Chianti Classico Collection 2019

Chianti Classico Collection 2019

Chiude tra gli applausi la Chianti Classico Collection 2019 (11-12 febbraio).

Straordinaria affluenza per l’edizione numero 26 di un evento che sta diventando molto popolare e che quest’anno, per la prima volta, ha aperto le porte anche ai non addetti ai lavori.

Quasi 200 produttori si sono riuniti alla Stazione Leopolda di Firenze e hanno portato le loro ultime annate: circa 800, le etichette in degustazione.

Il Chianti Classico punta oggi sempre più sui singoli terroir e secondo il sommelier Andrea Gori è proprio grazie a questo investimento lungimirante sulla specificità che oggi “non esiste vino italiano che sui 30 milioni di bottiglie riesca a sfoggiare una qualità media così alta”.

Se l’elemento caratteristico del paesaggio chiantigiano sono i filari di viti alternati agli oliveti, la morfologia e la geologia del territorio sono straordinariamente ricchi variabili: nel giro di poche centinaia di metri ci sono suoli differenti, che producono vini con ventagli gusto-olfattivi diversi. Il Chianti Classico ha tante espressioni, tanti terroir e tanti protagonisti, tutti elementi che nella loro sincerità ed eleganza predispongono ad un’analisi sensoriale di grandissimo valore.

Esistono tre tipologie di Chianti Classico: Annata, Riserva e Gran selezione, quest’ultima introdotta nel 2013 per alzare ancora di più l’asticella della qualità.

Per tutte queste ragioni, la degustazione di Chianti Classico è divertente e mai uguale a se stessa.

IN BREVE

Da che uve è prodotto il Chianti Classico?

Questo vino è fatto con sangiovese (per almeno l’80%), eventualmente mescolato con altre uve a bacca rossa, autoctone (come canaiolo nero e colorino) o internazionali (merlot e cabernet sauvignon).

Quali sono le regole del Chianti Classico?

Deve essere invecchiato per almeno 11 mesi e avere una gradazione alcolica di almeno 12° (superiori sono i requisiti per il Riserva).

Il disciplinare regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne, con limitazioni sulla quantità di uva prodotta per ettaro di terra, ma anche per pianta. E i vigneti devono stare su terreni a un’altitudine non superiore a 700 metri sul livello del mare.

Chianti o Chianti Classico?

Sono due DOCG diverse e hanno disciplinare, zona di produzione e Consorzio differenti.

Il Chianti Classico si produce nei 70.000 ettari compresi tra le città di Firenze e Siena; si tratta di un’area vitivinicola straordinaria, individuata per la produzione del Chianti già a inizio Settecento dal Granduca di Toscana. Il suffisso “Classico” è stato aggiunto nel 1932 per distinguere quel vino dal Chianti prodotto al di fuori della zona d’origine.

Come distinguere il Chianti Classico?

Per il Gallo Nero, che è il suo simbolo; e poi assaggiandolo.

Abbinamenti

Si tratta di un vino versatile, che si sposa benissimo ai piatti della tradizione toscana ma che può stupire anche in abbinamento a molte cucine internazionali.

Consigli utili

Per degustarlo al meglio, la bottiglia deve essere aperta qualche ora prima dell’uso per consentire al vino di ossigenarsi e quindi di sprigionare i suoi molteplici profumi.

La temperatura ideale di servizio è di 16-18 gradi, in base alla stagione.

Dà il meglio di sé nel calice a tulipano.

Dove acquistarlo?

Su Sommelier Wine Box, ma solo a febbraio!

viti trentine

Le chiavi del successo dei vini trentini

Perché i vini trentini vivono da anni un crescente successo?

Il Trentino è un territorio di straordinaria vocazione viticola. Presenta condizioni varie, adatte a vitigni diversi, nonostante si tratti di un’area piuttosto piccola e prevalentemente di montagna.

Dal Metodo Classico ai bianchi di montagna, dai rossi strutturati ai vini dolci, i vini trentini si caratterizzano per la grande eleganza, per i profumi freschissimi e perché si fanno bere con estrema piacevolezza.

Vent’anni fa non era così ma oggi il Trentino è famoso soprattutto per i bianchi (il 70% dell’uva vendemmiata è a bacca chiara), per quanto vari siano anche i vitigni rossi, tra cui lagrein, teroldego, marzemino e pinot nero.

