vigna Oltrepo

La viticoltura di precisione: 5 domande e altrettante risposte

Si parla molto di viticoltura di precisione, intesa come una pratica agronomica collegata alla qualità e anche alla riduzione dell’impatto ambientale della coltivazione della vite.

1. Ma cosa si intende, veramente, quando si parla di viticoltura di precisione?

La viticoltura di precisione è una strategia agricola che ha l’obiettivo di migliorare la resa e la qualità di un vigneto. Lo fa integrando tecnologia e pratiche agronomiche mediante l’acquisizione di un grande numero di dati. In questo modo si arriva a una conoscenza approfondita non solo del vigneto ma delle sue singole porzioni. Nella sostanza, si ricavano informazioni sul ritmo di accrescimento della coltivazione, elemento direttamente collegato alla quantità e alla qualità delle uve che se ne ricaveranno.

2. Di quali strumenti si avvale la viticoltura di precisione?

Del telerilevamento con sistemi satellitari, e ultimamente moltissimo dei droni (con sensori multispettrali), sempre collegando la localizzazione GPS.

3. Scopo della viticoltura di precisione?

L’obiettivo finale è la gestione della vigna attraverso interventi efficienti e mirati, addirittura sulla singola pianta. La viticoltura di precisione è quindi collegata al concetto di zonazione, che significa individuare delle aree del vigneto omogenee fra loro, le cui uve porteranno a ottenere vini con precise caratteristiche organolettiche.

4. Quando si fanno i rilevamenti?

Varie volte nel ciclo di vita della pianta, da appena dopo il germogliamento sino alla maturazione dei grappoli.

5. Che tipo di informazioni si ricavano dai rilevamenti?

Si ottengono delle mappe previsionali, georeferenziate, le quali restituiscono lo stato di salute delle singole zone del vigneto (dando dei parametri enochimici). Questo consente di individuare le aree che presentano una diversa potenzialità produttiva, da trattare quindi in modo differenziato. Stimando il vigore vegetativo delle piante si possono individuare eventuali problemi e differenziare le azioni successive (tra cui concimazione e somministrazione di acqua), riducendo anche gli sprechi.

Il che, oggi, non è un tema per niente marginale.

vini solfiti

I solfiti nel vino: facciamo chiarezza

I solfiti sono probabilmente l’additivo più discusso in enologia, nonostante non si tratti delle uniche sostanze aggiunte. Capaci di spaccare il mondo del vino, attorno ai solfiti serpeggia sempre un certo alone di mistero.

Quanto c’è da sapere sui solfiti

1. Sono sostanze chimiche usate nei processi di produzione alimentare, tra cui la vinificazione.

2. Facendo il vino, alcuni solfiti si formano anche in modo naturale.

3. Si aggiungono sin dal mosto, con l’obiettivo di conservare il vino: hanno un’azione antiossidante e antisettica. Ma non solo: aiutano anche l’estrazione del colore dalle bucce e preservano sapore e aromi.

4. Piccole quantità bastano per proteggere il vino in modo adeguato.

5. Più le uve sono sane minori quantità di solfiti servono.

6. Circa la metà dell’anidride solforosa (solfiti nello stato gassoso) evapora quando è aggiunta al mosto, la rimanente continua comunque a diminuire durante l’invecchiamento. All’apertura della bottiglia altra anidride solforosa esce dalla bottiglia (anche roteare il calice ne fa evaporare).

7. In grandi quantità i solfiti sono tossici per l’uomo, e su soggetti ipersensibili anche piccole dosi possono provocare emicrania.

8. Ne richiede più il bianco rispetto al rosso (perché il rosso ha più polifenoli che garantiscono maggiore conservazione), il dolce rispetto al secco e più in generale i vini a bassa acidità.

9. Al momento, non esistono additivi alternativi altrettanto efficaci.

10. I limiti massimi per i vini italiani al momento dell’immissione al consumo sono: 160 mg/l per i rossi; 200 mg/l per bianchi e rosati.

11. Vini che in etichetta indicano “senza solfiti aggiunti” sono quelli che ne contengono una quantità inferiore a 10 mg/l.

12. Se si superano i 10 mg/l chi ne usa pochissimi in etichetta è equiparato chi ne usa di più, perché in entrambi i casi va scritto “contiene solfiti”. Sarebbe invece importante poter indicare la quantità effettiva.

La discussione sui solfiti, tra addetti ai lavori e consumatore finale

Acceso è il dibattito attorno ai solfiti e questo è sacrosanto perché riguarda la salute dei consumatori e il senso stesso del produrre vino. Ovviamente questa riflessione si esplica nel contesto dei vini “non industriali”.

Alcuni criticano l’aggiunta di queste sostanze al vino perché sarebbero colpevoli di renderlo “meno naturale”.

Chiara e illuminante è la posizione di Josko Gravner, il mitico produttore friulano che crea il vino del futuro trovando ispirazione nel passato e che sui solfiti ha rivisto il “purismo” iniziale. Gravner insiste su due punti: l’onestà dell’artigiano da una parte e il senso della misura dall’altra. “L’unica aggiunta che mi concedo è una piccolissima quantità di solforosa alla fine del processo, perché senza di quella il vino diventa aceto. I peggiori vini li ho prodotti molti anni fa senza aggiunta di solforosa, credendo che fosse il male assoluto.

