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La mitica albana

Tappa#29

La tappa #29 di Sommelier Wine Box (agosto 2020, guidata dal sommelier Marco Casadei) è stata all’insegna del vitigno albana!

“C’è una Romagna bellissima e poco conosciuta, quella che dalla via Emilia non va in direzione della Riviera ma sale dolcemente su verdi colline. Qui, la frutta lascia velocemente spazio alla vite.

In questa selezione vi porto alla scoperta di un vitigno unico, l’albana, che solo in questa ristretta fascia collinare ha trovato le condizioni ideali per esprimere al meglio le sue potenzialità.

Originale, eclettica, solare, l’albana è l’uva a bacca bianca più importante del territorio romagnolo, le cui qualità erano già note nel Trecento. Inoltre, da quest’uva viene il primo vino bianco italiano ad avere ottenuto la DOCG, nel 1987.

Dopo un periodo di scarsa notorietà, oggi l’albana sta finalmente trovando il ruolo da protagonista che merita, e non solo in Romagna!

L’idea di questa selezione nasce proprio dal desiderio di raccontare il grande entusiasmo dei produttori romagnoli e la straordinaria crescita qualitativa delle loro albana.

Abbandoniamo quindi i porti sicuri e partiamo assieme in questo viaggio alla scoperta dei profumi, dei sapori e delle consistenze uniche di questo straordinario vitigno.”

Marco Casadei – sommelier del mese

Le cantine proposte nella selezione di agosto 2020 sono: Fattoria Zerbina, Ancarani, Marta Valpiani.

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Le selezioni di agosto – la mitica albana

WINE BOX DI AGOSTO: LA MITICA ALBANA!

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Tappa #29

Guidata dal sommelier Marco Casadei (vincitore master Friulano 2016,  master del Sangiovese  2017, master dell’albana 2017)

 

Fattoria Zerbina, Marzeno (RA)

Su Fattoria Zerbina potrei raccontarvi molte cose: una storia di oltre 50 anni sulle colline di Faenza, nella zona Marzeno. La svolta qualitativa avviene nel 1987, con l’ingresso in azienda dell’attuale proprietaria Maria Cristina Gemignani, che inizia un grande lavoro sul sangiovese, con la riscoperta dell’alberello romagnolo – una forma di allevamento antica, da sempre presente in questa parte della Romagna. E ancora: la scelta di investire sull’albana nel suo periodo più buio e la scommessa, visionaria e vincente, di cercare la via della muffa nobile su questo straordinario vitigno.

Ma, oltre a tutto questo, voglio raccontarvi della grande precisione e passione che Cristina mette ogni giorno nella cura delle sue vigne, che ho testato personalmente lavorando in azienda durante la difficile vendemmia 2014. Attenzione massima, cura del dettaglio e soprattutto entusiasmo contagioso! Un pezzo di storia della Romagna del vino e in particolare dell’albana, che non poteva mancare nelle vostre box.

Marta Valpiani, Castrocaro Terme (FC)

Saliamo sulle colline sopra la città di Castrocaro Terra del Sole e ci troviamo davanti a un panorama mozzafiato che racconta tutta la bellezza – aspra e arida – dei calanchi romagnoli. Qui si trova l’azienda Marta Valpiani, una piccola realtà artigiana, nata nel 1999, che ha puntato fin da subito sui due vitigni romagnoli più importati: sangiovese e albana.

La grande crescita qualitativa delle ultime vendemmie è avvenuta anche grazie alla mano felice e aggraziata di Elisa, figlia di Marta, che cura personalmente vigna e cantina, e alla sua grande capacità di restituire nel calice il terroir unico di questa zona della Romagna, fatto di calcare, con la tipica formazione delle spungone romagnole, sabbie gialle e argille azzurre.

Vini di precisione, che partono da una grande cura della vigna e dalla salvaguardia delle sue diversità, a cui seguono pochissimi interventi in cantina, dove il cemento la fa da padrone.

Tensione, bevibilità e tutte le sfaccettature minerali che l’albana esprime nella zona di Castrocaro sono i marchi “di fabbrica” delle Albana di Elisa.

