Viti metropolitane

Napoli: vini metropolitani

Tappa #17

La tappa #17 di Sommelier Wine Box (agosto 2019, guidata dal sommelier Tommaso Luongo) è stata all’insegna dei vini metropolitani di Napoli.

La scelta è caduta su una tematica interessante ma non nota come dovrebbe. Partiamo da un dato, sorprendente: Napoli è una città affascinante per storia e cultura millenarie ma resta una metropoli che soffre, come altri importanti agglomerati urbani, un’asfissiante pressione demografica ed una estesa cementificazione. La presenza antropica è imperante, ma nonostante questo la città vanta un invidiabile primato: quello di essere, dopo Vienna, la seconda città per ettari vitati in Europa. Sono una sessantina gli ettari distribuiti nei confini urbani, dislocati tra i vigneti di Santo Strato a Posillipo, il cratere di Agnano, le colline dei Camaldoli e di Chiaiano e l’area dello Scudillo. Aree inserite in un contesto paesaggistico di incomparabile bellezza, in cui uomo e natura hanno trovato nei secoli la convivenza perfetta.

La seconda caratteristica, che rende questi vigneti metropolitani realmente unici, è quella di affondare le loro radici in un territorio che, insieme alla sua provincia, è una delle poche zone a livello mondiale in cui si conserva la coltivazione a piede franco (priva del portainnesto della vite americana), grazie alla genesi vulcanica del terreno. Una rarità che, in questi ultimi anni, è sempre più apprezzata perché in grado di preservare la purezza dei vitigni e la memoria storica delle antiche forme di allevamento della vitis vinifera.

Ecco le cantine che abbiamo scoperto assieme: Azienda Agnanum, Cantine Federiciane, Cantine Astroni.

 

Cantina Agnanum

Raffaele Moccia, Cantina Agnanum

La nostra vigna è di 10 ettari e mezzo: è un unico corpo a ridosso di Napoli e sta ai confini del Bosco degli Astroni, un’oasi del WWF già terreno di caccia dei Borboni. In questa terra antica, ho recuperato un vecchio vigneto dei miei avi, di inizio Ottocento.

La coltiviamo con vecchi metodi di allevamento, quelli usati dagli uomini di migliaia di anni fa; solo per le vigne di nuovo impianto trent’anni fa ho introdotto delle tecniche più moderne. Il nostro vino è prodotto con pratiche agronomiche e tecniche che sono il frutto della saggezza contadina, che si tramanda di padre in figlio ma che oggi, qui, sono rimasto praticamente l’unico a mantenere vive. È per questo che la nostra vigna crescerà, perché ho accettato di raccogliere la sfida dei tempi e di acquisire un campo accanto al nostro che rischiava di essere dismesso.

Stiamo sul vulcano più pericoloso al mondo (non di rado partono dal terreno spruzzi di zolfo che arrivano fino in vigna). Il terreno è molto sciolto e poco coeso, le pendenze sono forti e la terra smotterebbe se non avessimo costruito i terrazzamenti, fatti a suon di zappa e con un grosso lavoro idraulico, e se non lavorassimo continuamente per conservarli.

Alcuni dei nostri vini sono prodotti in pochissime bottiglie, come la Vigna delle Volpi: 600 l’anno. E oltre alle DOC piedirosso e falanghina, abbiamo ripristinato delle altre uve, tipiche e antichissime, di cui abbiamo piante vecchissime. Nella nostra Sabbia Vulcanica, ad esempio, ho voluto recuperare la beva dei miei avi, che non consumavano in purezza né falanghina né piedirosso, ma li diluivano con altre uve. Assieme alla falanghina (85%) mettiamo anche catalanesca, moscato, caprettone, biancolella e gelsomina. Quest’ultima, in particolare, è un’uva ormai scomparsa e noi siamo gli ultimi a detenerne alcuni cippi.

cantine federiciane

Cantine Federiciane

Le Cantine Federiciane di oggi sono il frutto di un secolo di lavoro, tra esperienze tramandate, saperi accumulati e grande dedizione.