E ancora: Negli anni ’90, ho letto un libro di Emile Peynaud nel quale si diceva che è impossibile fare il vino senza solforosa. Chiusi il libro e dissi: ora ti faccio vedere io. E invece avevano ragione loro. Anche l’acqua minerale ha i solfiti, altrimenti dopo un mese va in putrefazione. Non si deve dare tutta la colpa ai solfiti. Ci sono altre sostanze aggiunte, come i lieviti selezionati che sono di origine sintetica, che sono molto peggiori. I solfiti vanno usati, sia pure in dosi molto minime. Perché combattono l’acidità volatile, che è il diavolo. Anche il vino, come l’uomo, invecchiando deve diventare più buono. E perché accada, servono un po’ di solfiti. Pochi, ma servono”.

spumante

Orientarsi tra i vini spumanti, in 6 punti

Per tanti appassionati è lo spumante il vino della felicità più spensierata. Ma non tutte gli sparkling wine sono uguali e sapersi orientare non solo è importante ma soprattutto fonte di grande soddisfazione.

Ecco una breve guida per distinguere fra metodi di produzione e differenze qualitative, per degustare con più consapevolezza.

1. Caratteristica dei vini spumanti è lo sviluppo di anidride carbonica: durante la fermentazione i lieviti trasformano gli zuccheri in alcol e anidride carbonica, appunto

2. Negli spumanti la pressione in bottiglia non può essere inferiore a 3 bar (3,5 per lo spumante di qualità) a temperatura ambiente di 20°C

3. Le uve destinate agli spumanti sono vendemmiate leggermente in anticipo, in modo che gli acini conservino una maggiore acidità. Come sempre, una delle chiavi qualitative è la selezione dei grappoli (cioè portare in cantina uve sane e integre, oltre che omogenee per grado di maturazione)

4. Oltre che per il metodo di produzione, il vino spumante si classifica anche in base al tenore zuccherino:

🍾 Dosaggio zero (meno di 3 gr per litro di zucchero e nessuna aggiunta di zucchero dopo la seconda fermentazione)

🍾 Extra brut (tenore zuccherino tra 0 e 6 grammi per litro)

🍾 Brut (tenore zuccherino inferiore a 12 gr/litro)

🍾 Extra dry (zucchero tra 12 e 17 gr/litro)

🍾 Dry (zucchero tra 17 e 32 gr/litro)

🍾 Demi-sec (zucchero tra 32 e 50 gr/litro)

🍾 Dolce (tenore zuccherino superiore a 50 gr/litro)

5. Se in etichetta figura l’anno di riferimento significa che almeno l’85% delle uve è di quell’annata: in tal caso lo spumanete è chiamato “Millesimato

6. Tre i metodi di produzione degli spumanti:

1. Metodo Classico (o Campenoise)

🥂 Tradizionalmente attribuito a Dom Perignon, è il metodo della Champagne francese e richiede tempi molto lunghi

🥂 Due le fermentazioni del vino: la prima nella normale vasca di fermentazione, la seconda in bottiglia

🥂 Assemblaggio (mettere assieme uve da vigne diverse) e taglio (mettere assieme vini di annate differenti o di diverso affinamento) avvengono tra la prima e la seconda fermentazione

🥂 Messo in bottiglia con tappo a corona, è tenuto a temperatura di 10°C circa e pressione controllata

🥂 Quando il vino è pronto, le bottiglie sono disposte a maturare su piani forati (pupitres) in posizione quasi orizzontale, dove sono ruotate (remuage) e inclinate ogni giorno di più perché il deposito di lieviti vada verso il tappo (maturazione sulle fecce). Il processo richiede 1-2 mesi

🥂 Infine il deposito viene eliminato dalla bottiglia (sboccatura) congelando la punta della bottiglia: il tappo salta e porta con sé i residui dei lieviti

🥂 Il vino perso viene sostituito e può essere aggiunto il liqueur d’expedition (zucchero e distillato di vino)

🥂 La bottiglia è quindi chiusa con tappo di sughero a fungo e gabbietta metallica

Cosa aspettarsi da un Metodo Classico:

Un vino di struttura, complesso e longevo

Profumi di lieviti e pasticceria

Bollicine fini e persistenti

2. Metodo Charmat (o Martinotti)

🥂 Due le fermentazioni del vino: la prima avviene nella normale vasca di fermentazione, la seconda in autoclave (serbatoio in acciaio inox) a temperatura e pressione controllata

🥂 Il processo può durare 1-3 mesi (Charmat corto) o circa 6 mesi (Charmat lungo)

🥂 La spumantizzazione è completata prima dell’imbottigliamento

🥂 Si usa molto per le uve aromatiche

Cosa aspettarsi da un Metodo Charmat:

