come afferrare un calice di vino

Come si tiene un calice di vino?

Che tu sia un esperto con tante bottiglie nel curriculum o una persona che si sta affacciando a questo mondo straordinario, c’è una regola di cui tutti dovremmo conoscere le ragioni.

Il calice va afferrato dallo stelo, o dalla base, con tre dita. Solo così si può osservare il colore del vino e sentirne i profumi, evitando interferenze olfattive e senza riscaldarlo. Naturalmente, è anche una questione di bon ton, per l’eleganza di questo gesto.

Questi principi valgono anche per i bicchieri senza stelo, che andranno impugnati alla base, il più distante possibile dall’orlo.

Perché?

Il presupposto di base è che il liquido che sta dentro al bicchiere è prezioso e merita la nostra attenzione, per essere capito a fondo. C’è naturalmente una differenza tra bere e degustare, e in questa contrapposizione si condensa la distanza tra il vino come nutrimento del corpo e dello spirito, tra il vino nella società contadina dei nostri nonni e la degustazione contemporanea.

Quando nasce il calice?

I primi bicchieri a forma di imbuto, provvisi di un piccolo stelo, compaiono già nel Medioevo ma è nel corso dell’Ottocento che, con la diffusione del cristallo, si sviluppa il calice che conosciamo oggi.

Regola assoluta?

Per i non esperti, viva la schiettezza di chi ama impugnarlo per la coppa e non bada ad accorgimenti copiati se ne ignora il senso.

E sempre in tema di rifiuto di qualunque forma di omologazione, una lezione viene da Gravner, grande vignaiolo friulano, che ha ideato un bicchiere a coppa con due rientranze per assicurarne la presa e dare la sensazione di tenere il vino raccolto dentro la mano:

L’idea di creare un bicchiere a forma di coppa, mi è venuta per la prima volta nel 2000 quando andai nel Caucaso. Durante quel viaggio, organizzato per vedere le anfore che stavano realizzando per la mia cantina, visitai un monastero sulle colline di Tbilisi. In quella occasione i monaci, oltre a darmi il benvenuto con dei canti religiosi, mi servirono il loro Vino nelle coppe di terracotta. Quel gesto mi rimase impresso, bere del Vino in una coppa senza stelo è molto diverso che da un bicchiere, non vorrei essere frainteso, ma il gesto che la coppa ti impone verso il Vino è più intimo più rispettoso…più umile.

Joško

anfore per il vino

Chi ha inventato il vino?

Per la Bibbia lo scopritore è Noè, che dopo il Diluvio pianta la prima vigna e scopre così i poteri del vino. Per i Greci invece è Dioniso che, sperimentati i miracolosi benefici della bevanda divina, la diffonde generosamente.

La nascita del vino si deve probabilmente al caso (anche se i più appassionati non lo credono affatto), scoperta grazie alla fermentazione naturale dell’uva dimenticata in contenitori.

Di dove sia originaria la vitis vinifera da cui si trae il vino lo sappiamo dalle scoperte archeologiche: dall’India, nel terzo millennio avanti Cristo si diffonde nei paesi limitrofi dell’Asia e lungo il bacino del Mediterraneo.

La prima cantina

Ma la vera rivoluzione per il vino avviene in Armenia, l’antica Mesopotamia, grazie a comunità che abbandonano il nomadismo per dedicarsi all’agricoltura, e anche alla coltivazione della vite.

Abbiamo quindi la prima testimonianza della produzione di vino su larga scala, nel 4.100 a.C. Si tratta di una vera e propria cantina: una grotta con pressa per l’uva, recipienti per la fermentazione e la conservazione. Sono state trovate anche coppe, resti di raspi, semi e bucce, giare…

I primi vini

Nel 2500 a.C. in Egitto troviamo già le prime testimonianze di diverse tipologie di vino (in alcuni geroglifici) e nel corredo funebre di Tutankamon ci sono anfore per il vino, con indicazione di provenienza, annata e produttore.

Il primo sommelier

Il vaso di Inandik (1650-1550 a.C, Museo delle civiltà anatoliche, Ankara), esempio supremo della cultura del vino dell’antica Anatolia, mostra per la prima volta alcune persone addette alla preparazione del vino.

La grande storia del vino era oramai scritta.

vigneti

Cosa fa il mondo del vino per contrastare il cambiamento climatico?