Tutti traggono il proprio valore da una grande diversità territoriale, orchestrata magistralmente dall’uomo.

Abbiamo provato a riassumere alcune delle ragioni della crescente popolarità dei vini trentini:

1- QUALITÀ

Questa sembra essere la chiave primaria, perseguita in passato e da perseguire sempre con determinazione, sacrificando sulla quantità.

2- SCELTA DEI VITIGNI PIÙ ADATTI

La viticoltura trentina si giova di una scelta oculata dei vitigni più adatti alle varie zone in base al clima, ai terreni, ad esposizioni e altitudini. I viticoltori trentini hanno selezionato l’uva più giusta per i vari terroir realizzando un rapporto ottimale con l’ambiente pedoclimatico: siamo di fronte a un mosaico di microclimi che permette di coltivare ogni vitigno nell’area più adatta.

3- PREFERENZA PER LE VARIETÀ PREGIATE DELLA TRADIZIONE

Questo aspetto porta con sé la necessità di selezionare, in controtendenza rispetto all’indiscriminata diffusione di troppe varietà viticole.

4- PROMOZIONE

Del vino ma anche delle tradizioni gastronomiche e del turismo, per accrescere il valore di tutta l’offerta territoriale. In Trentino si assiste a un virtuoso e reciproco rapporto di valorizzazione fra enogastronomia e turismo con lo scopo di preservare la tradizione, quella rurale come quella storico artistica.

5- AMBIENTE IDEALE PER LE BOLLICINE

I terreni vitati del Trentino -generalmente calcarei- si trovano per lo più in altitudine, con esposizioni molto differenti tra loro. Queste caratteristiche ricordano alcune delle situazioni più felici della Champagne.

Il TrentoDOC -lo spumante trentino a base di chardonnay- è una bollicina dal portato stilistico preciso: grande finezza e fragranza, marcate note fruttate, acidità equilibrata, eleganza.

In questo mese di gennaio, nella Box Esperto, proponiamo un TrentoDOC molto particolare, selezionato dal trentino Roberto Anesi (migliore sommelier AIS 2017) e prodotto in una piccola e promettente cantina della Valsugana.

Imperdibile.

bicchieri rosé

Il 2018 del vino italiano

Fine anno è tempo di bilanci, di riflessione sul passato, di sguardo al futuro.

Questo è un resoconto del 2018 enoico deliberatamente parziale, fatto da un punto di osservazione privilegiato ma soggettivo, da parte di una giovane startup che corre per diventare grande.

Le occasioni del vino

I dati sulle occasioni del vino evidenziano un panorama discontinuo, in Italia. Nel nostro paese c’è una abitudine al consumo di vino ma il nettare di Bacco si beve in occasioni diverse, con modalità e frequenze differenti tra le varie fasce di popolazione.
Gli over 35 tendono a bere vino durante i pasti, mentre per i millennials l’uso è meno tradizionale, concentrato sul fine settimana e molto legato alla compagnia degli amici.
Due dati trasversali: gli uomini tendono ad accumulare più scorte ed emerge in tutte le categorie l’importanza della comunicazione del prodotto.

Trend del vino: 2018

Nel 2018 il maggiore interesse (online) per il “vino” si è verificato nel mese di dicembre. Il tema del “vino italiano”, invece, ha un picco alla metà di aprile, chissà se è un dato da collegare al Vinitaly…
Alcuni dei trend più significativi del 2018 sono stati i vini naturali e la ricerca della qualità vs la quantità. E poi bollicine, bollicine, bollicine

Trend del vino: 2019

Il 2019 vedrà i millennials rafforzare la propria posizione di maggiori consumatori di vino al mondo.
Queste, a oggi, le tendenze ipotizzate: importanza dell’etichetta (grande leva di acquisto) e diffusione del vino in lattina (si diceva anche a fine 2017). La crescita dell’importanza del packaging era uno dei punti cruciali del vino nel 2018 e sarà così anche per l’anno prossimo.
Se la crescita dei vini internazionali pare essere un trend generale del mondo del vino, l’Italia si conferma invece leader di autoctonia e biodiversità, punti forti su cui spingere per distinguersi.

