vigne lago di Garda

I vini lombardi, in 12 punti

La Lombardia è una delle nostre grandi regioni vinicole ma non è la prima che viene in mente quando si pensa alla viticoltura italiana, forse per la sua anima industriale così viva.
Ma quali sono le caratteristiche e le curiosità che definiscono la viticoltura lombarda?

1. L’origine della viticoltura lombarda è antichissima: nel lago di Garda ci sono resti di vitis vinifera dell’età del ferro.

2. Parola d’ordine, varietà: 5 le DOCG (Franciacorta DOCG, Valtellina Superiore DOCG, Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG, Moscato di Scanzo DOCG, Sfursat di Valtellina DOCG), 22 le DOC.

3. E la Valtellina è l’unica regione viticola italiana a vantare due Denominazioni di Origine Controllata e Garantita nella stessa area di produzione.

4. La coltura della vite un tempo era diffusissima nella regione, oggi lo è molto meno e si mantiene solo nelle aree più vocate. Dagli anni ’50 a oggi, si è verificata una contrazione delle superfici vitate e la Lombardia ha intrapreso la strada della qualità sacrificando la quantità (l’eccessiva diffusione della viticoltura raggiunta fino a tutto l’Ottocento aveva interessato anche aree non adatte a fornire vini di eccellenza).

5. Le Società Agrarie e altre organizzazioni simili sono state importanti per promuovere, nella regione, attività di ricerca e tecnologie più innovative, oltre a una più attenta commercializzazione dei prodotti.

6. In Lombardia i vitigni autoctoni sono coltivati assieme a uve di altra origine che qui trovano le condizioni perfette per crescere.

7. Il valore della produzione di vino per ettaro, in Lombardia, è più alto del dato nazionale, e questo indica un’ottima capacità dei vini lombardi di trovare valorizzazione sul mercato.

8. Le tre aree più importanti per il vino lombardo: la Franciacorta, l’Oltrepò Pavese – l’area più estesa – la viticoltura eroica della Valtellina.

9. Le altre aree del vino lombardo sono a sud delle Prealpi, nelle province di Bergamo Brescia e Mantova, nei pressi dei laghi di Garda e d’Iseo. E poi c’è San Colombano, l’unica DOC milanese, una piccola area vitivinicola, con propaggini nelle provincie di Milano, Lodi e Pavia.

10. Il Lambrusco Mantovano DOC è la più vasta tra le zone viticole lombarde situata tra il Garda, il Mincio e il Po.

11. Franciacorta è un termine che definisce territorio, metodo di produzione e vino. In Europa, 10 denominazioni godono di questo privilegio e solo tre prevedono la rifermentazione in bottiglia: Cava, Champagne e Franciacorta, appunto.

12. E per finire, la Lombardia è la regione che più di tutte ha saputo conservare viva la tradizione delle feste dell’uva.

E se vuoi scoprire una selezione di 6 grandi vini lombardi, scopri la selezione del mese di dicembre!

Regalare vino a Natale

10 motivi per regalare vino a Natale
Guida semiseria ai regali 2019

Natale è la festa delle feste, legata a pranzi sontuosi e sonore partite di carte. E ai regali.
Ecco perché regalare del vino è una grande idea.

  1. È un dono classico, che se scelto con cura può essere innovativo e del quale andare fieri. Chic ma non snob
  2. Materiale e spirituale insieme
  3. Ricercato e costoso ma anche alla portata di tutte le tasche. In base alle preferenze, al momento storico e all’umore.
  4. Se è una bollicina è anche ben augurale per l’anno nuovo (il classico ‘botto’ scaccia gli spiriti maligni…)
  5. Rende felici due volte: quando si riceve e quando si stappa
  6. Va bene per gli appassionati ma a cercarla bene c’è sempre un’etichetta per stupire anche gli intenditori più incalliti
  7. È un regalo da condividere, moltiplicando la felicità di averlo ricevuto
  8. Ti consente di raccontare tante storie, soprattutto se la bottiglia è una delle nostre 😉
  9. Non sarà mai in dono lasciato in un angolo: se non hai indovinato i gusti verrà regalato ad altri. Con disinvoltura e soddisfazione
  10. E poi non serve incartarlo

E se sei a corto di idee, ci sono servizi come Sommelier Wine Box che hanno già pensato al regalo perfetto per Natale!

