suolo vite

Perché il suolo è importante per il vino? Una guida completa

Sembra che i diversi tipi di suolo, per la coltivazione della vite, siano solo un’ossessione di sommelier e addetti ai lavori. Invece è una componente chiave del terroir. Ma davvero il tema non fa breccia nel cuore degli appassionati di vino? Ecco una guida completa.

Come si fa a raccontare il fascino dei diversi suoli, che giocano un ruolo di protagonisti e determinano le qualità del vino che ci troviamo nel bicchiere?

1. Partiamo da qui: come si comporta la vite?

La vite è molto esigente con il clima, ma ha un’adattabilità straordinaria ai diversi tipi di suoli. Detto questo, ha le sue preferenze anche per il terreno.

2. Quali sono i suoli meno indicati per la coltivazione della vite?

La vite non ama i suoli fertili, che danno vini poco fini e scarsamente inclini all’invecchiamento.

E poi dà risultati meno buoni nei suoli soffici, umidi e salati (e qui emergono ricordi liceali di Ulisse che cerca di farsi passare per pazzo gettando sale sul campo).

3. Quali sono i suoli migliori per la coltivazione della vite?

I suoli poveri e ben drenati sono i migliori per il vino. Il concetto è: meno acqua, più concentrazione di sapori nell’uva e nel bicchiere. Un esempio? I suoli chiamati “Grave”, che sono ciottolosi e determinano quindi una povertà di acqua per la vite permettono di contenere la crescita dell’uva e quindi di concentrare zuccheri e aromi.

E poi le zone collinari sono ottime per la viticoltura di qualità. Per varie ragioni, qui ci interessa l’ottimo drenaggio dovuto alla pendenza del terreno.

4. Lo stesso vitigno dà risultati diversi in base ai vari suoli?

Sì, in terreni diversi lo stesso vitigno dà vini diversi. Si pensi solo al Nebbiolo, al quale abbiamo dedicato una selezione disegnata dal sommelier Nicola Bonera. Abbiamo scoperto il Nebbiolo delle Langhe, mentre altri vini originano dalla stessa uva nel vercellese (Gattinara e Bramaterra), nel biellese (Lessona), nel novarese (Fara, Sizzano, Ghemme), nel torinese (Carema), in Valle d’Aosta (Donnaz e l’Arnad-Monjovet), fino al Valtellina Superiore con le sue vigne eroiche.

5. Le diverse uve hanno preferenze di suolo?

Alcuni vitigni si adattano moltissimo ai diversi suoli, ma la maggior parte in alcune specifiche condizioni dà il meglio di sé. Ecco alcuni esempi:

L’Albana predilige terreni collinari, argillosi, di medio-bassa fertilità.

L’Aleatico ama terreni collinari e sciolti.

L’Arneis predilige suoli leggeri (sabbiosi).

La Barbera si esprime bene in terreni argillosi, di media o scarsa fertilità.

Il Cabernet franc ama i suoli collinari argillosi, ciottolosi.

Il Cabernet sauvignon predilige terreni argillogi non molto fertili.

La Corvina predilige terreni alluvionali.

Il Carmenère ama i terreni sciolti, con poca argilla, ciottolosi.

La Durella ama suoli calcareo-argilloso, in collina.

L’Erbaluce cresce in terreni di sabbia argillosa e ciottoli.

La Freisa predilige terreni calcarei.

La Garganega predilige terreni fertili e sciolti.

Il Grechetto di Orvieto predilige terreni collinari, di media fertilità e argillosi.

Il Gewürztraminer si esprime al meglio in suoli basaltici.

Il Grignolino dà il meglio di sé su suoli asciutti e sabbiosi, con tessitura sottile, a non meno di 300 metri di altitudine.

Il Groppello ama terreni sciolti, in collina non oltre i 300 metri, ben esposti.

Il vitigno Marsanne predilige terreni non troppo ricchi e umidi.

La Malvasia nera predilige terreni di medio impasto, anche fertili, non eccessivamente calcarei.

La Malvasia di Sardegna cresce bene in terreni calcareo-silicei.

Il vitigno Monica sta bene su suoli calcareo-silicei o calcareo-argillosi, non umidi e fertili.

Il Montepulciano ama terreni di medio impasto, profondi, ben esposti.

Il Moscato bianco predilige il suolo di marna calcarea.

Il Moscato di Scanzo ama suoli magri e ricchi di scheletro.

Il Müller Thurgau predilige terreni collinari, non troppo siccitosi, fertili e non calcarei.

Il Negroamaro preferisce terreni calcareo-argillosi.

Il Pinot bianco predilige terreni con bassa quantità di calcare attivo.

Il Pinot nero predilige suoli di scarsa fertilità, calcarei o argilloso-calcarei.

Il Raboso del Piave predilige terreni alluvionali o sassoso-alluvionali.

Il Raboso veronese predilige suoli ciottolosi, alluvionali, sabbioso-limosi, in pianura.

La Ribolla gialla predilige zone collinari, scarsamente fertili.

Il Riesling ama l’ardesia (una roccia dura e scura che cattura il calore).

Il Sylvaner verde ama i terreni acidi, leggeri e ciottolosi.

Il Teroldego ama i terreni molto drenanti.

Il Torbato predilige terreni siliceo-argillosi.

Il Trebbiano di Abruzzo predilige terreni collinari, argillosi.

Il Trebbiano romagnolo predilige terreni freschi, fertili, di limitata siccità estiva.

I terreni preferiti del Traminer aromatico sono quelli con buona dotazione idrica e minerale.

Il Verdicchio si esprime bene in terreni calcareo-argillosi.

Il Verduzzo friulano predilige terreni collinari ben esposti, scarsamente fertili.

La Vernaccia di Oristano predilige terreni alluvionali, di buona fertilità.

Anche per questa ragione, i disciplinari (cioè le regole che definiscono come si debbano fare i vini DOC e DOCG) precisano la natura dei suoli necessaria per far rientrare il vino all’interno della denominazione. Alcuni esempi:

Per Asti e Moscato d’Asti il suolo deve essere calcareo o calcareo-argilloso.