Il vino italiano in UK

Nel 2018 il Prosecco è stato ancora in grande spolvero nel mercato inglese, assieme ai vini toscani e a quelli piemontesi.
Resta l’incognita Brexit, ma per il 2019 i trend del mercato inglese che interessano il vino italiano vedranno crescere l’attenzione per i vitigni autoctoni (soprattutto bianchi), fortemente legati al territorio, e per quelli vegani, ma anche l’abbinamento vino-cibo e la diversificazione dei formati per le diverse occasioni di consumo.

In cucina

Libero sfogo alla fantasia, negli abbinamenti vino-cibo del 2018! E quindi ecco la prima guida all’abbinamento tra vini italiani e cucina giapponese (di Shigeru Hayashi) e la crescente ricoperta degli abbinamenti di una volta, tra cibi e vini del territorio. In mezzo, c’è un mondo enogastronomico creativo, dove convivono tendenze che danno risalto ai prodotti locali, alla salubrità, ai piatti “senza”, alla cucina degli avanzi insieme alle formule di ristorazione fast and casual, lo street food che non passa di moda, alla cucina mediorientale. Tutto rigorosamente da instagrammare.

Regali di vino

Nel mese di dicembre si è registrato un potente incremento nell’acquisto di vino da parte delle aziende, che, su tutti gli altri regali, prediligono di gran lunga quelli enoici per soci e dipendenti. Del resto, a Natale quasi un italiano su quattro, nel 2018, sceglie l’enogastronomia per fare i propri regali.

Vino e social media

Un matrimonio difficile, quello tra vino e social media, perché deve coniugare il prodotto esperienziale per antonomasia, che da sempre vive di occasioni vissute, di tempi lenti, di introspezione, di storie… insieme a esigenze di marketing contemporaneo che punta tutto sulla rapidità, sull’acquisto immediato, su forti leve emotive.
Una chiave potrebbe essere lo storytelling, ma di valore.

DIGITALmeet18

DIGITALmeet 2018: nuove avventure all’orizzonte

Ieri si è concluso il DIGITALMeet 2018 (#DM18), il Festival sulla digitalizzazione che con oltre 150 incontri in 16 regioni ha interessato tutta l’Italia, da nord a sud.

Titolo: alfabetizzazione digitale per cittadini e imprese.

Sottotitoli: rilancio dell’economia, diversi scenari dell’innovazione digitale, apporto delle piccole e medie imprese al processo; robotica, digital marketing, big data, blockchain, e-commerce. Ma si è parlato anche di sport, di cyberbullismo, di fake news, di scuola, delle sfide dei musei di oggi, dei nuovi rapporti tra genitori e figli nell’era digitale.

Anche noi vi abbiamo preso parte, mercoledì 17 ottobre, partecipando all’evento dedicato al ruolo delle startup al processo di innovazione del paese, nella cornice del bellissimo palazzo Giacomelli di Treviso. La “call for ideas” riuniva alcune startup selezionate da Digital Magics nel territorio, e dava a ciascuna la possibilità di presentare la propria attività.

Il quadro della serata è stato impostato da Gianni Potti (fondatore di DIGITALmeet e Presidente della Fondazione Comunica), che ha raccontato le ragioni del Festival. Marco Gay ha parlato dell’attività di incubazione di Digital Magics di cui è amministratore delegato, Gabriele Ronchini (fondatore e amministratore delegato Digital Magics) di innovazione digitale e richiesta del mercato, Roberto Santolamazza (direttore generale t2i) di soft skills come leve di crescita e Francesco Savino (amministratore delegato di Julia) di esternalizzazione.

Il cuore dell’evento è stato la trasformazione digitale del paese e ogni startup ha raccontato qual è il proprio contributo: il proprio lavoro e le sfide quotidiane, tra numeri, difficoltà e sogni. Ha avuto il merito di riunire assieme persone diverse: si è parlato, tra l’altro, di software al servizio della produttività e della sicurezza, di facilitazione della vita – a vari livelli – delle aziende e delle persone, di intelligenza semantica.

Luca Menato_DIGITALmeet18

Nel nostro pitch abbiamo raccontato cosa facciamo e perché, quali sono i nostri progetti, le aspirazioni, i sogni e le proiezioni future di Sommelier Wine Box.