Vini e acqua

Sai che l’acqua influenza il vino?

Ci siamo chiesti come l’acqua – del fiume, del lago, del mare – influenzi la coltivazione della vite. Perché sì: l’acqua influisce sul vino più di quanto si possa pensare.

FIUME

Iniziamo dai fiumi, perché sono davvero elementi che scolpiscono le mappe enologiche dei territori. Basti pensare alla Loira o al Rodano e ai loro mitici paesaggio del vino. Oppure, in Italia, ai sedimenti trasportati dal Tevere che hanno contribuito a determinare la DOCG Torgiano.

LAGO

Il clima mite influenzato dal lago crea le condizioni migliori per la crescita della vite, mantenendo la temperatura più a lungo. Questo accade sia nelle regioni calde, dove il lago mantiene più fresco rispetto all’area circostante, sia nelle zone più fredde, dove l’azione del lago è invece quella di conservare il calore.

Se i laghi sono vulcanici, poi, i vini di quel territorio acquistano caratteristiche peculiari, dovute alle specificità del suolo. Ecco quindi profumi complessi, sapori sapidi e minerali, bella acidità

Così, quelli di origine glaciale, circondati dalle colline formate da detriti trascinati a valle, generalmente hanno un suolo ricchissimo, perfetto per la coltivazione della vite.

MARE

Anche il mare mitiga il clima, attenuando gli sbalzi termici.

La sua brezza, poi, accarezzando le vigne, toglie l’umidità proteggendo dalle infezioni fungine e consentendo all’uva di restare più sana.

I profumi del mare e la salsedine regalano ai vini un carattere salino e delle note minerali che ne esaltano la personalità. Nei casi di vigne vicinissime al mare, l’acqua è letteralmente nebulizzata sulle vigne dal vento, marcando così il bouquet aromatico dell’uva. Si pensi allo zibibbo, quando è coltivato vicino al mare, e a come la tipica aromaticità venga compensata dalle profonde note iodate.

Ma nella sua forza e immensità, l’influsso del mare sul vino si può spingere ben oltre il territorio di riferimento, influenzando anche zone lontane dalla costa.

C’è anche chi ha tentato la spumantizzazione nel fondo marino, al largo delle coste di Portofino. Del resto entrambi, il mare e il vino, sono fonte di ispirazione infinita per i sognatori.

brindisi di vino

Il vino fa bene?
Proprietà del vino in 5 punti e altri consigli

Il vino è un prodotto straordinario, che racchiude in sé scienza e arte.

Storicamente, è stata la più importante sostanza medicale del mondo antico, dagli Egizi in avanti. La medicina, più o meno “ufficiale”, nel corso dei secoli ha sempre considerato il succo della vite come una sostanza in grado di intervenire efficacemente nel discorso salute-malattia.

Oggi, si può dire che il vino fa bene?

1. Specialmente nel vino rosso, sono presenti vari composti con proprietà antiossidanti, responsabili di prevenire l’invecchiamento, ma anche di abbassare il colesterolo cattivo e prevenire alcune malattie (l’Alzheimer pare essere tra quelle). Un uso regolare e moderato di vino rosso aiuta a proteggere arterie e coronarie.

2. Altri elementi importanti che influenzano la salubrità del vino dipendono da quanto sono sane le uve di partenza e il momento nel quale sono raccolte (le proprietà sono superiori se mature).

3. Senza dubbio, degustare il vino migliora l’umore.

4. Ma non è tutto: un consumo contenuto di vino migliorerebbe la vita sessuale, aumenterebbe le prestazioni cognitive, riducendo anche l’incidenza del raffreddore…

5. In sintesi, se il consumo eccessivo porta a una riduzione della speranza di vita, i consumatori moderati hanno una prospettiva di vita mediamente superiore agli astemi. Tutto questo sempre se si conduce uno stile di vita sano ed equilibrato, tipico della dieta mediterranea, evitando gli abusi.

Meglio bianco o rosso?

Nonostante i benefici di un consumo moderato e costante di vino si vedano in entrambi i casi, nel rosso questi sembrano essere superiori.

Altri consigli:

– Degustare lentamente, meglio se durante i pasti, per favorirne l’assorbimento.