Per Barolo e Barbaresco il suolo deve essere argilloso-calcareo.

Il Chianti richiede substrati arenacei, calcareo-marnosi, da scisti-argillosi e da sabbia.

Il Franciacorta richiede suoli sciolti, ciottolosi e ghiaiosi.

Il Valtellina Superiore richiede un suolo declive e breccioso.

6. Altre curiosità sui suoli

I suoli sabbiosi non sono attaccati dalla fillossera, così come quelli tufacei di origine vulcanica.

vini delle sabbie
Un suolo sabbioso, nella denominazione DOC Bosco Eliceo

La tipologia di suolo si interseca con l’esposizione delle vigne: l’esposizione più adatta è quella che consente buon soleggiamento e luminosità (sud o sud ovest).

Ma per andare più a fondo dei vari suoli, sono 3 gli aspetti chiave: chimica, fisica e storia geologica. Ancora ricordi liceali…

1️⃣CHIMICA

Qual è la componente più diffusa nei terreni vitati?

Il calcare (carbonato di calcio) è praticamente in tutti i suoli. Seguono marne, scisti e argille.

In che modo la tipologia di suolo influenza il vino?

🍇Un suolo calcareo-marnoso tende a offrire uve dai profumi intensi, buona struttura, ricchezza di alcol e grado zuccherino, poca acidità.

🍇Un suolo calcareo-argilloso è più propenso alla coltivazione uve a bacca nera, dà vini di colore intenso, ricchi di corpo, complessità, acidità e longevità. Danno vini di grande qualità e sono la maggior parte in Italia.

🍇Un suolo calcareo-sabbioso regala vini delicati e leggeri, con profumi fini, buona acidità, piacevoli ma non sempre predisposti all’invecchiamento (abbiamo dedicato una selezione a questo tema, creata dal sommelier Luisito Perrazzo).

🍇Ottimi sono anche i terreni marnoso-ferruginosi, cioè le terre rosse.

🍇Dai suoli acidi (pH basso) si ottengono vini sapidi e di buona freschezza, non di grande struttura. Quanto ai suoli basici (pH alto, superiore a 7), sono la maggioranza.

2️⃣FISICA

Cos’è la tessitura del suolo?

È un altro fattore importante, questa volta fisico, che indica la granulometria delle particelle di suolo.

Dalle più grandi alle più piccole abbiamo: sabbia, limo, argilla (che insieme formano la “terra fine”), insieme a particelle di diametro superiore a 2 millimetri, nel loro insieme chiamate scheletro.

Come fa, la tessitura del suolo, a influenzare la viticoltura?

🍇La prevalenza assoluta delle particelle più grosse (sabbia) può rendere il suolo troppo sciolto e quindi non consentire alla vite di trattenere i minerali. Ma se le percentuali sono bilanciate, attorno alla sabbia si dispongono le altre particelle.

🍇La prevalenza delle particelle più piccole (argilla) favorisce la compattezza del suolo e assorbe l’acqua, rendendo difficile il drenaggio. Anche qui dipende dalle percentuali: se l’argilla non è troppo abbondante, trattiene i nutrienti ma non impedisce l’ossigenazione delle radici.

🍇Il limo ha caratteristiche intermedie tra sabbia e argilla.

🍇Ciottoli e pietre non hanno funzioni agronomiche, ma rendono il terreno permeabile e la vita del vignaiolo difficile impedendo l’uso dei mezzi meccanici.

Qual è la migliore tessitura del suolo per la coltivazione della vite?

Il suolo in genere non ha una tessitura soltanto, ma diverse percentuali di particelle di sabbia, limo, argilla. Idealmente, i suoli migliori sono quelli di “medio impasto”.

3️⃣STORIA

La diversa origine del suolo, in termini di storia geologica, influenza il vino?

Certo che sì. Vini che crescono su terreni che hanno una particolare storia geologica, nel bicchiere regalano sfumature aromatiche diverse.

Quali sono i principali suoli quindi?

I suoli fluviali, alluvionali, di origine sedimentaria, glaciale. E i mitici terreni di origine vulcanica, che regalano al vino sfumature uniche, che scopriamo con la nostra selezione di febbraio.

vin brulé

Come si fa il vin brulé?

Che curi il raffreddore o semplicemente riscaldi in una fredda giornata, il vin brulé è un must dell’inverno. E chi ha detto che non si può fare e offrire anche a casa? Ecco una breve storia la ricetta del vin brulé.

L’immagine del vin brulé si accompagna a quella degli amici, dei mercatini, delle vacanze invernali, della neve. Anche per questo il vin brulé si associa a sensazioni che scaldano il cuore.

Ecco una breve storia e una ricetta, perché il vin brulé si può fare a casa, con tanti ingredienti quanti la fantasia lo consente.

Cos’è il vin brulé?

È una bevanda calda a base di vino, speziata e aromatizzata. Viene offerto in inverno per far fronte al freddo.

Da dove deriva il nome vin brulé?

Vin brulé deriva dal francese Ça brûle, che significa “Brucia”. Oggi, in Francia, il vin brulé si chiama vin chaud, in Germania Glühwein, in UK e Stati Uniti mulled o spiced wine.

Quando si è iniziato a bere il vin brulé?

Il vino aromatizzato si beve sin dall’antichità, sicuramente dai Greci e dai Romani che addolcivano il vino con zucchero e lo aromatizzavano con pepe, zafferano, datteri, timo, altre erbe e spezie. E lo bevevano freddo.

In epoca moderna la tradizione di bere il vino aromatizzato – questa volta caldo – è molto nordica, tipica di paesi freddi come Svezia, Germania, Gran Bretagna.

Ovviamente si beve tantissimo anche in Italia, soprattutto al Nord e soprattutto in Trentino Alto Adige.

Il vin brulé è alcolico?

Quanto è alcolico il vin brulé dipende dalla durata e dalla temperatura della cottura, durante la quale l’alcol tende a evaporare. Nella tradizione italiana il vin brulé perde la maggior parte della sua gradazione alcolica, mentre nella tradizione anglosassone (UK e US) il mulled wine viene corretto aggiungendo altro vino, brandy o altri alcolici.

