro.

A ogni modo, sì.

La Valle della Loira non è ancora apprezzata come si dovrebbe, probabilmente perché è un territorio complesso, fatto di tante aree e stili produttivi diversi. Non è una zona categorizzabile in modo immediato, dal momento che si producono grandi rossi, bianchi, spumanti, vini dolci… ma gli stili e la qualità non sono sempre perfettamente omogenei.

Sottostimata è anche la regione Languedoc-Roussillon. In passato, era la regione che produceva più al mondo, con vini tendenzialmente semplici ed economici. Per questo si è tenuta a lungo quell’immagine di un’area da vino sfuso che aveva prima degli anni ’80 e ’90. Da allora, enormi superfici di vigneti sono state eliminate, perché l’Unione Europea ha sovvenzionato la riduzione della superficie vitata per contrastare l’eccessiva produzione di vino in Europa. Il risultato è stata la riduzione dei vigneti in pianura, mentre sono rimasti solo i siti migliori, quelli posti in altitudine, spesso con le loro vecchie viti.

Questa è una zona soleggiata e secca, con clima mediterraneo, e molti vignaioli producono con metodo biologico. Fa parecchio caldo ma ci sono anche aree più fresche, per via delle brezze provenienti dal Mediterraneo o per l’altitudine. Quindi, molti vini della zona combinano il fatto di provenire da vecchie vigne – in terroir semplicemente fantastici – con il sole generoso, le brezze fresche e pratiche biologiche o biodinamiche. La ricetta perfetta per produrre vini di carattere, bilanciati e autentici.

3. Il tuo vino del cuore?

Dal momento che ho studiato a Bordeaux, nella migliore università di Enologia della zona, ho avuto l’opportunità di lavorare presso la famosa e rinomatissima Château Margaux. Ero molto giovane e avevo ancora tanta strada da fare ma l’opportunità di fare esperienza e imparare l’arte di fare vino fra le mura di una delle migliori cantine al mondo ha costituto la svolta della mia vita.

Guidare fino alla tenuta ed entrare ogni mattina in questo sito che ha fatto la storia aveva qualcosa di magico. Avevo solo 23 anni e ho imparato tantissimo. Inutile dirlo: i vini di Chateau Margaux sono spettacolari, eleganti, inclini all’invecchiamento. Sono stato fortunato a poterli degustare e capire in una fase così precoce della mia carriera: mi sono rimasti nel cuore e sono ancora oggi i miei vini più cari.

Julien Miquel

4. Sei stato davvero tra i primi esperti a iniziare a parlare in modo semplice di un prodotto così sofisticato come il vino. Ami dire che il vino non deve intimorire nessuno e hai da poco lanciato un canale YouTube per condividere la cultura del vino, rivolgendoti anche a chi non è esperto. E questo approccio ci piace tantissimo. Ti va di condividere 5 tuoi suggerimenti per un appassionato che voglia capire di più il vino francese?

Esercizio interessante! OK, ecco i miei suggerimenti su come selezionare 5 vini dal prezzo tutto sommato affrontabile che consentano a un winelover di capire gli stili chiave del vino francese.

1️⃣ Per prima cosa, selezionare un Riesling Alsace Grand Cru, preferibilmente da un suolo vulcanico (Rangen) o granitico (Schlossberg). Anche entrambi se possibile. Capire i vini francesi significa capire che esiste una straordinaria varietà di stili e che uno dei suoi aspetti migliori è il forte legame con il terroir. Il Riesling alsaziano è minerale grazie al suo raro terroir (o meglio ai suoi diversi terroir), specialmente quando cresce su suolo vulcanico o granitico, ma anche generoso e potente perché viene da una delle regioni più calde del paese. E poi l’arte di fare vino in Alsazia è assolutamente eccezionale.

2️⃣ Secondo: prendere un buon Pinot Noir della Borgogna. Non si può dire di conoscere il vino francese se non si sa com’è un rosso della Borgogna. I vini della Borgogna buoni sono molto costosi, se si vuole davvero sentire il terroir: bisognerebbe almeno andare sul Premier Cru. Per un’opzione più alla portata di tutti, si può prendere un Beaune Premier Cru, forse l’opzione più accessibile – in termini di prezzo – a questo livello. In alternativa: Savigny-lès-Beaune o Mercurey.

