Viti metropolitane

Viti di città: polmoni verdi da tutelare

Esistono contesti che sfidano il concetto di vigna in campagna.

Le vigne che stanno dentro i confini metropolitani hanno storie antiche.
Resistite all’urbanizzazione (grazie alla caparbietà dei singoli o col sostegno di amministrazioni illuminate), offrono ossigeno alle città, mantengono la biodiversità, sono fonte di colori, profumi e silenzio.

Raccontano storie di tutela del paesaggio e del valore della ruralità. Una vera chicca che si traduce anche in preziosa risorsa turistica e di rilancio dell’economia.

Sono queste le basi che hanno spinto la costituzione di un network europeo delle vigne di città. La finalità è appunto la promozione di questo patrimonio, non solo dal punto di vista produttivo – puntando sulla qualità – ma anche sotto il profilo turistico, perché la cultura contemporanea premia le storie del vino.

Sono, nella sostanza, gli stessi obiettivi che animano il Festival delle vigne metropolitane di Napoli. La città partenopea, infatti, è la prima in Italia per ettari vitati dentro i confini urbani, e si tratta peraltro di vigne che non sono intaccate dalla fillossera (quindi coltivate a piede franco).

Come scrive il nostro amico, il sommelier Cristian Chieregati:

Questo patrimonio vitivinicolo rende il vigneto napoletano unico nel mondo, dove gli enologi fanno a gara per lavorarvi e così scoprire e sviluppare vini che da altre parti sarebbero impossibili da produrre.

Ma quali sono, in Italia, le città con il maggior numero di vigneti metropolitani?

Oltre a Napoli, che è la prima, Torino, Brescia, Venezia, Roma, Siena
Anche quest’ultima, tra l’altro, presenta ancora delle rarissime viti a piede franco nei vari piccoli orti che caratterizzano il suo centro storico; si tratta di vigne conservate fino a oggi perché storicamente destinate soprattutto all’autoconsumo.

A livello europeo, la prima città per ettari vitati è Vienna, la seconda Napoli e la terza Parigi, con la sua vigna di Clos-Montmartre, ai piedi della Basilica del Sacré-Cœur, ripristinata negli anni Trenta del Novecento grazie alla caparbietà di un gruppo di artisti.

Ognuna con una storia diversa, vigne di città sono presenti anche a Londra (ad Enfield), New York (a Queens), Los Angeles, Praga, Salonicco, San Francisco

Quali, le conseguenze di coltivare la vite in città?

È evidente che scegliere di coltivare viti in città, o a ridosso della stessa, è una scelta in controtendenza, che comporta estensioni ridotte della vigna. L’altra faccia della medaglia è costituita dall’impatto ambientale di queste vigne – impatto che dovrà essere basso – e quindi dalle tecniche di coltivazione impiegate, che proprio per la vicinanza alle aree abitate devono rinunciare a trattamenti invasivi, come ci ha raccontato Carlo, di Terre del Lagorai.

Nel mese di agosto offriamo una selezione di vini metropolitani di Napoli, fatti da vignaioli eroici in un territorio di incomparabile bellezza.

vini delle sabbie

Quando il vino viene dal mare…

Viti che affondano le radici nella sabbia, uve coltivate in ambienti costieri, vini che profumano di mare… La storia dei “vini delle sabbie” parte da lontano ed è ancora in gran parte da scrivere.

Ma cosa si intende per “vini delle sabbie”?

Quando la vite cresce in suoli a prevalente struttura sabbiosa (almeno l’85%) i vini che ne derivano hanno caratteristiche particolari.

Le viti nei terreni sabbiosi sono coltivate “a piede franco”?

Sì, se, oltre ad essere sabbioso il suolo ha anche meno del 6% di argilla. In questo caso si definisce “non fillosserico” ed è possibile piantare la vite “a piede franco”, senza portinnesto su vite americana.

Quali le caratteristiche dei vini delle sabbie?

I vini delle sabbie sono molto profumati, hanno tannini leggeri, colorazioni chiare e grado alcolico non elevato; sono beverini e molto piacevoli. 