Che il mondo del vino risente oggi e risentirà sempre più dei cambiamenti climatici è cosa nota al di là di qualunque negazionismo e questo cambierà gli assetti enologici a cui siamo abituati.

Ma cosa si fa, negli ambienti enologici, per contrastare il cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico è il tema della contemporaneità: se le guerre sono provocate sempre più dai mutamenti del clima, i dissesti idrogeologici sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere ma serve una ragazzina di 16 anni per scuotere le coscienze dei potenti, se l’abuso della plastica impressiona l’opinione pubblica – e raccoglie anche le prime nette azioni di contrasto – ci siamo chiesti quale sia il ruolo del mondo del vino.

L’agricoltura sostenibile

Per Salvatore Agusta:

l’obiettivo dell’agricoltura sostenibile è soddisfare le esigenze alimentari e tessili della società nel presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. I professionisti dell’agricoltura sostenibile cercano di integrare tre obiettivi principali nel loro lavoro: un ambiente sano, redditività economica ed equità sociale ed economica.

La sostenibilità non implica solo aspetti ecologici ma comporta anche un’analisi di natura economica, strumentale ed etica.

Il concetto del tempo è quanto mai centrale e tramandare la viticoltura di generazione in generazione è da considerare una prima forma di sostenibilità, perché significa preoccuparsi di chi coltiverà i vigneti di domani, e di chi saprà farlo in armonia con le logiche di ieri.

Cosa possono fare le cantine?

La viticoltura sostenibile è una dichiarazione d’amore all’ambiente e a chi ci vive e sono molteplici le soluzioni che le cantine sostenibili adottano: dall’uso di vetro riciclato e meno spesso per le bottiglie all’utilizzo di energie rinnovabili e materiali ecosostenibili, a pratiche ambientali non aggressive e poco dispendiose (autoregolazione colturale, concimi organici, sovescio, viticoltura di precisione, il controllo dei parassiti, la rotazione delle colture, riduzione drastica di diserbanti, pesticidi e fitofarmaci ma anche riuso degli scarti di potatura…), dall’uso di energia rinnovabile all’efficientemento energetico, che si può concretizzare in pratiche architettoniche che non fanno sprecare energie e sono al tempo stesso di grande fascino estetico e tecnologico.

Contrastare gli sprechi di risorse, idriche ma non solo, è oggi un obbligo morale. Pur importante, il consumo di acqua connesso all’irrigazione non è il dato davvero prevalente – considerato il limitato fabbisogno idrico della vite – più rilevante è la qualità delle acque reimmesse in circolo dopo le pratiche di cantina.

Indicatori di sostenibilità

Sono tante le associazioni che si occupano di certificazioni di sostenibilità ambientale.

In Italia nel 2011 è stato avviato il progetto Viva Sustainable Wine e molte cantine hanno conquistato l’etichetta Viva. Si tratta di uno strumento di trasparenza che informa il consumatore che quel vino è stato prodotto nel rispetto delle logiche della sostenibilità.

Quattro sono gli indicatori analizzati per valutare le performance di sostenibilità e per comunicarla:

  • Aria – ossia quanta CO2 il vino ha prodotto.
  • Acqua – cioè quanta acqua è servita per produrre un vino.
  • Vigneto – indicatore che misura la qualità delle pratiche agronomiche nella gestione delle viti.
  • Territorio – indicatore che misura l’impegno dell’azienda per la tutela della biodiversità e del paesaggio, ma anche della società tutta.

Come si usano gli scarti di produzione del vino?

L’economia circolare, la riduzione e la gestione dei rifiuti e degli scarti sono tra le sfide più grandi che la nostra generazione deve affrontare (soltanto il 9% dei 92 miliardi di tonnellate di materie prime consumate viene oggi recuperato e rimesso nel sistema). Se in questo ambito c’è ancora tanto lavoro da fare è proprio qui che va scatenata la creatività. Del resto, per un imprenditore il presente vale in funzione della sua proiezione nel futuro, perché i benefici e il benessere derivati dal proprio lavoro siano di lunga durata e non a scapito delle generazioni future.

