piccoli terroir

Ecco perché dovresti parlare di terroir a cena

Perché terroir sintetizza tutto quello che influenza il vino che entrerà nel tuo bicchiere: il suolo su cui cresce la vigna, il clima, il vitigno, ma anche il vignaiolo che l’ha curato, l’esposizione, la forma del versante…

  • Perché queste componenti, tutte assieme, identificano un ambiente univoco e all’insegna di questa unicità si definisce la magia del vino.
  • Perché il rapporto tra territorio e vino è antico, e sta alla base del mondo enologico.
  • Perché è un concetto popolare ma fa sempre un grande effetto.
  • E poi si pronuncia “terruar”, che è un gran bel suono.
  • Perché la ricerca della qualità unisce le persone e non conosce barriere.
  • E qui si parla di unicità intrasferibile, che è un’aspirazione ancora più alta.
  • Perché conoscere cos’è il terroir significa sapere che la qualità di un prodotto è legata a un ambiente preciso, che anche solo per questo merita di essere riconosciuto e valorizzato.
  • E infatti influenza direttamente il vino, ma anche tutti i prodotti della terra (si applica anche a frutta, verdura, olio d’oliva, caffè, cacao…).
  • Perché quando metti il paesaggio, il clima, il suolo, il vigneto, la storia e l’opera dell’uomo, tutto assieme dentro una parola, la conversazione non può che diventare meravigliosa.
  • Perché se ne può parlare anche in termini matematici: un triangolo (vitigno-ambiente-uomo) dalla cui interazione degli angoli dipendono la qualità e la tipicità di un vino.
  • Perché è un tema ampio, che dà argomenti per ore.
  • Perché è un concetto immateriale e multiforme, ma reale e vivo nei prodotti di qualità. Mette d’accordo sognatori e pragmatici.
  • Perché riguarda le interazioni tra un determinato ambiente fisico e biologico e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate. Piace a persone della scienza e appassionati di biodiversità.
  • Perché riguardando anche geologia e morfologia del suolo, caratteristiche bioclimatiche, chimiche e fisiche dà argomenti anche per gli scienziati più ostinati.
  • Perché è un concetto che riguarda un’origine e una tradizione, ma una tradizione suscettibile di trasformazioni. Una memoria che muta al passare del tempo (usare in questi termini con le persone più sofisticate).
  • Sulla stessa linea: gli sforzi dei viticoltori sono come quelli di interpreti illuminati, che nel rispettare i metodi “di una volta” riscoprono le tradizioni rivendicando la loro inventiva.
  • Allora il vino diventa un alleato della memoria culturale.
  • Perché è un concetto che include il vino nello spazio della genuinità e del benessere, senza perdere niente del piacere che regala.
  • Perché è una parola che Luigi Veronelli invidiava ai francesi, per lui da tradurre in italiano con terra, perché, diceva, “terra è come uomo, non vi sono termini – o alternativi o similari – migliorativi.”
  • Perché ci sono terroir più ampi e altri piccolissimi. In ottobre scopriamo questi secondi.

Cosa sono i bianchi macerati?
La macerazione sulle bucce in 5 punti

Nell’uva a bacca rossa, mantenere nel mosto le bucce regala al vino colorazioni intense che conosciamo. Questo processo si chiama macerazione e per i vini rossi dura una quindicina di giorni (per i vini leggeri possono bastarne 5 e in altri casi – rari per la verità – la macerazione può durare anche 4 settimane).

1. E la macerazione sulle bucce nei bianchi?

La macerazione pellicolare applicata alle uve bianche regala infinite sfumature (dal giallo dorato all’arancio) ma anche profumi e sapori più intensi; in più, incide sul potenziale di affinamento del vino. Il concetto base è che molti dei composti che danno identità ai vini stanno nella buccia dell’uva (oltre agli antociani, responsabili del colore). La lunga macerazione sulle bucce permette l’estrazione dei tannini, che in un vino bianco è singolare e scombina le carte, perché di solito i bianchi derivano dalla fermentazione del solo succo d’uva, in assenza delle parti solide del grappolo.