Un vino leggero e fresco

Aromi fruttati, tipici dell’uva di partenza – l’essenza del rapporto vitigno-territorio

3. Metodo Ancestrale (sur lie o colfondo)

🥂 Metodo antico ancora in uso e anzi tornato di gran moda, secondo il quale si imbottiglia direttamente il mosto parzialmente fermentato

🥂 Imbottigliamento (tappatura con tappo a corona) e rifermentazione in bottiglia tra la primavera e l’estate: i residui di lieviti non vengono eliminati (niente sboccatura, quindi) ma si ritrovano nel bicchiere

🥂 Breve maturazione in bottiglia

Cosa aspettarsi da un Metodo Ancestrale:

Un vino fresco

Sentori marcati di crosta di pane (per via dei lieviti che restano all’interno)

Sapore (particolarmente) autentico

degustazione vino

La persistenza del vino, in quattro punti

Degustare un vino è un rito: un insieme di azioni e di gesti ben definiti ma non per questo poco emozionanti. La degustazione parte con la vista – “come in amore” secondo Veronelli – poi richiede di attivare olfatto, tatto e gusto. L’ultimo capitolo inizia dopo avere deglutito e riguarda il ricordo immediato che il vino ci lascia.

Quest’ultimo aspetto riguarda la persistenza, che qui schematizziamo in 4 domande e altrettante risposte.

1. Cosa si intende per persistenza di un vino?

Si tratta di tutte le sensazioni che si percepiscono dopo averlo deglutito, percepite a livello gustativo e olfattivo, espirando. Nella pratica, è l’esito dell’interazione della saliva con le componenti aromatiche del vino, che si liberano perché la nostra temperatura corporea è superiore a quella del vino.

2. Come si valuta la persistenza, praticamente?

Si contano i secondi in cui tali sensazioni perdurano, masticando a vuoto l’aria al ritmo di una masticazione al secondo. La valutazione della persistenza riguarda tutto lo spettro aromatico e gustativo (eventuali note acidule o amare che perdurassero a lungo non contribuiscono a definire la persistenza del vino).

3. Altri aspetti cui fare caso, per capire la qualità di un vino?

Oltre alla durata, si valuta anche la qualità e ci si aspetta una corrispondenza tra quanto percepito prima, al gusto, e le sensazioni retrogustative.

4. Come si classificano i vini in base alla persistenza?

Ci sono varie nomenclature, tuttavia tutti convergono nel non considerare accettabile un vino troppo corto, la cui persistenza cioè sia inferiore ai 3 secondi. Dopo di che le sfumature variano da poco fino a molto persistente. Inutile dire che da un grande vino ci si aspetta una lunga persistenza: più un vino è persistente, maggiore è la sua qualità. Detto questo, è evidente che la valutazione della persistenza va fatta tenendo bene a mente che tipologia di vino si sta degustando.

colori del vino

Cosa rivela il colore del vino?

Il colore del vino è il punto di partenza dell’analisi dei sommelier e spesso è il primo aspetto che conquista il degustatore. Allo stesso tempo, è quello che viene più volentieri trascurato dagli appassionati. Invece rivela molto della storia del vino.

Nel libro sui colori del vino che il mitico Veronelli non è mai riuscito a pubblicare, le tinte sarebbero andate dal “bianco acqua” fino al “rosso cardinalizio”. E tra questi estremi, infiniti colori moltiplicati per infinite nuance e ombre. Infatti, tutte unicamente diverse sono le storie che i diversi vini hanno da raccontare.

La disciplina conviene, per praticità, su alcune categorie di colori, che schematizziamo qui per punti, assieme alle informazioni che quei colori danno.

VINI BIANCHI

🥂Giallo verdolino (cioè un giallo tenue con sfumature verdi): indica bianchi molto giovani, leggeri e freschi. I riflessi verdognoli sono dovuti a residui di clorofilla e indicano una raccolta dell’uva leggermente in anticipo.

🥂Giallo paglierino (un colore che richiama quello della paglia): indica vini giovani, in genere equilibrati nel rapporto morbidezze/durezze; è il colore più diffuso fra i bianchi.

🥂Giallo dorato (cioè un giallo intenso che ricorda l’oro): indica un bianco evoluto, generalmente più sbilanciato sulle morbidezze rispetto alle durezze; l’uva è stata probabilmente raccolta matura o sovramatura. Attenzione, perché se un vino di colore giallo dorato è privo di vivacità, cioè è spento, potrebbe essere in uno stadio evolutivo troppo avanzato.

🥂Giallo arancio (cioè un arancione dorato): è tipico dei vini ottenuti da uve a bacca bianca vinificate in rosso (con macerazione sulle bucce); per via del colore, sono chiamati orange wines.

🥂Giallo ambrato (un colore simile a quello della pietra, appunto, o se vogliamo di una pelle abbronzata): suggerisce che il vino sarà molto più sbilanciato sulle morbidezze che sulle durezze; è il colore caratteristico della maggior parte dei vini passiti e del vin santo. Se cupo e spento, tendente al bruno, può indicare un vino “passato”.