3️⃣ Terzo: bisogna provare un buon rosso Bordeaux blend. Consiglio un Cru Bourgeois o altri Chateau di fascia media del Médoc o Graves, che sarà molto ben rappresentativo del blend Cabernet Sauvignon-Merlot da un terreno ghiaioso/sabbioso. Punterei a una bottiglia sui 25-30€ di una buona annata – come 2015-2016 – per averne un ottimo esempio. La maggior parte dei Bordeaux in quella fascia di prezzo sono eccellenti e rappresentativi dell’iconico stile bordolese, fatti nel segno della più tipica tradizione e sapienza locale del fare vino. Non c’è bisogno di spendere una fortuna per capire a fondo questo tipo di stile.

4️⃣ e 5️⃣ E infine, per capire l’importanza del terroir e della tradizione in Francia. Confrontare un rosso fatto nella Valle del Rodano del Nord, rispetto a uno del Sud. I Syrah in purezza del Nord, i blend GSM o GSMC del Sud (Grenache, Syrah, Carignan, Mourvèdre). Per delle opzioni convenienti, e per non spendere l’intero budget su costosi Châteauneuf-du-Pape e su top cru del Nord come Hermitage o Côte Rôtie, consiglio Vacqueyras o Gigondas del Sud. Sono molto simili nello stile allo Châteauneuf, ben rappresentativi della tradizione e del terroir del Sud del Rodano per un costo decisamente inferiore. Per il Nord cercare un Saint-Joseph di fascia media se possibile, oppure un buon Tain-l’Hermitage.

Mettendo in fila questi 5 vini si ricava un’idea precisa della varietà che il vino francese ha da offrire. Si possono capire i singoli terroir, le varitetà dei vitigni, l’importanza dell’uvaggio o di vinificare in purezza.

E se si vuole andare un poco più a fondo e sperimentare altri super classici dello stile francese, bisogna prendere una buona bottiglia di Chardonnay della Borgogna, uno Champagne Extra brut, un rosso Beaujolais Cru, un rosso Languedoc (per esempio Faugères) e infine un Cabernet Franc della Loira (Chinon o Bourgeuil).

Salute o… santé!

trucchi degustazione vino

Tutti i trucchi per degustare il vino come un sommelier

Degustare un vino è uno dei più grandi piaceri della vita, un’esperienza che fa sentire sulla Luna, regalando sensazioni uniche. E in fondo non conta quanto in alto si va, l’importante è avere gli strumenti per salire. Abbiamo raccolto alcuni trucchi e consigli, per degustare al meglio e capire la qualità del vino anche se non si è tanto esperti.

Quanto sta dentro la bottiglia, infatti, è un liquido prezioso, creato con fatica e cure lunghe anni: conviene degustarlo con consapevolezza. Ecco una raccolta di 24 piccoli trucchi.

Ma prima di iniziare, ecco le poche ma fondamentali regole per una perfetta degustazione:

🍷preoccuparsi che la stanza dove ci si trova non sia influenzata da odori;

🥂evitare del tutto i profumi;

🍷non fumare prima della degustazione;

🥂scegliere una sequenza logica fra i vini da degustare;

🍷non lasciarsi influenzare dalla fama (o dall’assenza di fama) del produttore;

🥂non essere raffreddati.

TEMPERATURA DI SERVIZIO DEL VINO

1. Ricordare che ogni tipologia di vino va servita alla giusta temperatura perché possa esprimere al meglio le sue caratteristiche. Per le temperature esatte, abbiamo scritto un piccolo pezzo.

2. In generale è importante non servire il vino troppo freddo (per evitare che possa sembrare senza aromi e “analcolico”) né troppo caldo (perché si avvertirebbero troppo le morbidezze).

3. Fondamentale è tener presente la temperatura della stanza: se è molto calda servire a un paio di gradi in meno, prevedendo che il vino si scalderà facilmente. E attenzione: “temperatura ambiente” non vuol dire nulla 😉

SERVIRE IL VINO

4. Per non rovesciare il vino servendolo basta girare il polso di un quarto di giro quando si sta finendo di riempire il bicchiere.

5. Non riempire troppo il calice, l’ideale è arrivare a un terzo della capienza, per fare esprimere al meglio i profumi del vino (se si riempie fino all’orlo, infatti, non si riesce a roteare il bicchiere e gli aromi restano imprigionati). Diverso è il caso della flute – il bicchiere dalla forma stretta e allungata – che va riempita quasi completamente per consentire al perlage di salire verso l’alto e sprigionare i profumi vicino al naso. Va detto però che oggi si usano bicchieri di grandi dimensioni anche per il Metodo Classico.