Qual è il territorio italiano più noto per i vini delle sabbie?

L’area del Delta del Po. Apparentemente un paesaggio piatto e uniforme, in realtà dotato di un grandissimo pregio ambientale: questi terreni sono perfetti per coltivare la vite. Le sabbie costiere, infatti, sono sormontate da suoli poco evoluti e molto permeabili; le radici delle vigne penetrano a fondo e il terreno molto drenante impedisce che si verifichino dannosi ristagni di acqua. Coltivarli non è semplice perché non poche sono le difficoltà ambientali nell’area, dovute alla scarsa acqua estiva e ai pericoli di alluvione.

Quale il vitigno delle sabbie più famoso?

Re dei vitigni delle sabbie è il fortana, la cui storia non manca di un inizio leggendario. Sarebbe stata Renata di Valois-Orléans, principessa di Francia, ad avere portato in dote ad Ercole II d’Este, duca di Ferrara, alcune barbatelle di un vitigno a bacca nera, noto come “fruttana” o vino della “Côte d’Or”. In realtà, nel ferrarese si coltivava la vite almeno dall’epoca etrusca. Oggi, l’uva fortana è la base della DOC Bosco Eliceo. È coltivata “a piede franco”, una vera chicca perché i terreni sabbiosi e fluviali, ma probabilmente anche i boschi di lecci e il clima umido mettono al riparo il vitigno dalla fillossera.

Che vino si ottiene dall’uva fortana?

L’uva è vinificata in versione naturalmente frizzante ma anche spumantizzata con metodo classico.

Altri territori con terreni sabbiosi?

Sono vari, in Italia. Il Barolo, ad esempio, varie zone dell’Etna, ma anche il veronese, i Campi Flegrei, il nuorese e altri.

I “vini delle sabbie” per troppi anni rimasti ai margini della grande enologia italiana ma oggi tornano alla ribalta, con tutte le loro particolarità, i sapori e i profumi che li contraddistinguono. Questi vini sono anche in grado di contribuire alla valorizzazione e allo sviluppo economico di un territorio. Nel mese di luglio li scopriamo assieme.

Negroamaro

Identikit del negroamaro

Il negroamaro, vitigno autoctono della Puglia che nel Salento ha la sua zona di elezione, ha una storia antica.

A bacca nera, deve il nome al colore scuro (con riflessi violacei) dei suoi vini e al gusto forte che vi imprime.

Portato in Italia dai Greci, è tra i vitigni più vecchi d’Italia, oggi è coltivato lungo circa 32 mila ettari ed è particolarmente diffuso fra Taranto, Brindisi e Lecce.

Ama i climi caldi, poco piovosi, e si vendemmia piuttosto tardi, tra la fine settembre e l’inizio di ottobre.

L’uva si presenta con grappoli di media grandezza, a forma di cono. Le bacche hanno dimensioni medio-grandi e ovali.

Uva asciutta e di carattere, regala ai suoi vini profumi e sapori intriganti, tutti giocati attorno alla frutta rossa, con sentori di spezie e di liquirizia.

È stato storicamente usato come vino da taglio per dare colore e grado alcolico ad altri vini (soprattutto del nord Italia ma anche francesi e del nord Europa). Oggi se ne sono riscoperte le grandi potenzialità, in blend con altre uve ma anche in purezza.

Vinificato in rosso, è molto versatile ma si accompagna in modo perfetto soprattutto a secondi piatti a base di carne.

Ma è il Rosé di negroamare ad avere oggi il maggiore successo. Vinificato in rosa (con 10% di malvasia), quest’uva ha dato vita al primo Rosato italiano, prodotto nel Salento nel 1943 (Five Roses di Leone de Castris). In versione rosa è un vino ottimo con il pesce ma perfetto anche in solitaria, come aperitivo.

Temperatura di servizio: 16-17°C il rosso, il Rosé almeno 3 gradi in meno.

Presta il nome a una famosa rock band salentina e nel mese di giugno è il protagonista assoluto della nostra selezione, dedicata ai Rosé del Salento.