Ancarani, Faenza (RA)

Sulle prime colline tra le città di Forlì e Faenza, più precisamente ad Oriolo dei Fichi dove la storica rocca presidia questi luoghi fin dal 1457, incontriamo l’azienda Ancarani, piccola e dinamica realtà romagnola che coltiva da anni solo varietà autoctone, nel pieno rispetto della biodiversità del territorio.

Le albane della cantina sono vini solari, accoglienti e conviviali proprio come chi li produce. Raccontano in maniera fedele di queste splendide colline dove in estate, oltre al verde delle vigne, è l’oro il colore predominante che si compone delle tonalità dei campi di grano, dei terreni composti da sabbie gialle – che donano all’albana le sfumature minerali –, e dei lunghi biondi grappoli di albana.

Approccio contadino, produzione artigianale ma anche tanta preparazione e precisione, i vini di Rita e Claudio sono così: vi accoglieranno sempre con un sorriso e vi faranno divertire.

BOX ENTUSIASTA

Bianco di Ceparano, Romagna Albana Secco, Fattoria Zerbina

Vigne di circa 20 anni. Fermentazione in acciaio su lieviti selezionati in azienda, che Cristina utilizza ormai da molti anni. Dopo la fermentazione il vino rimane in cemento sui propri lievi per alcuni mesi prima dell’imbottigliamento che avviene in primavera.

Un vino che esalta la freschezza dell’albana senza rinunciare a struttura e profondità. Giallo paglierino luminoso, con riflessi verdi. Il naso si apre delicato su profumi che vanno dall’agrume alla pera, fino a un tocco leggero di erbe aromatiche come la salvia fresca…

Sorso rinfrescante e verticale, corredato di sale, chiude su un finale di media persistenza.

Una bellissima versione di Bianco di Ceparano, figlio di un’annata fresca in Romagna e di grande prospettiva. Un vino che può invecchiare a lungo e raggiungerà l’apice tra i 2 e i 3 anni.

Servire a 10-12°C.

Abbinamento: tartare di salmone, avocado e scorza di lime.

Delyus, Marta Valpiani

Questa albana è prodotta nelle vigne più giovani. La raccolta avviene verso fine agosto.

Fermentazione spontanea, vinificazione in acciaio, affinamento in cemento per 6 mesi.

Colore giallo paglierino con riflessi dorati, molto luminoso.

Il naso si apre delicato, tutto giocato sui profumi minerali, che spaziano dalla roccia alla salsedine. Poi arriva il frutto giallo croccante.

Il sorso fila diritto come una freccia, tra una freschezza elettrica e tanta sapidità sul finale, caratteristiche che fanno subito venire voglia di un secondo calice.

Un vino da bere già da oggi, ma che può migliorare in bottiglia per altri 1-2 anni.

Servire a 10-12°C.

Abbinamento: mazzancolle al sale dolce di Cervia.

Perlagioia, Ancarani

Questa Albana proviene da una selezione degli impianti più giovani dell’azienda: qui i terreni sono composti principalmente da argilla e limo. L’annata è stata poco produttiva, la Peronospera ha creato gravi problemi in un maggio e giugno molto piovosi. Quindi le piante avevano poca uva, ma molto concentrata. Il vino fermenta in acciaio, senza contatto con le bucce. La fermentazione è spontanea. Affina in cemento sui suoi lieviti fino a tarda primavera. Poi ultimo passaggio in acciaio, leggerissima filtrazione a cui segue l’imbottigliamento.

Giallo paglierino con riflessi dorati. Naso invitante con note di albicocca, pesca a pasta gialla a cui seguono sensazioni minerali. Sorso goloso, piacevolmente caldo, disteso e fresco al punto giusto; chiude con un finale succoso e saporito.

Buono fin da subito o da fare affinare ancora qualche mese in bottiglia per ancora maggiori soddisfazioni.

Servire a 10-12°C.