VINI ROSATI

🍸Rosa tenue (immagina i petali dei fiori di pesco o della rosa dell’omonimo colore): di solito sono vini ottenuti con uve a bacca nera sottoposte a breve macerazione con le bucce. Se ci sono sfumature violacee il vino è giovane.

🍸Rosa cerasuolo (un rosa più intenso del tenue, immagina una ciliegia appena matura): indica di solito che il vino è fatto con macerazione sulle bucce un po’ più lunga.

🍸Buccia di cipolla (cioè rosa con riflessi ramati): è spia di vini ottenuti con vinificazione di uve con materia colorante delicata, come il pinot grigio.

🍸Rosa chiaretto (il nome può ingannare ma indica un colore che si avvicina al rosso): si tratta di vini fatti con macerazione sulle bucce molto spinta.

VINI ROSSI

🍷Rosso porpora (rosso che tende al viola e al rosa fucsia): si riscontra nei vini molto giovani, che all’assaggio saranno tendenti alle durezze.

🍷Rosso rubino (rosso scuro che richiama l’omonima pietra): il colore rosso più diffuso, indica un vino in ottimo stato di conservazione e salute, equilibrato fra durezze e morbidezze.

🍷Rosso granato (tra il rosso sangue e il melograno): si trova nei rossi più evoluti, generalmente appena più tendenti alle morbidezze rispetto alle durezze.

🍷Rosso aranciato (cioè un rosso mattone): indica vini che hanno fatto lunghi affinamenti; se il colore è spento o si riscontra in vini giovani è segno negativo perché indica una evoluzione troppo precoce o ossidazione.

bottiglia di vino

Quanto resiste il vino? Dopo quanto va stappata una bottiglia?

Capita di non sapere quanta “vita residua” abbia un vino, di aprirlo troppo presto o di aspettare eccessivamente. Ed è un vero peccato, specialmente nel secondo caso.

Il potenziale di evoluzione, cioè la capacità di migliorare e durare nel tempo, dipende dalla tipologia di vino. La vita di un vino, infatti, è analoga a quella di qualsiasi essere vivente, che passa dall’essere giovane e immaturo per approdare alla maturità e alla vecchiaia.

Tutti i vini percorrono questa curva, ma con tempi diversi. Per alcuni vini la curva si conclude in pochi mesi, per altri dura decenni.

5 semplici regole per non stappare al momento sbagliato

1. Controlla l’annata della vendemmia, tenendo presente che tanti anni alle spalle di una bottiglia non sono, da soli, garanzia di qualità: ogni vino ha la sua curva evolutiva.

2. Vini semplici, beverini, vanno aperti in gioventù perché conservano integre le loro caratteristiche di fragranza e freschezza. Quindi vini bianchi, rosati e rossi semplici e poco strutturati sono pronti per essere stappati già pochi mesi dopo l’imbottigliamento e hanno una tenuta nel tempo di un paio di anni.

3. I vini strutturati hanno vita lunga e richiedono pazienza per evolvere e dare il meglio di sé, raggiungere l’equilibrio e perfezionare il proprio bouquet. Vini rossi complessi, quindi, diventano maturi dopo vari anni da quando entrano in commercio, mostrando una lunga tenuta.

E se ho già aperto la bottiglia, come capisco in che stadio si trova?

1. Osserva il colore del vino, le sue sfumature e la sua vivacità: sono spie importanti, specialmente per bianchi e rossi.

BIANCHI

🥂 Un vino di colore giallo chiaro con sfumature fredde è probabilmente molto giovane, poi il colore tende a virare verso il dorato.

🥂 Un vino giallo ambrato, addirittura tendente al bruno, può essere indizio di un vino oramai “passato” (ovviamente non se si tratta di Vin Santo o Passito).

ROSSI

🍷Un vino rosso porpora (cioè quasi viola) indica che il vino è giovane e ha un’ottima predisposizione all’invecchiamento.

🍷Un rosso con sfumature aranciate è indice di un vino invecchiato, il gusto saprà dire se “troppo”.

2. Il gusto dà infine la prova del 9. Con l’evoluzione il vino passa da una predominanza di quelle che vengono chiamate “durezze” fino al dominio delle “morbidezze”. In mezzo c’è la fase di migliore qualità. Degustando il vino, con un po’ di esperienza alle spalle, si riesce a capire in che fase ci si trova, proprio valutando l’equilibrio (o il disequilibrio) fra questi aspetti.

A che temperatura servire il vino? Guida in 4+4 punti

La temperatura è fondamentale in degustazione: quella dell’ambiente e naturalmente quella di servizio del vino. Qui raccogliamo le poche semplici regole da conoscere e gli errori da evitare per servire ogni vino alla sua corretta temperatura. L’obiettivo è sempre lo stesso: goderne al massimo.

Se anche non si è maniaci della precisione e si rinuncia volentieri al termometro da sommelier, resta importante non sciupare il vino servendolo alla temperatura sbagliata. È quindi bene conoscere le ragioni delle varie temperature di servizio (che variano dai 4 °C ai 18 °C).