– Non associare al fumo.

Quanto vino si può bere al giorno?

I medici raccomandano di berne anche tutti i giorni ma di controllare la quantità, e quindi di restare entro il bicchiere o i due al giorno. Naturalmente è molto più sano bere in modo regolare piuttosto che “conservarsi” la dose settimanale concentrandola nel weekend…

Parte degli effetti positivi dell’assunzione moderata di vino si deve anche al fatto che, in media, chi ama degustare il vino propende anche per l’attività fisica e ha una dieta equilibrata. Detto ciò, resta il fatto che questa poesia fatta bevanda fa bene allo spirito, e probabilmente anche al corpo.

piccoli terroir

Ecco perché dovresti parlare di terroir a cena

Perché terroir sintetizza tutto quello che influenza il vino che entrerà nel tuo bicchiere: il suolo su cui cresce la vigna, il clima, il vitigno, ma anche il vignaiolo che l’ha curato, l’esposizione, la forma del versante…

  • Perché queste componenti, tutte assieme, identificano un ambiente univoco e all’insegna di questa unicità si definisce la magia del vino.
  • Perché il rapporto tra territorio e vino è antico, e sta alla base del mondo enologico.
  • Perché è un concetto popolare ma fa sempre un grande effetto.
  • E poi si pronuncia “terruar”, che è un gran bel suono.
  • Perché la ricerca della qualità unisce le persone e non conosce barriere.
  • E qui si parla di unicità intrasferibile, che è un’aspirazione ancora più alta.
  • Perché conoscere cos’è il terroir significa sapere che la qualità di un prodotto è legata a un ambiente preciso, che anche solo per questo merita di essere riconosciuto e valorizzato.
  • E infatti influenza direttamente il vino, ma anche tutti i prodotti della terra (si applica anche a frutta, verdura, olio d’oliva, caffè, cacao…).
  • Perché quando metti il paesaggio, il clima, il suolo, il vigneto, la storia e l’opera dell’uomo, tutto assieme dentro una parola, la conversazione non può che diventare meravigliosa.
  • Perché se ne può parlare anche in termini matematici: un triangolo (vitigno-ambiente-uomo) dalla cui interazione degli angoli dipendono la qualità e la tipicità di un vino.
  • Perché è un tema ampio, che dà argomenti per ore.
  • Perché è un concetto immateriale e multiforme, ma reale e vivo nei prodotti di qualità. Mette d’accordo sognatori e pragmatici.
  • Perché riguarda le interazioni tra un determinato ambiente fisico e biologico e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate. Piace a persone della scienza e appassionati di biodiversità.
  • Perché riguardando anche geologia e morfologia del suolo, caratteristiche bioclimatiche, chimiche e fisiche dà argomenti anche per gli scienziati più ostinati.
  • Perché è un concetto che riguarda un’origine e una tradizione, ma una tradizione suscettibile di trasformazioni. Una memoria che muta al passare del tempo (usare in questi termini con le persone più sofisticate).
  • Sulla stessa linea: gli sforzi dei viticoltori sono come quelli di interpreti illuminati, che nel rispettare i metodi “di una volta” riscoprono le tradizioni rivendicando la loro inventiva.
  • Allora il vino diventa un alleato della memoria culturale.
  • Perché è un concetto che include il vino nello spazio della genuinità e del benessere, senza perdere niente del piacere che regala.
  • Perché è una parola che Luigi Veronelli invidiava ai francesi, per lui da tradurre in italiano con terra, perché, diceva, “terra è come uomo, non vi sono termini – o alternativi o similari – migliorativi.”
  • Perché ci sono terroir più ampi e altri piccolissimi. In ottobre scopriamo questi secondi.

Cosa sono i bianchi macerati?
La macerazione sulle bucce in 5 punti

Nell’uva a bacca rossa, mantenere nel mosto le bucce regala al vino colorazioni intense che conosciamo. Questo processo si chiama macerazione e per i vini rossi dura una quindicina di giorni (per i vini leggeri possono bastarne 5 e in altri casi – rari per la verità – la macerazione può durare anche 4 settimane).