San Zenone

Tutto ciò che volevi sapere sul Molise del vino

Il Molise ha una tradizione vitivinicola antica e oggi sta crescendo nel panorama enoico nazionale. Fa sentire la sua voce soprattutto per i vini rossi (ma non solo!), grazie al lavoro di appassionati vignaioli e all’ottima qualità delle uve del territorio. Un territorio piccolo, scrigno di tesori e tradizioni.

1. Da quando si coltiva l’uva in Molise?

Dai Sanniti, prima dei Romani.

2. Quanti gli ettari vitati oggi?

Oltre 6.000.

3. Dove stanno i vigneti?

Per il 58% in montagna, per il 42% in aree di collina.

4. Quali le zone di riferimento per la coltivazione della vite?

Soprattutto la valle del Trigno e quella del Biferno.

5. Vitigni autoctoni?

Tintilia (a bacca nera), antica uva del Molise che ha rischiato di scomparire e oggi è il simbolo della rinascita enologica regionale. Da quest’uva si ricavano il Tintilia del Molise Rosso, il Tintilia del Molise Rosato e il Tintilia del Molise Rosso Riserva.

6. Denominazioni?

Il Molise ha 4 eccellenti DOC: Biferno DOC, Pentro DOC, Molise DOC e Tintilia del Molise DOC. Due, invece, le IGT: Osco o Terra degli Osci IGT e Rotae IGT.

7. Cosa ci si abbina?

La cucina tradizionale molisana è quanto mai varia ma è la carne a fare da padrona, assieme a formaggi, tartufo ma anche alla cucina di mare lungo la costa… Due le DOP della regione: il Caciocavallo Silano DOP e l’olio extravergine di oliva Molise DOP.

Seconda regione più piccola d’Italia, il Molise è scrigno di tradizioni antiche, custodite da uomini caparbi e tenaci. In questo mese di maggio la scopriamo assieme, grazie a sei vini selezionati per noi da Carlo Pagano (migliore sommelier di Abruzzo e Molise).

vino rosso

Come affrontare il vino rosso in sette piccoli passaggi

Per tante persone il rosso è il vino per eccellenza, ma come si approccia e come si degusta correttamente?

In cantina

In un ambiente a temperatura costante (idealmente tra 11-16°C), le bottiglie di rosso, stese in orizzontale sugli scaffali, si conservano disposte più in alto di tutte le altre.

L’ordine da seguire, dal basso verso l’alto (per seguire l’innalzarsi della temperatura), è questo: spumanti, bianchi, rosati, rossi giovani e infine rossi evoluti.

Temperatura

I vini rossi delicati si servono tra i 12 e i 14°C, quelli di media struttura tra i 14 e i 16°C.

I vini rossi molto strutturati attorno ai 16°C o poco sopra (fino ai 18°C).

Il calice

Per i vini rossi serve un calice ampio, per permettere l’ossigenazione e la perfetta liberazione dei profumi. Più il vino ha personalità più serve un calice grande, fino ad arrivare al ballon, bicchiere molto panciuto che consente ai profumi di sprigionarsi dentro alla coppa e di salire piano piano al naso.

Attenzione ai residui!

Un vino rimasto a lungo ad affinare in bottiglia può presentare residui: è per questo che non va scosso e per separare i sedimenti si usa possibilmente un decanter (con un collo stretto).

Il decanter

Ma il decanter (questa volta con collo largo) si usa anche per fare arieggiare i rossi giovani, vini che hanno bisogno di respirare per dare il meglio di sé. O in alternativa si può aprire la bottiglia qualche ora prima di berla.

La diversa larghezza del collo del decanter determina la maggiore o minore ossigenazione del vino: è molto importante limitarla, nel caso di vini invecchiati, per non far volare via i profumi.

C’è tannino e tannino…

Distinguere tra un rosso giovane e uno più evoluto può dare grande soddisfazione a chi si sta avvicinando per le prime volte alla degustazione. Il tannino è l’elemento che dà sensazioni di astringenza in bocca: se questo si manifesta in modo duro (quasi irruento!) il vino è ancora giovane mentre se, pur presente, ha un sapore morbido siamo di fronte a un vino evoluto.

Ultimo consiglio?