Se l’Albana sta bene a tavola, questo Perlagioia ancora di più! Provatelo con lasagna bianca con zucchine e mazzancolle.

BOX ESPERTO

Tergeno Ravenna bianco, Fattoria Zerbina

Una parte delle uve (60%) è raccolta nello stesso periodo di quella del Bianco di Ceparano (Box Entusiasta), l’altro 40% invece è raccolto tardivamente, con attacco di botrytis.

Le vigne hanno circa 20 anni. Fermentazione in acciaio su lieviti selezionati in azienda che Cristina utilizza ormai da molti anni.

Un’interpretazione dell’albana originale e intrigante. Profumi eleganti di pesca a pasta bianca, albicocca, un tocco leggero di zenzero candito e una mineralità rocciosa. La bocca è la vera forza di questo vino: gioca sui contrasti, tra morbidezze e durezze. Da una parte apre calda, materica e con un tocco leggermente dolce, dato dalla raccolta tardiva delle uve. Caratteristiche che lasciano presto spazio a una tensione acida evidente, che slancia il palato e lo allunga verso un finale saporito e molto lungo. Un vino che nasce dai contrasti, ma trova fin da subito il suo equilibrio, che manterrà a lungo in bottiglia.

Le mie esperienze di assaggio mi dicono che questo vino avrà una vita molto lunga, fino ai 10 anni!

Servire a 10-12°C.

Abbinamento: scaloppa di fois gras con cipolla rossa di Tropea caramellata e quenelle di patate al profumo di timo.

Madonna dei Fiori, Marta Valpiani

Il Madonna dei Fiori proviene da quattro diverse parcelle di vigna che si trovano lungo la vallata del fiume Montone, partendo da Terra del Sole fino ad arrivare quasi a Dovadola.

L’uva proviene da vigne molto vecchie che hanno dai 30 ai 60 anni.

La raccolta avviene verso fine agosto. Fermentazione spontanea, vinificazione in acciaio, affinamento in cemento per 6 mesi, poi in bottiglia per 8-10 mesi prima di uscire sul mercato.

Il colore è un giallo dorato molto luminoso.

Il naso si apre su note dolci, di camomilla, albicocca, pesca gialla matura, poi la mineralità diventa protagonista con i suoi tratti marini e salmastri, sul finale si avverte anche un tocco di rosmarino.

Sorso rotondo, piacevolmente caldo, ha struttura, carnosità una mineralità incisiva, ma soprattutto un finale molto lungo e saporito.

Inizia adesso ad esprimere le sue potenzialità, fra un paio d’anni sarà ancora più al top.

Servire a 10-12°C.

Abbinamento: cappelletti in brodo di cappone.

 

Santa Lusa, Ancarani

Il Santa Lusa proviene dalle vigne più vecchie dell’azienda (34 anni) allevate con la tipica pergoletta romagnola. I terreni, ricchi di sabbie, sono i più alti dell’azienda: guardano il mare e la Torre di Oriolo. Le uve sono a raccolte a piena maturazione, quasi in leggera surmaturazione. Breve macerazione sulle bucce, per circa 3 giorni.

La fermentazione viene fatta in acciaio, poi il vino fa un lungo affinamento in cemento di circa un anno e mezzo. Poi ultimo passaggio in acciaio, leggerissima filtrazione a cui segue l’imbottigliamento.

Il vino sembra oro liquido nel calice. Il naso si apre su profumi minerali, seguiti da frutta gialla matura come la mela golden, poi fieno ed erbe aromatiche essiccate. Bocca ricca, carnosa (ha tanta materia!), salina; la freschezza non manca affatto nonostante un’estate torrida in Romagna.

Già ottimo adesso, può migliorare ancora in bottiglia per 1-2 anni.

Servire a 10-12°C.

Molto piacevole anche la sensazione tannica che dà un tocco in più a questo vino rendendolo adatto ad abbinamenti spesso inaspettati per un bianco come una tajine di pollo e verdure.