Mentre la nostra originaria casa rurale è diventata un agriturismo accogliente, le vigne si sono moltiplicate in tutta la Campania e nel 2000 abbiamo costruito un nuovo impianto di trasformazione che ci consente produzioni di alta qualità grazie a tecnologie all’avanguardia. La nostra famiglia – arrivata alla quarta generazione – tuttora produce con passione il suo vino.


Assieme ai nostri tre figli curiamo l’azienda in tutti i dettagli, dedicandovi tempo, energie e amore. Ma non siamo soli: un gruppo di giovani e preparatissimi collaboratori segue con convinzione il progetto: insieme abbiamo creato un team affiatato e grintoso, che si propone alla sfida del mercato con competenza e coraggio.

Pina e Paolo Palumbo, con Marco, Antonio e Luca

Gerardo Vernazzaro, Cantine Astroni

Da più di cento anni la mia famiglia si dedica alla produzione di vino, mettendo al centro l’attenzione al territorio senza perdere mai di vista l’importanza del piacere.

Tutto inizia dal mio bisnonno Vincenzo (classe 1891), che decise di trasformare la bellezza di fare il vino in una fiorente attività; suo figlio Giovanni, dopo la guerra, diede concretezza ai sogni del padre. Da allora non ci siamo più fermati e oggi Cantine Astroni è una realtà impegnata in un progetto di tutela e valorizzazione dei vitigni autoctoni, tra rispetto delle tradizioni e moderne tecniche di vinificazione.

L’azienda si erge sulle pendici del cratere degli Astroni, tra Napoli e Pozzuoli, un’oasi naturale del WWF. Questo è un luogo unico, in bilico tra il mare e il fuoco del vulcano.

La missione che ci siamo dati è di promuovere la viticoltura campana (e in particolare quella flegrea) e la nostra sfida principale è coltivare i vitigni autoctoni pre fillosserici (allevati a piede franco): falanghina e piedirosso dei Campi Flegrei. I suoli sabbiosi vulcanici hanno infatti impedito il proliferare della fillossera, che nella metà Ottocento distrusse tutto il patrimonio ampelegrafico europeo, tranne poche zone tra cui la nostra e l’area del Vesuvio. Per questo la Campania è così ricca di autoctoni.

Negli ultimi anni siamo impegnati in un grande lavoro di riconversione e di tutela del territorio: nuove vigne si aggiungono a quelle già presenti ed ogni annata è un nuovo inizio, una nuova ricerca di margini qualitativi sempre più elevati. Siamo innamorati del nostro territorio e dal 1999 abbiamo avviato un progetto di valorizzazione: curiamo visite guidate, eventi, mostre e percorsi alla scoperta dell’anima più profonda questi luoghi avvolti dal mito, le cui origini vanno cercate nel mondo greco, la cui influenza trasuda ancora oggi in queste terre che tanto affascinarono Goethe.

Tutto questo è possibile grazie alle tante persone che credono in questo progetto familiare: zii, nipoti ma anche tutto il personale, di vigna e di cantina, di logistica e di ufficio, enologici e agronomi, responsabili del controllo di qualità, che si impegnano costantemente, con uguale impegno ed entusiasmo, a migliorare sempre di più la nostra offerta.

profumi del vino

Mai più scena muta annusando un vino. Guida in 6 punti

Annusare il vino e ascoltare la storia che ha da raccontarci significa non solo sfoggiare chiare doti (innate o frutto di studio e pratica), ma soprattutto far affiorare alla memoria i ricordi attraverso quei profumi, risvegliando emozioni che si credevano sepolte. Anche in questo risiede la magia del vino.

1. Come fa il naso a percepire i profumi del vino?

Si sentono i profumi perché le sostanze odorose del vino sono volatili, entrano nella parte superiore delle narici, da lì arrivano al cervello e parte la magia. Il naso percepisce gli odori in due modi: per aspirazione diretta e per via retronasale. Quest’ultima si sperimenta quando, deglutito il vino, si espira e si possono assaporare i cosiddetti profumi retrolfattivi.