Il suggerimento più spassionato per imparare a degustare, apprezzare le qualità del vino rosso (e del vino in generale) e affinare così il proprio palato è sperimentare, assaggiandone tanti, e dando alla degustazione l’attenzione che merita.

“Assaggia il vino e ascolta il suo racconto”, diceva Luigi Veronelli e noi ve ne proproniamo (e raccontiamo) sei diversi ogni mese.

come afferrare un calice di vino

Come si tiene un calice di vino?

Che tu sia un esperto con tante bottiglie nel curriculum o una persona che si sta affacciando a questo mondo straordinario, c’è una regola di cui tutti dovremmo conoscere le ragioni.

Il calice va afferrato dallo stelo, o dalla base, con tre dita. Solo così si può osservare il colore del vino e sentirne i profumi, evitando interferenze olfattive e senza riscaldarlo. Naturalmente, è anche una questione di bon ton, per l’eleganza di questo gesto.

Questi principi valgono anche per i bicchieri senza stelo, che andranno impugnati alla base, il più distante possibile dall’orlo.

Perché?

Il presupposto di base è che il liquido che sta dentro al bicchiere è prezioso e merita la nostra attenzione, per essere capito a fondo. C’è naturalmente una differenza tra bere e degustare, e in questa contrapposizione si condensa la distanza tra il vino come nutrimento del corpo e dello spirito, tra il vino nella società contadina dei nostri nonni e la degustazione contemporanea.

Quando nasce il calice?

I primi bicchieri a forma di imbuto, provvisi di un piccolo stelo, compaiono già nel Medioevo ma è nel corso dell’Ottocento che, con la diffusione del cristallo, si sviluppa il calice che conosciamo oggi.

Regola assoluta?

Per i non esperti, viva la schiettezza di chi ama impugnarlo per la coppa e non bada ad accorgimenti copiati se ne ignora il senso.

E sempre in tema di rifiuto di qualunque forma di omologazione, una lezione viene da Gravner, grande vignaiolo friulano, che ha ideato un bicchiere a coppa con due rientranze per assicurarne la presa e dare la sensazione di tenere il vino raccolto dentro la mano:

L’idea di creare un bicchiere a forma di coppa, mi è venuta per la prima volta nel 2000 quando andai nel Caucaso. Durante quel viaggio, organizzato per vedere le anfore che stavano realizzando per la mia cantina, visitai un monastero sulle colline di Tbilisi. In quella occasione i monaci, oltre a darmi il benvenuto con dei canti religiosi, mi servirono il loro Vino nelle coppe di terracotta. Quel gesto mi rimase impresso, bere del Vino in una coppa senza stelo è molto diverso che da un bicchiere, non vorrei essere frainteso, ma il gesto che la coppa ti impone verso il Vino è più intimo più rispettoso…più umile.

Joško

anfore per il vino

Chi ha inventato il vino?

Per la Bibbia lo scopritore è Noè, che dopo il Diluvio pianta la prima vigna e scopre così i poteri del vino. Per i Greci invece è Dioniso che, sperimentati i miracolosi benefici della bevanda divina, la diffonde generosamente.

La nascita del vino si deve probabilmente al caso (anche se i più appassionati non lo credono affatto), scoperta grazie alla fermentazione naturale dell’uva dimenticata in contenitori.

Di dove sia originaria la vitis vinifera da cui si trae il vino lo sappiamo dalle scoperte archeologiche: dall’India, nel terzo millennio avanti Cristo si diffonde nei paesi limitrofi dell’Asia e lungo il bacino del Mediterraneo.

La prima cantina

Ma la vera rivoluzione per il vino avviene in Armenia, l’antica Mesopotamia, grazie a comunità che abbandonano il nomadismo per dedicarsi all’agricoltura, e anche alla coltivazione della vite.

Abbiamo quindi la prima testimonianza della produzione di vino su larga scala, nel 4.100 a.C. Si tratta di una vera e propria cantina: una grotta con pressa per l’uva, recipienti per la fermentazione e la conservazione. Sono state trovate anche coppe, resti di raspi, semi e bucce, giare…

I primi vini

Nel 2500 a.C. in Egitto troviamo già le prime testimonianze di diverse tipologie di vino (in alcuni geroglifici) e nel corredo funebre di Tutankamon ci sono anfore per il vino, con indicazione di provenienza, annata e produttore.