PRINCIPI GENERALI

1. Le temperature basse esaltano le durezze del vino, e quindi ne mettono in risalto sapidità, tannicità e freschezza.

2. Le temperature alte aumentano la percezione dei sapori dolci, esaltano la morbidezza attenuando la tannicità.

3. Al di là delle singole temperature consigliate, riportate in chiusura e sempre passibili di qualche variazione, il principio è che i vini bianchi giovani e gli spumanti necessitano di essere serviti freddi, e la temperatura deve salire via via per bianchi più evoluti, rosati, rossi giovani e infine rossi evoluti.

4. Sui Passiti il consiglio è di servirlo fresco (attorno ai 10 °C) se non si vuole esaltarne ulteriormente la dolcezza, altrimenti spingersi fino a 14-16 °C.

TRUCCHI & ERRORI DA EVITARE

1. Per tenere sotto controllo la temperatura, ricorda che il vino si innalza di due gradi in pochi minuti da quando è versato nel bicchiere, mentre nella bottiglia tende a restare a temperatura più stabile più a lungo.

2. D’estate, è sempre meglio servire il vino a un paio di gradi in meno.

3. L’errore più comune è servire il bianco troppo freddo e il rosso troppo caldo.

4. Attenzione a non travisare il concetto (per la verità oramai datato!) di “temperatura ambiente”: se è estate la temperatura dell’ambiente può essere decisamente troppo elevata anche per un rosso importante, che andrà naturalmente raffrescato.

VINI & TEMPERATURA DI SERVIZIO

Spumanti secchi e dolci: 4-6 °C

Spumanti dolci e frizzanti, aromatizzati: 6-8 °C

Bianchi e rosati giovani: 8-10 °C

Bianchi strutturati, passiti e liquorosi bianchi: 10-12 °C

Rosati strutturati, rossi leggeri: 12-14 °C

Rossi di media struttura e tannicità, passiti e liquorosi rossi: 14-16 °C

Rossi evoluti, di grande corpo e tannicità: 16-18°C

Wine influencer

Wine influencer
come incidono nel mercato, di oggi e di domani

Cambiano le abitudini, cambia il modo di vivere la socialità, cambia anche il modo di acquistare il vino.

La pandemia ha solo accelerato un processo in atto da tempo. Sebbene ancora minoritaria nel complesso, si conferma in crescita la tendenza all’acquisto di vino online, dal circa 4% del totale di mercato attuale a percentuali più importanti, che vanno valutate nel medio e lungo periodo.

Oltre il 70% dei consumatori che fa uso dei social utilizza quei canali come possibili “suggeritori” di consigli per gli acquisti. I millennials in particolare (in Italia circa 13 milioni) vi si affidano per decidere le proprie intenzioni di acquisto, che tendono poi a condividere nelle stesse piattaforme. E ancora, circa un terzo dei giovani di età compresa fra i 18 e i 34 anni tende a fidarsi maggiormente di un brand se questo è promosso da un influencer, una tendenza con la quale il mercanto si confronta oramai da anni.

E gli influencer hanno un ruolo attivo anche nel mondo del vino.

Wine influencer: chi sono?

Sono esperti di vino ma anche di comunicazione, che con consigli e suggerimenti riescono a veicolare le scelte di acquisto dei propri follower. Sono persone in grado di generare identificazione e fiducia grazie al racconto, spontaneo e semplice, della loro quotidianità e dei prodotti che la popolano. Da lì, il coinvolgimento attivo della community.

Sì, perché la base dell’influencer marketing è la fiducia che si crea con i follower, grazie all’autenticità del linguaggio, dei contenuti e dei valori.

La comunity, dal canto suo, è interessata a ricevere consigli e a instaurare un dialogo, condividendo opinioni e facendo domande come a degli amici.

Dal punto di vista dell’età, quasi il 60% degli influencer non ha 30 anni, il 23% si attesta fra i 30 e i 40, pochi superano i 40.

Wine influencer: specificità

Nato sulla scia di quello del fashion, una delle sfide del beverage influencer marketing è quello di distinguersi dal food, puntando sulle proprie specificità.

La domanda di partenza è: come si comunicano, online, emozioni e idee che scaturiscono degustando un bicchiere di vino (l’attività più offline che si possa immaginare)?

Specie i wine influencer più giovani, poi, parlano in modo diverso rispetto alla comunicazione “classica” del mondo enologico. L’obiettivo è avvicinare tutti, facendo sentire a casa anche i non esperti.

Wine influencer: canali e strumenti

Instagram si conferma oggi il canale principale dell’influencer marketing: qui la comunicazione è semplice e immediata, foto e videocentrica. Seguono Facebook, i blog, Youtube (interessante quest’ultimo più per i contenuti che per i numeri) e poi Twitter, LinkedIN e Pinterest.