2. Perché è importante respirare il vino?

Ogni vino reca le tracce, sintetiche e sorprendenti, delle caratteristiche della sua terra, del vitigno, dell’annata, del vignaiolo che l’ha fatto. Dal suo profumo si capisce molto di tutto questo e si inizia a comprendere se è di qualità. E poi è divertente far affiorare dal bicchiere la storia di quel vino e intrecciarla ai propri ricordi.

3. Come si diventa bravi a capirne i profumi?

Si comprende ciò che si conosce, per cui per diventare dei campioni dell’olfatto o si hanno doti innate e istintive (che spesso significa essere cresciuti nella natura) oppure bisogna essere curiosi dei profumi e allenarsi. Quindi annusare la frutta, i fiori, le spezie e ogni genere di odore, notando come evolve nelle diverse condizioni. Più in generale, usare il naso, farlo in modo critico e quotidiano. Nel vino si potrà allora ritrovare l’odore dell’erba appena falciata, il profumo del mare, quello del pane sfornato, l’incenso delle processioni, un camino dove il fuoco si è appena spento, un sentiero di montagna bagnato dalle prime gocce di pioggia, un negozio brulicante di fiori…

Riconoscerli regala un piacere indescrivibile.

4. Ho di fronte il bicchiere: che fare?

Si inizia annusando il vino a bicchiere fermo, per sentire gli elementi più volatili (il profumo è molto intenso se si sente da distante, poco intenso e quindi più timido se il naso va tuffato dentro il bicchiere per sentirlo).

Poi si fa roteare (non troppo!) e si annusa di nuovo. In questo modo, posso non solo capire se un vino è elegante e fine, ma anche la progressione dei profumi, perché il racconto è appena all’inizio. È con questi dettagli che iniziamo a capire se abbiamo di fronte un grande vino, se ha profumi sottili e ricchi di tante sfumature diverse; in questo caso sarà anche complesso.

Attenzione a non assuefarsi: per evitarlo il naso va staccato dal bicchiere dopo pochi secondi.

L’assenza di difetti si esprime definendo il vino pulito o franco.

5. C’è uno schema da seguire?

Soprattutto per chi sta imparando, è utile avere un ordine da tenere a mente per identificare la natura dei profumi. Poi l’allenamento porta non solo a perfezionare ma soprattutto ad approcciare con creatività lo schema. Ecco le principali famiglie di aromi da riconoscere e anche vari profumi di dettaglio, che si iniziano a distinguere col tempo:

Profumi floreali (biancospino, fior d’arancio, di mandorlo, di acacia, tiglio, gelsomino, sambuco, rosa, ginestra, crisantemo, violetta, lillà, iris, lavanda, geranio, giacinto e chi più ne conosce più ne metta)

Fruttati:

  Frutta fresca (albicocca, pesca, banana, mela, melone, ananas, frutto della passione, pompelmo, limone, lime, arancia, mandarino, cedro, ciliegia, prugna, fragola

  Frutti di bosco (lampone, mora, mirtillo, ribes)

  Frutta secca (mandorla, nocciola, noce, nocciola, pistacchio, uvetta, fichi)

  Frutta cotta (confetture di prugne, albicocche, pere, buccia d’arancia)

Erbacei (erba fresca, fieno, felce, sottobosco, muschio, fungo, peperone verde, foglia di tabacco, foglia di pomodoro, tè, menta, salvia)

Speziati e aromatici (anice, cannella, menta, timo, chiodi di garofano, pepe, finocchio, liquirizia, noce moscata, alloro, basilico, vaniglia, tartufo, zafferano, zenzero)

Balsamici (resina, ginepro, ambra, incenso, pino)

Tostati (cacao, caffè, cioccolato, caramello, pane tostato, catrame, affumicato, tabacco, polvere)

Minerali (pietra focaia, polvere da sparo, selce, grafite)

Animali (cuoio, carne, urina di gatto – tipica del Sauvignon -, selvatico, pelliccia, sudore)

Legnosi (legno verde, legno vecchio, castagno, quercia, sandalo, scatola di sigari)

E per finire in bellezza ecco gli eterei (smalto, sapone, caramella mou, burro, crosta di pane, cera d’api, latte).