2. Praticamente, come si fa la macerazione pellicolare?

L’uva appena vendemmiata viene diraspata (per evitare che i raspi cedano sostanze amare) e pigiata delicatamente, senza frantumare la buccia. Nel pigiato si ottiene, quindi, il contatto fra il succo e le bucce, da mettere nella vasca di macerazione e tenere a temperatura controllata (per controllare meglio il risultato) o anche no, a favore esiti più particolari e inaspettati.

3. Quanto dura la macerazione sulle bucce per i bianchi?

Il fattore tempo è cruciale e la macerazione sulle bucce richiede pazienza. Generalmente, dalle poche fino alle 24 ore, ma qualcuno si spinge fino a mesi o anni.

4. A chi si deve l’introduzione per i bianchi macerati?

Si tratta di una re-introduzione (la macerazione sulle bucce, anche per i binchi, rimonta alle prime forme di vinificazione): Josko Gravner in Georgia scopre bianchi fatti con tecniche antiche, esito di lunghissime macerazioni sulle bucce, in anfore di terracotta. Questo cambia per sempre il suo modo di fare vino e dagli anni 2000 vari produttori del nord-est producono vini bianchi con diversi tempi di macerazione a contatto con le bucce.

Oggi i vini macerati si producono non solo sul Collio goriziano ma in tutta Italia e di fatto assistiamo a un momento di gloria per i bianchi macerati, chiamati anche orange o ambrati.

5. Come sono, quindi, i vini macerati?

Una (breve o lunga) macerazione delle bucce arricchisce il mosto di sostanze aromatiche e questo origina vini molto caratterizzati, ricchi di profumo, di grande qualità e di colore intenso. Possono piacere più o meno, ma quanto è certo è che sono di carattere.

Nella selezione di settembre scopriamo come la diversa lunghezza della permanenza del mosto con le bucce comporti una maggiore o minore estrazione di sostanze e influenzi colore, profumo e sapore del vino. Nel presentarla, non possiamo che essere grati a chi ha avuto coraggio di tornare a una pratica antica, come nessuno prima di lui.

profumi del vino

Mai più scena muta annusando un vino. Guida in 6 punti

Annusare il vino e ascoltare la storia che ha da raccontarci significa non solo sfoggiare chiare doti (innate o frutto di studio e pratica), ma soprattutto far affiorare alla memoria i ricordi attraverso quei profumi, risvegliando emozioni che si credevano sepolte. Anche in questo risiede la magia del vino.

1. Come fa il naso a percepire i profumi del vino?

Si sentono i profumi perché le sostanze odorose del vino sono volatili, entrano nella parte superiore delle narici, da lì arrivano al cervello e parte la magia. Il naso percepisce gli odori in due modi: per aspirazione diretta e per via retronasale. Quest’ultima si sperimenta quando, deglutito il vino, si espira e si possono assaporare i cosiddetti profumi retrolfattivi.

2. Perché è importante respirare il vino?

Ogni vino reca le tracce, sintetiche e sorprendenti, delle caratteristiche della sua terra, del vitigno, dell’annata, del vignaiolo che l’ha fatto. Dal suo profumo si capisce molto di tutto questo e si inizia a comprendere se è di qualità. E poi è divertente far affiorare dal bicchiere la storia di quel vino e intrecciarla ai propri ricordi.

3. Come si diventa bravi a capirne i profumi?

Si comprende ciò che si conosce, per cui per diventare dei campioni dell’olfatto o si hanno doti innate e istintive (che spesso significa essere cresciuti nella natura) oppure bisogna essere curiosi dei profumi e allenarsi. Quindi annusare la frutta, i fiori, le spezie e ogni genere di odore, notando come evolve nelle diverse condizioni. Più in generale, usare il naso, farlo in modo critico e quotidiano. Nel vino si potrà allora ritrovare l’odore dell’erba appena falciata, il profumo del mare, quello del pane sfornato, l’incenso delle processioni, un camino dove il fuoco si è appena spento, un sentiero di montagna bagnato dalle prime gocce di pioggia, un negozio brulicante di fiori…

Riconoscerli regala un piacere indescrivibile.

4. Ho di fronte il bicchiere: che fare?

Si inizia annusando il vino a bicchiere fermo, per sentire gli elementi più volatili (il profumo è molto intenso se si sente da distante, poco intenso e quindi più timido se il naso va tuffato dentro il bicchiere per sentirlo).