Con quale vino si prepara il vin brulé?

La premessa è che la qualità del vino di partenza si riflette nel prodotto finale. La scelta della tipologia è chiaramente liberissima, e il territorio la fa da padrona. In Veneto il vin brulé si prepara con Cabernet Sauvignon ma molto anche con i bianchi Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Bianco. In Romagna viene molto usato il Sangiovese, il Lambrusco in Emilia. In Alto Adige sono molto adottati Schiava e Pinot Nero. In Piemonte: Nebbiolo o Barbera.

A cosa si abbina il vin brulé?

La regola aurea degli abbinamenti è sempre la stessa: il vino dolce si abbina ai dolci. Con il vin brulé abbinate pasticceria secca, dolci di qualunque tipo, anche a base di cioccolato, caldarroste…

Come si fa il vin brulé?

Normalmente si usa il vino rosso ma è sempre possibile anche usare il vino bianco, specialmente adottato nell’area alpina.

🍷Mettere il vino a scaldare.

🌰Aggiungere zucchero di canna e spezie a piacere (bastoncini di cannella, chiodi di garofano, anice stellato, noce moscata, anice, cardamomo…).

🍊A piacere aggiungere scorze di limone, qualche spicchio di mandarino o di arancia, fette di mela, alloro… Il tutto idealmente di produzione biologica.

⏰Togliere dal fuoco dopo 5-10 minuti.

🔥Avvicinare un fiammifero al vino caldo, così la superficie comincerà a fiammeggiare permettendo l’evaporazione dell’alcol. E farà scena.

Filtrare e servire caldo.

vin brulé
calorie bicchiere vino

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

Da tempo immemorabile il vino fa parte dell’alimentazione quotidiana dell’uomo, così come della sua cultura e dei suoi riti. Oggi però il vino non è più considerato un alimento vero e proprio, come era per i nostri nonni. Ma ha comunque un apporto calorico. Ecco quindi una semplice guida per chi vuole avere consapevolezza di quante calorie ha un bicchiere della sua sacra bevanda.

In fondo, per sapere quante calorie ha un bicchiere di vino basta fare un semplice calcolo matematico. Per il quanto assumerne vale invece sempre il buon senso, mentre su come coniugare il piacere impareggiabile del vino con la linea e con la salute vi rimandiamo ai pezzi specifici.

Perché il vino apporta calorie?

Il vino è una sostanza che deriva dalla fermentazione degli zuccheri presenti nell’uva, che diventano alcol. L’alcol sviluppa circa 7 calorie per grammo. Le calorie realizzate vengono disperse sotto forma di calore.

Il vino dà un apporto di nutrienti?

No. Il vino non è in grado di soddisfare le funzioni dei nutrienti classici: apporta sali minerali ma vitamine e proteine sono presenti in scarsa quantità.

Come smaltire le calorie di un bicchiere di vino?

Se assunto in eccesso rispetto alle proprie esigenze energetiche, che variano tanto da persona a persona, l’effetto ingrassante del vino è inevitabile. La buona notizia è che basta mezz’ora di sport per smaltire un bicchiere di vino, 15 minuti nel caso del nuoto. Sport, non passeggiate.

Da cosa dipendono le calorie del vino?

Le calorie del vino dipendono dalla sua gradazione alcolica e, nel caso dei vini dolci anche dalla presenza dello zucchero.

Quante calorie ha un bicchiere di vino?

PREMESSA:

La gradazione alcolica indicata in etichetta (% vol.) ci dice quanti millilitri di alcol ci sono in 100 millilitri di vino.

Facendo riferimento a un bicchiere da 150 ml:

🍷un bicchiere di vino rosso secco (di grado alcolico 14-15% vol.) ha in media dalle 110 alle 120 Kcal;

🥂un bicchiere di vino secco bianco (di grado alcolico 11-12% vol.) ha in media dalle 90 alle 100 Kcal;

🥂un bicchiere di spumante (di grado alcolico 10-12% vol.) ha in media dalle 120 alle 150 Kcal, un po’ di più dei vini secchi perché può esserci un residuo zuccherino.

Come calcolare le calorie di un bicchiere di vino?

Per calcolare il contenuto di calorie di un bicchiere di vino nello specifico di una bottiglia basta applicare la regola dell’unità alcolica:

1. prendi la gradazione indicata in etichetta (volume %);

2. moltiplicala per 0,8 (che è il peso specifico dell’alcol);

3. moltiplica il risultato per 7 (che sono le kcal per grammo).

Il risultato dà il numero di calorie per 100 ml di vino. Attenzione: è meno di un bicchiere standard.

È un calcolo preciso al millimetro, questo?

No, perché non viene considerato il fruttosio dell’eventuale residuo zuccherino – che è vera e propria componente zuccherina nel caso dei vini dolci – ma dà già indicazioni importanti.

Questi, i numeri. Il resto è magia.

cantinetta vino

A cosa serve e come scegliere la cantinetta per il vino? Una guida completa

La cantinetta per il vino è davvero indispensabile per un vero amante del vino? E come scegliere il modello giusto, fra i tantissimi disponibili? Ecco una guida semplice e completa, perché il vino va trattato con cura per poter conservare le sue caratteristiche uniche.

Il principio di base è che il vino è una materia viva, preziosa e delicata, e la sua cattiva conservazione è il fattore che ne determina la perdita delle proprietà. Da qui, la necessità di conservare il vino a temperatura corretta e costante, in un luogo asciutto (ma non secco), lontano da luce, odori e vibrazioni, mantenendo le bottiglie orizzontali. Specialmente se si tratta di bottiglie importanti, destinate a lunghi affinamenti.

Se non si riescono a garantire queste condizioni ai propri vini in un luogo adatto, investire in una cantinetta frigo è la soluzione.

Cos’è la cantinetta per il vino?

Si tratta di un sofisticato frigorifero disegnato per conservare il vino alla corretta temperatura per preservarne intatte le caratteristiche anche per lunghi periodi.