6. E se sa di tappo?

Questo odore si sente quando il sughero è aggredito dalle muffe. Non è un tema di conservazione e se si avverte non si può far altro che aprire un’altra bottiglia. Può anche capitare di sentire altre puzze, come quella di feccia (uova marce, per intenderci) oppure di frutta troppo cotta o ancora un odore decisamente marsalato, tipico dei vini invecchiati oltremisura. Sono, questi e altri, odori sgradevoli originati da difetti delle uve o da pratiche di vinificazione non del tutto corrette. Rimediabile può essere l’odore “di ridotto”, assimilabile alla sensazione di chiuso e stantio, che può andarsene, o attenuarsi, lasciando respirare il vino.

Naturalmente tutto questo non ha niente a che vedere con la gara a chi spara più profumi – meglio se improbabili –, ma riguarda invece il desiderio di capire la qualità, che può esprimersi anche con poche, esatte, parole. Saper riconoscere ciò che un bicchiere ha da dire al nostro olfatto è una parte importante di quello che il grande Veronelli chiamava il bere con intelligenza, per cogliere la storia che ogni vino porta con sé.

E se siamo di fronte a un grande vino, il racconto può diventare emozionante.

Viti metropolitane

Viti di città: polmoni verdi da tutelare

Esistono contesti che sfidano il concetto di vigna in campagna.

Le vigne che stanno dentro i confini metropolitani hanno storie antiche.
Resistite all’urbanizzazione (grazie alla caparbietà dei singoli o col sostegno di amministrazioni illuminate), offrono ossigeno alle città, mantengono la biodiversità, sono fonte di colori, profumi e silenzio.

Raccontano storie di tutela del paesaggio e del valore della ruralità. Una vera chicca che si traduce anche in preziosa risorsa turistica e di rilancio dell’economia.

Sono queste le basi che hanno spinto la costituzione di un network europeo delle vigne di città. La finalità è appunto la promozione di questo patrimonio, non solo dal punto di vista produttivo – puntando sulla qualità – ma anche sotto il profilo turistico, perché la cultura contemporanea premia le storie del vino.

Sono, nella sostanza, gli stessi obiettivi che animano il Festival delle vigne metropolitane di Napoli. La città partenopea, infatti, è la prima in Italia per ettari vitati dentro i confini urbani, e si tratta peraltro di vigne che non sono intaccate dalla fillossera (quindi coltivate a piede franco).

Come scrive il nostro amico, il sommelier Cristian Chieregati:

Questo patrimonio vitivinicolo rende il vigneto napoletano unico nel mondo, dove gli enologi fanno a gara per lavorarvi e così scoprire e sviluppare vini che da altre parti sarebbero impossibili da produrre.

Ma quali sono, in Italia, le città con il maggior numero di vigneti metropolitani?

Oltre a Napoli, che è la prima, Torino, Brescia, Venezia, Roma, Siena
Anche quest’ultima, tra l’altro, presenta ancora delle rarissime viti a piede franco nei vari piccoli orti che caratterizzano il suo centro storico; si tratta di vigne conservate fino a oggi perché storicamente destinate soprattutto all’autoconsumo.

A livello europeo, la prima città per ettari vitati è Vienna, la seconda Napoli e la terza Parigi, con la sua vigna di Clos-Montmartre, ai piedi della Basilica del Sacré-Cœur, ripristinata negli anni Trenta del Novecento grazie alla caparbietà di un gruppo di artisti.

Ognuna con una storia diversa, vigne di città sono presenti anche a Londra (ad Enfield), New York (a Queens), Los Angeles, Praga, Salonicco, San Francisco

Quali, le conseguenze di coltivare la vite in città?