Poi si fa roteare (non troppo!) e si annusa di nuovo. In questo modo, posso non solo capire se un vino è elegante e fine, ma anche la progressione dei profumi, perché il racconto è appena all’inizio. È con questi dettagli che iniziamo a capire se abbiamo di fronte un grande vino, se ha profumi sottili e ricchi di tante sfumature diverse; in questo caso sarà anche complesso.

Attenzione a non assuefarsi: per evitarlo il naso va staccato dal bicchiere dopo pochi secondi.

L’assenza di difetti si esprime definendo il vino pulito o franco.

5. C’è uno schema da seguire?

Soprattutto per chi sta imparando, è utile avere un ordine da tenere a mente per identificare la natura dei profumi. Poi l’allenamento porta non solo a perfezionare ma soprattutto ad approcciare con creatività lo schema. Ecco le principali famiglie di aromi da riconoscere e anche vari profumi di dettaglio, che si iniziano a distinguere col tempo:

Profumi floreali (biancospino, fior d’arancio, di mandorlo, di acacia, tiglio, gelsomino, sambuco, rosa, ginestra, crisantemo, violetta, lillà, iris, lavanda, geranio, giacinto e chi più ne conosce più ne metta)

Fruttati:

  Frutta fresca (albicocca, pesca, banana, mela, melone, ananas, frutto della passione, pompelmo, limone, lime, arancia, mandarino, cedro, ciliegia, prugna, fragola

  Frutti di bosco (lampone, mora, mirtillo, ribes)

  Frutta secca (mandorla, nocciola, noce, nocciola, pistacchio, uvetta, fichi)

  Frutta cotta (confetture di prugne, albicocche, pere, buccia d’arancia)

Erbacei (erba fresca, fieno, felce, sottobosco, muschio, fungo, peperone verde, foglia di tabacco, foglia di pomodoro, tè, menta, salvia)

Speziati e aromatici (anice, cannella, menta, timo, chiodi di garofano, pepe, finocchio, liquirizia, noce moscata, alloro, basilico, vaniglia, tartufo, zafferano, zenzero)

Balsamici (resina, ginepro, ambra, incenso, pino)

Tostati (cacao, caffè, cioccolato, caramello, pane tostato, catrame, affumicato, tabacco, polvere)

Minerali (pietra focaia, polvere da sparo, selce, grafite)

Animali (cuoio, carne, urina di gatto – tipica del Sauvignon -, selvatico, pelliccia, sudore)

Legnosi (legno verde, legno vecchio, castagno, quercia, sandalo, scatola di sigari)

E per finire in bellezza ecco gli eterei (smalto, sapone, caramella mou, burro, crosta di pane, cera d’api, latte).

6. E se sa di tappo?

Questo odore si sente quando il sughero è aggredito dalle muffe. Non è un tema di conservazione e se si avverte non si può far altro che aprire un’altra bottiglia. Può anche capitare di sentire altre puzze, come quella di feccia (uova marce, per intenderci) oppure di frutta troppo cotta o ancora un odore decisamente marsalato, tipico dei vini invecchiati oltremisura. Sono, questi e altri, odori sgradevoli originati da difetti delle uve o da pratiche di vinificazione non del tutto corrette. Rimediabile può essere l’odore “di ridotto”, assimilabile alla sensazione di chiuso e stantio, che può andarsene, o attenuarsi, lasciando respirare il vino.

Naturalmente tutto questo non ha niente a che vedere con la gara a chi spara più profumi – meglio se improbabili –, ma riguarda invece il desiderio di capire la qualità, che può esprimersi anche con poche, esatte, parole. Saper riconoscere ciò che un bicchiere ha da dire al nostro olfatto è una parte importante di quello che il grande Veronelli chiamava il bere con intelligenza, per cogliere la storia che ogni vino porta con sé.

E se siamo di fronte a un grande vino, il racconto può diventare emozionante.

Viti metropolitane

Viti di città: polmoni verdi da tutelare

Esistono contesti che sfidano il concetto di vigna in campagna.