Il primo sommelier

Il vaso di Inandik (1650-1550 a.C, Museo delle civiltà anatoliche, Ankara), esempio supremo della cultura del vino dell’antica Anatolia, mostra per la prima volta alcune persone addette alla preparazione del vino.

La grande storia del vino era oramai scritta.

vigneti

Cosa fa il mondo del vino per contrastare il cambiamento climatico?

Che il mondo del vino risente oggi e risentirà sempre più dei cambiamenti climatici è cosa nota al di là di qualunque negazionismo e questo cambierà gli assetti enologici a cui siamo abituati.

Ma cosa si fa, negli ambienti enologici, per contrastare il cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico è il tema della contemporaneità: se le guerre sono provocate sempre più dai mutamenti del clima, i dissesti idrogeologici sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere ma serve una ragazzina di 16 anni per scuotere le coscienze dei potenti, se l’abuso della plastica impressiona l’opinione pubblica – e raccoglie anche le prime nette azioni di contrasto – ci siamo chiesti quale sia il ruolo del mondo del vino.

L’agricoltura sostenibile

Per Salvatore Agusta:

l’obiettivo dell’agricoltura sostenibile è soddisfare le esigenze alimentari e tessili della società nel presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. I professionisti dell’agricoltura sostenibile cercano di integrare tre obiettivi principali nel loro lavoro: un ambiente sano, redditività economica ed equità sociale ed economica.

La sostenibilità non implica solo aspetti ecologici ma comporta anche un’analisi di natura economica, strumentale ed etica.

Il concetto del tempo è quanto mai centrale e tramandare la viticoltura di generazione in generazione è da considerare una prima forma di sostenibilità, perché significa preoccuparsi di chi coltiverà i vigneti di domani, e di chi saprà farlo in armonia con le logiche di ieri.

Cosa possono fare le cantine?

La viticoltura sostenibile è una dichiarazione d’amore all’ambiente e a chi ci vive e sono molteplici le soluzioni che le cantine sostenibili adottano: dall’uso di vetro riciclato e meno spesso per le bottiglie all’utilizzo di energie rinnovabili e materiali ecosostenibili, a pratiche ambientali non aggressive e poco dispendiose (autoregolazione colturale, concimi organici, sovescio, viticoltura di precisione, il controllo dei parassiti, la rotazione delle colture, riduzione drastica di diserbanti, pesticidi e fitofarmaci ma anche riuso degli scarti di potatura…), dall’uso di energia rinnovabile all’efficientemento energetico, che si può concretizzare in pratiche architettoniche che non fanno sprecare energie e sono al tempo stesso di grande fascino estetico e tecnologico.

Contrastare gli sprechi di risorse, idriche ma non solo, è oggi un obbligo morale. Pur importante, il consumo di acqua connesso all’irrigazione non è il dato davvero prevalente – considerato il limitato fabbisogno idrico della vite – più rilevante è la qualità delle acque reimmesse in circolo dopo le pratiche di cantina.

Indicatori di sostenibilità

Sono tante le associazioni che si occupano di certificazioni di sostenibilità ambientale.

In Italia nel 2011 è stato avviato il progetto Viva Sustainable Wine e molte cantine hanno conquistato l’etichetta Viva. Si tratta di uno strumento di trasparenza che informa il consumatore che quel vino è stato prodotto nel rispetto delle logiche della sostenibilità.

Quattro sono gli indicatori analizzati per valutare le performance di sostenibilità e per comunicarla:

  • Aria – ossia quanta CO2 il vino ha prodotto.
  • Acqua – cioè quanta acqua è servita per produrre un vino.
  • Vigneto – indicatore che misura la qualità delle pratiche agronomiche nella gestione delle viti.
  • Territorio – indicatore che misura l’impegno dell’azienda per la tutela della biodiversità e del paesaggio, ma anche della società tutta.