È stato un incontro importante (una delle nostre prime uscite pubbliche!) e una grande occasione di confronto, sia con tutti quelli che come noi ogni giorno portano avanti un sogno, sia con chi, per competenze e capacità, si assumono il grande compito di selezionare e consigliare chi svolge attività potenzialmente ad elevato sviluppo.

 

Sommelier Wine Box call for ideas

Inutile dire che ci fa un immenso piacere, poi, essere risultati i vincitori: è stata una fonte di entusiasmo nuovo, e non perché questo sia un traguardo raggiunto, quanto perché crediamo che la consulenza che ne deriva possa dare nuova linfa all’energia che ogni giorno dedichiamo a questo progetto. Sarà un modo per allargare i nostri orizzonti e per imparare da chi ha più esperienza ed esperienze diverse dalle nostre, per alzare l’asticella della qualità.

E poi, quale momento poteva essere migliore per beneficiare della competenza di Digital Magics, ora che vogliamo fare un test del mercato inglese?

Sommelier Wine Box DIGITALmeet18

vino rosso

Il fascino del rosso

Amo le bevande di un colore rosso vivo. Hanno un sapore due volte più buono di qualsiasi altro colore.

Lucy Maud Montgomer

Rosso, magenta, scarlatto, vermiglio, corallo, cremisi, porpora, amaranto, bordeaux. Tante sfumature che parlano tutte di creatività dirompente, emozioni forti, energia vitale. È il colore della vita, del cuore, delle ciliegie, del vino.

Eppure, il rosso è uno dei colori che indossiamo meno, perché è impegnativo, richiama attenzione, risveglia i sensi, riporta all’improvviso la mente al presente. Ci vuole coraggio, a indossare il rosso, e personalità.

Se il colore rosso rende loquaci, passionali e felici il vino rosso eleva tutto questo alla potenza.

Del resto, nell’immagine collettiva il vino è rosso per antonomasia e rossi italiani sono tra i più amati al mondo.

Se è stato caricato nel tempo di moltissime proprietà (non ultima quella di combattere l’invecchiamento o le malattie cardiovascolari) c’è chi si spinge a collegare la preferenza del vino rosso ad aspetti psicologici, legati alla personalità più profonda di ciascuno. Chi ama il rosso, quindi, sarebbe portato all’introspezione – pur sempre razionale – all’autoanalisi, alla meditazione. E ci si può anche sbizzarrire all’interno della tipologia: chi predilige i rossi più multiformi, come possono essere Barbera o Barolo, avrebbe, ad esempio, una naturale predisposizione per la complessità…

Per tutti gli amanti del vino rosso, nel mese di ottobre ne proponiamo sei, selezionati da Lorena Lancia (migliore sommelier FISAR 2016) tra piccole e speciali cantine della Sicilia, della Toscana e del Trentino Alto Adige. Sono vini diversi fra loro ma tutti pensati per essere condivisi a tavola, per riscandare le serate, per dare il benvenuto all’autunno, per meditare sulla natura che cambia colore…

Vini rossi

 

Milano Wine Week

Milano Wine Week – una Fashion Week per winelovers?

I riflettori del mondo vinicolo si preparano a puntare su Milano, che dal 7 al 14 ottobre ospita la sua prima Wine Week, benedetta dal brindisi inaugurale di sabato 6 ottobre, a suon di Trentodoc, in piazza Tre Torri (City Life).

Sarà una Fashion Week per winelovers? Lo vedremo, l’ambizione è certamente quella!

La settimana del vino avrà il suo cuore pulsante a Palazzo Bovara – a Porta Venezia – dove si alterneranno eventi, degustazioni, masterclass, workshop, convegni, proiezioni, verticali e presentazioni.

Ma la Milano Wine Week sarà un collettore di vari eventi enologici: tra Bottiglie Aperte (7-8 ottobre) – quest’anno per la prima volta in via Tortona – e la presentazione della guida di Doctor Wine di domenica 14 ce ne sarà per tutti i gusti: colazione con Franciacorta, verticale di Sassicaia, business forum e naturalmente tanti eventi e degustazioni per tutti i palati.

E poi ci sarà la partecipazione della città, perché il successo della manifestazione si valuterà anche dagli eventi legati al mondo del vino organizzati nelle più diverse sedi: nei locali di somministrazione e nelle gallerie d’arte, nelle librerie e nei punti vendita più diversi. Il palinsesto è continuamente aggiornato nel sito e tutte le attività si seguono nella sezione intitolata “Day by Day”.