Quanto a TikTok, è un canale ancora da valorizzare appieno da parte dei wine influncer (eccezione: Italian Wines, con 150.000 follower): di per sé è adatto ai creator – e per questo aspetto della “creazione” è più simile a YouTube – grazie alle funzionalità della piattaforma e alla caratteristiche di utilizzo. Non va dimenticato che l’utenza è molto giovane: su TikTok un utente su tre ha fra i 16 e i 24 anni, e l’età media è di 34 (quella degli altri social si aggira sui 40). Qui, gli influencer sono chamati TikTokers: ragazzi spesso minorenni con milioni di followers, che si sfidano a suon di challenge.

Nella difficile sfida per l’attenzione, gli strumenti più efficaci nelle mani degli influencer sono costituiti dall’efficacia dell’impatto e dall’immediatezza dei contenuti. Questi sono prettamente visuali: soprattutto video, sempre più rilevanti e in crescita, e immagini. Ma di questi tempi di lockdown anche i podcast hanno iniziato a farsi sentire.

Opportunità per le aziende?

L’influencer marketing è utilizzato dalle aziende del settore enologico per la duplice azione di rafforzare il brand e la sua reputazione, oltre che per aumentare le vendite – la tanto desiderata conversion. Di tutto, naturalmente, vanno trovati i misuratori giusti.

Il food & beverage in Italia ricopre il 17-20% dell’influencer marketing, confermandosi un settore in grande crescita. La chiave per collaborazioni di successo? Trovare il matrimonio perfetto fra brand e influencer, fatto di valori analoghi e collimanti.

Prossimi trend?

🍾 Tenere assolutamente d’occhio TikTok.

🍾 L’approccio “storytelling” si consoliderà e i video saranno di gran lunga il contenuto più utilizzato.

🍾 Si farà sempre più strada la tendenza “no-edit”, una vera sfida per il settore, che prevede di condividere momenti, foto, video con immediatezza, senza lavorare troppo i contenuti per migliorarli. E questa autenticità condizionerà a sua volta anche i brand e il loro modo di comunicare.

🍾 Le aziende cercheranno influencer con attenzione sempre maggiore, con l’obiettivo di lavorare con chi comunica la stessa tavolozza di valori e medesimo linguaggio, guardando un po’ meno ai numeri ma puntando alla qualità di messaggi molto specifici, target mirati e creatività.

🍾 Cresceranno i micro influencer, ovvero chi ha fino a 10.000 follower. Si tratta, tra l’altro, di coloro che sembrano vantare il migliore engagement, al netto dei volumi più bassi.

Alcuni wine influencer italiani (su Instagram)

🍷Andrea Albagli di @Corvino, ingegnere di giorno, appassionato di vino di notte, vissuto gli ultimi anni tra Milano e San Diego dove si è specializzato in seismic design. Condivide la sua passione per il vino sul suo blog e con 110 mila follower su Instagram. Questa passione, precocissima, gli arriva dallo zio con il quale trascorreva le vacanze estive. Andrea condivide le sue storie di vino senza tecnicismi, ha molto seguito… ma non ama essere chiamato influencer!

🍷Emanuele Trono, @Enoblogger, con 90k follower su Instagram. Laureato in Business and Management, un Master in Italian Wine Culture, ama condividere l’amore per il vino ma anche per la bellezza italiana e il fashion. Il suo obiettivo? Avvicinare a questo magico mondo gli appassionati e i più giovani, comunicandone ricchezza e molteplicità.

🍷Giulia Sattin, architetto e sommelier – dal nonno paterno prende la passione per il liquido magico che da piccola le era proibito. Oggi condivide i suoi assaggi con oltre 70 mila follower (@winegirlfriend su Instagram).

🍷Stefano Quaglierini, di @Italian_Wines, con 70 mila follower, quasi tutti tra i 18 e 45 anni. Padre impegnato nel distretto del cuoio a Santa Croce, madre impegnata a gestire un’azienda di cavalli da corsa: due mondi distanti dal vino. La sua passione sboccia in quinta liceo, così Stefano sceglie di studiare “Viticoltura ed enologia” a Pisa, diventando uno dei pionieri del wine influencer marketing in Italia. Il suo obiettivo è comunicare cosa c’è dietro alle etichette: le storie dei vignaioli, la vendemmia, i vigneti… Si definisce un divulgatore enologico e – perché no? – wine influencer.

🍷Francesco Saverio Russo, @ItalianWineLover su Instagram, con 66 mila follower. Marchigiano di nascita e toscano d’adozione, dopo essersi occupato di organizzazione eventi e di web è stato letteralmente folgorato dal mondo del vino e ci si è buttato a capofitto. Spinto da questa passione, scrive Wine Blog Roll, uno dei blog più seguiti, e interessanti, nel mondo del vino in Italia. Il suo segreto? Uno storytelling tecnico ed emozionale assieme.

Wine influencer italiani che si rivolgono a un pubblico internazionale

🍷Simone Roveda: classe ’88, ingegnere e sommelier, alla guida della community @WineryLovers, pagina Instagram che vanta 196.000 follower. Un’ascesa importante, quella di cui si è reso protagonista Simone, che oltre al vino e al buon cibo ama i viaggi, portando i suoi seguaci in giro per il mondo. Grande capacità di farsi ascoltare e leggere, la sua è diventata una comunità numerosissima, che lo segue su Instagram ma anche su altre piattaforme.