Nel mondo, ogni anno sono prodotti circa 26 miliardi di litri di vino. Da questo processo si ricavano quasi 7 milioni di tonnellate di vinaccia da trasformare e nelle bucce di scarto dell’uva sono ancora presenti tanti polifenoli, che hanno proprietà antiossidanti, da cui aziende specializzate traggono creme e prodotti di bellezza, ma anche scatole ecologiche ed etichette per i vini, tessuti, biocarburante, integratori, coloranti, olio e materiali da utilizzare nella bioedilizia.

E poi esistono anche altre tipologie di aziende che fanno ricerca e danno nuova vita ai materiali di scarto della produzione: dagli imballaggi alle bottiglie in vetro (materiale riciclabile al 100%), dalle cassette in legno al sughero…

Qualche dato sulla viticoltura in italia

La viticoltura bio tra 2004 e 2015 ha registrato una crescita positiva del 295% in Europa e del 280% nel mondo.

l’Italia è il Paese europeo con la maggiore estensione di terreni coltivati con metodi biologici, sebbene produrre bio sia più costoso rispetto ai metodi tradizionali. 105mila ettari sono i terreni vitati a conduzione biologica in Italia (inclusiva dei vigneti in conversione) e la Sicilia è la regione con il maggior vigneto bio.

Il 38% delle aziende italiane adotta tecniche di lotta integrata mentre il 32% produce vini biologici. In termini economici, è positivo lo sviluppo delle aziende più sostenibili, che crescono a una velocità quasi doppia rispetto a quelle non sostenibili.

E il consumatore?

In Italia i consumatori sono sempre più “eco-responsabili” e disposti pagare per brand sostenibili (il 52% è disposto a spendere di più per i prodotti green, dato superiore alla media europea).

Il wine-lover, in particolare, ha il potere di scegliere vini che abbiano in etichetta claim di sostenibilità, purché questi siano credibili.

donne del vino

Identikit delle donne del vino

Quando l’abbiamo incontrata, Matilde Poggi – titolare della cantina Le Fraghe – ci ha raccontato che negli anni Ottanta lei era tra le poche donne in prima fila nel mondo del vino. Oggi non è più così.

Nel settore enologico italiano le donne rappresentano oltre un terzo del totale: 115 mila sono le titolari di cantine, e questo dato è ancora più significativo considerato che si tratta di un cambiamento repentino. In pochissimi anni le donne sono passate da ruoli poco riconosciuti o marginali a essere protagoniste indiscusse nel mondo del vino.

Le donne hanno assunto sempre più posizioni dirigenziali nel settore agricolo negli ultimi 20 anni, il che ha aiutato il settore a superare la crisi. E non solo per le risorse investite ma soprattutto per l’apporto di idee nuove, fresche e innovative. La cura crescente per i dettagli nel mondo del vino è firmato in rosa, ed è caratteristica delle aziende a direzione femminile anche la predilezione per il mondo delle relazioni e per la comunicazione.

Ma chi sono, oggi, le donne del vino?

IDENTIKIT DELLA PRODUTTRICE

Ha una scolarizzazione molto alta (ben più della metà sono laureate), è orientata alla sperimentazione e ha il pallino della qualità.

LA SOMMELIER DONNA

Ha un’ottima scolarizzazione, grinta da vendere, sospetta di guadagnare meno dei colleghi maschi, fatica a conciliare lavoro e vita privata.

LE CONSUMATRICI

Sono sempre di più, acquistano molto (soprattutto tra i millennials), influenzando così i trend del mercato. Prediligono i vini dal valore etico, non comprano l’etichetta ma guardano al vino come strumento facilitatore dei rapporti interpersonali.

Tutto questo non significa che non ci sia ancora tanta strada da fare, perché la parità sia reale e senza appiattimenti. Buoni segnali arrivano dall’Italia in questo senso: a differenza di altre parti del mondo (come l’Australia) le donne che lavorano nel mondo del vino tendono a prendere a modello altre donne invece che emulare lo stile dei colleghi maschi.

E questo ci piace.

Chianti Classico Collection 2019

Chianti Classico Collection 2019

Chiude tra gli applausi la Chianti Classico Collection 2019 (11-12 febbraio).

Straordinaria affluenza per l’edizione numero 26 di un evento che sta diventando molto popolare e che quest’anno, per la prima volta, ha aperto le porte anche ai non addetti ai lavori.

Quasi 200 produttori si sono riuniti alla Stazione Leopolda di Firenze e hanno portato le loro ultime annate: circa 800, le etichette in degustazione.