“Uno dei ruoli chiave nello svolgimento della Wine Week – spiega Federico Gordini, imprenditore milanese, ideatore della MWW – sarà quello dei locali di somministrazione e dei retail milanesi gravitanti nell’orbita del vino, che rappresentano la vera offerta vinicola della città.”

È proprio su questa capacità di uscire per le strade e coinvolgere la città a tanti livelli che secondo noi si giocherà la partita della Milano Wine Week: darà la temperatura dell’abilità del mondo enologico di essere inclusivo e di saper parlare a tutti, dagli esperti del settore agli amanti (non meno appassionati!) di questo magico mondo.

 

 

 

 

vini naturali

Vino naturale

Cos’è la naturalità?

La rispondenza a un ordine interno o esterno, motivato dalla natura, per il più noto dizionario italiano.

Oggi, tanto più ci allontaniamo da uno stile di vita in armonia con la natura tanto più rincorriamo prodotti bio, una vita salubre e sobria, lo sport, la meditazione… I ritmi della vita contadina – in cui in nessuna stagione dell’anno si mancava di lavorare all’aperto – sono un ricordo lontano per la maggior parte di noi.

La naturalità, quale ritorno al grado zero della vita (zero come misura perfetta!) è un impulso troppo profondo per non ascoltarlo. Ci troviamo quindi a ricostruire artificialmente quanto per le generazioni passate era lo stato normale delle cose: stagionalità dei prodotti, esercizio fisico, alimentazione equilibrata, vita all’aria aperta…

Anche nel mondo del vino è forte la discussione sulla naturalità, ma che cosa sono i vini naturali?

Francesco Cannizzaro, sommelier del mese di settembre, ci suggerisce questa definizione:

vini privi di additivi chimici e prodotti con metodi di lavoro che prevedono il minor numero possibile di interventi, sia in vigna che in cantina.

Il vino naturale è quello che, per volontà precisa del vignaiolo che lo produce, esclude tutte le sostanze chimiche di sintesi: unico additivo ammesso è la solforosa, in piccole quantità, per stabilizzare il vino.

Non mancano le connotazioni politiche: Diletta Sereni ha recentemente scritto che il vino naturale nasce come

una reazione politica alla viticoltura industriale che a partire dagli anni Sessanta ha impoverito i suoli, avvelenato i campi e trasformato il vino in una bevanda aggiustata per adattarsi alle richieste del mercato.

La naturalità del vino è quindi una precisa operazione dell’uomo, una scelta di chi vuole cercare di avvicinarsi a un ordine naturale. Quasi un’utopia.

È forse per questo che il vino naturale si ammanta di grande fascino.

 

vigneto naturale coltivato a sovescio

 

#BOTTA&RISPOSTA

Come si riconosce una vigna naturale?

Vegetazione tra i filari, erbe spontanee, un certo – vitale – disordine

 

Conseguenze?

Basse rese delle viti;

vini dai gusti antichi e speciali;

colori poco convenzionali

 

Chi produce vino naturale?

Vignaioli coraggiosi, innamorati della terra

 

Chi beve il vino naturale?

Gli stessi che bevono l’altro, se sono curiosi

 

Sono buoni, i vini naturali?

Sì, quelli fatti bene

 

Si può bere un’intera bottiglia di vino naturale senza sbronzarsi?

Questo è da testare assolutamente, acquistando una nostra Wine Box di settembre!

 

 

Bollicine italiane

Chi beve le bollicine italiane esportate?

Per la catena di perle trasparenti, per i profumi e i sapori che sprigionano, per l’eleganza nell’apparenza semplice, le bollicine si caricano sempre di una magia speciale. Secondo la tradizione, poi, il botto che ne caratterizza l’apertura scaccia gli spiriti cattivi.

Protagoniste indiscusse dei momenti di festa, a noi piace pensare che questi vini siano in grado di rendere speciale qualunque momento.

Del resto, che le bollicine italiane stiano giocando una grande partita e vivendo un momento di successo è sotto gli occhi di tutti, e questo è vero sia in casa sia fuori.