Le vigne che stanno dentro i confini metropolitani hanno storie antiche.
Resistite all’urbanizzazione (grazie alla caparbietà dei singoli o col sostegno di amministrazioni illuminate), offrono ossigeno alle città, mantengono la biodiversità, sono fonte di colori, profumi e silenzio.

Raccontano storie di tutela del paesaggio e del valore della ruralità. Una vera chicca che si traduce anche in preziosa risorsa turistica e di rilancio dell’economia.

Sono queste le basi che hanno spinto la costituzione di un network europeo delle vigne di città. La finalità è appunto la promozione di questo patrimonio, non solo dal punto di vista produttivo – puntando sulla qualità – ma anche sotto il profilo turistico, perché la cultura contemporanea premia le storie del vino.

Sono, nella sostanza, gli stessi obiettivi che animano il Festival delle vigne metropolitane di Napoli. La città partenopea, infatti, è la prima in Italia per ettari vitati dentro i confini urbani, e si tratta peraltro di vigne che non sono intaccate dalla fillossera (quindi coltivate a piede franco).

Come scrive il nostro amico, il sommelier Cristian Chieregati:

Questo patrimonio vitivinicolo rende il vigneto napoletano unico nel mondo, dove gli enologi fanno a gara per lavorarvi e così scoprire e sviluppare vini che da altre parti sarebbero impossibili da produrre.

Ma quali sono, in Italia, le città con il maggior numero di vigneti metropolitani?

Oltre a Napoli, che è la prima, Torino, Brescia, Venezia, Roma, Siena
Anche quest’ultima, tra l’altro, presenta ancora delle rarissime viti a piede franco nei vari piccoli orti che caratterizzano il suo centro storico; si tratta di vigne conservate fino a oggi perché storicamente destinate soprattutto all’autoconsumo.

A livello europeo, la prima città per ettari vitati è Vienna, la seconda Napoli e la terza Parigi, con la sua vigna di Clos-Montmartre, ai piedi della Basilica del Sacré-Cœur, ripristinata negli anni Trenta del Novecento grazie alla caparbietà di un gruppo di artisti.

Ognuna con una storia diversa, vigne di città sono presenti anche a Londra (ad Enfield), New York (a Queens), Los Angeles, Praga, Salonicco, San Francisco

Quali, le conseguenze di coltivare la vite in città?

È evidente che scegliere di coltivare viti in città, o a ridosso della stessa, è una scelta in controtendenza, che comporta estensioni ridotte della vigna. L’altra faccia della medaglia è costituita dall’impatto ambientale di queste vigne – impatto che dovrà essere basso – e quindi dalle tecniche di coltivazione impiegate, che proprio per la vicinanza alle aree abitate devono rinunciare a trattamenti invasivi, come ci ha raccontato Carlo, di Terre del Lagorai.

Nel mese di agosto offriamo una selezione di vini metropolitani di Napoli, fatti da vignaioli eroici in un territorio di incomparabile bellezza.

vini delle sabbie

Quando il vino viene dal mare…

Viti che affondano le radici nella sabbia, uve coltivate in ambienti costieri, vini che profumano di mare… La storia dei “vini delle sabbie” parte da lontano ed è ancora in gran parte da scrivere.

Ma cosa si intende per “vini delle sabbie”?

Quando la vite cresce in suoli a prevalente struttura sabbiosa (almeno l’85%) i vini che ne derivano hanno caratteristiche particolari.

Le viti nei terreni sabbiosi sono coltivate “a piede franco”?

Sì, se, oltre ad essere sabbioso il suolo ha anche meno del 6% di argilla. In questo caso si definisce “non fillosserico” ed è possibile piantare la vite “a piede franco”, senza portinnesto su vite americana.

Quali le caratteristiche dei vini delle sabbie?

I vini delle sabbie sono molto profumati, hanno tannini leggeri, colorazioni chiare e grado alcolico non elevato; sono beverini e molto piacevoli. 

Qual è il territorio italiano più noto per i vini delle sabbie?