Il Chianti Classico punta oggi sempre più sui singoli terroir e secondo il sommelier Andrea Gori è proprio grazie a questo investimento lungimirante sulla specificità che oggi “non esiste vino italiano che sui 30 milioni di bottiglie riesca a sfoggiare una qualità media così alta”.

Se l’elemento caratteristico del paesaggio chiantigiano sono i filari di viti alternati agli oliveti, la morfologia e la geologia del territorio sono straordinariamente ricchi variabili: nel giro di poche centinaia di metri ci sono suoli differenti, che producono vini con ventagli gusto-olfattivi diversi. Il Chianti Classico ha tante espressioni, tanti terroir e tanti protagonisti, tutti elementi che nella loro sincerità ed eleganza predispongono ad un’analisi sensoriale di grandissimo valore.

Esistono tre tipologie di Chianti Classico: Annata, Riserva e Gran selezione, quest’ultima introdotta nel 2013 per alzare ancora di più l’asticella della qualità.

Per tutte queste ragioni, la degustazione di Chianti Classico è divertente e mai uguale a se stessa.

IN BREVE

Da che uve è prodotto il Chianti Classico?

Questo vino è fatto con sangiovese (per almeno l’80%), eventualmente mescolato con altre uve a bacca rossa, autoctone (come canaiolo nero e colorino) o internazionali (merlot e cabernet sauvignon).

Quali sono le regole del Chianti Classico?

Deve essere invecchiato per almeno 11 mesi e avere una gradazione alcolica di almeno 12° (superiori sono i requisiti per il Riserva).

Il disciplinare regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne, con limitazioni sulla quantità di uva prodotta per ettaro di terra, ma anche per pianta. E i vigneti devono stare su terreni a un’altitudine non superiore a 700 metri sul livello del mare.

Chianti o Chianti Classico?

Sono due DOCG diverse e hanno disciplinare, zona di produzione e Consorzio differenti.

Il Chianti Classico si produce nei 70.000 ettari compresi tra le città di Firenze e Siena; si tratta di un’area vitivinicola straordinaria, individuata per la produzione del Chianti già a inizio Settecento dal Granduca di Toscana. Il suffisso “Classico” è stato aggiunto nel 1932 per distinguere quel vino dal Chianti prodotto al di fuori della zona d’origine.

Come distinguere il Chianti Classico?

Per il Gallo Nero, che è il suo simbolo; e poi assaggiandolo.

Abbinamenti

Si tratta di un vino versatile, che si sposa benissimo ai piatti della tradizione toscana ma che può stupire anche in abbinamento a molte cucine internazionali.

Consigli utili

Per degustarlo al meglio, la bottiglia deve essere aperta qualche ora prima dell’uso per consentire al vino di ossigenarsi e quindi di sprigionare i suoi molteplici profumi.

La temperatura ideale di servizio è di 16-18 gradi, in base alla stagione.

Dà il meglio di sé nel calice a tulipano.

Dove acquistarlo?

Su Sommelier Wine Box, ma solo a febbraio!

viti trentine

Le chiavi del successo dei vini trentini

Perché i vini trentini vivono da anni un crescente successo?

Il Trentino è un territorio di straordinaria vocazione viticola. Presenta condizioni varie, adatte a vitigni diversi, nonostante si tratti di un’area piuttosto piccola e prevalentemente di montagna.

Dal Metodo Classico ai bianchi di montagna, dai rossi strutturati ai vini dolci, i vini trentini si caratterizzano per la grande eleganza, per i profumi freschissimi e perché si fanno bere con estrema piacevolezza.

Vent’anni fa non era così ma oggi il Trentino è famoso soprattutto per i bianchi (il 70% dell’uva vendemmiata è a bacca chiara), per quanto vari siano anche i vitigni rossi, tra cui lagrein, teroldego, marzemino e pinot nero.

Tutti traggono il proprio valore da una grande diversità territoriale, orchestrata magistralmente dall’uomo.

Abbiamo provato a riassumere alcune delle ragioni della crescente popolarità dei vini trentini:

1- QUALITÀ

Questa sembra essere la chiave primaria, perseguita in passato e da perseguire sempre con determinazione, sacrificando sulla quantità.