1. E la macerazione sulle bucce nei bianchi?

La macerazione pellicolare applicata alle uve bianche regala infinite sfumature (dal giallo dorato all’arancio) ma anche profumi e sapori più intensi; in più, incide sul potenziale di affinamento del vino. Il concetto base è che molti dei composti che danno identità ai vini stanno nella buccia dell’uva (oltre agli antociani, responsabili del colore). La lunga macerazione sulle bucce permette l’estrazione dei tannini, che in un vino bianco è singolare e scombina le carte, perché di solito i bianchi derivano dalla fermentazione del solo succo d’uva, in assenza delle parti solide del grappolo.

2. Praticamente, come si fa la macerazione pellicolare?

L’uva appena vendemmiata viene diraspata (per evitare che i raspi cedano sostanze amare) e pigiata delicatamente, senza frantumare la buccia. Nel pigiato si ottiene, quindi, il contatto fra il succo e le bucce, da mettere nella vasca di macerazione e tenere a temperatura controllata (per controllare meglio il risultato) o anche no, a favore esiti più particolari e inaspettati.

3. Quanto dura la macerazione sulle bucce per i bianchi?

Il fattore tempo è cruciale e la macerazione sulle bucce richiede pazienza. Generalmente, dalle poche fino alle 24 ore, ma qualcuno si spinge fino a mesi o anni.

4. A chi si deve l’introduzione per i bianchi macerati?

Si tratta di una re-introduzione (la macerazione sulle bucce, anche per i binchi, rimonta alle prime forme di vinificazione): Josko Gravner in Georgia scopre bianchi fatti con tecniche antiche, esito di lunghissime macerazioni sulle bucce, in anfore di terracotta. Questo cambia per sempre il suo modo di fare vino e dagli anni 2000 vari produttori del nord-est producono vini bianchi con diversi tempi di macerazione a contatto con le bucce.

Oggi i vini macerati si producono non solo sul Collio goriziano ma in tutta Italia e di fatto assistiamo a un momento di gloria per i bianchi macerati, chiamati anche orange o ambrati.

5. Come sono, quindi, i vini macerati?

Una (breve o lunga) macerazione delle bucce arricchisce il mosto di sostanze aromatiche e questo origina vini molto caratterizzati, ricchi di profumo, di grande qualità e di colore intenso. Possono piacere più o meno, ma quanto è certo è che sono di carattere.

Nella selezione di settembre scopriamo come la diversa lunghezza della permanenza del mosto con le bucce comporti una maggiore o minore estrazione di sostanze e influenzi colore, profumo e sapore del vino. Nel presentarla, non possiamo che essere grati a chi ha avuto coraggio di tornare a una pratica antica, come nessuno prima di lui.

profumi del vino

Mai più scena muta annusando un vino. Guida in 6 punti

Annusare il vino e ascoltare la storia che ha da raccontarci significa non solo sfoggiare chiare doti (innate o frutto di studio e pratica), ma soprattutto far affiorare alla memoria i ricordi attraverso quei profumi, risvegliando emozioni che si credevano sepolte. Anche in questo risiede la magia del vino.

1. Come fa il naso a percepire i profumi del vino?

Si sentono i profumi perché le sostanze odorose del vino sono volatili, entrano nella parte superiore delle narici, da lì arrivano al cervello e parte la magia. Il naso percepisce gli odori in due modi: per aspirazione diretta e per via retronasale. Quest’ultima si sperimenta quando, deglutito il vino, si espira e si possono assaporare i cosiddetti profumi retrolfattivi.

2. Perché è importante respirare il vino?

Ogni vino reca le tracce, sintetiche e sorprendenti, delle caratteristiche della sua terra, del vitigno, dell’annata, del vignaiolo che l’ha fatto. Dal suo profumo si capisce molto di tutto questo e si inizia a comprendere se è di qualità. E poi è divertente far affiorare dal bicchiere la storia di quel vino e intrecciarla ai propri ricordi.