🍷Enrico Maggiore & Diletta Quarta Colosso, di @enrico.onthewine, sono una coppia di appassionati di vino e di viaggi, sposati da poco: vivono a Parigi e condividono la loro passione con 119 mila follower.

🍷Eleonora Galimberti, fondatrice del blog Enozioni, oggi conta 101 mila follower su Instagram (@Enozioni). Nata a Milano, è specialista di Marketing & Comunicazione e wine influencer. Il suo legame con il vino parte da lontano (sua madre è originaria della terra del Brunello di Montalcino) e come lei stessa dichiara, con l’autenticità del vino riscopre una nuova se stessa, ogni singolo giorno.

🍷Cantina Social è un progetto nato nel 2015 proprio con l’obiettivo di rendere il vino più accessibile a tutti. Fra blog, podcast e vari canali social è portato avanti da Matteo Franco, Adriano Amoretti e John Murnarne, e su Instagram è seguito da 98k follower (@CantinaSocial – Wine Informant).

Si può andare oltre?

Ovviamente sì. Tutta da scrivere è una lista dei micro wine influencer, cioé di chi ha un numero più contenuto di follower. E riserverebbe sorprese interessanti.

Un esempio? Not Just Wine, bel progetto di Luca e Matteo nato per condividere esperienze e cresciuto con l’obiettivo di parlare di vino a tutti. Oltre 36 mila follower su Instagram (@notjustwine), podcast, viaggi, community, eventi e naturalmente tanti vini!

Non si possono non registrare anche le scelte in controtendenza, come quella di Maximilian Girardi, che negli anni passati è stato il wine influencer in assoluto tra i più autorevoli in Italia. Il suo account non è più online per la scelta dello stesso Girardi di dedicarsi completamente alla sua tenuta.

Una conferma, se ce ne fosse stato bisogno, del fatto che il racconto del vino, in qualunque forma, richiede cura e tante energie.

wine club

Cosa sono, davvero, i wine club?

L’abbonamento di vino è tra le subscription più di tendenza del momento. Noto – soprattutto oltreoceano – come “wine club”, si sta facendo strada anche in Europa.

🍾 Ma cos’è un wine club, esattamente?

L’idea nasce negli Stati Uniti nel 1972: Paul Kalemkiaran – geniale farmacista armeno, emigrato negli Stati Uniti e qui appassionatosi di vino – crea il Wine of the Month Club con il quale ogni mese propone ai suoi clienti un bianco e un rosso, spediti a casa per posta. La ragione? Non riusciva a gestire la mole di clienti che si recavano in enoteca di persona, in cerca di buoni vini a pochi dollari. Il club è attivo ancora oggi, guidato dal figlio.

🍾 Il modello americano

Complice una società che ha scommesso sull’economia delle relazioni di lungo termine, il wine club si diffonde velocemente, erogato sia da enoteche sia da cantine, specialmente californiane. Questi servizi vivono oggi una grande diffusione negli Stati Uniti, dove ne esistono di vari tipi. Il modello classico è quello che consente di ricevere un numero variabile di vini – a scelta tra rossi, bianchi o un mix – ogni mese, ogni 3 o ogni 6.

Negli ultimi anni, i wine club si stanno diffondendo in Europa – UK in primis – ma ora anche in Italia.

🍾 Wine club delle cantine

Per i produttori, inviare ai propri clienti le bottiglie direttamente a casa è un’attività lungimirante, interpretata come una prosecuzione delle attività in loco – quasi un’appendice nella tasting room. Avere il proprio wine club, per le cantine, è molto importante per rafforzare il brand, fidelizzare i clienti, migliorare le performance dell’azienda… E lo storytelling ne è un elemento cardine.

🍾 Il punto di vista del cliente

Lato consumatore, la subscription box di vino consente di godere della ricezione a casa di bottiglie con regolarità. Il tipo di opzioni disponibili va dalla secret box (come nel caso di Sommelier Wine Box) alla scelta della tipologia di vini, alla frequenza di ricezione, fino alla quantità di bottiglie da ricevere.

Inoltre, nel caso in cui il servizio sia anche un canale di vendita classico, con vini a catalogo, per i membri sono di solito disponibili anche sconti, benefici; mentre se si tratta di wine club offerti da cantine possono essere previsti trattamenti preferenziali per i membri. Tra questi: partecipazione a degustazioni ed eventi, accesso a bottiglie a tiratura limitata, fino alla possibilità di tenere la propria collezione di vini nella cantina.

🍾 Benefici?

Un wine club è più di un semplice abbonamento: significa poter avere un approvvigionamento regolare di vini, direttamente a casa e a prezzi convenienti, ma anche avere accesso a molte informazioni su quelle bottiglie, potendo così aumentare la propria conoscenza enologica. Allo stesso tempo, c’è l’idea appartenere a una community di persone accomunate dalla stessa passione per il magico mondo del vino.