2- SCELTA DEI VITIGNI PIÙ ADATTI

La viticoltura trentina si giova di una scelta oculata dei vitigni più adatti alle varie zone in base al clima, ai terreni, ad esposizioni e altitudini. I viticoltori trentini hanno selezionato l’uva più giusta per i vari terroir realizzando un rapporto ottimale con l’ambiente pedoclimatico: siamo di fronte a un mosaico di microclimi che permette di coltivare ogni vitigno nell’area più adatta.

3- PREFERENZA PER LE VARIETÀ PREGIATE DELLA TRADIZIONE

Questo aspetto porta con sé la necessità di selezionare, in controtendenza rispetto all’indiscriminata diffusione di troppe varietà viticole.

4- PROMOZIONE

Del vino ma anche delle tradizioni gastronomiche e del turismo, per accrescere il valore di tutta l’offerta territoriale. In Trentino si assiste a un virtuoso e reciproco rapporto di valorizzazione fra enogastronomia e turismo con lo scopo di preservare la tradizione, quella rurale come quella storico artistica.

5- AMBIENTE IDEALE PER LE BOLLICINE

I terreni vitati del Trentino -generalmente calcarei- si trovano per lo più in altitudine, con esposizioni molto differenti tra loro. Queste caratteristiche ricordano alcune delle situazioni più felici della Champagne.

Il TrentoDOC -lo spumante trentino a base di chardonnay- è una bollicina dal portato stilistico preciso: grande finezza e fragranza, marcate note fruttate, acidità equilibrata, eleganza.

In questo mese di gennaio, nella Box Esperto, proponiamo un TrentoDOC molto particolare, selezionato dal trentino Roberto Anesi (migliore sommelier AIS 2017) e prodotto in una piccola e promettente cantina della Valsugana.

Imperdibile.

bicchieri rosé

Il 2018 del vino italiano

Fine anno è tempo di bilanci, di riflessione sul passato, di sguardo al futuro.

Questo è un resoconto del 2018 enoico deliberatamente parziale, fatto da un punto di osservazione privilegiato ma soggettivo, da parte di una giovane startup che corre per diventare grande.

Le occasioni del vino

I dati sulle occasioni del vino evidenziano un panorama discontinuo, in Italia. Nel nostro paese c’è una abitudine al consumo di vino ma il nettare di Bacco si beve in occasioni diverse, con modalità e frequenze differenti tra le varie fasce di popolazione.
Gli over 35 tendono a bere vino durante i pasti, mentre per i millennials l’uso è meno tradizionale, concentrato sul fine settimana e molto legato alla compagnia degli amici.
Due dati trasversali: gli uomini tendono ad accumulare più scorte ed emerge in tutte le categorie l’importanza della comunicazione del prodotto.

Trend del vino: 2018

Nel 2018 il maggiore interesse (online) per il “vino” si è verificato nel mese di dicembre. Il tema del “vino italiano”, invece, ha un picco alla metà di aprile, chissà se è un dato da collegare al Vinitaly…
Alcuni dei trend più significativi del 2018 sono stati i vini naturali e la ricerca della qualità vs la quantità. E poi bollicine, bollicine, bollicine

Trend del vino: 2019

Il 2019 vedrà i millennials rafforzare la propria posizione di maggiori consumatori di vino al mondo.
Queste, a oggi, le tendenze ipotizzate: importanza dell’etichetta (grande leva di acquisto) e diffusione del vino in lattina (si diceva anche a fine 2017). La crescita dell’importanza del packaging era uno dei punti cruciali del vino nel 2018 e sarà così anche per l’anno prossimo.
Se la crescita dei vini internazionali pare essere un trend generale del mondo del vino, l’Italia si conferma invece leader di autoctonia e biodiversità, punti forti su cui spingere per distinguersi.

Il vino italiano in UK

Nel 2018 il Prosecco è stato ancora in grande spolvero nel mercato inglese, assieme ai vini toscani e a quelli piemontesi.
Resta l’incognita Brexit, ma per il 2019 i trend del mercato inglese che interessano il vino italiano vedranno crescere l’attenzione per i vitigni autoctoni (soprattutto bianchi), fortemente legati al territorio, e per quelli vegani, ma anche l’abbinamento vino-cibo e la diversificazione dei formati per le diverse occasioni di consumo.