Quali caratteristiche del vino sono preservate dalla cantinetta?

La temperatura corretta e costante consente di mantenere intatte le caratteristiche organolettiche del vino, nonché di consentirne l’evoluzione nel tempo.

Come è fatta una cantinetta da vino?

ESTERNO

La cantina da vino ha uno sportello composto da un doppio vetro temperato, che isola termicamente e protegge dalla luce.

INTERNO

La cantinetta ha un impianto di raffreddamento che consente di impostare la temperatura ideale.

Una o più ventole garantiscono il movimento dell’aria, assicurando una temperatura uniforme.

Umidità e illuminazione sono controllate. La prima è fondamentale per non far seccare il tappo, la luce interna consente di leggere facilmente le etichette delle bottiglie.

Le cantinette sono tutte uguali?

Naturalmente no. Tra i tantissimi modelli, anche personalizzabili, ne esistono di due diverse tipologie, che corrispondono a due diverse esigenze.

1. Le cantinette temperate sono quelle che portano il vino alla temperatura corretta di degustazione, e quindi consentono di ottenere diverse temperature all’interno. Praticamente, consentono di avere le bottiglie sempre pronte per essere stappate, per questo hanno capacità contenuta e sono adatte alla conservazione per un tempo limitato.

2. Le cantinette climatizzate invece permettono la conservazione a lungo e quindi l’invecchiamento delle bottiglie nelle migliori condizioni. Sono delle vere e proprio cantine professionali, in piccolo.

Detto questo, si possono fare ulteriori distinguo in base al processo di raffreddamento adottato.

Cantinette con impianto termoelettrico. Pro: sono silenziose e consumano meno. Contro: non garantiscono di abbassare troppo la temperatura se all’esterno è molto caldo. Sono più indicate per la conservazione dei rossi.

Cantinette con compressore. Pro: garantiscono un maggiore raffreddamento. Contro: possono essere rumorose (al pari di un frigorifero domestico) e consumano di più.

A chi serve la cantinetta?

A chi non dispone di uno spazio che garantisca la corretta conservazione del vino ma soprattutto a chi ama collezionarlo e quindi ha bottiglie da conservare per vari anni.

cantinetta vini

Come scegliere la cantinetta ideale?

Questi i fattori da valutare:

🍷le esigenze dei propri vini “da collezione”, vale a dire le tipologie di bottiglie: alcuni modelli consentono di impostare due o anche tre diverse temperature interne;

🍷la quantità di bottiglie da riporvi, che determina la capacità della cantinetta: se dell’ordine di qualche decina oppure oltre, fino anche a un centinaio o più;

🍷lo spazio disponibile per collocarla: le cantinette possono essere grandi quanto un forno (per 4-8 bottiglie) o avere le dimensioni di un grande armadio;

🍷le caratteristiche dello spazio dove va collocata: se va dentro gli spazi abitabili della casa c’è da fare attenzione ai decibel (che indicano quanto sarà silenziosa) e da assicurarsi che abbia il vetro anti UV per proteggere le bottiglie dalla luce;

🍷la classe energetica: il consumo è espresso in kWh/anno – la cantinetta va poi sempre tenuta accesa;

🍷budget: i costi variano da poche centinaia per le cantinette molto piccole, fino a qualche migliaia di euro per quelle più grandi e sofisticate.

Altri consigli per la scelta della cantinetta

🥂Controlla la classe energetica e scegli una cantinetta che sia di classe A e non consumi troppo. E se il modello per questo costerà di più non va dimenticato che oltre ai benefici ambientali la spesa si bilancerà con il risparmio in bolletta.

🥂Sincerati che il display indicatore di temperatura sia ben visibile senza necessità di aprire la porta.

🥂In base alle tue necessità potrai optare per un interno con ripiani di stoccaggio (che consentono una maggiore capacità interna perché le bottiglie sono impilate una sopra l’altra), indicati per chi intende lasciarvi le bottiglie a lungo; oppure per ripiani scorrevoli, più pratici per chi utilizza la cantinetta per prelevare e rimpiazzare più spesso le bottiglie.

Dove posizionare la cantinetta?

Le regole auree per mettere la cantinetta sono: non esporla ai raggi diretti del sole o accanto ad elettrodomestici (che causano vibrazioni e possono generare surriscaldamento), se possibile scegliere stanze ampie, dove la temperatura non sia mai troppo elevata.

Inoltre: serve lasciare uno spazio di almeno 20 centimetri sul retro, per favorire la ventilazione, se si tratta di una cantinetta di libera installazione. Nelle cantinette da incasso e da inserire sottopiano l’uscita per la circolazione dell’aria di trova nello zoccolo.

A che temperatura vanno tenuti i vini dentro la cantinetta?

Se è possibile impostare una singola temperatura e nella cantinetta si conservano tutte le tipologie è consigliabile impostare la temperatura attorno ai 12° C, che è un ottimo compromesso (altra cosa è la temperatura di servizio delle varie tipologie di vino). Le bottiglie vanno comunque disposte dal basso all’alto seguendo questo ordine: spumanti, bianchi, rosé, rossi sempre più importanti.

E infine, che manutenzione richiede la cantinetta?

La cantinetta richiede di essere pulita periodicamente, meglio con sapone neutro e bicarbonato di sodio.

Se la cantinetta ha il filtro questo va cambiato una volta l’anno; quella a compressione ha un vassoio che raccoglie l’acqua di sbrinamento, che va pulito periodicamente.

decanter vino

Perché e quando si usa il decanter?

Decanter sì o decanter no? Questo sembra essere uno dei problemi degli appassionati di vino, divisi tra chi ama usare vistose ampolle e chi ne nega del tutto l’utilità. Ma perché e quando è davvero indicato usare il decanter?

Di decanter abbiamo scritto in passato, parlando di vini rossi e di vini invecchiati. Ma il tema è di tale interesse, e anzi un vero terreno di discussione, che conviene fare chiarezza. Lo facciamo con 7 domande e altrettante semplici risposte, per capire quando usare il decanter e quando farne a meno.