Come si usano gli scarti di produzione del vino?

L’economia circolare, la riduzione e la gestione dei rifiuti e degli scarti sono tra le sfide più grandi che la nostra generazione deve affrontare (soltanto il 9% dei 92 miliardi di tonnellate di materie prime consumate viene oggi recuperato e rimesso nel sistema). Se in questo ambito c’è ancora tanto lavoro da fare è proprio qui che va scatenata la creatività. Del resto, per un imprenditore il presente vale in funzione della sua proiezione nel futuro, perché i benefici e il benessere derivati dal proprio lavoro siano di lunga durata e non a scapito delle generazioni future.

Nel mondo, ogni anno sono prodotti circa 26 miliardi di litri di vino. Da questo processo si ricavano quasi 7 milioni di tonnellate di vinaccia da trasformare e nelle bucce di scarto dell’uva sono ancora presenti tanti polifenoli, che hanno proprietà antiossidanti, da cui aziende specializzate traggono creme e prodotti di bellezza, ma anche scatole ecologiche ed etichette per i vini, tessuti, biocarburante, integratori, coloranti, olio e materiali da utilizzare nella bioedilizia.

E poi esistono anche altre tipologie di aziende che fanno ricerca e danno nuova vita ai materiali di scarto della produzione: dagli imballaggi alle bottiglie in vetro (materiale riciclabile al 100%), dalle cassette in legno al sughero…

Qualche dato sulla viticoltura in italia

La viticoltura bio tra 2004 e 2015 ha registrato una crescita positiva del 295% in Europa e del 280% nel mondo.

l’Italia è il Paese europeo con la maggiore estensione di terreni coltivati con metodi biologici, sebbene produrre bio sia più costoso rispetto ai metodi tradizionali. 105mila ettari sono i terreni vitati a conduzione biologica in Italia (inclusiva dei vigneti in conversione) e la Sicilia è la regione con il maggior vigneto bio.

Il 38% delle aziende italiane adotta tecniche di lotta integrata mentre il 32% produce vini biologici. In termini economici, è positivo lo sviluppo delle aziende più sostenibili, che crescono a una velocità quasi doppia rispetto a quelle non sostenibili.

E il consumatore?

In Italia i consumatori sono sempre più “eco-responsabili” e disposti pagare per brand sostenibili (il 52% è disposto a spendere di più per i prodotti green, dato superiore alla media europea).

Il wine-lover, in particolare, ha il potere di scegliere vini che abbiano in etichetta claim di sostenibilità, purché questi siano credibili.

donne del vino

Identikit delle donne del vino

Quando l’abbiamo incontrata, Matilde Poggi – titolare della cantina Le Fraghe – ci ha raccontato che negli anni Ottanta lei era tra le poche donne in prima fila nel mondo del vino. Oggi non è più così.

Nel settore enologico italiano le donne rappresentano oltre un terzo del totale: 115 mila sono le titolari di cantine, e questo dato è ancora più significativo considerato che si tratta di un cambiamento repentino. In pochissimi anni le donne sono passate da ruoli poco riconosciuti o marginali a essere protagoniste indiscusse nel mondo del vino.

Le donne hanno assunto sempre più posizioni dirigenziali nel settore agricolo negli ultimi 20 anni, il che ha aiutato il settore a superare la crisi. E non solo per le risorse investite ma soprattutto per l’apporto di idee nuove, fresche e innovative. La cura crescente per i dettagli nel mondo del vino è firmato in rosa, ed è caratteristica delle aziende a direzione femminile anche la predilezione per il mondo delle relazioni e per la comunicazione.

Ma chi sono, oggi, le donne del vino?

IDENTIKIT DELLA PRODUTTRICE

Ha una scolarizzazione molto alta (ben più della metà sono laureate), è orientata alla sperimentazione e ha il pallino della qualità.

LA SOMMELIER DONNA

Ha un’ottima scolarizzazione, grinta da vendere, sospetta di guadagnare meno dei colleghi maschi, fatica a conciliare lavoro e vita privata.