È evidente che scegliere di coltivare viti in città, o a ridosso della stessa, è una scelta in controtendenza, che comporta estensioni ridotte della vigna. L’altra faccia della medaglia è costituita dall’impatto ambientale di queste vigne – impatto che dovrà essere basso – e quindi dalle tecniche di coltivazione impiegate, che proprio per la vicinanza alle aree abitate devono rinunciare a trattamenti invasivi, come ci ha raccontato Carlo, di Terre del Lagorai.

Nel mese di agosto offriamo una selezione di vini metropolitani di Napoli, fatti da vignaioli eroici in un territorio di incomparabile bellezza.

vini delle sabbie

Vini delle sabbie

Tappa #16

La tappa #16 di Sommelier Wine Box (luglio 2019, guidata dal grande Luisito Perazzo – miglior sommelier d’Italia) è stata all’insegna dei vini delle sabbie.

La vite coltivata su terreni sabbiosi, infatti, rappresenta una peculiarità di alcune zone vinicole in Italia e all’estero; questa condizione non è comune, almeno per quello che riguarda i vini di eccellenza elaborati in tali territori.

È ormai ben dichiarata l’importanza che il “Terroir Viticole” riflette sulle uve e sui vini: calcareo, argilloso, marnoso, ghiaioso, ciottoloso, granitico, e ovviamente sabbioso sono le tipologie di terreni più frequenti in viticoltura.

Ecco le caratteristiche più distintive dei vini delle sabbie.

Suoli più ricchi, colorati e compatti forniscono più polifenoli alle uve rispetto a suoli bianchi, calcarei o sabbiosi, che invece generano uve più profumate ed eleganti con buon contenuto in acidità tartarica nel caso di quelli calcarei e uve che daranno profumazione spiccata con alcolicità sostenuta ma struttura meno poderosa nel caso di suoli sabbiosi. Altra indicazione è fornita dalla limitata capacità di produrre vini longevi.

Quindi profumi floreali e fruttati e serbevolezza gustativa sono i tratti più distinguibili in vini prodotti su terreni a carattere sabbioso.

Quella che presentiamo questo mese è una selezione di 6 vini rappresentativi di terreni a prevalenza sabbiosa distribuiti lungo la penisola, che include il nord-ovest con il Piemonte e nello specifico i Colli Tortonesi, il centro con il distretto vitivinicolo a carattere sabbioso per eccellenza, la DOC Bosco Eliceo nel ferrarese e le sue uve coltivate a piede franco, e infine, la soleggiata Sicilia con una produzione “mista” delle uve con vigneti prevalentemente sabbiosi e altri con presenza percentuale di questo elemento.

L’augurio è quello di apprezzare tutta la qualità espressa da questi vini, senza dimenticare il carattere specifico che un terroir di questo tipo conferisce alle uve scelte.

Ecco quindi le cantine che abbiamo scoperto assieme: Claudio Mariotto, Baglio di Pianetto e Mariotti Vini.

vini delle sabbie

Barbara e Mirco Mariotti

Dal 1976 nostro padre Giorgio si dedica al vino con passione ed apre il Centro Enologico La Bottega del Vino ad Argenta (FE), unico laboratorio di analisi e consulenze enologiche in Provincia di Ferrara. È analizzando i vini del territorio che si rende conto della tipicità dei terreni sabbiosi del Delta del Po e delle loro caratteristiche “non filosseriche”: da lì inizia l’iter di studio per il riconoscimento della DOC Bosco Eliceo, che dura una decina di anni e si conclude nel 1989.

Per salvaguardare il lavoro svolto fino a quel momento, io e mia sorella Barbara abbiamo affiancato nostro padre per dare inizio anche all’attività di produzione nel 1998, trasformando le nostre uve coltivate in poderi salvati dall’espianto, perché dopo la riconversione del settore agricolo degli anni Novanta, i vigneti nella provincia di Ferrara sono passati dagli 8.000 ettari del 1976 agli attuali 400.

Abbiamo quindi creato il Fondo Luogaccio a San Giuseppe di Comacchio, un vigneto a “piede franco”, ai bordi del sito Natura 2000 Duna della Puia.