1. Cosa significa decanter?

Decantare deriva da “de canto” e, nell’accezione che qui ci interessa, significa “mettere da parte” (l’altra accezione è quella delle lodi sperticate, da riservare ai vini che toccano le corde più profonde 😉).

2. Cos’è il decanter?

Il decanter è un contenitore in vetro (o in cristallo) con collo stretto e panciuto in basso.

3. A cosa serve il decanter?

Serve innanzitutto a separare il vino da eventuali sedimenti.

Grazie alla sua forma, favorisce anche l’ossigenazione del vino, consentendo di eliminare l’anidride carbonica in eccesso.

In questo modo il vino si illimpidisce e sprigiona più velocemente i suoi profumi. Il tempo, qui, è davvero un concetto chiave: il decanter funziona anche da “acceleratore” della degustazione.

4. Quando si usa il decanter?

L’uso è indicato quando un vino presenta il tipico “fondo”.

Ciascuno decide se usarlo anche per ossigenare il vino – rigorosamente rosso –, se questo ne ha bisogno per esprimersi al meglio. Quel che conta è provare, per capire se la degustazione dà più o meno soddisfazione avendo fatto decantare il vino.

Quello che gli esperti sconsigliano assolutamente è l’uso del decanter con i vini rossi molto invecchiati, perché dopo molti anni senza ossigeno l’esposizione troppo rapida all’ossigeno li può danneggiare irrimediabilmente.

5. Come si usa il decanter?

Il vino va versato lentamente nel decanter, per tenere sotto controllo i fondi e per non farlo ossigenare troppo bruscamente. Per intenderci: il vino non deve gorgogliare mentre si versa.

6. I decanter sono tutti uguali?

No, le forme sono diverse. Al netto delle forme più stravaganti, i decanter con il collo più ampio favoriscono molto l’ossigenazione e sono quindi indicati per i rossi più giovani, mentre i decanter con il collo stretto tendono a contenerla e sono quindi da preferire per vini più invecchiati.

7. Perché oggi il decanter sembra passato di moda?

Il mondo del vino vive anche di contrasti e di tendenze in continuo cambiamento. Oggi gli esperti tendono a guardare al decanter come uno strumento che fa molta scena e del quale si è quasi dimenticata l’utilità che, come abbiamo visto, è quella di separare il vino dai depositi.

Dopo una grande passione per l’uso del decanter, la tendenza fra gli addetti ai lavori oggi è di ritenere che i benefici dell’ossigenazione si possano ottenere semplicemente aprendo la bottiglia qualche ora prima. Chiaramente nel caso di un vino strutturato e importante, invecchiato o che comunque tende ad avere bisogno di tempo per esprimersi.

E poi non dimentichiamo che l’atto di roteare il bicchiere, specialmente se questo è molto panciuto, consente non solo di arieggiare il vino, ma anche di seguire il vino in tutta la sua parabola espressiva, seguendo la sua intera evoluzione degli aromi. Senza fretta, perché il piacere del vino si giova anche della lentezza.

taglio bordolese

Cos’è il taglio bordolese?

I nostri cugini francesi sono i maestri indiscussi del “taglio bordolese”, con bottiglie mitiche che hanno fatto la storia del vino nel mondo, sia per qualità sia per controparte economica. Sono vini rossi che hanno avuto una parte importante nel determinare il famoso “gusto internazionale”. Ma cos’è e cosa si intende per taglio bordolese?

Nove domande sul taglio bordolese e altrettante semplici risposte.

1. Cosa vuol dire taglio bordolese?

Per “taglio bordolese” si intende un vino fatto assemblando (cioè mettendo assieme vini di diverse uve vinificate separatamente) soprattutto Merlot e Cabernet Sauvignon, ma anche Cabernet Franc, Petit Verdot, Malbec o Carmenère.

2. Perché si chiama “taglio bordolese”?

Perché questo tipo di blend è tipico dei rossi di Bordeaux, l’importantissima zona vinicola del sud ovest della Francia, divisa in due dall’estuario della Gironda, che gode di un terroir unico. Pare che il nome sia stato dato dai mercanti inglesi, grandi importatori dei vini bordolesi sin dal Medioevo.

3. Tornando ai vitigni, quale apporto dà ciascuna delle diverse uve?

L’obiettivo del taglio bordolese è fondere uve con caratteristiche complementari.

Il Merlot conferisce note eleganti e fruttate (frutti rossi), rotondità e morbidezza.

Il Cabernet Franc è un’uva che dà al vino tannicità, aromi erbacei e di legno, oltre a un profilo austero.

Anche il Cabernet Sauvignon contribuisce a conferire finezza di aromi (frutti neri su tutti), corpo, struttura e capacità di invecchiamento.

Il Petit Verdot è un’uva molto nobile, che regala colore, acidità, finezza, note speziate e longevità.

Il Malbec è utile per infondere al vino colore e tannini – è l’uva a bacca nera più coltivata in Argentina.

Il Carmenère ha tratti più scontrosi e vegetali. Oggi è poco usato a Bordeaux, mentre è molto coltivato in Cile.

4. Perché tradizionalmente predominano Merlot e Cabernet Sauvignon nel taglio bordolese?

La ragione va cercata in vigna. Il Merlot matura un mese prima del Cabernet Sauvignon, il che dà la possibilità ai viticoltori di portare in cantina prima l’uno e poi l’altro, vinificarli separatamente e poi assemblarli. La fermentazione malolattica è generalmente svolta in barrique.

5. Come sono, i vini ottenuti con taglio bordolese?

Si tratta di grandi vini rossi che sanno coniugare potenza, eleganza e ottima longevità (possono evolvere anche oltre 30 anni). Diversi da regione a regione, tendono a essere vini di colore rubino profondo se giovani, rosso granato se invecchiati. Hanno profumi eleganti e fini, tannino vellutato.

6. Il taglio bordolese nel mondo?

Oggi il “taglio bordolese” viene utilizzato in tutto il mondo, nelle sue diverse interpretazioni regionali, che non escludono la presenza anche di vitigni autoctoni, come accade in Italia. De resto, il taglio bordolese è fatto con alcune delle uve più diffuse al mondo.