L’area del Delta del Po. Apparentemente un paesaggio piatto e uniforme, in realtà dotato di un grandissimo pregio ambientale: questi terreni sono perfetti per coltivare la vite. Le sabbie costiere, infatti, sono sormontate da suoli poco evoluti e molto permeabili; le radici delle vigne penetrano a fondo e il terreno molto drenante impedisce che si verifichino dannosi ristagni di acqua. Coltivarli non è semplice perché non poche sono le difficoltà ambientali nell’area, dovute alla scarsa acqua estiva e ai pericoli di alluvione.

Quale il vitigno delle sabbie più famoso?

Re dei vitigni delle sabbie è il fortana, la cui storia non manca di un inizio leggendario. Sarebbe stata Renata di Valois-Orléans, principessa di Francia, ad avere portato in dote ad Ercole II d’Este, duca di Ferrara, alcune barbatelle di un vitigno a bacca nera, noto come “fruttana” o vino della “Côte d’Or”. In realtà, nel ferrarese si coltivava la vite almeno dall’epoca etrusca. Oggi, l’uva fortana è la base della DOC Bosco Eliceo. È coltivata “a piede franco”, una vera chicca perché i terreni sabbiosi e fluviali, ma probabilmente anche i boschi di lecci e il clima umido mettono al riparo il vitigno dalla fillossera.

Che vino si ottiene dall’uva fortana?

L’uva è vinificata in versione naturalmente frizzante ma anche spumantizzata con metodo classico.

Altri territori con terreni sabbiosi?

Sono vari, in Italia. Il Barolo, ad esempio, varie zone dell’Etna, ma anche il veronese, i Campi Flegrei, il nuorese e altri.

I “vini delle sabbie” per troppi anni rimasti ai margini della grande enologia italiana ma oggi tornano alla ribalta, con tutte le loro particolarità, i sapori e i profumi che li contraddistinguono. Questi vini sono anche in grado di contribuire alla valorizzazione e allo sviluppo economico di un territorio. Nel mese di luglio li scopriamo assieme.

Negroamaro

Identikit del negroamaro

Il negroamaro, vitigno autoctono della Puglia che nel Salento ha la sua zona di elezione, ha una storia antica.

A bacca nera, deve il nome al colore scuro (con riflessi violacei) dei suoi vini e al gusto forte che vi imprime.

Portato in Italia dai Greci, è tra i vitigni più vecchi d’Italia, oggi è coltivato lungo circa 32 mila ettari ed è particolarmente diffuso fra Taranto, Brindisi e Lecce.

Ama i climi caldi, poco piovosi, e si vendemmia piuttosto tardi, tra la fine settembre e l’inizio di ottobre.

L’uva si presenta con grappoli di media grandezza, a forma di cono. Le bacche hanno dimensioni medio-grandi e ovali.

Uva asciutta e di carattere, regala ai suoi vini profumi e sapori intriganti, tutti giocati attorno alla frutta rossa, con sentori di spezie e di liquirizia.

È stato storicamente usato come vino da taglio per dare colore e grado alcolico ad altri vini (soprattutto del nord Italia ma anche francesi e del nord Europa). Oggi se ne sono riscoperte le grandi potenzialità, in blend con altre uve ma anche in purezza.

Vinificato in rosso, è molto versatile ma si accompagna in modo perfetto soprattutto a secondi piatti a base di carne.

Ma è il Rosé di negroamare ad avere oggi il maggiore successo. Vinificato in rosa (con 10% di malvasia), quest’uva ha dato vita al primo Rosato italiano, prodotto nel Salento nel 1943 (Five Roses di Leone de Castris). In versione rosa è un vino ottimo con il pesce ma perfetto anche in solitaria, come aperitivo.

Temperatura di servizio: 16-17°C il rosso, il Rosé almeno 3 gradi in meno.

Presta il nome a una famosa rock band salentina e nel mese di giugno è il protagonista assoluto della nostra selezione, dedicata ai Rosé del Salento.

San Zenone

Tutto ciò che volevi sapere sul Molise del vino

Il Molise ha una tradizione vitivinicola antica e oggi sta crescendo nel panorama enoico nazionale. Fa sentire la sua voce soprattutto per i vini rossi (ma non solo!), grazie al lavoro di appassionati vignaioli e all’ottima qualità delle uve del territorio. Un territorio piccolo, scrigno di tesori e tradizioni.

1. Da quando si coltiva l’uva in Molise?

Dai Sanniti, prima dei Romani.