LE CONSUMATRICI

Sono sempre di più, acquistano molto (soprattutto tra i millennials), influenzando così i trend del mercato. Prediligono i vini dal valore etico, non comprano l’etichetta ma guardano al vino come strumento facilitatore dei rapporti interpersonali.

Tutto questo non significa che non ci sia ancora tanta strada da fare, perché la parità sia reale e senza appiattimenti. Buoni segnali arrivano dall’Italia in questo senso: a differenza di altre parti del mondo (come l’Australia) le donne che lavorano nel mondo del vino tendono a prendere a modello altre donne invece che emulare lo stile dei colleghi maschi.

E questo ci piace.

Chianti Classico Collection 2019

Chianti Classico Collection 2019

Chiude tra gli applausi la Chianti Classico Collection 2019 (11-12 febbraio).

Straordinaria affluenza per l’edizione numero 26 di un evento che sta diventando molto popolare e che quest’anno, per la prima volta, ha aperto le porte anche ai non addetti ai lavori.

Quasi 200 produttori si sono riuniti alla Stazione Leopolda di Firenze e hanno portato le loro ultime annate: circa 800, le etichette in degustazione.

Il Chianti Classico punta oggi sempre più sui singoli terroir e secondo il sommelier Andrea Gori è proprio grazie a questo investimento lungimirante sulla specificità che oggi “non esiste vino italiano che sui 30 milioni di bottiglie riesca a sfoggiare una qualità media così alta”.

Se l’elemento caratteristico del paesaggio chiantigiano sono i filari di viti alternati agli oliveti, la morfologia e la geologia del territorio sono straordinariamente ricchi variabili: nel giro di poche centinaia di metri ci sono suoli differenti, che producono vini con ventagli gusto-olfattivi diversi. Il Chianti Classico ha tante espressioni, tanti terroir e tanti protagonisti, tutti elementi che nella loro sincerità ed eleganza predispongono ad un’analisi sensoriale di grandissimo valore.

Esistono tre tipologie di Chianti Classico: Annata, Riserva e Gran selezione, quest’ultima introdotta nel 2013 per alzare ancora di più l’asticella della qualità.

Per tutte queste ragioni, la degustazione di Chianti Classico è divertente e mai uguale a se stessa.

IN BREVE

Da che uve è prodotto il Chianti Classico?

Questo vino è fatto con sangiovese (per almeno l’80%), eventualmente mescolato con altre uve a bacca rossa, autoctone (come canaiolo nero e colorino) o internazionali (merlot e cabernet sauvignon).

Quali sono le regole del Chianti Classico?

Deve essere invecchiato per almeno 11 mesi e avere una gradazione alcolica di almeno 12° (superiori sono i requisiti per il Riserva).

Il disciplinare regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne, con limitazioni sulla quantità di uva prodotta per ettaro di terra, ma anche per pianta. E i vigneti devono stare su terreni a un’altitudine non superiore a 700 metri sul livello del mare.

Chianti o Chianti Classico?

Sono due DOCG diverse e hanno disciplinare, zona di produzione e Consorzio differenti.

Il Chianti Classico si produce nei 70.000 ettari compresi tra le città di Firenze e Siena; si tratta di un’area vitivinicola straordinaria, individuata per la produzione del Chianti già a inizio Settecento dal Granduca di Toscana. Il suffisso “Classico” è stato aggiunto nel 1932 per distinguere quel vino dal Chianti prodotto al di fuori della zona d’origine.

Come distinguere il Chianti Classico?

Per il Gallo Nero, che è il suo simbolo; e poi assaggiandolo.

Abbinamenti

Si tratta di un vino versatile, che si sposa benissimo ai piatti della tradizione toscana ma che può stupire anche in abbinamento a molte cucine internazionali.

Consigli utili

Per degustarlo al meglio, la bottiglia deve essere aperta qualche ora prima dell’uso per consentire al vino di ossigenarsi e quindi di sprigionare i suoi molteplici profumi.

La temperatura ideale di servizio è di 16-18 gradi, in base alla stagione.

Dà il meglio di sé nel calice a tulipano.

Dove acquistarlo?

Su Sommelier Wine Box, ma solo a febbraio!