Il rosso “Meritage” è l’equivalente del taglio bordolese per i vini californiani.

7. Il taglio bordolese in Italia?

In Italia, scrivi taglio bordolese e leggi Supertuscan (termine inventato dalla stampa anglosassone, probabilmente da James Suckling), cioè i rossi prodotti in Toscana, nel litorale maremmano, nella zona di Bolgheri, che si sono emancipati dal disciplinare utilizzando i vitigni citati in associazione all’autoctono Sangiovese. Su tutti: il Sassicaia.

Ma rossi prodotti con taglio bordolese oggi sono diffusi su tutta la penisola. In particolare li troviamo soprattutto in Trentino, dove in alcune cantine sa raggiungere risultati straordinari che proponiamo in selezione questo mese, in Alto Adige, nei Colli orientali del Friuli, in Veneto sia nell’alto vicentino (nell’area della DOC Breganze) sia nei Colli Euganei.

8. Come si abbinano i tagli bordolesi?

Sono i vini adatti ad accompagnare pietanze importanti, ma si possono anche interpretare come vini da meditazione. In cucina: provateli con carni rosse quali stracotti, brasati o arrosti.

9. Esiste il taglio bordolese in bianco?

Sì, nel senso nell’area di Bordeaux si fanno anche vini bianchi frutto di assemblaggi di uve diverse. Il taglio bordolese in bianco prevede l’utilizzo di Sémillon, Sauvignon Blanc e Muscadelle, a volte con Sauvignon Gris e Ugni Blanc (quello che per noi è il Trebbiano).

Piana Rotaliana Teroldego

10 cose da sapere sul Teroldego

Il Teroldego è un vino che piace a tutti. Viene da un’uva a bacca rossa coltivata praticamente solo in Trentino. Il legame con il territorio è fortissimo: stiamo parlando di un’area molto piccola, in cui si realizzano le condizioni perfette per il vitigno. Ecco le caratteristiche del Teroldego, in 10 cose-da-sapere su uva e vino.

Il Teroldego è citato dalle fonti sin dal Trecento e non poteva mancare nella nostra selezione di gennaio, dedicata ai rossi trentini. Ecco una sua breve storia, in 10 semplici punti.

1. Storia del Teroldego

Esistono varie teorie sull’origine del Teroldego (potrebbe essere arrivato in Trentino dalla Valpolicella o dal Tirolo) ma al momento la cosa certa è che da qualche millennio ha trovato il suo territorio di elezione nella Piana Rotaliana (o Campo Rotaliano).

piana rotaliana teroldego

2. Genetica del Teroldego

Il Teroldego ha legami di parentela con vari altri vitigni, dovuti sia a incroci spontanei sia all’azione dell’uomo.

La genealogia del Teroldego è complessa e ancora non del tutto chiarita. Dagli studi sul suo DNA comunque, sappiamo che è imparentato con Lagrein, Marzemino, Syrah e molto probabilmente anche con il Pinot nero.

Inoltre, è stato utilizzato da Rebo Rigotti nell’incrocio con il Merlot che ha dato origine al Rebo.

3. Il vitigno “bandiera” del Trentino

Il Teroldego è il vitigno a bacca nera più importante del Trentino. Matura tra la metà di settembre e gli inizi di ottobre e viene allevato con la classica pergola trentina.

pergola trentina

4. L’habitat del Teroldego

Il Teroldego dà risultati eccellenti solo nella Piana Rotaliana: un fazzoletto di pianura circondato dalle Dolomiti. Qui si realizzano delle condizioni perfette: le pareti rocciose delle montagne proteggono le viti dai venti freddi provenienti da Nord, mentre accumulano calore che rilasciano sui vigneti. Le brezze che scendono dalla Val di Non, invece, asciugano le piante, mantenendo sana la vegetazione.

piana rotaliana

5. I terreni amati dal Teroldego

Ama i suoli ben drenati e ricchi di minerali: nella Piana il terreno è costituito dai sassi calcarei, granitici e porfirici portati a valle dal fiume Noce.

6. Il territorio del Teroldego

Della Piana Rotaliana Mario Soldati scrive: “Qui sono tutti i vigneti del Teròldego. Qui, negli antichi centri abitati di Mezzocorona e Mezzolombardo, sono ancora le vecchie cantine dove si fa questo vino sublime”. Vino che ha “un sapore caratteristico, riconoscibile tra mille”.

E Luigi Veronelli, sempre a proposito della Piana Rotaliana dice: “Mi pareva impossibile che una piana potesse dare i vini assaggiati. Così composti. Coi loro sentori di mandorla, viola e lampone mi avevano inondato e fatto prigione. Quarant’anni. E del Teroldego sono ancor oggi prigioniero”.

7. Una micro storia sulla genetica del Teroldego

I vitigni autoctoni coltivati in aree piccole, come è il caso del Teroldego, tendono ad avere bassa variabilità fenotipica (cioè genetica). Grazie alla sua produttività, poi, le selezioni fatte sul Teroldego soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso avevano provocato una “semplificazione” genetica della varietà. Tutto questo aveva ridotto il Teroldego a pochi cloni, i più produttivi. Ma da qualche decennio i vignaioli si sono sempre più orientati sulla qualità, con nuove selezioni e ricerche, oltre che grazie alla riscoperta delle vigne più vecchie.

8. Teroldego Rotaliano, DOC dal 1971

Perché il vino possa rivendicare la DOC, l’uva Teroldego – in purezza – deve essere coltivata in una parte specifica della Piana Rotaliana: a Mezzolombardo, Mezzocorona o a Grumo (frazione di San Michele all’Adige). Stiamo parlando di circa un centinaio di ettari.

9. Rosso o Rosato?

Vitigno piuttosto produttivo, il Teroldego vinificato in rosso regala un vino dal profumo intenso fruttato, speziato; in bocca è di corpo, caldo, asciutto, con una piacevole e leggera nota amarognola.