In cucina

Libero sfogo alla fantasia, negli abbinamenti vino-cibo del 2018! E quindi ecco la prima guida all’abbinamento tra vini italiani e cucina giapponese (di Shigeru Hayashi) e la crescente ricoperta degli abbinamenti di una volta, tra cibi e vini del territorio. In mezzo, c’è un mondo enogastronomico creativo, dove convivono tendenze che danno risalto ai prodotti locali, alla salubrità, ai piatti “senza”, alla cucina degli avanzi insieme alle formule di ristorazione fast and casual, lo street food che non passa di moda, alla cucina mediorientale. Tutto rigorosamente da instagrammare.

Regali di vino

Nel mese di dicembre si è registrato un potente incremento nell’acquisto di vino da parte delle aziende, che, su tutti gli altri regali, prediligono di gran lunga quelli enoici per soci e dipendenti. Del resto, a Natale quasi un italiano su quattro, nel 2018, sceglie l’enogastronomia per fare i propri regali.

Vino e social media

Un matrimonio difficile, quello tra vino e social media, perché deve coniugare il prodotto esperienziale per antonomasia, che da sempre vive di occasioni vissute, di tempi lenti, di introspezione, di storie… insieme a esigenze di marketing contemporaneo che punta tutto sulla rapidità, sull’acquisto immediato, su forti leve emotive.
Una chiave potrebbe essere lo storytelling, ma di valore.

DIGITALmeet18

DIGITALmeet 2018: nuove avventure all’orizzonte

Ieri si è concluso il DIGITALMeet 2018 (#DM18), il Festival sulla digitalizzazione che con oltre 150 incontri in 16 regioni ha interessato tutta l’Italia, da nord a sud.

Titolo: alfabetizzazione digitale per cittadini e imprese.

Sottotitoli: rilancio dell’economia, diversi scenari dell’innovazione digitale, apporto delle piccole e medie imprese al processo; robotica, digital marketing, big data, blockchain, e-commerce. Ma si è parlato anche di sport, di cyberbullismo, di fake news, di scuola, delle sfide dei musei di oggi, dei nuovi rapporti tra genitori e figli nell’era digitale.

Anche noi vi abbiamo preso parte, mercoledì 17 ottobre, partecipando all’evento dedicato al ruolo delle startup al processo di innovazione del paese, nella cornice del bellissimo palazzo Giacomelli di Treviso. La “call for ideas” riuniva alcune startup selezionate da Digital Magics nel territorio, e dava a ciascuna la possibilità di presentare la propria attività.

Il quadro della serata è stato impostato da Gianni Potti (fondatore di DIGITALmeet e Presidente della Fondazione Comunica), che ha raccontato le ragioni del Festival. Marco Gay ha parlato dell’attività di incubazione di Digital Magics di cui è amministratore delegato, Gabriele Ronchini (fondatore e amministratore delegato Digital Magics) di innovazione digitale e richiesta del mercato, Roberto Santolamazza (direttore generale t2i) di soft skills come leve di crescita e Francesco Savino (amministratore delegato di Julia) di esternalizzazione.

Il cuore dell’evento è stato la trasformazione digitale del paese e ogni startup ha raccontato qual è il proprio contributo: il proprio lavoro e le sfide quotidiane, tra numeri, difficoltà e sogni. Ha avuto il merito di riunire assieme persone diverse: si è parlato, tra l’altro, di software al servizio della produttività e della sicurezza, di facilitazione della vita – a vari livelli – delle aziende e delle persone, di intelligenza semantica.

Luca Menato_DIGITALmeet18

Nel nostro pitch abbiamo raccontato cosa facciamo e perché, quali sono i nostri progetti, le aspirazioni, i sogni e le proiezioni future di Sommelier Wine Box.

È stato un incontro importante (una delle nostre prime uscite pubbliche!) e una grande occasione di confronto, sia con tutti quelli che come noi ogni giorno portano avanti un sogno, sia con chi, per competenze e capacità, si assumono il grande compito di selezionare e consigliare chi svolge attività potenzialmente ad elevato sviluppo.

 

Sommelier Wine Box call for ideas

Inutile dire che ci fa un immenso piacere, poi, essere risultati i vincitori: è stata una fonte di entusiasmo nuovo, e non perché questo sia un traguardo raggiunto, quanto perché crediamo che la consulenza che ne deriva possa dare nuova linfa all’energia che ogni giorno dedichiamo a questo progetto. Sarà un modo per allargare i nostri orizzonti e per imparare da chi ha più esperienza ed esperienze diverse dalle nostre, per alzare l’asticella della qualità.