Nel corso degli anni la nostra attenzione si è concentrata sul vitigno rosso Fortana, da sempre presente nell’area e dalle caratteristiche uniche, esaltate soprattutto nei vini frizzanti e spumanti.

Il terreno sabbioso, le piante centenarie, la vicinanza del mare e le sue brezze, il cuneo salino, donano ai nostri vini un carattere distintivo, che anno dopo anno cerchiamo di esaltare nel rispetto di un territorio da sempre in bilico tra terra e acqua.

Barbara e Mirco Mariotti

vini delle sabbie
Vini Claudio Mariotto

Claudio Mariotto

Conduco l’azienda assieme alla mia compagna Rossana, a mio fratello Mauro e a mia mamma Piera. Sulle colline tortonesi, a Vho, la mia famiglia coltiva 30 ettari di vigna, nei comuni di Tortona e Sarezzano, e lo fa dal 1920.

La vita quotidiana a contatto con il vigneto, le tecniche di cantina e la cura con cui seguiamo ogni fase del processo produttivo (dalla maturazione delle uve, all’affinamento delle migliori partite in botte) garantiscono ai nostri vini un elevato standard qualitativo. Per soddisfare un mercato sempre più attento alla qualità, selezioniamo i vitigni e li coltiviamo nei terreni più idonei, in collina, dove la qualità delle uve è decisamente superiore. Tutto questo ci consente di offrire agli intenditori una scelta completa dei migliori vini dei Colli Tortonesi.

Dalla fine degli anni Novanta coltiviamo il Timorasso e ne vinifichiamo le uve con passione sempre crescente, e tanta soddisfazione. Questo vitigno autoctono è stato recuperato solo in tempi recenti e noi ci abbiamo scommesso, utilizzandolo per produrre un vino bianco di grande personalità. Il nostro Timorasso è di un bel giallo paglierino, nitido e limpidissimo. I profumi sono composti e intensi, tutti giocati su toni floreali e rimandi freschi e minerali. In bocca è fresco, sapido, piacevole e franco, equilibrato e vivace nello sviluppo.

L’obiettivo del nostro impegno quotidiano è di fare inserire il Timorasso nelle migliori carte dei vini, non come “bestia rara” ma come grande ambasciatore di territorialità e autenticità, personalità e cultura, da proporre al consumatore attento.

Claudio Mariotto

Baglio di pianetto

Giovanni Chiaramonte, Baglio di Pianetto

La nostra storia parte da una bottiglia regalata al conte Paolo Marzotto per approdare, nel 1997, nell’azienda siciliana innovativa che è oggi.

La scelta dei due siti produttivi è stata dettata dalla ricerca della massima qualità: quello di Pianetto sta a nord ovest, a 650 metri sul livello del mare, ed è caratterizzato da un terreno ricco di silicio, l’altro si trova a sud est, a Noto, a 50 metri sul mare con territorio gessoso.

L’area di Pianetto è simile alla Rhône francese, con alte colline che mitigano i venti, e una grandissima escursione termica tra giorno e notte. Questa favorisce lo sviluppo delle uve a bacca bianca (inzolia, grillo, catarratto, viognier…), cui regala grande acidità.

Il sito di Noto, invece, sta in una zona straordinaria per il nero d’avola, ma vi produciamo anche strepitosi syrah e l’immancabile moscato di noto, che vinifichiamo con appassimento in pianta.

Oggi Baglio di Pianetto è una cantina di 20 anni, che vive di tante piccole grandi attività: dalla cura del vigneto al lavoro di precisione in cantina, fino al cuore dell’azienda, la barricaia, il luogo dove i vini raggiungono il culmine qualitativo. La cantina è un esempio di tradizione e tecnologia insieme, in delicato equilibrio: è costruita su quattro livelli, sfrutta la verticalità dei processi vinicoli senza l’uso di pompe che stresserebbero le uve.

Tutto questo nel contesto di una Sicilia nuova e antica assieme, raccontata con eleganza.

Giovanni Chiaramonte