Della versione rosata, Mario Soldati lascia una descrizione memorabile: “Ed esiste un’altra qualità Teròldego. Non migliore, ma, a mio giudizio, ancora più raffinato. Intendiamoci: sono le stesse uve, sempre di puro vitigno Teròldego: è differente la lavorazione. Sono vinificate “in bianco”. Immediatamente appena pigiato, il mosto è separato dalle bucce, e per sempre. Ne viene fuori quel delizioso Teròldego Rosato, che è uno dei pochi autentici rosé che conosco: e comprendo nella mia memoria tutti i rosé francesi che ho assaggiato. Ha, in fondo lo stesso sapore del Teròldego Granato: ma più vellutato, più leggero, più “irresistibile”: soprattutto, con più profumo”.

10. Come abbinare il Teroldego

Da giovane si sposa molto bene con primi piatti a base di carne, mentre se invecchiato è perfetto con zuppe o secondi di carne come selvaggina o arrosti. Merita una menzione anche l’abbinamento con il risotto al Teroldego.

Piana Rotaliana
sommelier wine club

Tutti i concetti da conoscere per parlare come un sommelier

Nel mondo del vino esistono i termini tecnici della degustazione: ogni associazione ha i suoi e se li tiene stretti. E poi esiste un linguaggio lirico, che mescola quegli stessi concetti con il desiderio di parlare in modo più libero e creativo. Se va attribuita a Luigi Veronelli l’adozione un lessico enologico emotivo, colto e poetico, non è sempre facile cogliere tutte le sfumature delle descrizioni del vino offerte dagli addetti ai lavori. Abbiamo messo assieme alcuni concetti da conoscere, per parlare come un sommelier esperto.

Questo è un piccolo glossario di 20 + 1 concetti da conoscere per capire i sommelier: lo aggiorneremo se ci farete avere altre parole curiose. Perché ben vengano termini non tecnici, e ben venga se questi aiutano anche i non esperti a esprimersi sul vino. Cosa che non è per niente facile!

1. Abboccato

Si dice di un vino leggermente dolce. Se la sensazione di dolcezza è marcata viene detto amabile.

2. Austero

Descrive un vino rosso importante, ricco di corpo e di tannino. Tende ad avere una sfumatura negativa, nel senso dell’eccesso di corpo e di tannino. Sinonimo di severo.

3. Beva

È l’atto stesso del degustare; “di pronta beva” si dice di un vino pronto a bersi, cioè maturo, con una sfumatura di un vino non impegnativo. Beverino, appunto.

4. Bocca

Piuttosto immediato: indica l’analisi gustativa di un vino, cioè tutte le sensazioni che si hanno al palato degustando.

5. Chiuso

Un vino che non riesce a esprimere al meglio il suo potenziale, perché ha bisogno di essere ossigenato o perché ancora troppo giovane e quindi non pronto.

6. Complesso o ampio

Indica un vino che esprime tante tipologie di profumi, in buon equilibrio fra loro: sia profumi primari (quelli tipici del vitigno, intrinsechi dell’uva), sia secondari (cioè i profumi che il vino acquisisce durante la lavorazione e che arricchiscono il vino di note floreali, fruttati e vegetali), sia terziari, ossia quelli acquisiti con l’affinamento (note speziate, di vaniglia, tostate, animali, eteree…).

7. Coriaceo

Vino dai tannini concentrati. È una caratteristica positiva solo se non è correlata a un sapore troppo amaro.

8. Croccante

Si dice di un vino “goloso”, come fosse un frutto sodo, non troppo maturo. Un vino che comunica sensazioni di freschezza, di fruttato e floreale.

9. Fresco o vino di “bella acidità”

L’acidità è una componente essenziale nel vino e quindi dell’analisi gustativa: si riconosce perché fa salivare. Il vino che ha spiccata acidità è detto “fresco”. “Bella acidità” indica un livello ottimale, con l’acidità in buon equilibrio con la morbidezza. Un vino di bella acidità regala una sensazione fresca e piacevole. Se invece è eccessiva il vino sarà aspro, crudo, puntuto.

10. Fruttato

Ricordare il frutto è la condizione di base per il vino di qualità. La parola indica le sensazioni olfattive e gustative che richiamano alla mente quelle dei frutti, integri e maturi.

11. Ingresso

La prima sensazione che apre la degustazione, nella fase olfattiva o in quella gustativa.

12. Lungo

Si dice di un vino i cui sapori e aromi permangono a lungo dopo essere stato deglutito. Il termine più tecnico è persistente (il suo contrario è corto).

13. Naso

Intuitivo: l’insieme delle sensazioni che un vino regala all’olfatto, respirandolo.

14. Piacione

Termine amatissimo dai sommelier. Indica un vino molto rotondo ma acquisisce una sfumatura leggermente negativa, a dire che si tratta di un vino realizzato per farsi amare, un vino che ha avuto lavorazioni o affinamenti che l’hanno reso presto disponibile.

15. Pulito

Indica un vino innanzitutto senza difetti, quindi fine ed elegante, ma anche fruttato e fresco.

16. Rotondo

La forma geometrica è inequivocabile: indica un vino senza spigoli, cioè pieno, morbido, non troppo tannico e con acidità non eccessivamente spiccata.

17. Seduto

Si riferisce a un vino carente di acidità, troppo evoluto e fiacco: andava stappato prima. A tutta evidenza è un difetto irreversibile.

18. Sottile

Indica un vino poco corposo, delicato, povero di alcol. Se il vino è equilibrato e l’obiettivo non era quello di farne un vino di corpo si tratta di una caratteristica positiva, e diventa quindi sinonimo di fine.

19. Uvaggio

Sinonimo di blend. Si tratta dell’insieme delle uve di diverse varietà che concorrono alla produzione di un certo vino.

20. Verticale

Concetto non semplice. Indica un vino caratterizzato da purezza aromatica e precisione. Un vino che è quello che deve essere. Sono vini verticali quelli che non strizzano l’occhio al gusto internazionale, che ama invece sapori più pieni e rotondi.