 

 
difetti del vino

Cosa e come sono i difetti del vino: le cause e come riconoscerli

Non è semplice orientarsi tra i difetti del vino, distinguendo tra le caratteristiche intrinseche e invece eventuali problemi. La sommelierie identifica tante tipologie di difetti del vino, secondo un lessico molto specifico, che a volte rischia di sembrare per pochi iniziati. Ma non è così e il piacere del buon vino deve essere per tutti.

I difetti del vino sono generalmente dovuti a problemi di vinificazione e purtroppo rendono vani i tanti sforzi fatti dal vignaiolo in vigna. Non sono così diffusi ma è bene conoscerli per essere pronti a individuarli. Ecco come riconoscerli.

I difetti olfattivi del vino, in 12 punti

1. L’odore sgradevole più diffuso è quello di tappo (dovuto a un fungo), di cui abbiamo parlato in un articolo dedicato. Il trucco per indentificarlo è fidarsi della primissima impressione.

2. L’odore, sgradevolissimo, di muffa (o di fradicio) è provocato da batteri che possono svilupparsi nelle botti di legno o è dovuto a uve non del tutto sane.

3. Quello di feccia deriva dal contatto prolungato del vino con le fecce appunto (cioè i residui solidi che si depositano dopo la fermentazione), mentre l’odore di vinaccia si manifesta quando il vino rimane troppo a lungo a contatto con le parti solide dell’uva (bucce, vinaccioli, eventualmente raspi). Si riconoscono perché assomigliano all’odore di piedi e di marcio.

4. Se si avverte un odore di legno secco, polveroso e non gradevole, le botti in cui ha affinato potrebbero essere state lasciate troppo a lungo vuote.

5. Ancora dalle botti, questa volta non correttamente igienizzate, può venire l’odore di cavallo (o Brett-flavour), acre e profondo. In tal caso vi ha trovato casa un lievito denominato Brettanomyces.

6. Si definisce odore di svanito la quasi totale assenza di profumi: è un difetto dovuto alla prolungata esposizione all’aria.

7. Si arriva all’ossidato (comunemente chiamato “marsalato”) se il vino ha avuto eccessiva ossidazione, appunto. Si riconosce per via dell’odore eccessivamente dolciastro.

8. Mitico è l’odore di ridotto, specie nei vini invecchiati a lungo in bottiglia (in ambiente senza ossigeno): è una sensazione sostanzialmente “di chiuso”, che può però svanire dopo l’aereazione se il vino ha buona struttura. Tecnicamente, è un difetto contrario a quello dell’ossidazione.

9. L’odore di aglio si deve a dei composti chiamati mercaptani, mentre quello di terra all’aggressione delle uve da parte di botrite, muffe e altre specie di batteri, contemporaneamente.

10. L’odore di zolfo si deve alla troppa anidride solforosa. Anche qui, se il problema non è grave l’odore di anidride solforosa può sparire facendolo decantare.

11. L’odore di uova marce, più pungente, è invece irrecuperabile.

Per gli amanti del genere, ci si può spingere oltre, dato che l’orizzonte dei difetti del vino è più ampio e ne esistono altri ancora: l’odore di gomma, di sapone, di cipolla, di cavolfiore, di cotto (oramai rarissimo perché dovuto alle pastorizzazioni non più praticate). E infine esiste anche un difetto chiamato “di luce”, provocato dall’esposizione eccessiva alle fonti luminose dopo l’imbottigliamento. Comporta la perdita di colore e di aroma e la comparsa di odori sgradevoli di tipo sulfureo, simili a quelli di cipolla e aglio.

vecchie vigne

Cosa si intende, davvero, per “vigne vecchie”? 6 domande e 6 risposte

Ci sono illuminati vigneron (ne abbiamo incontrati vari anche nelle nostre selezioni) che invece di espiantare le vigne vecchie le mantengono, le rivitalizzano con molta fatica e ci fanno grandi vini. Sono folli sognatori o nelle vecchie piante c’è qualcosa di speciale, che poi ritroviamo nel nostro bicchiere?

Per capire cosa si intenda davvero per “vigne vecchie” ecco sei domande e altrettante semplici risposte.

