Arena di Verona, Vinitaly

Chi ha inventato il Vinitaly?

A Verona, dal 15 al 18 aprile si terrà l’edizione 2018 del Vinitaly, la cinquantaduesima.

Appuntamento fisso per amanti del vino e addetti ai lavori, mentre organizzavamo la nostra “spedizione” ci siamo chiesti come sia nata questa fiera, essenziale per il sistema vinicolo italiano, senza la quale il mondo del vino non inciderebbe così tanto nella vita e nell’economia di questo paese.

Abbiamo scoperto che il Vinitaly è nato da un problema, risolto in modo eccellente con una soluzione che non prevede il futuro ma lo crea.

Siamo agli inizi degli anni sessanta, i due stand dedicati al vino nella Fiera dell’Agricoltura di Verona attirano sempre meno visitatori e nel 1964 la crisi è evidente: i visitatori sono attratti da mietitrebbie e trattori sempre più spettacolari, la civiltà contadina sta cambiando, gli stili di vita seguiti all’industrializzazione non saranno mai più gli stessi. Il vino non è più alimento (diventerà un piacere, ma allora non si sapeva ancora…).

Serviva qualcuno che guardasse lontano, oltre le difficoltà del momento, qualcuno di coraggioso in grado di chiuderli, quei due padiglioni, e di rilanciare, organizzando una fiera dedicata solo al vino.

Quel qualcuno è Angelo Betti.

Giornalista, capisce che il vino richiede innovazione e che ha bisogno di essere comunicato in modo nuovo. La decisione è quella di rivolgersi a uno studente brillante, Sandro Boscaini che, mentre  scrive la tesi di laurea in Economia sui canali di distribuzione dei vini in Italia, elabora proposte innovative, in grado di cambiare un pezzo della storia del vino italiano.

Dall’incontro tra i due inizia la storia che oggi conosciamo bene, il cui atto primo si svolge il 22 e 23 settembre 1967 al Palazzo della Gran Guardia a Verona, la prima edizione delle “Giornate del vino italiano”, ricche di spessore culturale, per dare giustizia alla nobiltà del vino.

A Piazza Bra, di fronte all’Arena, nasce ufficialmente il Vinitaly.

Le difficoltà non sono mancate, da allora, specialmente quando si è trattato di passare dalle “Giornate del vino italiano” all’evento fieristico vero e proprio, perché questo è significato convincere gli espositori ad abbandonare la Fiera Agricola e iniziare un viaggio su strade mai battute prima. Per farcela, Betti e Boscaini puntano sulla possibilità di far degustare i vini sul posto e sullo spostamento a novembre della fiera, a ridosso del Natale. Idee semplici, pratiche, lungimiranti.

Siamo nel 1969 e serviranno 4 anni di rodaggio per mettere a punto la formula dell’evento. Del resto, il momento è cruciale e il vino italiano gioca allora anche un’altra partita in quanto sta passando da un consumo prevalentemente sfuso al vino in bottiglia.

Persona ottimista, romagnolo vulcanico, Betti intuisce la potenzialità economica e culturale del vino e getta il seme per espanderne i confini verso mete prima impensabili. Pieno di fiducia nelle potenzialità del settore, fa della fiera di Verona una vetrina aperta verso il mondo. Dal 1998 in avanti si è cercato di ottenere lo stesso risultato facendo il contrario, ossia esportando il Vinitaly all’estero.

Dal 1969 (quando Betti riesce a portare alla fiera 130 cantine) la strada percorsa è stata tanta, e il 2017 ha visto il record di 4,300 espositori.

La sfida, oggi, nella sostanza rimane la stessa: quella di trovare il modo giusto per comunicare il vino, interpretando la contemporaneità mentre si costruisce il futuro.

 

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