Nel caso di wine club classici è molto forte il valore creato dalla varietà delle regioni, dei produttori e delle tipologie di vini proposti, mentre nel caso di wine club offerti dalle singole cantine c’è più l’idea di arricchire le proprie scorte con quello che magari è “il vino del cuore”.

🍾 Effetti per il mondo del vino?

A un livello più generale, il wine club promuove la cultura del vino, quella del degustare consapevole, creando “ambienti” di appassionati che amano farsi consigliare e scoprire bottiglie nuove. Sono winelover ben disposti alla sperimentazione e alla condivisione: raccolti assieme contribuiscono al progresso di tutto l’ecosistema del vino.

🍾 Parole chiave?

Selezione: perché fondamentale è la qualità dei vini offerti.

Storytelling: perché dentro ogni bottiglia c’è un mondo da raccontare ed è (anche) questo che gli appassionati ricercano.

Appartenenza: perché fare parte di un wine club significa condividerne i valori.

vino e cioccolato

Vino e cioccolato? Si può!

L’abbinamento tra vino e cioccolato è la storia di una sfida, portata avanti nonostante la teoria ne indicasse il sicuro fallimento. Una sfida vinta, grazie alla quale oggi possiamo godere di piaceri intensi e inediti.

Fino a qualche anno fa nessuno abbinava questi due prodotti unici, e il cioccolato era proposto praticamente solo con i distillati. Sembrava impossibile far sposare le caratteristiche dei due: il protagonismo del cioccolato (gusto intenso, persistente e amaro) pareva coprire, e alterare, quello del vino senza lasciare spazio al dialogo. Ma quel matrimonio impossibile a qualcuno è iniziato ad apparire seducente, e alcuni addetti ai lavori hanno iniziato a cimentarsi in una prova quasi alchemica, scatenando la creatività e proponendo abbinamenti nuovi.

Il cioccolato regala emozioni sensoriali intense, tra olfattive, gustative, di consistenza… Come accade nel vino, il piacere che ne deriva si compone di una miriade di sensazioni diverse: le sfumature e la persistenza degli aromi, la dolcezza, l’amarezza e la grassezza sono tutti elementi molto variabili. Oggi, varie sono le possibilità di abbinamento con il nettare degli dei.

Ecco 5 consigli pratici.

1. DA TENERE A MENTE, PRIMA DI PARTIRE

Scegliere un vino che sia all’altezza e sappia tenere testa alla complessità del cioccolato. Potendo, scegliere prodotti di qualità da entrambi i lati.

2. COME SCEGLIERE IL VINO GIUSTO

Il segreto dell’abbinamento si basa sul principio che struttura, aroma e soprattutto dolcezza devono essere paritetici fra cioccolato e vino altrimenti il gusto di quest’ultimo si perde. Tenere d’occhio la percentuale di cacao: più alta è, più ci sarà bisogno di vini alcolici, strutturati, dalla complessa e lunga carica aromatica.

E poi, in linea di massima: più scuro è il cioccolato più scuro dovrà essere il vino.

3. GLI ABBINAMENTI MIGLIORI

Le tipologie di vino che si prestano meglio alla sfida sono:

🍷vini passiti;

🍷vini liquorosi o fortificati;

🍷vini aromatizzati.

4. QUALCHE SUGGERIMENTO PRATICO?

Cioccolato bianco: Colli Euganei Moscato Fior d’arancio Passito, Erbaluce di Caluso Passito, Alto Adige Moscato Giallo, Moscato di Trani Dolce Naturale, Recioto di Soave, Zibibbo.

Cioccolato al latte: Malvasia delle Lipari Passito, Vin Santo del Chianti, Valle d’Aosta Chambave Moscato Passito, Aleatico di Gradoli, Malvasia di Bosa Passito, Marsala Superiore Rubino, Passito di Pantelleria.

Fondente surfin: Sagrantino di Montefalco Passito.

Fondente extra bitter: Vin Santo di Montepulciano.

Fondente amarissimo: Marsala Superiore Riserva, Porto, Barolo Chinato, Recioto della Valpolicella.

5. E CON I DOLCI?

I morbidi dolci al cioccolato al cucchiaio (crème brulèe al cacao, budino al cioccolato, mattonella al gianduia…) possono trovare l’abbinamento quasi perfetto con un Pantelleria Moscato Liquoroso o una Malvasia.

Per la Sacher e gli altri dolci al cioccolato fondente dal sapore pieno: Passito di Pantelleria, Marsala Superiore, Banyuls, Porto Tawny, Vino Santo Trentino…

I saccottini di farina di castagne con pere e cioccolato trovano buon equilibrio con Recioto della Valpolicella o Sagrantino di Montefalco Passito.

Con un brownie servite un Aleatico.

Con i dessert a base di cioccolato bianco vanno bene, tra le varie possibilità, Moscato e Recioto di Soave.

L’abbinamento vino cioccolato è un esempio perfetto di come un pairing che può essere ostico anche per gli esperti si stia facendo strada, perché il gusto cambia e le frontiere (della creatività e delle papille gustative) sono sempre alla ricerca di nuove sfide.

E la Pasqua alle porte offre la possibilità di testarlo!