Nel 2015, infatti, sono state mandate “in trasferta” 320 milioni di bottiglie di spumante italiano e l’export nel 2016 ha toccato il 23%. Il 2017, poi, è stato l’anno di un nuovo record delle esportazioni di bollicine, per un valore economico superiore ai 1,3 miliardi di euro (sui 5,5 dell’esportazione totale di vino italiano), secondo uno studio della Coldiretti.

Sul podio vanno Prosecco, Asti e Franciacorta.

Ma dove viene bevuto il vino esportato?

Grandi amanti delle bollicine italiane sono gli inglesi, che si aggiudicano una parte importante dello spumante esportato. Lo consumano a casa, nei bar più trendy di Londra come nei pub, e anche in locali specializzati, dove la bollicina italiana è celebrata quale elemento di culto, come accade nella Prosecco House a Tower Bridge.

Del resto, le bollicine italiane vanno forte anche negli Stati Uniti, il principale mercato estero insieme al Regno Unito.

Quanto agli altri terreni di gioco, se l’esportazione in Germania negli ultimi anni è cresciuta a ritmo più contenuto, c’è un dato nuovo che riguarda la Francia, il regno delle bollicine, verso cui nel 2016 l’Italia ha aumentato del 186% l’esportazione di spumante. In termini di numeri, il Prosecco fa meglio in Francia di quanto lo Champagne faccia in Italia: per una bottiglia di Champagne stappata in Italia, i nostri cugini d’Oltralpe ne stappano oltre 6 di spumante italiano. A fare la differenza, tuttavia, è il valore medio per bottiglia, un gap forte che va colmato con adeguate politiche di valorizzazione.

Altri mercati importanti per i perlage italiani sono quelli di Giappone, Canada, Paesi Bassi e Austria, anche favoriti dall’aumento del numero di grandi importatori.

Si sa, con il successo crescono le imitazioni, a iniziare dall’Europa, dove spuntano bottiglie di Kressecco e di Meer-Secco…ma queste non solo non sono della stessa categoria, ma non praticano nemmeno lo stesso sport.

 

Per saperne di più:

sul mercato in UK (e qui); sui dati del 2016 (e ancora qui e qui); del 2017 (e ancora qui, qui, e qui).

Arena di Verona, Vinitaly

Chi ha inventato il Vinitaly?

A Verona, dal 15 al 18 aprile si terrà l’edizione 2018 del Vinitaly, la cinquantaduesima.

Appuntamento fisso per amanti del vino e addetti ai lavori, mentre organizzavamo la nostra “spedizione” ci siamo chiesti come sia nata questa fiera, essenziale per il sistema vinicolo italiano, senza la quale il mondo del vino non inciderebbe così tanto nella vita e nell’economia di questo paese.

Abbiamo scoperto che il Vinitaly è nato da un problema, risolto in modo eccellente con una soluzione che non prevede il futuro ma lo crea.

Siamo agli inizi degli anni sessanta, i due stand dedicati al vino nella Fiera dell’Agricoltura di Verona attirano sempre meno visitatori e nel 1964 la crisi è evidente: i visitatori sono attratti da mietitrebbie e trattori sempre più spettacolari, la civiltà contadina sta cambiando, gli stili di vita seguiti all’industrializzazione non saranno mai più gli stessi. Il vino non è più alimento (diventerà un piacere, ma allora non si sapeva ancora…).

Serviva qualcuno che guardasse lontano, oltre le difficoltà del momento, qualcuno di coraggioso in grado di chiuderli, quei due padiglioni, e di rilanciare, organizzando una fiera dedicata solo al vino.

Quel qualcuno è Angelo Betti.

Giornalista, capisce che il vino richiede innovazione e che ha bisogno di essere comunicato in modo nuovo. La decisione è quella di rivolgersi a uno studente brillante, Sandro Boscaini che, mentre  scrive la tesi di laurea in Economia sui canali di distribuzione dei vini in Italia, elabora proposte innovative, in grado di cambiare un pezzo della storia del vino italiano.

Dall’incontro tra i due inizia la storia che oggi conosciamo bene, il cui atto primo si svolge il 22 e 23 settembre 1967 al Palazzo della Gran Guardia a Verona, la prima edizione delle “Giornate del vino italiano”, ricche di spessore culturale, per dare giustizia alla nobiltà del vino.