2. Quanti gli ettari vitati oggi?

Oltre 6.000.

3. Dove stanno i vigneti?

Per il 58% in montagna, per il 42% in aree di collina.

4. Quali le zone di riferimento per la coltivazione della vite?

Soprattutto la valle del Trigno e quella del Biferno.

5. Vitigni autoctoni?

Tintilia (a bacca nera), antica uva del Molise che ha rischiato di scomparire e oggi è il simbolo della rinascita enologica regionale. Da quest’uva si ricavano il Tintilia del Molise Rosso, il Tintilia del Molise Rosato e il Tintilia del Molise Rosso Riserva.

6. Denominazioni?

Il Molise ha 4 eccellenti DOC: Biferno DOC, Pentro DOC, Molise DOC e Tintilia del Molise DOC. Due, invece, le IGT: Osco o Terra degli Osci IGT e Rotae IGT.

7. Cosa ci si abbina?

La cucina tradizionale molisana è quanto mai varia ma è la carne a fare da padrona, assieme a formaggi, tartufo ma anche alla cucina di mare lungo la costa… Due le DOP della regione: il Caciocavallo Silano DOP e l’olio extravergine di oliva Molise DOP.

Seconda regione più piccola d’Italia, il Molise è scrigno di tradizioni antiche, custodite da uomini caparbi e tenaci. In questo mese di maggio la scopriamo assieme, grazie a sei vini selezionati per noi da Carlo Pagano (migliore sommelier di Abruzzo e Molise).

vino rosso

Come affrontare il vino rosso in sette piccoli passaggi

Per tante persone il rosso è il vino per eccellenza, ma come si approccia e come si degusta correttamente?

In cantina

In un ambiente a temperatura costante (idealmente tra 11-16°C), le bottiglie di rosso, stese in orizzontale sugli scaffali, si conservano disposte più in alto di tutte le altre.

L’ordine da seguire, dal basso verso l’alto (per seguire l’innalzarsi della temperatura), è questo: spumanti, bianchi, rosati, rossi giovani e infine rossi evoluti.

Temperatura

I vini rossi delicati si servono tra i 12 e i 14°C, quelli di media struttura tra i 14 e i 16°C.

I vini rossi molto strutturati attorno ai 16°C o poco sopra (fino ai 18°C).

Il calice

Per i vini rossi serve un calice ampio, per permettere l’ossigenazione e la perfetta liberazione dei profumi. Più il vino ha personalità più serve un calice grande, fino ad arrivare al ballon, bicchiere molto panciuto che consente ai profumi di sprigionarsi dentro alla coppa e di salire piano piano al naso.

Attenzione ai residui!

Un vino rimasto a lungo ad affinare in bottiglia può presentare residui: è per questo che non va scosso e per separare i sedimenti si usa possibilmente un decanter (con un collo stretto).

Il decanter

Ma il decanter (questa volta con collo largo) si usa anche per fare arieggiare i rossi giovani, vini che hanno bisogno di respirare per dare il meglio di sé. O in alternativa si può aprire la bottiglia qualche ora prima di berla.

La diversa larghezza del collo del decanter determina la maggiore o minore ossigenazione del vino: è molto importante limitarla, nel caso di vini invecchiati, per non far volare via i profumi.

C’è tannino e tannino…

Distinguere tra un rosso giovane e uno più evoluto può dare grande soddisfazione a chi si sta avvicinando per le prime volte alla degustazione. Il tannino è l’elemento che dà sensazioni di astringenza in bocca: se questo si manifesta in modo duro (quasi irruento!) il vino è ancora giovane mentre se, pur presente, ha un sapore morbido siamo di fronte a un vino evoluto.

Ultimo consiglio?

Il suggerimento più spassionato per imparare a degustare, apprezzare le qualità del vino rosso (e del vino in generale) e affinare così il proprio palato è sperimentare, assaggiandone tanti, e dando alla degustazione l’attenzione che merita.

“Assaggia il vino e ascolta il suo racconto”, diceva Luigi Veronelli e noi ve ne proproniamo (e raccontiamo) sei diversi ogni mese.

come afferrare un calice di vino

Come si tiene un calice di vino?