3. Come si diventa bravi a capirne i profumi?

Si comprende ciò che si conosce, per cui per diventare dei campioni dell’olfatto o si hanno doti innate e istintive (che spesso significa essere cresciuti nella natura) oppure bisogna essere curiosi dei profumi e allenarsi. Quindi annusare la frutta, i fiori, le spezie e ogni genere di odore, notando come evolve nelle diverse condizioni. Più in generale, usare il naso, farlo in modo critico e quotidiano. Nel vino si potrà allora ritrovare l’odore dell’erba appena falciata, il profumo del mare, quello del pane sfornato, l’incenso delle processioni, un camino dove il fuoco si è appena spento, un sentiero di montagna bagnato dalle prime gocce di pioggia, un negozio brulicante di fiori…

Riconoscerli regala un piacere indescrivibile.

4. Ho di fronte il bicchiere: che fare?

Si inizia annusando il vino a bicchiere fermo, per sentire gli elementi più volatili (il profumo è molto intenso se si sente da distante, poco intenso e quindi più timido se il naso va tuffato dentro il bicchiere per sentirlo).

Poi si fa roteare (non troppo!) e si annusa di nuovo. In questo modo, posso non solo capire se un vino è elegante e fine, ma anche la progressione dei profumi, perché il racconto è appena all’inizio. È con questi dettagli che iniziamo a capire se abbiamo di fronte un grande vino, se ha profumi sottili e ricchi di tante sfumature diverse; in questo caso sarà anche complesso.

Attenzione a non assuefarsi: per evitarlo il naso va staccato dal bicchiere dopo pochi secondi.

L’assenza di difetti si esprime definendo il vino pulito o franco.

5. C’è uno schema da seguire?

Soprattutto per chi sta imparando, è utile avere un ordine da tenere a mente per identificare la natura dei profumi. Poi l’allenamento porta non solo a perfezionare ma soprattutto ad approcciare con creatività lo schema. Ecco le principali famiglie di aromi da riconoscere e anche vari profumi di dettaglio, che si iniziano a distinguere col tempo:

Profumi floreali (biancospino, fior d’arancio, di mandorlo, di acacia, tiglio, gelsomino, sambuco, rosa, ginestra, crisantemo, violetta, lillà, iris, lavanda, geranio, giacinto e chi più ne conosce più ne metta)

Fruttati:

  Frutta fresca (albicocca, pesca, banana, mela, melone, ananas, frutto della passione, pompelmo, limone, lime, arancia, mandarino, cedro, ciliegia, prugna, fragola

  Frutti di bosco (lampone, mora, mirtillo, ribes)

  Frutta secca (mandorla, nocciola, noce, nocciola, pistacchio, uvetta, fichi)

  Frutta cotta (confetture di prugne, albicocche, pere, buccia d’arancia)

Erbacei (erba fresca, fieno, felce, sottobosco, muschio, fungo, peperone verde, foglia di tabacco, foglia di pomodoro, tè, menta, salvia)

Speziati e aromatici (anice, cannella, menta, timo, chiodi di garofano, pepe, finocchio, liquirizia, noce moscata, alloro, basilico, vaniglia, tartufo, zafferano, zenzero)

Balsamici (resina, ginepro, ambra, incenso, pino)

Tostati (cacao, caffè, cioccolato, caramello, pane tostato, catrame, affumicato, tabacco, polvere)

Minerali (pietra focaia, polvere da sparo, selce, grafite)

Animali (cuoio, carne, urina di gatto – tipica del Sauvignon -, selvatico, pelliccia, sudore)

Legnosi (legno verde, legno vecchio, castagno, quercia, sandalo, scatola di sigari)

E per finire in bellezza ecco gli eterei (smalto, sapone, caramella mou, burro, crosta di pane, cera d’api, latte).

6. E se sa di tappo?

Questo odore si sente quando il sughero è aggredito dalle muffe. Non è un tema di conservazione e se si avverte non si può far altro che aprire un’altra bottiglia. Può anche capitare di sentire altre puzze, come quella di feccia (uova marce, per intenderci) oppure di frutta troppo cotta o ancora un odore decisamente marsalato, tipico dei vini invecchiati oltremisura. Sono, questi e altri, odori sgradevoli originati da difetti delle uve o da pratiche di vinificazione non del tutto corrette. Rimediabile può essere l’odore “di ridotto”, assimilabile alla sensazione di chiuso e stantio, che può andarsene, o attenuarsi, lasciando respirare il vino.