IL COLORE DEL VINO

6. Già il colore dà le prime informazioni sul vino: va osservato contro una superficie bianca.

7. Il colore del vino dipende da molti aspetti, anche dalla sua età. Per capire che vino abbiamo di fronte, tenere presente che il bianco tende a evolvere dal giallo con riflessi verdolini della giovinezza all’ambra e all’oro della maturità. Il rosso, invece, con il tempo passa dai riflessi violacei a colori sempre più caldi.

I PROFUMI DEL VINO

8. Il riconoscimento dei singoli profumi dipende dalla pratica e dalla conoscenza degli aromi. Ciò che è davvero importante è fare attenzione alla qualità di tali aromi, che dà indizi sulla piacevolezza del vino: alla finezza dei profumi corrisponde in genere la finezza del gusto.

9. E per chi ama divertirsi respirando il vino: fare l’analisi olfattiva prima a bicchiere fermo, poi facendolo roteare lentamente. Il vino può così esprimere la sua progressione di profumi. E per approfondire sull’analisi olfattiva, rimandiamo a una nostra piccola guida.

10. Attenzione all’assuefazione, dopo poco non si sente più nulla: far passare qualche decina di secondi tra un respiro e l’altro.

IL CORPO DEL VINO

11. Per valutare il corpo c’è una tecnica infallibile: roteare il liquido e osservare gli archetti (le lacrime che scendono dall’alto verso il basso della superficie interna del bicchiere). Archetti evidenti e ravvicinati sono il segno di un vino di struttura e alcolico. Se invece gli archetti sono distanti e scorrono veloci, il vino è giovane, poco alcolico e di struttura leggera.

IL GUSTO DEL VINO

12. Su come degustare il vino abbiamo scritto una mini guida. Qui, un paio di trucchi: per assaporarlo al meglio, il vino va portato su tutta la superficie della bocca.

13. Provate anche a inspirare un po’ di aria sorseggiando: aiuta ad amplificare le componenti volatili.

LA PERSISTENZA DEL VINO

14. Lungo, corto, mediamente persistente… la persistenza sembra un’ossessione dei sommelier ma è affascinante perché ci dice quanto a lungo sapori e profumi restano vivi dopo avere deglutito. Per valutarla c’è un trucco: dopo avere mandato giù il vino, “masticare” l’aria in bocca e valutare se gli aromi rimangono o se spariscono subito.

LA DEGUSTAZIONE DEGLI SPUMANTI 🍾

15. In uno spumante di qualità la spuma che si forma sulla superficie è evanescente.

16. Anche la grana del perlage racconta la qualità dello spumante: più sono piccole sono le bolle migliore è lo spumante.

17. Una cosa è fondamentale: mai far roteare il bicchiere di spumante per non perdere l’effervescenza.

LA DEGUSTAZIONE DEI VINI ROSSI 🍷

18. Quando si ha il piacere di degustare un rosso molto invecchiato il consiglio è di aprirlo prima, se necessario fino a 6/8 ore in anticipo, semplicemente togliendo il tappo.

19. Ancora sui vini importanti, soprattutto rossi: per garantire un’esperienza più appagante fare l’avvinamento. Basta versare un po’ di vino nel bicchiere e farlo aderire su tutta la parete interna, prima di buttarlo. Così si è certi che eventuali odori o impurità legati al cattivo lavaggio rovinino la degustazione.

20. E attenzione: meglio evitare il decanter per vini troppo vecchi: dopo anni in bottiglia la brusca esposizione all’ossigeno potrebbe davvero rovinarli.

21. Invece, se il vino presenta dei depositi, il decanter è perfetto.

INFINE, PER NON SBRONZARSI

22. Mai bere a digiuno. Il cibo determina un minore assorbimento dell’alcol e la sua normalizzazione più rapidamente.

23. Degustare lentamente. L’assunzione della stessa quantità di vino frazionata in più dosi determina un tasso alcolico inferiore.

24. Non mescolare troppo le tipologie di vino. La progressione bollicina, bianco, rosato, rosso, vini dolci è corretta ma se la cena è lunga è meglio tenersi sullo stesso colore.

Sommelier Wine Box