Che tu sia un esperto con tante bottiglie nel curriculum o una persona che si sta affacciando a questo mondo straordinario, c’è una regola di cui tutti dovremmo conoscere le ragioni.

Il calice va afferrato dallo stelo, o dalla base, con tre dita. Solo così si può osservare il colore del vino e sentirne i profumi, evitando interferenze olfattive e senza riscaldarlo. Naturalmente, è anche una questione di bon ton, per l’eleganza di questo gesto.

Questi principi valgono anche per i bicchieri senza stelo, che andranno impugnati alla base, il più distante possibile dall’orlo.

Perché?

Il presupposto di base è che il liquido che sta dentro al bicchiere è prezioso e merita la nostra attenzione, per essere capito a fondo. C’è naturalmente una differenza tra bere e degustare, e in questa contrapposizione si condensa la distanza tra il vino come nutrimento del corpo e dello spirito, tra il vino nella società contadina dei nostri nonni e la degustazione contemporanea.

Quando nasce il calice?

I primi bicchieri a forma di imbuto, provvisi di un piccolo stelo, compaiono già nel Medioevo ma è nel corso dell’Ottocento che, con la diffusione del cristallo, si sviluppa il calice che conosciamo oggi.

Regola assoluta?

Per i non esperti, viva la schiettezza di chi ama impugnarlo per la coppa e non bada ad accorgimenti copiati se ne ignora il senso.

E sempre in tema di rifiuto di qualunque forma di omologazione, una lezione viene da Gravner, grande vignaiolo friulano, che ha ideato un bicchiere a coppa con due rientranze per assicurarne la presa e dare la sensazione di tenere il vino raccolto dentro la mano:

L’idea di creare un bicchiere a forma di coppa, mi è venuta per la prima volta nel 2000 quando andai nel Caucaso. Durante quel viaggio, organizzato per vedere le anfore che stavano realizzando per la mia cantina, visitai un monastero sulle colline di Tbilisi. In quella occasione i monaci, oltre a darmi il benvenuto con dei canti religiosi, mi servirono il loro Vino nelle coppe di terracotta. Quel gesto mi rimase impresso, bere del Vino in una coppa senza stelo è molto diverso che da un bicchiere, non vorrei essere frainteso, ma il gesto che la coppa ti impone verso il Vino è più intimo più rispettoso…più umile.

Joško

anfore per il vino

Chi ha inventato il vino?

Per la Bibbia lo scopritore è Noè, che dopo il Diluvio pianta la prima vigna e scopre così i poteri del vino. Per i Greci invece è Dioniso che, sperimentati i miracolosi benefici della bevanda divina, la diffonde generosamente.

La nascita del vino si deve probabilmente al caso (anche se i più appassionati non lo credono affatto), scoperta grazie alla fermentazione naturale dell’uva dimenticata in contenitori.

Di dove sia originaria la vitis vinifera da cui si trae il vino lo sappiamo dalle scoperte archeologiche: dall’India, nel terzo millennio avanti Cristo si diffonde nei paesi limitrofi dell’Asia e lungo il bacino del Mediterraneo.

La prima cantina

Ma la vera rivoluzione per il vino avviene in Armenia, l’antica Mesopotamia, grazie a comunità che abbandonano il nomadismo per dedicarsi all’agricoltura, e anche alla coltivazione della vite.

Abbiamo quindi la prima testimonianza della produzione di vino su larga scala, nel 4.100 a.C. Si tratta di una vera e propria cantina: una grotta con pressa per l’uva, recipienti per la fermentazione e la conservazione. Sono state trovate anche coppe, resti di raspi, semi e bucce, giare…

I primi vini

Nel 2500 a.C. in Egitto troviamo già le prime testimonianze di diverse tipologie di vino (in alcuni geroglifici) e nel corredo funebre di Tutankamon ci sono anfore per il vino, con indicazione di provenienza, annata e produttore.

Il primo sommelier

Il vaso di Inandik (1650-1550 a.C, Museo delle civiltà anatoliche, Ankara), esempio supremo della cultura del vino dell’antica Anatolia, mostra per la prima volta alcune persone addette alla preparazione del vino.

La grande storia del vino era oramai scritta.