1. Cosa si intende, esattamente, quando si parla di “vigne vecchie”?

Di solito sono chiamate vigne vecchie quelle che hanno dai 35/50 agli 80 anni di età, e anche oltre. Va detto, però, che spesso in Italia si espiantano anche vigne che hanno appena 20 anni.

2. Come si classifica il ciclo vitale di una vite?

Per un periodo da 1 a 3 anni la vite è improduttiva; fino al quinto/settimo anno la produttività cresce (le variabili sono determinate dalla tipologia di vitigno); fino al ventesimo/venticinquesimo la produttività è costante. Da quel momento in poi diminuisce, in reazione alla varietà, al sistema di allevamento e al modo in cui la vite è stata curata negli anni. A quel punto, il rischio è che non sia più economicamente conveniente tenerla, per motivi squisitamente quantitativi. Mentre sono opposte le ragioni della qualità, della conservazione del territorio e del patrimonio genetico.

Un tempo invece, quando la vite non era innestata su vite americana (prima dell’arrivo della fillossera) il ciclo vitale delle piante era molto più lungo, e poteva raggiungere, e superare, i 100 anni.

3. Cos’hanno le vigne vecchie di diverso da quelle appena impiantate?

Le vigne vecchie possono innanzitutto conservare varietà di uva uniche. Inoltre, sanno produrre uve qualitativamente più significative perché dopo tanti anni le loro radici arrivano molto in profondità, dove trovano acqua e nutrienti costanti. Di fatto, poi, sono le testimoni dell’unicità del terroir di cui fanno parte da tanto e della storia produttiva dell’azienda.

4. E dal punto di vista delle uve prodotte, cosa cambia?

Le vigne vecchie producono di meno e per questo producono uva dalla qualità superiore. Inoltre, per la bacca rossa si registra una maggiore concentrazione di pigmenti (antociani, flavoni e flavonoidi), mentre nelle uve a bacca bianca gli acini tendono a diventare più piccoli: quindi molti più zuccheri e aromi. I vini risultano profondi e strutturati, ancora più intimamente legati al territorio (non è un caso che i nostri cugini francesi indichino in etichetta questa prerogativa, come elemento di qualità).

5. Che conseguenze ci sono per chi coltiva le vigne vecchie?

Generalmente le vigne vecchie sono coltivate con forme di allevamento antiche, ancora oggi poco meccanizzabili, pertanto sono difficili da allevare.

6. Come salvaguardare la vite perché possa vivere a lungo?

La condizione per cui le vigne vecchie producano, e producano le attese uve di qualità, è la loro corretta gestione agronomica. Si salvaguardano soprattutto con potature ben fatte, che non feriscano la pianta e non ne interrompano i cicli linfatici.

Servono competenza e saggezza.

vigneti di Lucca

Vini di Lucca, la Toscana che non ti aspetti

Tappa #27

La tappa #27 di Sommelier Wine Box (giugno 2020, guidata dal sommelier Simone Vergamini) è stata all’insegna dei vini di Lucca.

La Toscana è una terra bellissima che offre ai visitatori meravigliose città e borghi medievali, dolci colline e alte montagne, specchi d’acqua e il mare Tirreno. Una regione conosciuta per una produzione vinicola di qualità assoluta, apprezzata in tutto il mondo: Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Bolgheri, solo per citarne alcune. Ma ci sono tante altre piccole realtà, veri tesori ancora poco noti agli appassionati.

Nelle colline che circondano la città di Lucca, fino a scendere al livello del mare, non sono molte le aziende vinicole e a ognuna di esse va attribuito il merito di aver avviato una rivoluzione qualitativa, che sta portando alla ribalta nazionale e internazionale i vini dell’area. Piccole cantine che hanno scelto di recuperare e valorizzare le tradizioni di un territorio altamente vocato, sposando la filosofia biologica o biodinamica, e in alcuni casi entrambe. Vini, quelli della provincia di Lucca, capaci di sorprendere anche i palati più esigenti: questo è il viaggio sensoriale che abbiamo disegnato, nella “Toscana che non ti aspetti”.