A Piazza Bra, di fronte all’Arena, nasce ufficialmente il Vinitaly.

Le difficoltà non sono mancate, da allora, specialmente quando si è trattato di passare dalle “Giornate del vino italiano” all’evento fieristico vero e proprio, perché questo è significato convincere gli espositori ad abbandonare la Fiera Agricola e iniziare un viaggio su strade mai battute prima. Per farcela, Betti e Boscaini puntano sulla possibilità di far degustare i vini sul posto e sullo spostamento a novembre della fiera, a ridosso del Natale. Idee semplici, pratiche, lungimiranti.

Siamo nel 1969 e serviranno 4 anni di rodaggio per mettere a punto la formula dell’evento. Del resto, il momento è cruciale e il vino italiano gioca allora anche un’altra partita in quanto sta passando da un consumo prevalentemente sfuso al vino in bottiglia.

Persona ottimista, romagnolo vulcanico, Betti intuisce la potenzialità economica e culturale del vino e getta il seme per espanderne i confini verso mete prima impensabili. Pieno di fiducia nelle potenzialità del settore, fa della fiera di Verona una vetrina aperta verso il mondo. Dal 1998 in avanti si è cercato di ottenere lo stesso risultato facendo il contrario, ossia esportando il Vinitaly all’estero.

Dal 1969 (quando Betti riesce a portare alla fiera 130 cantine) la strada percorsa è stata tanta, e il 2017 ha visto il record di 4,300 espositori.

La sfida, oggi, nella sostanza rimane la stessa: quella di trovare il modo giusto per comunicare il vino, interpretando la contemporaneità mentre si costruisce il futuro.

 

vini rossi italiani

Confessioni del vino rosso

Sul vino rosso si è detto di tutto.

Sarebbe un efficace anti-età, grazie al resveratrolo contenuto nella buccia dell’uva rossa e nella pianta di vite, ma anche un antiossidante, antinfiammatorio, vaso protettore; inoltre, eliminerebbe le tossine del corpo e aiuterebbe la prevenzione del cancro.

La narrazione delle ricerche svolte in questa o in quella università l’hanno spesso eletto a elisir di lunga e felice vita, salvo poi dovere ridimensionare le dichiarazioni più trionfali.

Al di là delle presunte proprietà curative, decantate peraltro anche nella tradizione popolare tramandata dai proverbi (“Chi beve vino prima della minestra saluta il medico dalla finestra”, secondo un detto toscano, oppure “La migliore medicina è il decotto di cantina”…), la realtà è molto più complessa di qualunque slogan e il vino è una sostanza multiforme, che non ama le semplificazioni.

Nasce dalla terra e diventa poesia: da qui, il suo fascino.

Il rosso, poi, sin dall’antichità è il colore per eccellenza ed è associato alle passioni forti – all’amore, al coraggio, all’istinto – e porta con sé significati di vitalità e fertilità, ma anche di violenza (è il colore di Marte, dio della guerra).

Prediletto da chi è ambizioso e ama mettersi in competizione (prima di tutto con sé stesso), il colore del fuoco è associato da sempre all’energia e all’esuberanza. Il rosso è un colore regale, stimolante e intenso, un colore che non passa inosservato.

Nel vino si incontrano rossi con diverse tonalità: dal porpora all’aranciato, passando per il rubino e il granato, colori che possono ulteriormente arricchirsi di sfumature e riflessi. Il colore del vino dipende da fattori quali i vitigni impiegati, la vinificazione, l’affinamento e, soprattutto, l’invecchiamento: dall’analisi visiva, infatti, si possono ricavare molte informazioni sullo stato evolutivo del vino.

Nonostante ogni vino abbia la sua temperatura consigliata, quello rosso si serve in genere tra i 14 e i 20 gradi: vini rossi giovani poco tannici e poco strutturati richiedono una temperatura tra i 14° C e i 16° C (talvolta anche tra 12° C e 14° C) mentre per quelli più corposi si può arrivare sino a 18° C. I vini affinati per anni in bottiglia, di corpo e ancora tannici, possono essere serviti a 18° C, solo eccezionalmente a 20.

In questo mese di marzo, Sommelier Wine Box vi propone 6 vini rossi, selezionati da Andrea Gori. Sono vini speciali fatti da persone speciali e siamo certi che conquisteranno anche voi.