Naturalmente tutto questo non ha niente a che vedere con la gara a chi spara più profumi – meglio se improbabili –, ma riguarda invece il desiderio di capire la qualità, che può esprimersi anche con poche, esatte, parole. Saper riconoscere ciò che un bicchiere ha da dire al nostro olfatto è una parte importante di quello che il grande Veronelli chiamava il bere con intelligenza, per cogliere la storia che ogni vino porta con sé.

E se siamo di fronte a un grande vino, il racconto può diventare emozionante.

Viti metropolitane

Viti di città: polmoni verdi da tutelare

Esistono contesti che sfidano il concetto di vigna in campagna.

Le vigne che stanno dentro i confini metropolitani hanno storie antiche.
Resistite all’urbanizzazione (grazie alla caparbietà dei singoli o col sostegno di amministrazioni illuminate), offrono ossigeno alle città, mantengono la biodiversità, sono fonte di colori, profumi e silenzio.

Raccontano storie di tutela del paesaggio e del valore della ruralità. Una vera chicca che si traduce anche in preziosa risorsa turistica e di rilancio dell’economia.

Sono queste le basi che hanno spinto la costituzione di un network europeo delle vigne di città. La finalità è appunto la promozione di questo patrimonio, non solo dal punto di vista produttivo – puntando sulla qualità – ma anche sotto il profilo turistico, perché la cultura contemporanea premia le storie del vino.

Sono, nella sostanza, gli stessi obiettivi che animano il Festival delle vigne metropolitane di Napoli. La città partenopea, infatti, è la prima in Italia per ettari vitati dentro i confini urbani, e si tratta peraltro di vigne che non sono intaccate dalla fillossera (quindi coltivate a piede franco).

Come scrive il nostro amico, il sommelier Cristian Chieregati:

Questo patrimonio vitivinicolo rende il vigneto napoletano unico nel mondo, dove gli enologi fanno a gara per lavorarvi e così scoprire e sviluppare vini che da altre parti sarebbero impossibili da produrre.

Ma quali sono, in Italia, le città con il maggior numero di vigneti metropolitani?

Oltre a Napoli, che è la prima, Torino, Brescia, Venezia, Roma, Siena
Anche quest’ultima, tra l’altro, presenta ancora delle rarissime viti a piede franco nei vari piccoli orti che caratterizzano il suo centro storico; si tratta di vigne conservate fino a oggi perché storicamente destinate soprattutto all’autoconsumo.

A livello europeo, la prima città per ettari vitati è Vienna, la seconda Napoli e la terza Parigi, con la sua vigna di Clos-Montmartre, ai piedi della Basilica del Sacré-Cœur, ripristinata negli anni Trenta del Novecento grazie alla caparbietà di un gruppo di artisti.

Ognuna con una storia diversa, vigne di città sono presenti anche a Londra (ad Enfield), New York (a Queens), Los Angeles, Praga, Salonicco, San Francisco

Quali, le conseguenze di coltivare la vite in città?

È evidente che scegliere di coltivare viti in città, o a ridosso della stessa, è una scelta in controtendenza, che comporta estensioni ridotte della vigna. L’altra faccia della medaglia è costituita dall’impatto ambientale di queste vigne – impatto che dovrà essere basso – e quindi dalle tecniche di coltivazione impiegate, che proprio per la vicinanza alle aree abitate devono rinunciare a trattamenti invasivi, come ci ha raccontato Carlo, di Terre del Lagorai.

Nel mese di agosto offriamo una selezione di vini metropolitani di Napoli, fatti da vignaioli eroici in un territorio di incomparabile bellezza.

vini delle sabbie

Quando il vino viene dal mare…

Viti che affondano le radici nella sabbia, uve coltivate in ambienti costieri, vini che profumano di mare… La storia dei “vini delle sabbie” parte da lontano ed è ancora in gran parte da scrivere.

Ma cosa si intende per “vini delle sabbie”?

Quando la vite cresce in suoli a prevalente struttura sabbiosa (almeno l’85%) i vini che ne derivano hanno caratteristiche particolari.

Le viti nei terreni sabbiosi sono coltivate “a piede franco”?

Sì, se, oltre ad essere sabbioso il suolo ha anche meno del 6% di argilla. In questo caso si definisce “non fillosserico” ed è possibile piantare la vite “a piede franco”, senza portinnesto su vite americana.