Nel viaggio tra le colline attorno a Lucca abbiamo scoperto tre aziende: Fattoria Sardi, Tenuta Mariani e Fattoria La Torre.

Fattoria Sardi – Toscana

La Fattoria si trova nel nord-ovest della Toscana, nella campagna incastonata tra le Alpi Apuane, l’Appenino e il mar Tirreno, a 5 km dalle mura di Lucca. Si sviluppa tra due fiumi: la Freddana e il Serchio. In pianura i suoli sono sciolti, limo-sabbiosi con presenza di ciottoli; in collina diventano più argillosi con buono scheletro. L’esposizione va da sud-est a sud-ovest.

La vicinanza al mare assicura una grande quantità di luce e ventilazione costante. Le montagne garantiscono approvvigionamento di acqua e notti fresche anche d’estate. La Fattoria comprende boschi, campi a seminativi, oliveti e 18 ettari di vigne coltivate in biodinamica.

Ho ereditato la Fattoria Sardi da mia nonna Maria Adelaide, e oggi sono custode di queste terre – proprietà dei Conti Sardi da oltre due secoli – insieme a mia moglie Mina. Entrambi siamo laureati in enologia a Bordeaux.

Dal 1926 la Fattoria è riconosciuta per la produzione di vini pregiati e di territorio. Dal 2006 produciamo uva da agricoltura integrata e dal 2011 uva biologica certificata e biodinamica focalizzandoci sulla produzione di Rosé di alta qualità. 

Gestiamo la campagna rispettando la natura nei suoi ritmi, nella sua armonia e nei suoi equilibri per la produzione di vini terroir, e in alcune annate commercializziamo anche l’olio di oliva. Nella produzione dei prodotti agricoli rispettiamo il disciplinare europeo dell’agricoltura biologica e ci avvaliamo degli strumenti dell’agricoltura biodinamica.

Accompagniamo in maniera spontanea, ma attenta, la trasformazione dell’uva in vino senza aggiunte non necessarie di prodotti esterni: così nascono i vini di Fattoria Sardi.

Matteo e Mina

vigneti di Lucca
vigna Oltrepo

Cos’è la viticoltura di precisione: 5 domande e altrettante risposte

Si parla molto di viticoltura di precisione, intesa come una pratica agronomica collegata alla qualità del vino e anche alla riduzione dell’impatto ambientale della coltivazione della vite.

La viticoltura di precisione è una strategia agricola che ha l’obiettivo di migliorare la resa e la qualità di un vigneto.

1. Ma cosa si intende, veramente, quando si parla di viticoltura di precisione?

La viticoltura di precisione integra tecnologia e pratiche agronomiche mediante l’acquisizione di un grande numero di dati. In questo modo si arriva a una conoscenza approfondita non solo del vigneto ma delle sue singole porzioni. Nella sostanza, si ricavano informazioni sul ritmo di accrescimento della coltivazione, elemento direttamente collegato alla quantità e alla qualità delle uve che se ne ricaveranno.

2. Di quali strumenti si avvale la viticoltura di precisione?

Del telerilevamento con sistemi satellitari, e ultimamente moltissimo dei droni (con sensori multispettrali), sempre collegando la localizzazione GPS.

3. Scopo della viticoltura di precisione?

L’obiettivo finale della viticoltura di precisione è la gestione della vigna attraverso interventi efficienti e mirati, addirittura sulla singola pianta. La viticoltura di precisione è quindi collegata al concetto di zonazione, che significa individuare delle aree del vigneto omogenee fra loro, le cui uve porteranno a ottenere vini con precise caratteristiche organolettiche.

4. Quando si fanno i rilevamenti?

Varie volte nel ciclo di vita della pianta, da appena dopo il germogliamento sino alla maturazione dei grappoli.