E poi, quale momento poteva essere migliore per beneficiare della competenza di Digital Magics, ora che vogliamo fare un test del mercato inglese?

Sommelier Wine Box DIGITALmeet18

vino rosso

Il fascino del rosso

Amo le bevande di un colore rosso vivo. Hanno un sapore due volte più buono di qualsiasi altro colore.

Lucy Maud Montgomer

Rosso, magenta, scarlatto, vermiglio, corallo, cremisi, porpora, amaranto, bordeaux. Tante sfumature che parlano tutte di creatività dirompente, emozioni forti, energia vitale. È il colore della vita, del cuore, delle ciliegie, del vino.

Eppure, il rosso è uno dei colori che indossiamo meno, perché è impegnativo, richiama attenzione, risveglia i sensi, riporta all’improvviso la mente al presente. Ci vuole coraggio, a indossare il rosso, e personalità.

Se il colore rosso rende loquaci, passionali e felici il vino rosso eleva tutto questo alla potenza.

Del resto, nell’immagine collettiva il vino è rosso per antonomasia e rossi italiani sono tra i più amati al mondo.

Se è stato caricato nel tempo di moltissime proprietà (non ultima quella di combattere l’invecchiamento o le malattie cardiovascolari) c’è chi si spinge a collegare la preferenza del vino rosso ad aspetti psicologici, legati alla personalità più profonda di ciascuno. Chi ama il rosso, quindi, sarebbe portato all’introspezione – pur sempre razionale – all’autoanalisi, alla meditazione. E ci si può anche sbizzarrire all’interno della tipologia: chi predilige i rossi più multiformi, come possono essere Barbera o Barolo, avrebbe, ad esempio, una naturale predisposizione per la complessità…

Per tutti gli amanti del vino rosso, nel mese di ottobre ne proponiamo sei, selezionati da Lorena Lancia (migliore sommelier FISAR 2016) tra piccole e speciali cantine della Sicilia, della Toscana e del Trentino Alto Adige. Sono vini diversi fra loro ma tutti pensati per essere condivisi a tavola, per riscandare le serate, per dare il benvenuto all’autunno, per meditare sulla natura che cambia colore…

Vini rossi

 

Milano Wine Week

Milano Wine Week – una Fashion Week per winelovers?

I riflettori del mondo vinicolo si preparano a puntare su Milano, che dal 7 al 14 ottobre ospita la sua prima Wine Week, benedetta dal brindisi inaugurale di sabato 6 ottobre, a suon di Trentodoc, in piazza Tre Torri (City Life).

Sarà una Fashion Week per winelovers? Lo vedremo, l’ambizione è certamente quella!

La settimana del vino avrà il suo cuore pulsante a Palazzo Bovara – a Porta Venezia – dove si alterneranno eventi, degustazioni, masterclass, workshop, convegni, proiezioni, verticali e presentazioni.

Ma la Milano Wine Week sarà un collettore di vari eventi enologici: tra Bottiglie Aperte (7-8 ottobre) – quest’anno per la prima volta in via Tortona – e la presentazione della guida di Doctor Wine di domenica 14 ce ne sarà per tutti i gusti: colazione con Franciacorta, verticale di Sassicaia, business forum e naturalmente tanti eventi e degustazioni per tutti i palati.

E poi ci sarà la partecipazione della città, perché il successo della manifestazione si valuterà anche dagli eventi legati al mondo del vino organizzati nelle più diverse sedi: nei locali di somministrazione e nelle gallerie d’arte, nelle librerie e nei punti vendita più diversi. Il palinsesto è continuamente aggiornato nel sito e tutte le attività si seguono nella sezione intitolata “Day by Day”.

“Uno dei ruoli chiave nello svolgimento della Wine Week – spiega Federico Gordini, imprenditore milanese, ideatore della MWW – sarà quello dei locali di somministrazione e dei retail milanesi gravitanti nell’orbita del vino, che rappresentano la vera offerta vinicola della città.”

È proprio su questa capacità di uscire per le strade e coinvolgere la città a tanti livelli che secondo noi si giocherà la partita della Milano Wine Week: darà la temperatura dell’abilità del mondo enologico di essere inclusivo e di saper parlare a tutti, dagli esperti del settore agli amanti (non meno appassionati!) di questo magico mondo.