Quali le caratteristiche dei vini delle sabbie?

I vini delle sabbie sono molto profumati, hanno tannini leggeri, colorazioni chiare e grado alcolico non elevato; sono beverini e molto piacevoli. 

Qual è il territorio italiano più noto per i vini delle sabbie?

L’area del Delta del Po. Apparentemente un paesaggio piatto e uniforme, in realtà dotato di un grandissimo pregio ambientale: questi terreni sono perfetti per coltivare la vite. Le sabbie costiere, infatti, sono sormontate da suoli poco evoluti e molto permeabili; le radici delle vigne penetrano a fondo e il terreno molto drenante impedisce che si verifichino dannosi ristagni di acqua. Coltivarli non è semplice perché non poche sono le difficoltà ambientali nell’area, dovute alla scarsa acqua estiva e ai pericoli di alluvione.

Quale il vitigno delle sabbie più famoso?

Re dei vitigni delle sabbie è il fortana, la cui storia non manca di un inizio leggendario. Sarebbe stata Renata di Valois-Orléans, principessa di Francia, ad avere portato in dote ad Ercole II d’Este, duca di Ferrara, alcune barbatelle di un vitigno a bacca nera, noto come “fruttana” o vino della “Côte d’Or”. In realtà, nel ferrarese si coltivava la vite almeno dall’epoca etrusca. Oggi, l’uva fortana è la base della DOC Bosco Eliceo. È coltivata “a piede franco”, una vera chicca perché i terreni sabbiosi e fluviali, ma probabilmente anche i boschi di lecci e il clima umido mettono al riparo il vitigno dalla fillossera.

Che vino si ottiene dall’uva fortana?

L’uva è vinificata in versione naturalmente frizzante ma anche spumantizzata con metodo classico.

Altri territori con terreni sabbiosi?

Sono vari, in Italia. Il Barolo, ad esempio, varie zone dell’Etna, ma anche il veronese, i Campi Flegrei, il nuorese e altri.

I “vini delle sabbie” per troppi anni rimasti ai margini della grande enologia italiana ma oggi tornano alla ribalta, con tutte le loro particolarità, i sapori e i profumi che li contraddistinguono. Questi vini sono anche in grado di contribuire alla valorizzazione e allo sviluppo economico di un territorio. Nel mese di luglio li scopriamo assieme.

Negroamaro

Identikit del negroamaro

Il negroamaro, vitigno autoctono della Puglia che nel Salento ha la sua zona di elezione, ha una storia antica.

A bacca nera, deve il nome al colore scuro (con riflessi violacei) dei suoi vini e al gusto forte che vi imprime.

Portato in Italia dai Greci, è tra i vitigni più vecchi d’Italia, oggi è coltivato lungo circa 32 mila ettari ed è particolarmente diffuso fra Taranto, Brindisi e Lecce.

Ama i climi caldi, poco piovosi, e si vendemmia piuttosto tardi, tra la fine settembre e l’inizio di ottobre.

L’uva si presenta con grappoli di media grandezza, a forma di cono. Le bacche hanno dimensioni medio-grandi e ovali.

Uva asciutta e di carattere, regala ai suoi vini profumi e sapori intriganti, tutti giocati attorno alla frutta rossa, con sentori di spezie e di liquirizia.

È stato storicamente usato come vino da taglio per dare colore e grado alcolico ad altri vini (soprattutto del nord Italia ma anche francesi e del nord Europa). Oggi se ne sono riscoperte le grandi potenzialità, in blend con altre uve ma anche in purezza.

Vinificato in rosso, è molto versatile ma si accompagna in modo perfetto soprattutto a secondi piatti a base di carne.

Ma è il Rosé di negroamare ad avere oggi il maggiore successo. Vinificato in rosa (con 10% di malvasia), quest’uva ha dato vita al primo Rosato italiano, prodotto nel Salento nel 1943 (Five Roses di Leone de Castris). In versione rosa è un vino ottimo con il pesce ma perfetto anche in solitaria, come aperitivo.

Temperatura di servizio: 16-17°C il rosso, il Rosé almeno 3 gradi in meno.

Presta il nome a una famosa rock band salentina e nel mese di giugno è il protagonista assoluto della nostra selezione, dedicata ai Rosé del Salento.