21. Vinoso

Può sembrare esilarante dare del “vinoso” a un vino, ma tant’è. Il termine è uusato per esprimere due concetti: l’alta gradazione alcolica oppure, più spesso, un profumo che ricorda quello del mosto. In questo secondo caso, il riferimento è soprattutto ai rossi giovani.

tastevin

Cos’è il tastevin?

Il mondo dei sommelier è fatto di competenza estrema, passione dilagante, tanti assaggi e infiniti chilometri in auto, ma anche di tradizioni e storie di cui restano tracce nei gesti, più o meno ampollosi. E negli strumenti. Il tastevin è uno di questi: ma cos’è e a cosa serve?

A tutti sarà capitato di chiedersi cosa sia la collana che pende al collo dei sommelier nelle foto ufficiali… Anche molti sommelier della nostra squadra hanno scelto di mostrarsi con questo oggetto. Oggi rispondiamo alle domande sul tastevin, in 6 semplici punti.

1. Cosa significa tastevin?

Letteralmente: assaggia vino.

2. Qual è la sua storia?

In passato la degustazione tecnica del vino si svolgeva con il tastevin.

La sua origine si perde davvero nella notte dei tempi: gli scavi archeologici attestano l’uso di strumenti di questo tipo sin da oltre 3000 anni fa. Ne abbiamo un’antica rappresentazione: nella Casa dei Vettii, una delle più favolose e note di Pompei, vediamo degli amorini versarsi del vino in piccole coppe del tutto simili al tastevin moderno. Siamo nel I secolo dopo Cristo.

Pompei amorini con tastevin

3. Perché il tastevin ha questa forma?

La forma recupera quella dell’incavo della mano, cioè quel che si usa per abbeverarsi direttamente alla fonte.

4. Com’è fatto il tastevin?

In argento, o in metallo argentato, il tastevin moderno può avere due forme, bordolese o borgognone. Ha un piccolo manico ma la particolarità risiede all’interno, nella variazione della superficie fra sporgenze e incavi.

tastevin

5. Come si usa tastevin?

VERSARE: dopo averlo tolto dalla catena, si versa il vino nel tastevin fino al livello indicato dalla bolla centrale.

RESPIRARE: le piccole perle in rilievo permettono il rapido arieggiamento del vino, favorendo l’esame olfattivo.

OSSERVARE: le 8 grandi perle consentono di valutare i vini rossi, mentre le nervature (sempre incavate e di forma allungata) permettono l’osservazione dei bianchi.

GUSTARE: l’analisi gustativa non differisce da quella effettuata con il bicchiere.

6. Perché i sommelier in passato usavano il tastevin?

Perché l’analisi del vino è facilitata e resa veloce dal tastevin. Il gioco fra elementi concavi e convessi crea uno specchio che consente di illuminare il vino sotto ogni angolatura. L’esito è facilitato dal fatto che il vino si dispone su uno strato molto sottile. Chiaramente, il tastevin non consente di valutare il perlage degli spumanti.

Oggi il tastevin è sostituito dal classico bicchiere, ma resta un simbolo della professione del sommelier in tutto il mondo. È un piccolo pezzo di storia enologica di cui tenere traccia, mentre si guarda al futuro.

Lago di Cavedine Pisoni

10 cose da sapere sui vini del Trentino Alto Adige

Rossi croccanti, bianchi dalla rara finezza, bollicine indimenticabili, i vini del Trentino Alto Adige oggi sono davvero amati da esperti e appassionati. Giustamente. Sulle ragioni di tale successo ci siamo già interrogati, mentre qui abbiamo raccolto 10 curiosità che non si possono non sapere su una delle regioni enologiche italiane più sulla cresta dell’onda.

Semplice e breve decalogo di curiosità che vale davvero la pena di conoscere sulla viticoltura e sui vini del Trentino Alto Adige.

1. La viticoltura, nell’area dell’attuale Trentino Alto Adige, ha origine antichissima, già con gli Etruschi.

2. La regione è quasi interamente montuosa, a esclusione della Piana Rotaliana. La vite si coltiva nel fondovalle e nella parte inferiore dei versanti meglio esposti.

3. La regione esporta massicciamente i suoi vini sin dal Medioevo, soprattutto verso quelle che oggi sono Germania e Austria (nel Don Giovanni di Mozart si legge «versa vino, eccellente Marzemino!»).

4. La regione è la più ricca di istituti scientifici applicati al vino. Illustri sono l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (peraltro meta di una tappa di Soldati nel suo primo viaggio “alla ricerca dei vini genuini” confluito in Vino al vino) e il Centro di sperimentazione agraria e forestale di Laimburg.

5. La vera svolta della qualità avviene tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, con la scoperta della potenzialità di autoctoni quali ad esempio il Lagrein.

6. Le DOC della regione sono: Alto Adige, Lago di Caldaro, Casteller, Teroldego Rotaliano, Trentino, Trentino Superiore, Trento, Valdadige, Valdadige Terradeiforti, Delle Venezie. E i principali vitigni autoctoni: Lagrein, Teroldego, Schiava, Marzemino, Moscato giallo, Moscato rosa, Müller-Thurgau, Nosiola, Rebo e Traminer aromatico.

7. Trentino e Alto Adige sono considerati, dal punto di vista enologico, come due entità distinte. Nonostante nella regione ci siano solo due province, il territorio è molto variegato.

8. Il Trentino Alto Adige ha una tradizionale e importante vocazione per la produzione di vini rossi (che a gennaio proponiamo in selezione). Oggi la regione è giustamente nota anche per i suoi eccellenti bianchi, che beneficiano moltissimo del clima fresco.

9. Una menzione a parte la merita il mitico Metodo Classico Trento DOC, da anni al vertice della spumantistica italiana, capace di coniugare complessità e fragranza, eleganza e longevità. Una bollicina tutta giocata sulla finezza.

10. Chiudiamo con un vino raro della regione, il Trentino Vino Santo, un Passito fatto a partire dalle uve Nosiola, che richiede un lunghissimo appassimento naturale (circa 6 mesi), tra i più lunghi al mondo, e una successiva maturazione di tre anni. Un vino che punta dritto al futuro e sa invecchiare per decenni.

bellaveder vigneto san lorenz