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Cosa significa vino beverino? 4 cose da sapere

Vino dalla grande bevibilità, beverino, di facile beva, o più semplicemente “che va giù bene”… Questi termini popolano sempre più i discorsi di sommelier e appassionati, e definiscono un vero e proprio trend. Estivo ma non solo. Potrebbe sembrare un aspetto scontato ma la bevibilità è un mantra nell’ambito vitivinicolo per ragioni precise. Siamo infatti di fronte alla riscoperta di un aspetto semplice – certo – ma che in passato non è stato scontato: il vino è fatto per essere bevuto. Vediamo assieme quel che c’è da sapere.

Cosa si intende per vino beverino, in quattro semplici punti.

Vino beverino: cosa significa?

Al bancone, chiedere un “vino beverino” è un must dell’estate. Ma a cosa ci si riferisce, in realtà? Un vino beverino è gradevole e non appesantito da eccessiva struttura: per questo si fa bere facilmente. Ma attenzione, il concetto di bevibilità non va contrapposto a quello di complessità. Oggi si fa strada un’accezione non solo positiva del concetto di bevibilità ma nella definizione del termine si tiene dentro anche una certa profondità. Un vino beverino è quindi un vino che non stanca, che invoglia a bere un altro sorso, e poi un altro ancora, ma nonostante questo lascia in bocca sapori e aromi. La degustazione è quindi un’esperienza gradevole e raffinata, e negli abbinamenti il vino non copre i piatti.

Cosa sono i vini glou glou?

Il termine “glou glou”, di origine francese, ha raggiunto negli ultimi anni uno straordinario successo internazionale. Il suo significato non è lontano da quello di bevibilità: un’onomatopea che indica il tipico suono del deglutire (quello che le mamme ci contestavano quando eravamo piccoli). In particolare – e in questo si differenzia leggermente dalla bevibilità – l’espressione “glou glou” tende a essere applicata soprattutto ai vini rossi: derivati da macerazioni sulle bucce molto brevi, uso limitato del legno per l’affinamento, freschi, poveri di alcol e di tannini, luminosi. Vini quindi piacevolissimi d’estate, dissetanti, che si fanno bere in modo spensierato.

vino beverino

Bevibilità nel vino: quali sono le sue origini?

Nella cultura contadina, e grosso modo fino agli anni Sessanta, il vino era considerato un alimento base della nutrizione, necessario per scaldarsi d’inverno e dissetarsi d’estate.

È però tra gli anni Settanta e Ottanta che il vino inizia a essere considerato la bevanda del piacere che conosciamo oggi. Le tecnicità della vinificazione vengono quindi esaltate e il pubblico inizia ad amare vini strutturati, muscolosi, addirittura marmellatosi: l’obiettivo era soprattutto quello di impressionare, inebriano narici e bocca di aromi anche costruiti.

Inevitabilmente – e per fortuna – il gusto dei consumatori è poi virato verso una ricerca di più leggerezza, di equilibrio, godibilità e piacere… in una parola: della bevibilità! Oggi, il vino non viene più solamente apprezzato per le sue prestazioni mirabolanti tra profumi e sapori, ma anche e proprio quando “un bicchiere tira l’altro”.

Bevibilità nel vino come parametro di valutazione?

La bevibilità è una categoria importante e informale ma non ha un vero e proprio posto nelle schede di valutazione dei sommelier, non esistendo una codificazione definita e condivisa. Daniele Cernilli (giornalista enologico, tra le personalità più influenti del vino al mondo) ha coniato la regola dei 3 bicchieri, secondo la quale, presupponendo il fatto che una bottiglia di vino si condivide in due, un vino è piaciuto, e quindi è beverino nell’accezione della piacevolezza, quando ne vengono bevuti con piacere tre bicchieri a testa.

In questo modo, viene finita l’intera bottiglia.

Vini ai quali dedichiamo interamente la nostra Tappa 41 ⤵️

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