5. Che tipo di informazioni si ricavano dai rilevamenti?

Si ottengono delle mappe previsionali, georeferenziate, le quali restituiscono lo stato di salute delle singole zone del vigneto (dando dei parametri enochimici). Questo consente di individuare le aree che presentano una diversa potenzialità produttiva, da trattare quindi in modo differenziato. Stimando il vigore vegetativo delle piante si possono individuare eventuali problemi e differenziare le azioni successive (tra cui concimazione e somministrazione di acqua), riducendo anche gli sprechi.

Il che, oggi, non è un tema per niente marginale.

Cantina Di Sante

Tradizione e innovazione

Tappa #26

Tappa #26 di Sommelier Wine Box (giugno 2020, guidata da André Senoner) è stato un viaggio alla scoperta del rapporto fra la tradizione dei padri e l’innovazione dei figli.

Vi abbiamo raccontato tre aziende (Ca’ di Frara, Cantina Della Volta, Cantina Dalle Ore), in un viaggio dall’Oltrepò Pavese fino ai Monti Lessini passando per Sorbara, in un percorso fra tradizione e innovazione.

Cantine che sono al tempo stesso storiche e giovani, accumunate da una relazione generazionale tra padri e figli del tutto speciale. Fondatori coraggiosi che in anni difficili hanno intrapreso con sacrificio la pratica della viticoltura, diventando dei pionieri. Figli che hanno portato innovazione e dinamicità fino a cambiare la filosofia aziendale, immettendovi le loro idee con un pizzico di sana follia. Qualcosa di nuovo che si impone subito come punto di riferimento, aprendo strade prima impensabili.

Luca Bellani Ca' di Frara

Luca Bellani – Lombardia

La nostra azienda nasce nel 1905, quando il mio bisnonno Giovanni acquista alcuni vigneti in una bellissima posizione a Mornico Losana (PV). Unendoli, poi, ad altri localizzati nel comune di Oliva Gessi si è venuta a creare un’isola di colline vitate, protette dal vento e con un microclima perfetto.

Oggi, a Cà di Frara ci dedichiamo anima e corpo alla viticoltura e alla spumantizzazione. Lo facciamo continuando pratiche agronomiche che da sempre sono naturali. L’uva è raccolta a mano, la pigiatura soffice (con resa del 50%), fermentazione in purezza a temperatura controllata.

Abbiamo scelto e scegliamo ogni giorno il rispetto totale per il prodotto, per proporre dei vini che siano davvero unici.

Luca

Cantina Dalle Ore

Benedetta e Marco Margoni Dalle Ore – Veneto

Tutto comincia nel 1904 quando il mio trisnonno, ben consapevole delle regole contadine, decide di coltivare la vite su queste splendide colline, nei monti Lessini. Lui è il primo nella zona a coniugare i principi della qualità (sesto d’impianto, principio della zonazione, tecniche di potatura) con la tradizione millenaria della viticoltura in questo territorio.

A partire dal 2007 è mio padre a prendersi cura della vigna, sempre nel rispetto dell’ambiente, con l’obiettivo di produrre un vino che rispecchi il territorio, mantenendo in vita gli antichi principi dell’agricoltura locale che prevedono un costante equilibrio tra natura ‘selvaggia’ e natura coltivata.

All’inizio ero troppo giovane per capire a fondo e apprezzare il lavoro del vignaiolo, ma dopo anni di esperienze vicine e lontane dalla mia terra natia, alle quali non sentivo di appartenere pienamente, ho preso una decisione e un anno fa sono tornata. Tra queste colline, ho scoperto che il sogno, tramandato nella nostra famiglia di generazione in generazione apparteneva anche a me.

Con il nostro lavoro vogliamo trasmettere non solo le caratteristiche originali dei diversi vitigni che ci sono stati lasciati ma anche raccontare una storia. Creiamo vini che rappresentano la passione che mettiamo ogni giorno nel lavoro in vigna, e il rispetto di una terra con la quale viviamo in armonia. La vinificazione segue lo stesso percorso: minimo intervento possibile, solo fermentazioni spontanee, per permettere che dal frutto alla bottiglia si esprima la tipicità del terroir e che si conservi la ricchezza unica del suolo del nostro vigneto.

Benedetta, con Marco Margoni Dalle Ore